Ogni generazione ha rivendicato e cantato le sue proposte per un mondo migliore. I giovani studenti del 1968 chiedevano agli adulti: "Mettete fiori nei vostri cannoni"; "meglio fare l'amore che la guerra". Poi, una volta cresciuti e arrivati nelle cabine di regia, essi stessi hanno combattuto, a malincuore e con spirito afflitto (così dicono), la loro brava guerra, con la scusa di voler ripristinare il diritto violato. Ai figli di ogni generazione coloro che hanno combattuto lasciano in eredità le distruzioni come bottino di guerra, con l'augurio di non doversi trovare costretti da sciagurate circostanze, simili a quelle dei padri, ad imbracciare essi pure il fucile.
Neppure l'attuale generazione di adulti, che si erano entusiasmati chiedendo l'"immaginazione al potere", è sfuggita a questo rito inquietante che si tramanda dalla notte dei tempi. Al pacchetto di ideali per un mondo migliore che si intendeva tramandare, hanno aggiunto l'esempio di quattro guerre combattute in un solo decennio, facendo uso della retorica, che arriva a giustificare persino la militarizzazione della libertà e della società civile.
È triste la prospettiva di dover incoraggiare i giovani a credere nella pace soltanto come spazio residuo tra una guerra e l'altra. Finora, quando una guerra termina, se ne celebrano gli anniversari e i veterani sono indicati come eroi nazionali. Cade invece nella smemoratezza il nome di quanti, prima e durante la guerra, prevedendo i bombardamenti e le atrocità, si adoperarono perchè non fosse dichiarata la guerra. E per loro è già tanto se qualche zelante non li accusa di vigliaccheria o di pavidità di fronte al nemico.
In assenza della guerra coloro che amano e lavorano per la pace non si possono permettere il riposo del guerriero, che si prende una vacanza in attesa di scatenare un nuovo conflitto. Vincere la pace per scacciare la guerra dalle consuetudini umane resta un grande ideale per ogni generazione. Si dice che siano finite le ideologie e che gli entusiasmi non abbiano un motivo sufficiente per scatenare una nuova guerra. Ma pare proprio il contrario.
Nonostante tutto, in un mondo globalizzato, adoperarsi per la pace, come grande festa della vita, rappresenta l'unica vera idealità per cui spendersi. Essa sintetizza la qualità, l'estensione e la profondità della solidarietà e della fratellanza umana. Gli educatori delle nuove genrazioni sono chiamati a ricostruire una cultura nuova, scarsamente cantata nei poemi e nei libri di storia, di come sia bello adoperarsi per un mondo di pace.
Il Papa Paolo VI chiamava questa cultura della pace "civiltà dell'amore". A volte si è tentati di pensare che non siano molti gli adulti del nostro tempo disponibili e preparati a costruire un'etica mondiale che preveda un pianeta abitabile e una convivenza solidale. Nel nostro tempo caratterizzato da gravi conflitti sociali e da pianificazioni di grandi interessi economici, ridisegnati con la forza prima che con il diritto, da tutti si dovrebbe comprendere che nessuno ha il diritto di educare alla guerra, appellandosi a un cosiddetto realismo e reclamando che non si può fare diversamente.
È tempo di costruire tanti cantieri di pace, dando ascolto alle utopie dei giovani perchè la vita sulla terra finalmente sia senza più guerre.