| IL PENTATEUCO
Origine del nome
Il
Deuteronomio (ebraico דברים devarìm, "parole",
dall'incipit; greco Δευτερονόμιο, deuteronòmio, impropriamente "2a
legge", per la ripetizione di leggi già presenti in Esodo; dal latino Deuteronomium)
è il 5° libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana. Scritto in ebraico
e la sua redazione definitiva è collocata al VI-V sec. a.C. in Giudea. Composto
da 34 capitoli circa la storia degli Ebrei durante il periodo nel deserto del
Sinai (circa 1200 a.C.) e contiene varie leggi religiose e sociali.
Struttura e contenuto
Il
Deuteronomio è un libro straordinario, definito giustamente come il “sigillo della Toràh”. Consiste
principalmente di 3 discorsi che sarebbero stati pronunciati da Mosè, poco
prima della sua morte, agli Israeliti. Il 1° discorso (1-4)
è una ricostruzione storica: ricapitola gli eventi principali dei 40 anni trascorsi dall'uscita
dall'Egitto;
esortazione di Mosè all'obbedienza Dio. Il 2° discorso (5-26),
occupa la parte centrale del libro, è costituito di 2 sezioni. La 1a di queste
(5-11)
è una 2a introduzione, basata sulla riproposizione dei 10 Comandamenti dettati già sul Monte Sinai.
La 2a parte (12-26): il cosiddetto Codice
Deuteronomico, formato da una serie di mitzvot
("dettami"). Tale sezione è costituita da leggi, ammonizioni ed
ingiunzioni relative alla condotta che il popolo eletto deve osservare. Il
discorso conclusivo (27-30)
è rivolto quasi interamente alle solenni disposizioni della legge divina,
adempiendo alle quali è garantita la prosperità futura del popolo. Solo coloro
che osserveranno i comandamenti e si uniformeranno fedelmente all'alleanza
stipulata tra loro e Yahw potranno godere delle benedizioni promesse. Gli
ultimi capitoli sono dedicati alla benedizione
di Mosè alle 12 tribù di Israele (33),
alla sua morte e sepoltura, al lutto degli Israeliti ed alla figura di Giosuè,
a cui è affidato il compito di portare il popolo eletto nella terra promessa.
I nuclei
centrali del “Deuteronomio”
1.Jahvè è l’unico Dio (Dt 6,4-9) per cui l’idolatria è
un abominio :
«Ascolta,
Israele: il
Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore
tuo Dio
con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Le
parole che oggi ti ordino siano nel tuo
cuore. Le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei
seduto in casa, quando cammini per
strada, quando ti corichi e quando ti alzi. Le legherai come un
segno alla tua mano, saranno come una fascia tra i tuoi occhi. Le
scriverai sugli
stipiti della tua casa e sulle tue porte». Ascolta Israele la grande
preghiera! La preghiera (= tefillà), nell’ebraismo, è la
risposta del credente a Dio che si è rivelato sul Monte Sinai e non come molto
spesso la intendiamo noi…, come richiesta o come un qualcosa frutto della
nostra volontà. Se Dio parla, Dio ascolta; se Dio ascolta, Dio ascolterà sempre la creatura che gli si rivolgerà con purezza
di cuore e sentimenti di umiltà. La preghiera può esprimere sentimenti di
gratitudine, lode ed esaltazione, di rassegnazione, di incredulità, di
disperazione, di necessità, di richiesta e di aiuto. Nello Shema’ (“Ascolta”) esprime un’accettazione dell’idea monoteistica
di Dio, riflettendo l’azione di un Dio unico, i cui rapporti col mondo appaiono
sotto aspetti diversi. Dio, puro spirito, assoluto ed eterno, creatore per
libera volontà, lontano (trascendente) e vicino (immanente), prodiga amore e
bontà, parla e ascolta, attraverso le leggi della natura da Lui stabilite, manifestandosi
agli uomini, pur rimanendo intangibile e irraggiungibile. Se Amore, giustizia,
gioia, dolore, ricchezza, miseria, vita e morte provengono da Lui, allora apparteniamo
davvero a Lui! A Lui col nostro essere, col cuore, con l’ anima, con la nostra
