Parrocchia San Giuseppe
Quinta tappa: DEUTERONOMIO



"perchè possiate  distinguere"


"Ascolta Israele
Io sono il Signore tuo Dio
"





















































































































































 
IL PENTATEUCO

Origine del nome

Il Deuteronomio (ebraico דברים devarìm, "parole", dall'incipit; greco Δευτερονόμιο, deuteronòmio, impropriamente "2a legge", per la ripetizione di leggi già presenti in Esodo; dal latino Deuteronomium) è il 5° libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana. Scritto in ebraico e la sua redazione definitiva è collocata al VI-V sec. a.C. in Giudea. Composto da 34 capitoli circa la storia degli Ebrei durante il periodo nel deserto del Sinai (circa 1200 a.C.) e contiene varie leggi religiose e sociali.

Struttura e contenuto                                                                                                          
Il Deuteronomio è un libro straordinario, definito giustamente come il “sigillo della Toràh”. Consiste principalmente di 3 discorsi che sarebbero stati pronunciati da Mosè, poco prima della sua morte, agli Israeliti. Il 1° discorso (1-4) è una ricostruzione storica: ricapitola gli eventi principali dei 40 anni trascorsi dall'uscita dall'Egitto; esortazione di Mosè all'obbedienza Dio. Il 2° discorso (5-26), occupa la parte centrale del libro, è costituito di 2 sezioni. La 1a di queste (5-11) è una 2a introduzione, basata sulla riproposizione dei 10 Comandamenti dettati già sul Monte Sinai. La 2a parte (12-26): il cosiddetto Codice Deuteronomico, formato da una serie di mitzvot ("dettami"). Tale sezione è costituita da leggi, ammonizioni ed ingiunzioni relative alla condotta che il popolo eletto deve osservare. Il discorso conclusivo (27-30) è rivolto quasi interamente alle solenni disposizioni della legge divina, adempiendo alle quali è garantita la prosperità futura del popolo. Solo coloro che osserveranno i comandamenti e si uniformeranno fedelmente all'alleanza stipulata tra loro e Yahw potranno godere delle benedizioni promesse. Gli ultimi capitoli sono dedicati alla benedizione di Mosè alle 12 tribù di Israele (33), alla sua morte e sepoltura, al lutto degli Israeliti ed alla figura di Giosuè, a cui è affidato il compito di portare il popolo eletto nella terra promessa.

I nuclei centrali  del “Deuteronomio” 
                                 
1.Jahvè è l’unico Dio (Dt 6,4-9) per cui l’idolatria è un abominio :

