IL PENTATEUCO
"Gli Israeliti celebreranno la pasqua nel tempo stabilito.
La celebrerete nel tempo stabilito..."Premesse introduttive……
Quarto libro dell’Antico Testamento. Prende il nome dall’apertura
del libro, sul censimento delle 12 tribù di Israele accampate ai piedi del
monte Sinai. Su questo sfondo, si muove il popolo, almeno per i primi 4
capitoli. In ebraico, il Libro dei Numeri deriva da Be-Midbar (“nel
deserto”), più appropriato, poiché narra soprattutto delle peregrinazioni nel deserto
degli israeliti guidati da Mosè, fino all’arrivo, 39 anni dopo, nelle pianure
di Moab, vicine alla Terra di Canaan.
La parola chiave per
il libro dei Numeri è fedeltà.
Racconta il viaggio del popolo d’Israele attraverso il deserto
dalla schiavitù in Egitto, verso la speranza e la libertà della terra promessa.
Tramite una varietà di
materiali relativi a questo passaggio, il libro delinea la storia
di una comunità che, di fronte a gruppi e interessi in conflitto, si sforza di
definire se stessa e la propria missione nel mondo. Questo libro ha un'importanza
teologica e si rivolge in particolare alla chiesa moderna nel proprio complesso
viaggio in un tempo difficile. STRUTTURA:
Il libro si divide in tre
sezioni:
1)
(Nm
1,1-10,10) gli ultimi giorni sul monte Sinai: disposizioni per
la partenza, censimento e posizione delle tribù nel campo; ultimi fatti e
segnali di partenza dal Sinai; s’interessa anche alle questioni inerenti il
culto (cfr. Nm 5-10)
2)
(Nm
10,11-20,13) un periodo di circa 38 anni nel deserto a sud della Terra Promessa.
Viaggio attraverso il deserto: dal Sinai alla sosta di Kades, riassume le tappe
nel deserto e accenna alla prima esplorazione della terra di Canaan (cfr. Nm
11-14) e dà altre leggi cultuali (cf. Nm 15-19);
3)
(Nm
20,13-36) narra di dell’arrivo ai presso Canaan da est e poi a Moab (cfr. Nm 20-25) e ultime disposizioni legislative
che chiudono il libro (cfr. Nm 26-36). In sintesi…
Capp. 1-10: Preparazione del “piano”: Israele si dispone a camminare nel deserto:
preparazione cultuale e militare, coi censimenti. La tenda è al centro del
“cammino”.
Capp. 10-36:
Esecuzione del piano: Israele deve
imparare a “camminare con Dio”. La ribellione a Dio produce morte (13-14). Si
entra nella terra per pura grazia (“non
voi, ma i vostri bambini/figli!”). RACCONTO
1. Al Sinai (cc.
1-10): Israele sta per iniziare
la 2a tappa del suo itinerario: la
partenza
avviene dopo la celebrazione della grande pasqua; tra 1,1 e 10,10 trascorrono
circa 20 giorni. Nei cc.1-4. troviamo i censimenti: è la continuità di Israele
nei secoli. Siamo nel post-esilio. Israele
è da concepire come albero cresciuto dalla radice di tribù raccolte attorno al
Dio del Sinai e guidati da Mosè. I cc.5-6 raccolgono norme sulla vita sociale
ai piedi del Sinai, che anticipano simbolicamente la vita sociale dell’Israele
sedentario. I cc.7-8 riprendono la questione “levitica e sacerdotale”, con
riferimento alla consacrazione dell’arca e dei leviti. Si chiude con la
celebrazione della pasqua del deserto e le ultime indicazioni.
2. La marcia nel deserto (cc. 10-21): Corpo centrale di un itinerario di 40 anni di
deserto, fatto di tentazioni e speranze, di vicinanza a Dio e di rottura. In
10,11-12,16 sono indicate tensioni nel popolo in marcia, sino alla ribellione
di Aronne e Maria contro Mosè (12,1-6). Nei cc. 1314: la missione degli esploratori nella terra di Canaan
e l’ennesima “mormorazione” di Israele. In 13,23, 2 esploratori di ritorno
dalla terra di Canaan, portano insieme una asta da cui pende il grappolo di uva,
che essi accompagnano col frutto di melograno e di fico: “Giunsero fino alla valle di Escol, dove tagliarono un tralcio con un
grappolo d’uva, che portarono in due con una stanga, e presero anche melagrane
e fichi”. Nell’asta portata dai due, i Padri della Chiesa hanno voluto
vedere il legno della Croce, da cui pende Cristo: “Figura Christi pendentis in ligno” (cfr. Evagrio, 430 circa). Nei
cc.15-19 dopo una pagina di stampo giuridico-rituale, altre 2 rivolte
(cc.16-17); poi, il sacerdozio di Aronne e il rito della purificazione. In
22,1, termina quasi l’esperienza del
deserto.
