Parrocchia San Giuseppe
Seconda tappa: ESODO

"Dio creò
l'uomo"


Io sono Colui
che sono


"perchè possiate  distinguere"


"celebreranno la pasqua nel tempo stabilito"



Relazione:  PENTATEUCO: ESODO 

Una premessa introduttiva…….

Il termine “Quaresima” deriva dal latino QUADRIGESIMA DIES (giorni). Significa quindi 40° giorno prima della Pasqua.
In questo periodo, i cristiani si preparano a una più piena, intensa e graduale partecipazione del Mistero Pasquale, seguendo l’esempio del Signore: “Allora Gesù fu condotto nel deserto per essere tentato dal diavolo e digiunò 40 giorni e 40 notti.
E’ un itinerario di conversione in cui ascoltare e seguire Cristo, per fare il passaggio = Esodo (questo è il significato del termine Pasqua) dal peccato alla vita nuova nello Spirito.
La chiamata di Gesù ci pone non in una situazione stagna, ma in un cammino. E’ un cammino di CONVERSIONE , in cui la Parola di Dio e l’intera vita liturgica e pastorale della Chiesa, ci accompagnano ripercorrendo le grandi tappe della Storia della Salvezza in cui Dio, più coi fatti che con le parole, attua il suo piano, invitando gli uomini alla fede, all’alleanza, alla vita, con il dono dello Spirito. E’ un periodo forte di gesti concreti (digiuno, preghiera, carità), di Penitenza, in cui siamo invitati a partecipare al mistero della morte e resurrezione di Cristo. E’ anche periodo di preparazione per i cristiani per il catecumenato (che culminava la notte di Pasqua col Battesimo). Ecco il segno dell’acqua, che esprime questa duplice essenza del cammino quaresimale: Battesimo e Riconciliazione!

La Quaresima è già prefigurata da alcuni eventi dell’Antico Testamento: 40 giorni del diluvio (cfr. Noè nella Genesi), 40 giorni di cammino di Elia verso l’Oreb (cfr. Elia), ma soprattutto i 40 giorni di cammino nel deserto e  i 40 giorni di Mosè sul monte (per quanto ci riguarda oggi: l’Esodo).

L'Esodo è una narrazione storico-religiosa (il libro dell’Esodo è stato scritto tra il 10° e il 7° secolo a.C.!) che riferisce l'adempimento della promessa fatta da Dio ad Abramo che la sua posterità sarebbe stata quella di un grande popolo, il quale, contraendo con Dio il Patto dell'alleanza (la seconda, detta 'del Sinai'), sarebbe entrato in possesso della Terra di Canaan, dove avrebbe formato quella nazione per la quale tutti i popoli avrebbero trovato la benedizione. E' un libro molto importante perchè contiene la Legge, ossatura morale e religiosa del nuovo Popolo di Dio.         

Il libro contiene due parti ben distinte, l'una storica e l'altra legislativa:
Prima sezione, che narra del popolo ebreo oppresso dal giogo del Faraone, della vita e della missione di Mosè, e delle dieci piaghe d'Egitto;

Seconda sezione, che narra l'uscita dall'Egitto (l'Esodo) e il viaggio nel deserto fino al Mar Rosso, e di là fino al monte Sinai e oltre.
II) questa comprende la promulgazione della legge al Sinai e Inoltre, contiene: il decalogo; le leggi civili, morali, religiose e cerimoniali; la ratificazione dell'Allenza tra Dio e Israele; le prescrizioni divine riguardanti il tabernacolo e il culto; una digressione storica sulla defezione del popolo e l'adorazione del vitello d'oro; la costruzione del Tabernacolo.

Uno dei più grandi ed importanti personaggi della storia biblica è senza dubbio Mosè, tanto che anche Gesù viene paragonato a questo grande patriarca, quando l’evangelista Matteo ce lo presenta come il nuovo Mosè sul monte delle Beatitudini. Nell’episodio della Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor compaiono Mosè ed Elia, per rappresentare la Legge ed i Profeti. Questo ci fa capire l’importanza che riveste Mosè nella storia della salvezza, visto che in lui si identifica la Legge. Fino al secolo scorso, in effetti, si riteneva che tutto il Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) fossero stati scritti proprio da Mosè. Oggi, dopo uno studio attento ed approfondito dei testi, possiamo affermare che non è così, perché il Pentateuco è andato formandosi gradualmente attraverso vari autori. Tuttavia, però, gran parte del Pentateuco vede Mosè come personaggio principale e raccoglie i suoi numerosi discorsi al popolo di Israele. Il libro di Genesi, dopo aver illustrato l’origine del mondo e la storia dei grandi patriarchi, come Noè, Abramo, Giacobbe, termina con la morte di Giuseppe in Egitto, dove si erano trasferiti tutti i figli ed i discendenti di Giacobbe. In questa terra straniera gli israeliti vissero per 400 anni, diventando molto numerosi e godendo del favore dei faraoni. 