«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze.  Le parole che oggi ti ordino siano nel tuo cuore. Le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai  quando sei seduto in casa, quando cammini per strada, quando ti corichi e quando ti alzi. Le legherai come un segno alla tua mano, saranno come una fascia tra i tuoi occhi. Le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte».
Ascolta Israele la grande preghiera! La preghiera (= tefillà), nell’ebraismo, è la risposta del credente a Dio che si è rivelato sul Monte Sinai e non come molto spesso la intendiamo noi…, come richiesta o come un qualcosa frutto della nostra volontà. Se Dio parla, Dio ascolta; se Dio ascolta, Dio ascolterà sempre la creatura che gli si rivolgerà con purezza di cuore e sentimenti di umiltà. La preghiera può esprimere sentimenti di gratitudine, lode ed esaltazione, di rassegnazione, di incredulità, di disperazione, di necessità, di richiesta e di aiuto. Nello Shema’ (“Ascolta”) esprime un’accettazione dell’idea monoteistica di Dio, riflettendo l’azione di un Dio unico, i cui rapporti col mondo appaiono sotto aspetti diversi. Dio, puro spirito, assoluto ed eterno, creatore per libera volontà, lontano (trascendente) e vicino (immanente), prodiga amore e bontà, parla e ascolta, attraverso le leggi della natura da Lui stabilite, manifestandosi agli uomini, pur rimanendo intangibile e irraggiungibile. Se Amore, giustizia, gioia, dolore, ricchezza, miseria, vita e morte provengono da Lui, allora apparteniamo davvero a Lui! A Lui col nostro essere, col cuore, con l’ anima, con la nostra forza. Ecco perché il seguito di «il Signore è uno» non può che essere: «E amerai ...». L’ebraismo non è un concetto o un ideologia astratta della realtà e dell’interiorità, ma un insegnamento a vivere in serena e responsabile obbedienza il nostro rapporto con Dio e con il mondo. Ecco perché dopo il messaggio della sua esistenza, una ed unica, segue l’imperativo di amare Dio, nella totalità della nostra esistenza. È in questo “darsi” interamente al Dio uno ed unico, che la creatura si costruisce una personalità armoniosa e senza conflitti interiori, cogliendo in questa dimensione unitaria del proprio essere, che si va delineando un riflesso di quell’unità suprema e superiore che ci sovrasta e ci alimenta. Tuttavia, questo sforzo d’amore e di ricerca non può esaurirsi in una esperienza individuale e solitaria di Dio, senza coinvolgere ed abbracciare in questa  ricerca “chi è vicino a noi”, “chi è con noi”, “chi è intorno a noi”! I figli, innanzitutto: «Le inculcherai ai tuoi figli…!» In questo confronto quotidiano con Dio,  siamo sì i destinatari, ma anche i trasmettitori di esso a beneficio di chi si affaccia alla vita, i nostri figli e i bambini, in generale. Se la fede in Dio, espressa dall’imperativo Shema’(più che «ascolta!», significa «riconosci e compenetrati di questa verità!»), è al tempo stesso, condizione e premessa della Amore per Lui, quest’Amore noi lo semineremo nei cuori dei nostri figli, dando loro un’educazione improntata al più puro spirito religioso, in una continua esperienza quotidiana e nelle circostanze più diverse dell’esistenza («quando sei seduto in casa, quando cammini per strada, quando ti corichi e quando ti alzi»). Per questo, gli ebrei–anche per non dimenticare- si servono anche di 2 oggetti di culto, simili ad astucci, contenenti brani della «Torah», tra cui lo Shema’, che hanno lo scopo di memoria anche visiva, della presenza di Dio nella propria vita e il rapporto intimo che lo lega a lui. Infine, vi è la proiezione universalistica e messianica contenuta nel 1° verso (Israele comincia a comprendere che il suo Dio, Unico, sarà anche per tutti gli altri popoli): «Il Signore, che adesso è il nostro Dio e non il Dio delle nazioni idolatre, diventerà unico, come è  detto: Allora io darò ai popoli un labbro puro, perché invochino tutti il nome del Signore e lo servano tutti sotto lo stesso giogo (Sofonia 3,9), e «...ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome» (Zaccaria14,9).

2. Jahvè ha eletto Israele affinché sia fedele a Dio

(Dt 4,34: “O ha mai tentato uno di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto, sotto i vostri occhi?”; così come in 7,6:): indica la particolarità di questo Dio, che come nessun altro dio sceglie un popolo e lo consacra a Sé stesso, stabilendovi un’Alleanza ed assistendolo in tutto e per tutto.
 
3. Un’Alleanza sponsale unisce Dio e il popolo; essa ha per capisaldi:  l’osservanza della legge dì Dio (in tutto il c. 6) e  il culto nell’unico santuario (il Tempio, Dt 12,4s:Non così farete rispetto al Signore vostro Dio, ma lo cercherete nella sua dimora, nel luogo che il Signore vostro Dio avrà scelto fra tutte le vostre tribù, per stabilirvi il suo nome; là andrete. Là presenterete i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime, quello che le vostre mani avranno prelevato, le vostre offerte votive e le vostre offerte volontarie e i primogeniti del vostro bestiame grosso e minuto”) per evitare la tentazione di idolatria. L’Alleanza porta in sé promesse illimitate di «benedizione», ma anche minacce molto pesanti di «maledizione» (Dt 4,23-28; c. 28). L’opera si presenta come una serie di discorsi messi in bocca a Mosè, in cui vengono presentate leggi che devono reggere Israele. Sono però affidate al popolo con passione e intensità. L’ascoltatore è invitato ad aderirvi con amore e fedeltà ed è continuamente interpellato prima con il “tu” e poi con il “voi”
Ascolta...Ricordati...Ama…Osservate...Non dimenticate...Seguite la strada del Signore..»). Il libro ha un suo linguaggio particolare, segnato da una calorosa partecipazione: «Ascolta, Israele... Il Signore tuo/nostro/Vostro Dio (più di 300 volte)... Amare il Signore.., con tutto il cuore e Con tutta l’anima... La terra in cui entrate per prenderne possesso...Camminare nelle vie del Signore...Temere il Signore». Oltre alla “dimensione verticale”, l’amore va vissuto nella “dimensione orizzontale” (cfr. l’esempio fatto nei primi incontri con “la metafora della croce”): il Dt è uno dei libri più sensibili al prossimo e tra i più ricchi di umanità di tutta la Bibbia. C’è una grande attenzione per il povero (15,7ss; 24,19ss). Una legislazione più umana per lo schiavo (15,13-14), basata sulla nuova motivazione offerta dal Decalogo per il riposo sabbatico. C’è una cura particolare per il levita, l’orfano, la vedova, il forestiero (14,29; 16,11.14; 26,11). C’è un impegno sociale per la tutela dell’operaio (24,14-15). Per lo straniero (24,17). Delicatezza per le prigioniere di guerra (21,1-10). Premura per il vicino che ha perso un oggetto (22,1ss). Generosità per chi è costretto a dare in pegno (24,6.12-13). Appello all’umanità dei giudici (25,3). Destinazione generosa dei beni raccolti (23,25-26).
Dell’essenza di questo libro e di questa speciale attenzione verso l’uomo,  
non poteva rimanerne indifferente Gesù…