3.
Alle soglie della terra (cc. 22-36): Lo scenario sono le steppe montuose di Moab, vicine al Giordano. In cc.
22-24 ci sono 4 splendidi poemi, che esaltano la potenza di Israele, invincibile
per l’elezione di Dio. Dal c. 25 in poi c’è una mescolanza narrativa e
legislativa, che fa riferimento al rapporto d’alleanza con Dio e alle
tentazioni idolatriche.
TRE GRANDI ATTORI: DIO, MOSE’, POPOLO
D’ISRAELE
Il
Signore
è il vero protagonista: non abbandona mai Israele in mezzo alle solitudini e
alle ostilità del deserto. Segno di questa presenza continua è la nube.
Mosé, mediatore tra Dio e il popolo, appassionato del
Signore, ma anche visceralmente legato al suo popolo. In 12,3 è definito “molto più mansueto di ogni uomo che è sulla
terra”. Eppure, partecipa della fragilità creaturale (c. 20): è oscura la
colpa da lui commessa a Meriba (varie ipotesi), ma non gli impedirà di
introdurre il popolo nella terra promessa. Notate come Dio si serva di persone
che vivono le debolezze umane, ma riesce attraverso queste persone, a portare a
termine il suo progetto. La storia biblica ne è piena…(“Davide con la moglie di
Uria”, “di prostitute, ecc…). Il popolo: ribelle, ostinato, infedele, che “mormora”: riceve il
giudizio divino. La supplica di Mosè tenta di introdurre il principio della
responsabilità individuale, che verrà
teorizzato in Ezechiele(c.18). Israele, però, resta oggetto ultimo della
premura e dell’amore di Dio (sarà l’identità storica di questo popolo). L’opzione
resta la libertà di accogliere o meno quest’ amore che alla fine vincerà.
TEOLOGIA DEL DESERTO, DELLA LEGGE E
DELLA SPERANZA
Più
che spazio, il deserto è tempo in cui Dio rivela la sua parola. Scelta
fondamentale tra la fedeltà e l’idolatria riproposta in vari episodi (11; 12;
14; 16; 20; 25); da fare nel quotidiano, in cui Dio si rivela, mediante segni
della sua presenza. Deserto come
paradigma di tutta la vicenda storico-religiosa.
1.
LEGGI SOCIALI: Spaccato della vita
di Israele e spesso, testimonianza vivissima dell’incarnazione della parola di
Dio. Alcuni esempi sono in 5,11-31, dove il giudizio divino si
esprime attraverso l’acqua, che rivela dai suoi effetti se è stato commesso o
meno un adulterio. In Nm 15,15 si dice: “Vi sarà una
sola legge per tutta la comunità, per voi e per lo straniero che soggiorna in
mezzo a voi; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; come siete
voi, così sarà lo straniero davanti al Signore”. Abbiamo riempito il mondo di leggi e leggine e non
riusciamo neppure a mettere in pratica i 10 Comandamenti, datici direttamente
da Dio: non fanno delle differenze tra uomo e uomo: Comandamenti uguali per
tutti! Talvolta, queste norme hanno sottili significati teologici: per
esempio, il nazireato, antica
istituzione sacrale d’Israele. Il nazireo è “messo a parte”, e perciò
consacrato a Dio (tra questi, Sansone, Samuele, Giovanni Battista, Paolo). In
6,1-21 si codifica l’antica prassi di consacrazione, che prevede 3 impegni:
astinenza dagli alcolici, rifiuto del taglio di capelli, osservanza delle leggi
di purità. Vi sono anche specificate le funzioni di leviti e sacerdoti:
significativa è la normativa sulla assenza di proprietà territoriale per i
leviti: il senso del loro mandato sta nella donazione profonda e interiore a
Dio.
2.