Il libro dell’Esodo inizia descrivendo questa situazione di benessere di Israele, ma parla di un cambio di dinastia sul trono di Egitto. 
La nuova famiglia regnante non è più favorevole agli ebrei e inizia a preoccuparsi per il numero e la forza di questo popolo straniero, che da un momento all’altro avrebbe potuto insorgere, alleandosi in guerra con i nemici degli egiziani. Così il popolo ebreo fu sottomesso con durezza, costretto a lavori molto pesanti, divenendo così schiavi. Il faraone ordina anche l’uccisione dei figli maschi degli ebrei, per evitare la crescita di questo popolo. Fu così che una mamma ebrea, per salvare dalla morte il suo figlio, decide di metterlo in salvo in una cesta e deporlo sulle acque del fiume Nilo. La figlia del faraone, che stava nel fiume per il bagno, vide questa cesta e trovò il bambino, al quale subito si affezionò, per cui decide di portarlo a palazzo per allevarlo come suo figlio, a cui diede nome Mosè, perché salvato dalle acque. Il bambino cresceva alla corte del faraone e divenne adulto.

Es 2,11-15. - Mosè comprende i suoi limiti umani.
Un giorno, Mosè decide di uscire per vedere i suoi fratelli connazionali e si accorge della durezza a cui sono sottoposti. Quando assiste alla scena di un egiziano che stava picchiando un ebreo, la collera lo porta ad uccidere l’egiziano, dopo essersi assicurato che intorno non vi fosse nessuno. Il giorno dopo esce nuovamente e cerca di mettere pace tra due litiganti, ma fallisce; anzi, uno di loro gli rinfaccia anche l’omicidio commesso il giorno prima. Gli viene detto: “Chi ti ha nominato capo e giudice sopra di noi?” Mosè si sente sconfitto da questa domanda; pur essendo giuridicamente il nipote del faraone, la sua autorità non è riconosciuta, ma viene sempre visto come ebreo che non appartiene più al suo popolo. Insomma, Mosè va in crisi perché non trova la sua identità: non è accettato come ebreo e non gode neppure dell’autorità dei principi. La sua iniziativa di mettere pace fallisce, perché nasce su presupposti sbagliatiànessuno è riconosciuto leader se la sua autorità non viene da Dio!
Parte unicamente da sé, dalla sua vanità, volendo dimostrare un’autorità che non c’è e che vuole dimostrare anche con la forza e la violenza, uccidendo l’egiziano. Con questi presupposti non si giunge da nessuna parte, ma si sperimenta solo l’amarezza della sconfitta. Ora, però, non può neppure tornare più a palazzo, a causa dell’omicidio commesso, per cui è costretto a fuggire lontano e si rifugia nel territorio di Madian.
Qui incontra la sua sposa, Zippora, figlia del sacerdote Ietro.
Trascorrono gli anni e la schiavitù degli israeliti diventa sempre più dura. Dio ascolta le suppliche ed i lamenti del suo popolo e decide di intervenire.