Gesù nel “Deuteronomio” (rapporto Deuteronomio-N.T.)     

La profondità spirituale del libro è confluita in tanti passi del NT. Nel dialogo
tra Gesù e il tentatore è ripreso Dt 8,3, arricchendone il senso: non si tratta solo di considerare che è necessario unire al cibo terreno l’accoglienza del dono continuo della provvidenza divina; Gesù giunge a contrapporre al cibo materiale quello interiore e decisivo della Parola di Dio. Inoltre, nell’indicare il principale  comandamento, la risposta di Gesù si basa su Dt 6,4-5, per indicare l’amore di Dio e del prossimo (Mt 12,28-34), così come nella controversia sulla risurrezione dei morti (sempre in Mt 12,28-34) si basa su un testo del Dt (25,5-10) per affermare una visione pura e viva di Dio. All'interrogativo dello scriba (Mc 12,28-34), Gesù risponde citando 2 testi che ricorrono nella meditazione di Israele: un passo del Dt («Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua forza»), e un passo del Levitico («Amerai il tuo prossimo come te stesso»). Tuttavia, Gesù invita l'uomo a non perdersi nei soli precetti: la volontà di Dio è semplice e chiara: amare Dio e gli uomini. Giusto che la legge si occupi dei più svariati casi della vita, a patto però che non perda di vista il centro, che è l'amore. Gesù risponde allo scriba che il 1° dei comandamenti non è uno solo, ma 2, strettamente congiunti, come 2 facce della stessa realtà. È nella capacità di mantenere uniti i due amori - l'amore a Dio e l'amore al prossimo - la misura della vera fede e della genialità cristiana. C'è chi per amare Dio si estranea dagli uomini, e c'è chi per lottare a fianco degli uomini dimentica Dio. L'esperienza biblica si dice convinta che questi 2 atteggiamenti introducano nell'esistenza degli uomini una profonda menzogna. Se si ama Dio e si trascura il prossimo, a quale Dio ci riferiamo? Non certo al Dio di Gesù Cristo. E se diciamo di amare il prossimo, ma rifiutiamo di amare l'unico Signore, allora–ecco allora l’importanza della conoscenza delle Scritture ed all’azione mediatrice della Chiesa– cadremo facilmente in potere degli idoli, e mentre pensiamo di amare il prossimo ci accorgiamo che lo stiamo strumentalizzando, imponendogli le nostre idee, la nostra visione del mondo. Cosa ancora più grave che mentre vogliamo aiutare l'uomo ad essere più uomo, rischiamo di allontanarlo dalla sua ricerca di Dio. Dio è l'unico Signore da adorare, il prossimo è solo da amare. E’ solo l'apertura a Dio che porta all'apertura verso il prossimo. È Dio il punto a cui il nostro essere tende, di cui abbiamo un'insopprimibile nostalgia, come il seme-che dopo essere entrato nella terra ed essere stato irrigato- tende con tutta la sua forza, ad uscire dalla terra per dare il suo frutto.