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IL RICORDO DI UN AMICO

IL MAL DELLO SCOGLIO

II professor GIOVANNI GALANTE, "u Professuri" per la maggior parte dei Favignanesi. Chi era quest'uomo che con il suo modo singolare di porsi di fronte alle realtà della vita quotidiana attirava intorno a sé simpatie ma anche forti incomprensioni? 

  

La carriera di insegnante (forse la prima tappa) alla fine degli anni '50 lo portò nella nostra Isola dove insegnò nella scuola dell'avviamento professionale. Le bellezze naturali ed il fascino che l'insularità produce in quasi tutti gli animi che sono alla ricerca di un rapporto intimo con il luogo in cui vivono, non mancarono di ammaliare anche lui. Svolse la sua opera di insegnante in varie parti d'Italia: Erice - Genova - Conegliano Veneto - e come ultima tappa, Roma, dove viveva assieme alle uniche due parenti, le nipoti, figlie della sorella, morta in giovane età. 
Durante questi anni trascorsi lontani da Favignana, (dove però tornava ogni estate), si impegnò alla realizzazione della casa in cooperativa. 
La casa era per lui sinonimo di tranquillità, pace, familiarità ed amicizia. Amicizia nella quale credeva profondamente. 
Fu in questa circostanza che ho conosciuto il professore Giovanni Galante. 
Era il 1978 e vivevo una profonda crisi esistenziale. Giunto all'età adulta e volendo incarnare nella mia vita tutti gli insegnamenti che la cultura del mondo in cui ero vissuto mi aveva profuso, non facevo altro che collezionare delusioni. 
Fu provvidenziale l'incontro con la sua persona. Ricordo ancora perfettamente la sua espressione, vedendo molti giovani della nostra isola girovagare perdendo il loro tempo in cose futili: "ancora un po' di tempo, il giusto, necessario per sistemare la casa e stringerò questi giovani attorno a me così troveranno motivo per non sciupare la loro esistenza". 
Era convinto che il suo stile di vita fosse una cosa comune e condivisibile. Sistemata la casa di Via Crispi, il suo programma divenne operativo. Invitò tutte le componenti dell'isola (giovanili e non) a condividere con lui la mensa attorno al suo tavolo di pino svedese. L'intenzione era di attivarsi per suscitare nuove amicizie vere per poi ricercare interessi comuni utili alla crescita globale dell'isola, come cooperative agricole, circoli culturali, radio locali, attività sportive. L'obiettivo finale era di portare agli altri la luce di Cristo.

Purtroppo i risultati non furono quelli sperati. La derisione e l'incomprensione furono le costanti. Nonostante ciò non desistette mai nel suo proposito di trasmettere valori a coloro che saltuariamente per un motivo o per un altro bussavano alla sua porta. 

Lasciò Favignana circa 8 anni fa perché desiderava concludere gli ultimi giorni della sua vita nel paese nativo. 
L'esigenza di vivere la carità in modo evangelico lo portò a sacrificare gli affetti più intimi di alcuni amici e dei familiari. Era per lui inconcepibile non aprire la sua casa agli ultimi, sempre in obbedienza al comandamento dell'amore: "non è il sano che ha bisogno del medico". 
Molto saggiamente ha detto il Parroco nell'omelia del funerale: "il distintivo del cristiano è la carità e a Lui non mancava tale distintivo". Nessuno che ha bussato alla sua porta e gli ha teso la mano, non l'ha ritirata senza aver ricevuto più di quanto avesse chiesto. Uomo di profonda cultura, conosceva i principi umani delle altre religioni; da profondo teologo della propria fede cattolica sapeva far emergere le verità evangeliche. 
Così lo ricordano ancora due amici bergamaschi in un necrologico: Angela e Pietro Signorelli. Ricordano l'amico professore Giovanni Galante, uomo di profonda rettitudine e chiara coerenza di vita; l'uomo attraverso il quale hanno imparato ad apprezzare la splendida gente della terra di Sicilia. 
   