3,1-22. Come al solito, Dio irrompe nella vita dei suoi eletti senza preavviso e nei momenti meno aspettati.
Mosè è al pascolo col suo gregge e si accorge di un cespuglio che arde, ma senza consumarsi. Preso dalla curiosità, si avvicina per osservare meglio lo strano fenomeno e ad un tratto si sente chiamare da Dio, il quale gli rivela la sua intenzione di liberare il popolo schiavo in Egitto, servendosi proprio di lui. Mosè fa un’obiezione a Dio: “Chi sono per andare dal faraone per far uscire gli Israeliti dall’Egitto?”. Si tratta della stessa domanda che gli fu rivolta quando egli cercava di mettere pace tra i due litiganti. “Chi sei tu Mosè non vuole rischiare di nuovo una sconfitta - Mosè fa tesoro dell’esperienza negativa, ma deve fare un passo avanti: fidarsi pienamente di Dio!  Dopo tanti anni ha imparato la lezione e se ne sta per conto suo. L’esperienza del cristiano è l’esperienza di vita! Ora, però, è diverso: non è più lui a proporsi per dimostrare la sua autorità e la sua superiorità; è Dio adesso che lo invia e gli affida una missione. Infatti all’obiezione di Mosè, Dio risponde: “Io sarò con te”. Non è Mosè che va a liberare il popolo, ma è Dio stesso che si serve di lui. “Io sarò con te” e questo deve bastargli. Anche per noi, impegnati in vario modo a “liberare” il popolo di Dio dalle sue schiavitù, deve essere chiaro che senza Dio non possiamo fare nulla, come ci ricorda Gesù nel vangelo “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5), ma che dobbiamo rimanere attaccati a Dio, come i tralci alla vite, se davvero vogliamo portare frutti (cfr Gv 15,4). Questo ce lo insegna anche S. Paolo in vari passi: “Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (1Cor 15,10); “Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,9). Mosè è sorpreso da questa chiamata e continua a fare domande per capire anche cosa dovrà fare e come portare avanti questa missione che gli piomba addosso; per questo osa chiedere a Dio il suo nome. Tra amici, quando ci si conosce, è normale chiedere come prima cosa il nome. Conoscere il nome di una persona garantisce in qualche maniera una certa familiarità con quella persona. Questo avviene anche nell’incontro tra Dio e Mosè, il quale verrà denominato poi “l’amico di Dio”, colui che parlava con Dio come ad un amico. Dio dice di chiamarsi “Io Sono”, cioè afferma che Egli è l’Essere per eccellenza, da cui tutte le cose traggono la loro esistenza, il loro essere. Dio è il Verbo, la Parola, l’Essere. “Io sono” significa “Io sarò sempre quello che sono”, oppure “Io sono chi sono”. Dio rimane immutabile nel suo essere, sarà sempre fedele a sé stesso! Mosè comprende che Dio è un Nome e non può essere compreso, circoscritto, posseduto dall’uomo; capisce che Dio è la fonte dell’esistenza di tutte le cose e non una banale “statuetta” di bronzo o argilla, come tanti credevano in quell’epoca. Mosè sta facendo vera esperienza di Dio, lo ha incontrato, è stato interpellato da Dio e interloquisce con Lui, come si fa con una persona. Dio è Persona con cui l’uomo può entrare in relazione e in dialogo. Gesù ci insegnerà che Dio è Tre Persone distinte ma non separate, anzi unite da un’unica divinità. Questo Dio che prende l’iniziativa e che chiama Mosè per affidargli una grande missione, divenendo collaboratore dell’opera di salvezza di Dio, è anche accanto all’uomo nella storia; infatti il Signore si presenta come Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, per dimostrare che si tratta dello stesso Dio fedele ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe: le promesse fatte al “Padre nella fede” sono sempre valide e non saranno mai tradite nei secoli futuri. Anche a Mosè viene riconfermata la promessa della terra, dopo la liberazione dall’Egitto; anzi, il Signore dice che gli Israeliti partiranno dal luogo della loro schiavitù carichi di ogni ricchezza d’oro e d’argento.
Non solo, quindi, la liberazione, ma molto di più di quanto loro stessi si aspettavano.  
Questo è tipico di Dio: quando lo si invoca e si chiede a Lui aiuto, non solo Egli è pronto ad esaudirci, ma dona più di quanto noi potevamo e osavamo chiedere.


4,1-17.
Mosè è un abile calcolatore molto razionale e pensa a tutto.
Nella sua perplessità si rende conto che quando andrà davanti al faraone nessuno crederà a quanto egli dirà circa il suo dialogo con Dio, per cui chiede delle garanzie e viene accontentato. Mosè, infatti, sapeva che se il faraone non gli avesse creduto, avrebbe avuto tutte le motivazioni per non prestare fede alle sue parole. Chi poteva garantire al re d’Egitto che Mosè non stesse inventando tutto, quando avrebbe raccontato del suo “incontro” e dialogo con il suo Dio? Non vi erano testimoni. Mosè è consapevole di tutto questo e deve affrontare anche questo rischio; ma questa volta davvero non è più solo e non ha paura del faraone, perché ha incontrato Dio, il vero Dio che gli ha promesse di essere al suo fianco in questa missione. Anche l’impedimento della sua parola balbuziente è risolto con l’aiuto di suo fratello Aronne, che parlerà per lui.
Notate come l’aver incontrato veramente Dio, tolga la paura di testimoniarlo, anche rischiando!