forza. Ecco perché il seguito di «il Signore è uno» non può che essere: «E
amerai ...». L’ebraismo non è un concetto o un ideologia astratta della realtà
e dell’interiorità, ma un insegnamento a vivere in serena e responsabile
obbedienza il nostro rapporto con Dio e con il mondo. Ecco perché dopo il
messaggio della sua esistenza, una ed unica, segue l’imperativo di amare Dio, nella
totalità della nostra esistenza. È in questo “darsi” interamente al Dio uno ed unico,
che la creatura si costruisce una personalità armoniosa e senza conflitti
interiori, cogliendo in questa dimensione unitaria del proprio essere, che si va
delineando un riflesso di quell’unità suprema e superiore che ci sovrasta e ci
alimenta. Tuttavia, questo sforzo d’amore e di ricerca non può esaurirsi in una
esperienza individuale e solitaria di Dio, senza coinvolgere ed abbracciare in
questa ricerca “chi è vicino a noi”,
“chi è con noi”, “chi è intorno a noi”! I figli, innanzitutto: «Le inculcherai
ai tuoi figli…!» In questo confronto quotidiano con Dio, siamo sì i destinatari, ma anche i
trasmettitori di esso a beneficio di chi si affaccia alla vita, i nostri figli
e i bambini, in generale. Se la fede in Dio, espressa dall’imperativo Shema’(più
che «ascolta!», significa «riconosci e compenetrati di questa verità!»),
è al tempo stesso, condizione e premessa della Amore per Lui, quest’Amore noi
lo semineremo nei cuori dei nostri figli, dando loro un’educazione improntata
al più puro spirito religioso, in una continua esperienza quotidiana e nelle
circostanze più diverse dell’esistenza («quando
sei seduto in casa, quando cammini per strada, quando ti corichi e quando ti
alzi»). Per questo, gli ebrei–anche per non dimenticare- si servono anche
di 2 oggetti di culto, simili ad astucci, contenenti brani della «Torah», tra
cui lo Shema’, che hanno lo scopo di
memoria anche visiva, della presenza di Dio nella propria vita e il rapporto
intimo che lo lega a lui. Infine, vi è la proiezione universalistica e messianica
contenuta nel 1° verso (Israele comincia a comprendere che il suo Dio, Unico, sarà anche per tutti gli altri
popoli): «Il Signore, che adesso è il
nostro Dio e non il Dio delle nazioni idolatre, diventerà unico, come è detto: Allora io darò ai popoli un labbro
puro, perché invochino tutti il nome del Signore e lo servano tutti sotto lo
stesso giogo (Sofonia 3,9), e «...ci
sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome» (Zaccaria14,9).
2.
Jahvè ha eletto Israele affinché sia fedele a Dio
(Dt 4,34: “O ha
mai tentato uno di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con
prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi
terrori, come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto, sotto i vostri
occhi?”; così come in 7,6:): indica la particolarità di questo Dio, che come nessun altro
dio sceglie un popolo e lo consacra a Sé stesso, stabilendovi un’Alleanza ed
assistendolo in tutto e per tutto. 3.
Un’Alleanza sponsale unisce Dio e il popolo; essa ha per capisaldi:
l’osservanza della legge dì Dio (in
tutto il c. 6) e il culto nell’unico
santuario (il Tempio, Dt 12,4s: “Non così farete rispetto al Signore vostro
Dio, ma lo cercherete nella sua dimora, nel luogo che il Signore vostro Dio
avrà scelto fra tutte le vostre tribù, per stabilirvi il suo nome; là andrete. Là presenterete i vostri olocausti e i
vostri sacrifici, le vostre decime, quello che le vostre mani avranno
prelevato, le vostre offerte votive e le vostre offerte volontarie e i
primogeniti del vostro bestiame grosso e minuto”) per evitare la tentazione di idolatria. L’Alleanza porta in sé
promesse illimitate di «benedizione», ma anche minacce molto pesanti di
«maledizione» (Dt 4,23-28; c. 28).