Francesco Ritunno

    

L'ORATORIO 20 ANNI DOPO

Nel 1974 iniziò la costruzione dell'Oratorio, anche se la sua inaugurazione avvenne nel dicembre 1975. 
Prima di allora nell'Isola non si conosceva il significato della parola: ORATORIO. 
Dobbiamo ringraziare i Padri Canossiani dell'epoca: (Padre Marcello - Padre Alfonso - Fratello Pietro - Padre Sergio Padre Damiano e le Suore Canossiane: Madre Maria - Madre Lucia - Madre Rosetta e Madre Emma) e tutti quelli che si son susseguiti fino a nostri giorni se l'Oratorio è diventato parte integrante della vita dei nostri ragazzi e giovani. 
Immenso è stato lo sforzo profuso da Padri Canossiani per la realizzazione e la conduzione di una tale struttura, che ha contribuito a colmare parte di quel vuoto educativo dei nostri figli. 
Da circa un anno collaboriamo con i Padri Canossiani alla conduzione dell'Oratorio: ripristino delle mura perimetrali, sostituzione della rete di recinzione, riparazione di un capannone-salone che sarà adibito a sala giochi e riunioni, creazione di un campo di calcetto con illuminazione. 
Tutto ciò grazie all'aiuto economico della nostra comunità isolana e alla collaborazione fattiva di alcuni volontari facenti parte del "Consiglio dell'Oratorio". 
L'invito che vorremo rivolgerVi non riguarda solo la parte finanziaria ma anche: vedere l'Oratorio come struttura aperta anche agli adulti che avranno la buona volontà a dare il loro contributo, affinché diventi motivo di formazione culturale e spirituale dei nostri giovani e luogo dove si potranno svolgere attività fino ad ora irrealizzabili perché l'aiuto di "pochi" non è bastato. 
E' inutile avere una bella palestra quando mancano i maestri: riteniamo che questi Maestri dobbiamo essere Noi assieme ai Padri Canossiani. 
  

Il Consiglio dell'Oratorio

Isolani si nasce.
La qualità di isolano è una specie di peccato d'origine che ti porti addosso per tutta la vita. 
Non potrai mai affrancarti da tale condizione originaria nemmeno aprendoti a concetti esistenziali propri di un diverso e più ampio contesto sociale. 
Anche in questo caso, lo scoglio ti rimane dentro e tu, non solo non cerchi di allontanarlo da te, ma lo alimenti nel tuo ricordo, lo allevi, quasi lo idealizzi, ne fai, infine, un punto di riferimento quando, stanco della convulsa pratica di una esistenza cittadina, cerchi nei ricordi e nella speranza un ambiente che sa ancora di dimensione umana. 
Allora i pensieri ti portano a quel mare che circonda il lembo di terra che ti ha dato i natali e non lo vedi come una barriera che isola dal resto del mondo, ma lo consideri, invece, come parte integrante del tuo "habitat" ideale. 
La tua esistenza si realizza anche nel periodo di tale "habitat" mentre le conquiste fatte nella vita non fanno che alimentare la speranza di poter più facilmente tornare un giorno in quel beato isolamento per meglio riflettere sui valori della vita. 
Quel ritorno lo vedi come la meta finale di un percorso fatto da una serie ininterrotta di traguardi raggiunti in ambienti privi di quella serenità oggettiva che l'isola ispira. 
In tale serenità i veri valori della vita ti appaiono in tutta la loro portata e quasi intimamente legati a quel territorio nel quale conduci la tua esistenza, ma la cosa più importante è che ti senti gratificato per il fatto stesso di trovarti nel giusto stato d'animo per apprezzarli... 
Il tempo modifica tante cose! 
La vita nello "scoglio" non è più quella che da giovani abbiamo conosciuto. 
Cosa e cambiato? 
Certamente i luoghi, ancora più il modo di essere dei soggetti che abitano nell'isola ed infine il modo di porsi degli isolani nel rapporto con quanti sempre più frequentemente visitano la nostra terra. 
Ambiente fisico, patrimonio spirituale, cultura isolana non sono più quelli di "quel vivere sereno che allo scoglio invita". 
Da queste considerazioni scaturisce un imperativo categorico: occorre recuperare con urgenza l'identità isolana nel rispetto delle nostre radici culturali e nel convincimento che quella condizione di vita è il miglior prodotto che possiamo offrire al turismo più sano e consapevole. 
Allora il mal dello scoglio non sarà più un sentimento esclusivo dei "nativi", ma sarà un impulso avvertito - in tutta la sua specificità - da tutti coloro che approderanno alle nostre isole. 
  

Pietro Torrente