|
Relazione: PENTATEUCO:
ESODO
Una
premessa introduttiva…….
Il
termine “Quaresima” deriva dal latino
QUADRIGESIMA DIES (giorni). Significa quindi 40° giorno prima della Pasqua. In
questo periodo, i cristiani si preparano a una più piena, intensa e graduale
partecipazione del Mistero Pasquale, seguendo l’esempio del Signore: “Allora Gesù fu condotto nel deserto per
essere tentato dal diavolo e digiunò 40 giorni e 40 notti. E’ un itinerario
di conversione in cui ascoltare e seguire Cristo, per fare il passaggio = Esodo (questo è il significato del termine Pasqua) dal peccato alla vita nuova
nello Spirito. La chiamata di Gesù ci pone non in una situazione stagna, ma in
un cammino. E’ un cammino di
CONVERSIONE , in cui la Parola di Dio e l’intera vita liturgica e pastorale
della Chiesa, ci accompagnano ripercorrendo le grandi tappe della Storia della Salvezza in cui Dio, più
coi fatti che con le parole, attua il suo piano, invitando gli uomini alla
fede, all’alleanza, alla vita, con il dono dello Spirito. E’ un periodo forte
di gesti concreti (digiuno, preghiera,
carità), di Penitenza, in cui
siamo invitati a partecipare al mistero della morte e resurrezione di Cristo.
E’ anche periodo di preparazione per i cristiani per il catecumenato (che
culminava la notte di Pasqua col Battesimo).
Ecco il segno dell’acqua, che esprime questa duplice essenza del cammino
quaresimale: Battesimo e Riconciliazione! La
Quaresima è già prefigurata da alcuni eventi dell’Antico Testamento: 40 giorni del diluvio (cfr. Noè nella Genesi), 40
giorni di cammino di Elia verso l’Oreb (cfr. Elia), ma soprattutto i
40 giorni di cammino nel deserto e i 40
giorni di Mosè sul monte (per quanto ci riguarda oggi: l’Esodo).
L'Esodo è una narrazione
storico-religiosa (il libro dell’Esodo è stato scritto tra il 10° e il
7° secolo a.C.!) che riferisce
l'adempimento della promessa fatta da Dio ad Abramo che la sua posterità
sarebbe stata quella di un grande popolo, il quale, contraendo con Dio il Patto
dell'alleanza (la seconda, detta 'del Sinai'), sarebbe entrato in possesso
della Terra di Canaan, dove avrebbe formato quella nazione per la quale tutti i
popoli avrebbero trovato la benedizione. E' un libro molto importante perchè
contiene la Legge, ossatura morale e
religiosa del nuovo Popolo di Dio. Il
libro contiene due parti ben distinte, l'una storica e l'altra legislativa: Prima sezione, che narra del popolo ebreo oppresso dal
giogo del Faraone, della vita e della missione di Mosè, e delle dieci piaghe
d'Egitto; Seconda sezione, che narra l'uscita dall'Egitto (l'Esodo) e il
viaggio nel deserto fino al Mar Rosso, e di là fino al monte Sinai e oltre.
II) questa comprende la promulgazione della legge al Sinai e Inoltre,
contiene: il decalogo; le leggi civili, morali, religiose e
cerimoniali; la ratificazione dell'Allenza tra Dio e Israele; le
prescrizioni
divine riguardanti il tabernacolo e il culto; una digressione storica
sulla
defezione del popolo e l'adorazione del vitello d'oro; la costruzione
del
Tabernacolo. Uno dei più grandi ed importanti personaggi della storia biblica è
senza dubbio Mosè, tanto che anche Gesù viene paragonato a questo grande
patriarca, quando l’evangelista Matteo ce lo presenta come il nuovo Mosè sul
monte delle Beatitudini. Nell’episodio della Trasfigurazione di Gesù sul monte
Tabor compaiono Mosè ed Elia, per rappresentare la Legge ed i Profeti. Questo
ci fa capire l’importanza che riveste Mosè nella storia della salvezza, visto
che in lui si identifica la Legge. Fino al secolo scorso, in effetti, si
riteneva che tutto il Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e
Deuteronomio) fossero stati scritti proprio da Mosè. Oggi, dopo uno studio
attento ed approfondito dei testi, possiamo affermare che non è così, perché il
Pentateuco è andato formandosi gradualmente attraverso vari autori. Tuttavia,
però, gran parte del Pentateuco vede Mosè come personaggio principale e
raccoglie i suoi numerosi discorsi al popolo di Israele. Il libro di Genesi,
dopo aver illustrato l’origine del mondo e la storia dei grandi patriarchi,
come Noè, Abramo, Giacobbe, termina con la morte di Giuseppe in Egitto, dove si
erano trasferiti tutti i figli ed i discendenti di Giacobbe. In questa terra
straniera gli israeliti vissero per 400 anni, diventando molto numerosi e
godendo del favore dei faraoni. Il libro dell’Esodo inizia descrivendo questa
situazione di benessere di Israele, ma parla di un cambio di dinastia sul trono
di Egitto. La nuova famiglia regnante non è più favorevole agli ebrei e inizia
a preoccuparsi per il numero e la forza di questo popolo straniero, che da un
momento all’altro avrebbe potuto insorgere, alleandosi in guerra con i nemici
degli egiziani. Così il popolo ebreo fu sottomesso con durezza, costretto a
lavori molto pesanti, divenendo così schiavi. Il faraone ordina anche
l’uccisione dei figli maschi degli ebrei, per evitare la crescita di questo
popolo. Fu così che una mamma ebrea, per salvare dalla morte il suo figlio,
decide di metterlo in salvo in una cesta e deporlo sulle acque del fiume Nilo.
