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Don Marco in questi giorni ci ha inviato una riflessione tratta dal suo diario...

La Domenica andando alla Messa...

Questa domenica ho celebrato la messa a Kisima. Da Lodokejek a Kisima ci sono 17 chilometri, la strada è abbastanza bella e allora non c'è mai fretta nel viaggio, anche perché il paesaggio è sempre affascinante ed il breve tragitto è un bello spaccato di vita dei nostri Samburu, lungo la strada si incontrano tante persone, ciascuna con la sua storia, le sue gioie e i suoi dolori.
Anzitutto mi colpisce sempre incrociare tanti cristiani che si mettono in cammino presto per arrivare alla messa per tempo. Magari fanno anche 5-6 chilometri a piedi per essere fedeli al proprio appuntamento comunitario con Dio. E' bello vederli camminare per strada, a gruppetti, le donne in testa e dietro la lunga schiera di figli più o meno piccoli che in fila indiana seguono le madri. Quando gli incroci non mancano mai di salutarti con un gran sorriso ed un gesto evidente della mano.
A tre chilometri da Lodokejek incrocio Elizabeth, oggi cammina riparandosi dal sole con un grande ombrello colorato, appeso alla schiena porta il suo bambino. E' una delle ragazze madri che conosciamo. Frequentava la prima superiore e poi ha dovuto lasciare la scuola per via del bambino. Adesso aspetta che il bimbo abbia un anno e poi riprenderà a studiare. La sua storia è simile a tante altre: si innamora di un ragazzo, ma non sa bene come costruire un rapporto con lui, poiché non sono educati al dialogo, ad un rapporto fatto di confidenze e scambi di opinioni. Per cui l'unica cosa che le resta per manifestare la propria simpatia nei suoi confronti è quella di acconsentire alle sue richieste. Un incontro è sufficiente a rimanere incinta e ad iniziare quello che ai nostri occhi è un dramma. Il ragazzo rifiuta di sposarla e la sua famiglia anche rifiuta di pagare la multa che secondo la tradizione Samburu chi mette incinta una ragazza deve pagare agli anziani della famiglia della ragazza (la multa si aggira attorno alle 150.000 lire!). Fa causa al tribunale per avere almeno qualcosa da dare al suo bimbo, ma anche lì con una bugia e cercando di approfittare della sua situazione nessuno l'aiuta: le dicono che deve pagare una cifra esorbitante per iniziare la causa. La sua famiglia è povera, ricordo le discussioni e i pianti quando veniva a chiederci aiuto per pagare le tasse scolastiche. Ora è lì in attesa di intravedere qualcosa per la sua vita e per il bambino che affettuosamente porta sulle spalle.
Proseguendo nel viaggio arrivo a Loltulelei e con uno sguardo di tristezza e commozione cerco la capanna di Antonella. Antonella è morta diAIDS l'ultimo giorno di febbraio. Ha contratto la malattia dal marito, morto alcuni anni fa. Ha lasciato una nidiata di bambini che adesso non si sa bene chi si prende cura di loro.
Antonella ha lottato a lungo con la sua mortale malattia. Statisticamente è solo un numero, in mezzo a tanti impressionanti altri numeri (si calcola che l'AIDS colpisca circa il 33% della popolazione adulta del Kenya). Umanamente parlando è una persona che ha sofferto e lottato. Antonella è stata una donna forte, ricordo come fosse adesso un giorno in cui le chiesi come andava e mi rispose che nonostante la fatica, il dolore e la preoccupazione per ciò che sarà dei suoi figli, andava bene perché "Sai Marco, Dio mi ama".
Antonella è sopravvissuta a lungo alla malattia grazie agli aiuti che la missione le ha dato: un sussidio per una alimentazione decente e tante, tante visite delle infermiere per intervenire prontamente a fermare tutte le malattie opportunistiche che colpiscono un corpo privo di difese immunitarie. Per lei è stato possibile vivere dignitosamente gli ultimi anni della sua vita, ma per quanti altri non lo è stato e non lo sarà?