I GRANDI SIMBOLI: 21,4-9:
l’antidoto ai serpenti velenosi è il serpente di bronzo, simbolo
della efficacia
della salvezza che Dio offre al popolo. Si ha un riscontro nel
libro della Sapienza, che definisce il serpente di bronzo “simbolo della salvezza”,
offerta a tutti i giusti dal Signore “salvatore di tutti”(Sap16,6-7). In Gv3,14
il simbolo è Gesù, innalzato sulla croce,
che dona la salvezza. Quindi una spiritualità che nasce dal deserto e quindi, dai
segni dell’amore di Dio, dall’elezione di Israele, ecc. Questo libro sviluppa
ed esalta la fiducia in Dio e la
fedeltà alla sua parola. Significativo è il passo 6,22-27: è una benedizione
insegnata da Dio stesso, esaltandone l’efficacia e l’affida ai sacerdoti.
Questi hanno la funzione di “consacrare” gli israeliti, ponendoli sotto
benedizione(v.27). Si compie così la solenne dichiarazione del Sinai: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e
una nazione santa”(Es 19,6).
RAPPORTO “NUMERI”-“NUOVO-TESTAMENTO”(GESU’).
Dal
cap. 5 al 10, come già detto, si fa riferimento alle leggi di culto-già trattati
nel Levitico– e poi nel Deuteronomio. L’inizio del cap. 5 (“espulsione degli
impuri”) è esplicito in alcune norme che nel N.T. verranno ripresi
in chiave cristologica. In Nm 5,1-3: Il Signore disse a
Mosè:“Ordina agli Israeliti che allontanino dall’accampamento ogni lebbroso,
chiunque soffre di gonorrea o è impuro per il contatto con un cadavere. Allontanerete sia i maschi sia le femmine;
li allontanerete dall’accampamento perché non contaminino il loro accampamento
in mezzo al quale io abito”. Vi è uno sviluppo neotestamentario ampio e lo
si nota ad es. con S.Paolo in 1Cor 5,7-13 e 2Cor 6,16-18, in cui si accenna
alla purificazione dello Spirito con la metafora del lievito del pane azzimo, grazie
a Cristo agnello immolato e alla purificazione del tempio dagli idoli. In S.Giovanni
(Ap21,27; Ap22,15) si ha lo stesso
dinamismo interpretativo. Viene introdotta in Numeri la concezione di “benedizione”(Il
Signore aggiunse a Mosè: “Parla ad Aronne e ai suoi figli e
riferisci loro: Voi benedirete così gli Israeliti; direte loro: Ti
benedica il Signore e ti protegga. Il
Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il
Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. Così porranno
il mio nome sugli
Israeliti e io li benedirò”. Nm 6,22-27),
che Gesù porgendola ai suoi discepoli, memoriale per tutti. In Gv si dice:“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non
come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non
abbia timore”(Gv 14,27) oppure, “Io non sono più nel mondo, e io vengo a te.
Padre Santo custodisci nel tuo nome, coloro che mi hai dato, perché siano una
cosa sola come noi.”(Gv17,11-12).
Idem al c.10, le “trombe” che Mosè usa per radunare la comunità d’Israele, le
stesse che in Paolo servono per convocare la “nuova Gerusalemme celeste”, ovvero “i morti che risorgeranno in Cristo, incorrotti e trasformati” (1Ts 4,16ss; 1Cor15,52).
CONCLUSIONE
Gv3,14-21: “…come Mosè innalzò il serpente nel deserto,
così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in
lui abbia la vita eterna…”. Israele
fa continua esperienza di peccato, alternata a ritorni al Signore…nell’inquietudine.
E’ il cuore dell’uomo di ogni tempo, inquieto…continuamente alla ricerca di
segni e idoli (“la statua d’argilla”, “il vitello d’oro”, ecc.) e nonostante
Dio non faccia mancare il suo aiuto, rimane sempre quell’eterna insoddisfazione
e con essa, i rimpianti per il superfluo (“almeno
in Egitto mangiavamo cipolle..”). Spesso ricorriamo a Cristo come al 118
quando viviamo un’emergenza, pregando per una grazia o facciamo un
pellegrinaggio, con lo stesso spirito di quando ci rechiamo in un centro
commerciale. E’ la mercificazione dell nostro rapporto con Dio, come se fosse
Lui a doverci dimostrare qualcosa per la nostra concupiscenza, trascurando il
Suo progetto su di noi. Quando poi qualcosa non va, siamo tentati di imprecare
contro di Lui: “dove sei Dio?”. E Lui
di contro, potrebbe risponderci: “E tu
dov’eri uomo, quando...?
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