La figlia del faraone, che stava nel fiume per il bagno, vide questa cesta e
trovò il bambino, al quale subito si affezionò, per cui decide di portarlo a
palazzo per allevarlo come suo figlio, a cui diede nome Mosè, perché salvato
dalle acque. Il bambino cresceva alla corte del faraone e divenne adulto.
Es 2,11-15. - Mosè comprende i suoi limiti umani.
Un
giorno, Mosè decide di uscire per vedere i suoi fratelli connazionali e si
accorge della durezza a cui sono sottoposti. Quando assiste alla scena di un
egiziano che stava picchiando un ebreo, la collera lo porta ad uccidere
l’egiziano, dopo essersi assicurato che intorno non vi fosse nessuno. Il giorno
dopo esce nuovamente e cerca di mettere pace tra due litiganti, ma fallisce;
anzi, uno di loro gli rinfaccia anche l’omicidio commesso il giorno prima. Gli
viene detto: “Chi ti ha nominato capo e giudice sopra di noi?” Mosè si sente
sconfitto da questa domanda; pur essendo giuridicamente il nipote del faraone,
la sua autorità non è riconosciuta, ma viene sempre visto come ebreo che non
appartiene più al suo popolo. Insomma, Mosè va in crisi perché non trova la sua
identità: non è accettato come ebreo e non gode neppure dell’autorità dei
principi. La sua iniziativa di mettere pace fallisce, perché nasce su
presupposti sbagliatiànessuno
è riconosciuto leader se la sua autorità non viene da Dio! Parte unicamente da sé, dalla sua vanità,
volendo dimostrare un’autorità che non c’è e che vuole dimostrare anche con la
forza e la violenza, uccidendo l’egiziano. Con questi presupposti non si giunge
da nessuna parte, ma si sperimenta solo l’amarezza della sconfitta. Ora, però,
non può neppure tornare più a palazzo, a causa dell’omicidio commesso, per cui
è costretto a fuggire lontano e si rifugia nel territorio di Madian. Qui
incontra la sua sposa, Zippora, figlia del sacerdote Ietro. Trascorrono
gli anni e la schiavitù degli israeliti diventa sempre più dura. Dio
ascolta le suppliche ed i lamenti del suo popolo e decide di intervenire.
3,1-22. Come al solito, Dio
irrompe nella vita dei suoi eletti senza preavviso e nei momenti meno
aspettati.
Mosè è al pascolo col suo gregge e si accorge di un
cespuglio che arde, ma senza consumarsi. Preso dalla curiosità, si avvicina per
osservare meglio lo strano fenomeno e ad un tratto si sente chiamare da Dio, il
quale gli rivela la sua intenzione di liberare il popolo schiavo in Egitto,
servendosi proprio di lui. Mosè fa un’obiezione a Dio: “Chi sono per andare dal
faraone per far uscire gli Israeliti dall’Egitto?”. Si tratta della stessa
domanda che gli fu rivolta quando egli cercava di mettere pace tra i due
litiganti. “Chi sei tu Mosè non vuole rischiare di nuovo una
sconfitta - Mosè fa tesoro dell’esperienza negativa, ma deve fare
un passo avanti: fidarsi pienamente di Dio! Dopo tanti
anni ha imparato la lezione e se ne sta per conto suo. L’esperienza del cristiano è l’esperienza di
vita! Ora, però, è diverso: non è più lui a proporsi per dimostrare la
sua autorità e la sua superiorità; è Dio adesso che lo invia e gli affida una
missione. Infatti all’obiezione di Mosè, Dio risponde: “Io sarò con te”. Non è Mosè che va a liberare il popolo, ma è Dio
stesso che si serve di lui. “Io sarò con
te” e questo deve bastargli. Anche per noi, impegnati in vario modo a
“liberare” il popolo di Dio dalle sue schiavitù, deve essere chiaro che senza
Dio non possiamo fare nulla, come ci ricorda Gesù nel vangelo “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5), ma che dobbiamo rimanere attaccati a Dio, come i tralci alla vite, se davvero
vogliamo portare frutti (cfr Gv
15,4). Questo ce lo insegna anche S. Paolo in vari passi: “Per grazia di Dio però sono quello che
sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti
loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (1Cor 15,10); “Ed egli mi ha
detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente
nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché
dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor
12,9). Mosè è sorpreso da questa chiamata e continua a fare domande per
capire anche cosa dovrà fare e come portare avanti questa missione che gli
piomba addosso; per questo osa chiedere a Dio il suo nome. Tra amici, quando ci
si conosce, è normale chiedere come prima cosa il nome. Conoscere il nome di
una persona garantisce in qualche maniera una certa familiarità con quella
persona. Questo avviene anche nell’incontro tra Dio e Mosè, il quale verrà
denominato poi “l’amico di Dio”, colui che parlava con Dio come ad un amico.