L’opera si presenta come una serie di discorsi messi in bocca a Mosè, in cui
vengono presentate leggi che devono reggere Israele. Sono però affidate al
popolo con passione e intensità. L’ascoltatore è invitato ad aderirvi con amore
e fedeltà ed è continuamente interpellato prima con il “tu” e poi con il “voi” («Ascolta...Ricordati...Ama…Osservate...Non dimenticate...Seguite la
strada del Signore..»). Il libro ha un suo linguaggio particolare, segnato
da una calorosa partecipazione: «Ascolta, Israele... Il Signore
tuo/nostro/Vostro Dio (più di 300 volte)... Amare il Signore.., con tutto il
cuore e Con tutta l’anima... La terra in cui entrate per prenderne
possesso...Camminare nelle vie del Signore...Temere il Signore». Oltre alla
“dimensione verticale”, l’amore va vissuto nella “dimensione orizzontale” (cfr.
l’esempio fatto nei primi incontri con “la metafora della croce”): il Dt è uno
dei libri più sensibili al prossimo e tra i più ricchi di umanità di tutta la
Bibbia. C’è una grande attenzione per il povero (15,7ss; 24,19ss). Una
legislazione più umana per lo schiavo (15,13-14), basata sulla nuova
motivazione offerta dal Decalogo per il riposo sabbatico. C’è una cura
particolare per il levita, l’orfano, la vedova, il forestiero (14,29; 16,11.14;
26,11). C’è un impegno sociale per la tutela dell’operaio (24,14-15). Per lo
straniero (24,17). Delicatezza
per le prigioniere di guerra (21,1-10). Premura per il vicino che ha perso un
oggetto (22,1ss). Generosità per chi è costretto a dare in pegno (24,6.12-13).
Appello all’umanità dei giudici (25,3). Destinazione generosa dei beni raccolti
(23,25-26).
Dell’essenza
di questo libro e di questa speciale attenzione verso l’uomo,
non poteva rimanerne indifferente Gesù…
Gesù nel “Deuteronomio” (rapporto
Deuteronomio-N.T.)
La profondità spirituale del libro è
confluita in tanti passi del NT. Nel dialogo
tra Gesù e il tentatore è ripreso Dt 8,3, arricchendone
il senso: non si tratta solo di considerare che è necessario unire al cibo
terreno l’accoglienza del dono continuo della provvidenza divina; Gesù giunge a
contrapporre al cibo materiale quello interiore e decisivo della Parola di Dio.
Inoltre, nell’indicare il principale comandamento,
la risposta di Gesù si basa su Dt 6,4-5, per indicare l’amore di Dio e del
prossimo (Mt 12,28-34), così come nella controversia sulla risurrezione dei
morti (sempre in Mt 12,28-34) si basa su un testo del Dt (25,5-10) per affermare una visione pura e viva di Dio.
All'interrogativo dello scriba (Mc
12,28-34), Gesù risponde citando 2 testi che ricorrono nella meditazione di
Israele: un passo del Dt («Amerai il
Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua forza»), e un
passo del Levitico («Amerai il tuo
prossimo come te stesso»). Tuttavia, Gesù invita l'uomo a non perdersi nei soli
precetti: la volontà di Dio è semplice e chiara: amare Dio e gli uomini. Giusto
che la legge si occupi dei più svariati casi della vita, a patto però che non
perda di vista il centro, che è l'amore. Gesù risponde allo scriba che il 1°
dei comandamenti non è uno solo, ma 2, strettamente congiunti, come 2 facce
della stessa realtà. È nella capacità di mantenere uniti i due amori - l'amore
a Dio e l'amore al prossimo - la misura della vera fede e della genialità
cristiana. C'è chi per amare Dio si estranea dagli uomini, e c'è chi per
lottare a fianco degli uomini dimentica Dio. L'esperienza biblica si dice
convinta che questi 2 atteggiamenti introducano nell'esistenza degli uomini una
profonda menzogna. Se si ama Dio e si trascura il prossimo, a quale Dio ci
riferiamo? Non certo al Dio di Gesù Cristo. E se diciamo di amare il prossimo,
ma rifiutiamo di amare l'unico Signore, allora–ecco allora l’importanza della
conoscenza delle Scritture ed all’azione mediatrice della Chiesa– cadremo
facilmente in potere degli idoli, e mentre pensiamo di amare il prossimo ci
accorgiamo che lo stiamo strumentalizzando, imponendogli le nostre idee, la
nostra visione del mondo. Cosa ancora più grave che mentre vogliamo aiutare
l'uomo ad essere più uomo, rischiamo di allontanarlo dalla sua ricerca di Dio.
Dio è l'unico Signore da adorare, il prossimo è solo da amare. E’ solo
l'apertura a Dio che porta all'apertura verso il prossimo. È Dio il punto a cui
il nostro essere tende, di cui abbiamo un'insopprimibile nostalgia, come il
seme-che dopo essere entrato nella terra ed essere stato irrigato- tende con
tutta la sua forza, ad uscire dalla terra per dare il suo frutto.
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