Un adesivo diffuso durante una campagna sull'AIDS dice "People with AIDS need love and care". (I malati di AIDS hanno bisogno di amore e attenzione). Bel programma ma in questa realtà così complicata dell'Africa, nessuno Stato è in grado di assumersi l'onere economico e sociale che questa malattia richiede. Curarsi per l'AIDS richiede una barca di soldi e qui soldi non ce ne sono anche se basterebbe un terzo di quanto negli Stati Uniti si spende ogni anno per combattere l'obesità, per alleviare significativamente la situazione dei malati di AIDS in tutta l'Africa. Qui Al massimo lo Stato fa bei proclami, o il presidente dice che l'unico metodo preventivo è il preservativo e così con questa affermazione non vera si mette a posto la coscienza e tanti poveracci moriranno soli in mezzo alla incomprensione e alla paura della gente che li circonda.
Poco più avanti della casa di Antonella si arriva alla proprietà di Lekadaa un vecchio alto funzionario dello Stato che è un po' come il ricco Epulone della parabola evangelica. Si è appropriato di parecchi ettari di terra ed impedisce a chiunque di entrarci per trovare un po' di pascolo per il bestiame, tutta la sua parentela è nella lista dei poveri assistiti dalla parrocchia, in compenso lui recentemente ha preso un'altra moglie, una giovane ragazzina che fa tanta tenerezza. Ai suoi familiari al massimo consente di accudire il suo numeroso bestiame per una paga miserrima. Recentemente ha pensato bene di appropriarsi indebitamente di un altro po' di terra che ha fatto recintare, tutti coloro che vi abitano dentro sono stati invitati a trasferirsi e a tutti ha vietato di tenere il loro piccolo orto, perché porta via pascoli al suo bestiame. Lui lo può fare perché è "paramount chief" e nessuno osa mettersi contro di lui per rivendicare i propri diritti schiacciati.
Arrivo quindi al laghetto vicino a Naiborkeju, qui è sempre un piccolo angolo di paradiso: un po' di acqua nella pozza, qualche animale (zebre, struzzi, gazzelle ed in alcune stagioni le gru coronate) ed un paesaggio suggestivo sul cui fondo si vede la chiesetta e la scuola. Guardando in quella direzione ripenso alla bella celebrazione dei battesimi che abbiamo fatto due settimane prima. La chiesetta piena di gente festosa, 50 donne che per due anni si sono preparate a rinascere alla vita nuova di Gesù, molte di loro sono ragazzine di manyatta che nella comunità cristiana hanno trovato un posto che le conferisce dignità mentre sono in attesa di essere date in sposa a qualcuno, magari un vecchio per essere la seconda o terza moglie. Fu una bella celebrazione, due ore di messa, ma due ore di gioia alla fine eravamo come ubriachi a causa della felicità che ci pervadeva.
Finalmente dopo l'ultimo tratto arrivo a Kisima. Come sempre la gente è parecchia. Inizia la messa, le ragazze della scuola secondaria, tutte con la loro uniforme riempiono metà della chiesa e con canti e balli ravvivano la celebrazione. Sono ragazze che arrivano un po' da tutta la regione, ce ne sono anche due di Loyangalani, sul lago turkana, che appartengono alla comunità degli Elmolo, una tribu, praticamente "in via di estinzione", la comunità sente tutte loro come proprie figlie da accudire e guidare. In quest'ultimo anno e mezzo abbiamo visto un miglioramento costante e progressivo nel livello della loro scuola. Dall'arrivo della nuova preside il clima si è fatto sempre migliore e l'altr'anno i risultati a livello accademico non si sono fatti attendere.
Finita la messa qualcuno chiede di parlarti, per lo più richiedendo aiuto per i piccoli bisogni della famiglia, un malato, un parente lontano da andare a visitare, un documento da ricercare in qualche posto, un aiuto per la scuola, cibo...
Se il viaggio d'andata lo avevo fatto da solo, al ritorno non mancano i passeggeri: 2 ragazzi "bubu" cioè sordi che rientrano a scuola (a Lodokejek c'è una classe speciale per loro, l'unica di tutta la regione), Mama Rosina che è tornata dall'ospedale di Wamba dove ha avuto un breve ricovero, uno dei figli di Antonella che è venuto a Kisima dalla zia a prendere qualcosa....
Si riparte e questa volta le fermate non sono solo ideali, ma effettive, tanto più che Mama Rosina abita a Lkichaki che per arrivarci devi fare un giro complicato.
Sono le 12 e 45 ed arrivo a casa. Oggi è domenica, nell'eucarestia ancora una volta abbiamo celebrato la nostra vita, offrendola al Signore, quella vita così concreta che per strada ho avuto modo d'incrociare. Abbiamo celebrato il dono della vita di Gesù sulla croce, l'unico dono capace di trasformare e dare un senso pieno e positivo alla sofferenza dell'umanità.

don Marco


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