Dio dice di chiamarsi “Io Sono”, cioè afferma che Egli è l’Essere per
eccellenza, da cui tutte le cose traggono la loro esistenza, il loro essere.
Dio è il Verbo, la Parola, l’Essere. “Io sono” significa “Io sarò sempre quello
che sono”, oppure “Io sono chi sono”. Dio rimane immutabile nel suo essere, sarà
sempre fedele a sé stesso! Mosè comprende che Dio è un Nome e non può
essere compreso, circoscritto, posseduto dall’uomo; capisce che Dio è la fonte
dell’esistenza di tutte le cose e non una banale “statuetta” di bronzo o
argilla, come tanti credevano in quell’epoca. Mosè sta facendo vera esperienza
di Dio, lo ha incontrato, è stato interpellato da Dio e interloquisce con Lui,
come si fa con una persona. Dio è Persona con cui l’uomo può entrare in
relazione e in dialogo. Gesù ci insegnerà che Dio è Tre Persone distinte ma non
separate, anzi unite da un’unica divinità. Questo Dio che prende l’iniziativa e
che chiama Mosè per affidargli una grande missione, divenendo collaboratore
dell’opera di salvezza di Dio, è anche accanto all’uomo nella storia; infatti il
Signore si presenta come Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, per dimostrare
che si tratta dello stesso Dio fedele ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe: le
promesse fatte al “Padre nella fede” sono sempre valide e non saranno mai
tradite nei secoli futuri. Anche a Mosè viene riconfermata la promessa della
terra, dopo la liberazione dall’Egitto; anzi, il Signore dice che gli Israeliti
partiranno dal luogo della loro schiavitù carichi di ogni ricchezza d’oro e
d’argento. Non solo, quindi, la liberazione, ma molto di più di quanto
loro stessi si aspettavano. Questo è
tipico di Dio: quando lo si invoca e si chiede a Lui aiuto, non solo Egli è
pronto ad esaudirci, ma dona più di quanto noi potevamo e osavamo chiedere.
4,1-17.
Mosè è un abile calcolatore molto
razionale e pensa a tutto.
Nella sua perplessità si rende conto che
quando andrà davanti al faraone nessuno crederà a quanto egli dirà circa il suo
dialogo con Dio, per cui chiede delle garanzie e viene accontentato. Mosè,
infatti, sapeva che se il faraone non gli avesse creduto, avrebbe avuto tutte
le motivazioni per non prestare fede alle sue parole. Chi poteva garantire al
re d’Egitto che Mosè non stesse inventando tutto, quando avrebbe raccontato del
suo “incontro” e dialogo con il suo Dio? Non vi erano testimoni. Mosè è
consapevole di tutto questo e deve affrontare anche questo rischio; ma questa
volta davvero non è più solo e non ha paura del faraone, perché ha incontrato
Dio, il vero Dio che gli ha promesse di essere al suo fianco in questa
missione. Anche l’impedimento della sua parola balbuziente è risolto con
l’aiuto di suo fratello Aronne, che parlerà per lui.
Notate
come l’aver incontrato veramente Dio, tolga la paura di testimoniarlo, anche
rischiando!
I capitoli 7-15 del libro dell’Esodo
ci narrano la “lotta” tra Dio e il faraone, con le famose dieci piaghe, con cui
il Signore riesce a convincere il sovrano egiziano a liberare gli ebrei.
Finalmente, dopo la decima piaga, arriva il momento della Pasqua, cioè il
passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla condizione di non-popolo a popolo
di Dio. In fretta si organizza questa partenza, chiamata esodo, cioè uscita.