I capitoli 7-15 del libro dell’Esodo ci narrano la “lotta” tra Dio e il faraone, con le famose dieci piaghe, con cui il Signore riesce a convincere il sovrano egiziano a liberare gli ebrei. Finalmente, dopo la decima piaga, arriva il momento della Pasqua, cioè il passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla condizione di non-popolo a popolo di Dio. In fretta si organizza questa partenza, chiamata esodo, cioè uscita. Questo è per Mosè il vero esodo, non come quello che aveva vissuto già privatamente e nel segno della violenza, quando uscì dalla corte faraonica per tornare dai suoi fratelli. L’evento della Pasqua diventa momento fondamentale per la storia di Israele, tanto che si ricorderà ogni anno con una solenne celebrazione. Si può dire ora che la prima promessa di Dio fatta ad Abramo si è realizzata: Israele è diventato un popolo numeroso. Ora deve prendere possesso della terra, per cui si mette in cammino nel deserto. Prima, però, è necessario avere una legge, per cui Dio stipula con il suo popolo un’alleanza.
Questo è l’evento centrale del libro dell’Esodo, ma anche di tutta la storia dell’Antico Testamento.
Con la consegna della legge Israele si impegna a seguire fedelmente il Signore che lo ha liberato e che l’ha reso popolo; tuttavia, farà continuamente esperienza di infedeltà, non soltanto in epoche lontane da questi fatti, ma già appena usciti dall’Egitto, mentre sono ancora in marcia verso la terra promessa (cfr Sal 77).      
L’emblema dell’infedeltà e dell’idolatria di Israele è proprio il vitello d’oro che si sono costruiti mentre Mosè era ritirato sul monte Sinai per ricevere le 10 Parole di Dio.
Proprio nei casi di infedeltà del popolo, Mosè emerge come intercessore e mediatore tra Dio e gli uomini: da una parte implora il perdono di Dio, dall’altra rimprovera il suo popolo per il peccato commesso. In questo senso, Mosè è figura e modello di chi offre la sua vita a Dio per il suo popolo; di chi continuamente indica agli uomini nel deserto la strada della vita e allo stesso tempo chiede a Dio perdono per i peccati del suo popolo e Lui presenta ogni necessità.
Mosè è, dunque, il protagonista principale al Sinai e l’unico mediatore. È lui che promulga la legge fondamentale (Es 20,1-17). Sulla base di questa legge Mosè impegna Israele con il rito del sangue (Es 24,3-8); in questo modo Israele diventa il “popolo di YHWH”.
È sempre lui che, ricevuto il progetto della costruzione della tenda della Dimora (Es 25,31), lo realizza (Es 35,40) e YHWH con la sua gloria ne prende possesso (Es 40,34).
Quando la nube della Gloria si alzava al di sopra della tenda, Mosè capiva che bisognava rimettersi in cammino e Israele nella sua fede si metteva alla sequela di Dio.
A questo Mosè, il testo dell’Esodo riserva anche una particolare visione di Dio e della sua Gloria (Es 33,18-23). Si tratta di una visione di Dio “di spalle”.
L’Antico Testamento ha un senso tale della trascendenza di Dio da negare persino a Mosè la vicinanza di Dio “da uomo a uomo”: Dio rimane l’invisibile, l’inafferabile.
Le vicende del cammino nel deserto non sono narrate tutte nel libro dell’Esodo, ma sono contenute anche nel Levitico, che si sofferma maggiormente sulle norme per il culto; nel libro dei Numeri, che prende il suo nome dall’episodio del censimento con cui si apre il testo; e infine nel libro del Deuteronomio. Questo testo, che chiude il Pentateuco, riporta vari discorsi di Mosè per invitare il popolo a rimanere fedele all’alleanza che ha stabilito con YHWH sul Sinai. Unicamente da questa fedeltà dipenderà il destino del popolo eletto: questo è il messaggio principale che Mosè vuole lasciare a Israele. Dopo aver ripetuto più volte questo insegnamento Mosè avverte che la sua missione è finita e che può morire (Dt 34). In quell’atteggiamento di vigilanza e di apertura all’imprevisto di Dio, che è alla base di ogni vera spiritualità, Mosè passa mano. La sua missione storica e religiosa è finita. Un altro la porterà a termine: Giosuè. Anche questo è un tratto tipico della spiritualità biblica: Dio si serve di uomini per le sue opere, ma nessuno è indispensabile, perciò Dio s’incarna nella persona di Gesù Cristo, sino all’estremo sacrificio. Mosè servì in Egitto, al Sinai e lungo il cammino; al Giordano e in Canaan un altro prenderà il suo posto. Ognuno nella storia della Salvezza  ha il suo carisma ed il suo compito e questo dovrebbe aiutare a riflettere, in merito ai compiti e ai carismi che ognuno di noi ha all’interno della comunità cristiana, come ci ricorda l’apostolo Paolo (1Cor, 12-31) che termina così……“Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti operatori di miracoli? Tutti possiedono doni di far guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?  Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte”.