Questo è per Mosè il vero esodo, non come quello che aveva vissuto già
privatamente e nel segno della violenza, quando uscì dalla corte faraonica per
tornare dai suoi fratelli. L’evento della Pasqua diventa momento fondamentale
per la storia di Israele, tanto che si ricorderà ogni anno con una solenne
celebrazione. Si può dire ora che la prima promessa di Dio fatta ad Abramo si è
realizzata: Israele è diventato un popolo numeroso. Ora deve prendere possesso
della terra, per cui si mette in cammino nel deserto. Prima, però, è necessario
avere una legge, per cui Dio stipula con il suo popolo un’alleanza. Questo è
l’evento centrale del libro dell’Esodo, ma anche di tutta la storia dell’Antico
Testamento. Con la consegna della legge Israele si impegna a seguire fedelmente
il Signore che lo ha liberato e che l’ha reso popolo; tuttavia, farà
continuamente esperienza di infedeltà, non soltanto in epoche lontane da questi
fatti, ma già appena usciti dall’Egitto, mentre sono ancora in marcia verso la
terra promessa (cfr Sal 77). L’emblema dell’infedeltà e dell’idolatria di
Israele è proprio il vitello d’oro che
si sono costruiti mentre Mosè era ritirato sul monte Sinai per ricevere le 10
Parole di Dio.
Proprio nei casi di infedeltà del popolo, Mosè emerge come intercessore e
mediatore tra Dio e gli uomini: da una parte implora il perdono di Dio,
dall’altra rimprovera il suo popolo per il peccato commesso. In questo senso,
Mosè è figura e modello di chi offre la sua vita a Dio per il suo popolo; di
chi continuamente indica agli uomini nel deserto la strada della vita e allo
stesso tempo chiede a Dio perdono per i peccati del suo popolo e Lui presenta
ogni necessità.
Mosè è, dunque, il protagonista principale al Sinai e l’unico mediatore. È lui
che promulga la legge fondamentale (Es
20,1-17). Sulla base di questa legge Mosè impegna Israele con il rito del
sangue (Es 24,3-8); in questo modo
Israele diventa il “popolo di YHWH”. È sempre lui
che, ricevuto il progetto della costruzione della tenda della Dimora (Es 25,31), lo realizza (Es 35,40) e YHWH con la sua gloria ne
prende possesso (Es 40,34). Quando
la nube della Gloria si alzava al di sopra della tenda, Mosè capiva che
bisognava rimettersi in cammino e Israele nella sua fede si metteva alla
sequela di Dio.
A questo Mosè, il testo dell’Esodo riserva anche una particolare visione di Dio
e della sua Gloria (Es 33,18-23). Si
tratta di una visione di Dio “di spalle”. L’Antico
Testamento ha un senso tale della trascendenza di Dio da negare persino a Mosè
la vicinanza di Dio “da uomo a uomo”: Dio rimane l’invisibile, l’inafferabile.
Le vicende del cammino nel deserto non sono narrate tutte nel libro dell’Esodo,
ma sono contenute anche nel Levitico, che si sofferma maggiormente sulle norme
per il culto; nel libro dei Numeri, che prende il suo nome dall’episodio del
censimento con cui si apre il testo; e infine nel libro del Deuteronomio.
Questo testo, che chiude il Pentateuco, riporta vari discorsi di Mosè per
invitare il popolo a rimanere fedele all’alleanza che ha stabilito con YHWH sul
Sinai. Unicamente da questa fedeltà dipenderà il destino del popolo eletto:
questo è il messaggio principale che Mosè vuole lasciare a Israele. Dopo aver
ripetuto più volte questo insegnamento Mosè avverte che la sua missione è
finita e che può morire (Dt 34). In quell’atteggiamento di vigilanza e di
apertura all’imprevisto di Dio, che è alla base di ogni vera spiritualità, Mosè
passa mano. La sua missione storica e religiosa è finita. Un altro la porterà a
termine: Giosuè. Anche questo è un tratto tipico della spiritualità biblica:
Dio si serve di uomini per le sue opere, ma nessuno è indispensabile, perciò
Dio s’incarna nella persona di Gesù Cristo, sino all’estremo sacrificio. Mosè
servì in Egitto, al Sinai e lungo il cammino; al Giordano e in Canaan un altro
prenderà il suo posto. Ognuno nella storia della Salvezza ha il suo carisma
ed il suo compito e questo dovrebbe aiutare a riflettere, in merito ai compiti
e ai carismi che ognuno di noi ha all’interno della comunità cristiana, come ci
ricorda l’apostolo Paolo (1Cor, 12-31) che
termina così……“Ora voi siete
corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come
apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi
vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare,
delle lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti
operatori di miracoli? Tutti possiedono doni di far guarigioni? Tutti parlano
lingue? Tutti le interpretano? Aspirate ai carismi più grandi! E io
vi mostrerò una via migliore di tutte”.
|