Pontificia Accademia per la Vita: «Il rispetto della dignità del morente.
Considerazioni etiche sull'eutanasia»
Da Avvenire di Venerdi 22 Dicembre 2000
1. A partire dagli anni '70, con
inizio nei Paesi più sviluppati nel mondo, è venuta diffondendosi una
insistente campagna a favore dell'eutanasia intesa come azione o omissione
che di natura sua e nelle intenzioni provoca l'interruzione della vita del
malato grave o anche del neonato malformato. Il motivo che abitualmente si
adduce è quello di voler così risparmiare al paziente stesso sofferenze
definite inutili.
Si sono sviluppate campagne e strategie in questo senso, portate avanti con
il supporto di associazioni pro-eutanasia a livello internazionale, con
pubblici manifesti firmati da intellettuali e uomini di scienza, con
pubblicazioni favorevoli a tali proposte - alcune, corredate perfino di
istruzioni volte ad insegnare a malati e non i vari modi di porre fine alla
vita, quando questa fosse ritenuta insopportabile - , con inchieste che
raccolgono opinioni di medici o di personaggi noti all'opinione pubblica,
favorevoli alla pratica dell'eutanasia e, infine, con proposte di leggi
portate di fronte ai Parlamenti, oltre ai tentativi di provocare sentenze
delle Corti che potrebbero dare corso ad una pratica di fatto
dell'eutanasia o, almeno, alla sua non punibilità.
2. Il recente caso dell'Olanda,
dove già esisteva da qualche anno una sorta di regolamentazione che
rendeva non punibile il medico che praticasse l'eutanasia su richiesta del
paziente, pone un caso di vera e propria legalizzazione dell'eutanasia su
richiesta, sia pure circoscritta a casi di malattia grave ed irreversibile,
accompagnata da sofferenze e a condizione che tale situazione sia portata
davanti ad una verifica medica che si propone come rigorosa.
Il perno della giustificazione che si vuol accampare e far valere di fronte
all'opinione pubblica è sostanzialmente costituito da due idee
fondamentali: a) dal principio di autonomia del soggetto, il quale avrebbe
diritto di disporre in maniera assoluta della propria vita; b) dalla
persuasione più o meno esplicitata della insopportabilità e inutilità
del dolore che può talora accompagnare la morte.
3. La Chiesa ha seguito con
apprensione tale sviluppo di pensiero, riconoscendovi una delle
manifestazioni dell'indebolimento spirituale e morale riguardo alla dignità
della persona morente e una via "utilitarista" di disimpegno di
fronte alle vere necessità del paziente.
Nelle sue riflessioni, essa ha mantenuto costante contatto con gli
operatori e specialisti della medicina, ricercando la fedeltà ai principi
e ai valori dell'umanità condivisi dalla massima parte degli uomini, alla
luce della ragione illuminata dalla fede, e producendo documenti che hanno
ricevuto l'apprezzamento di professionisti e di larga parte dell'opinione
pubblica. Vogliamo ricordare la Dichiarazione sull'Eutanasia (1980),
pubblicata 20 anni or sono dalla Congregazione per la Dottrina della Fede,
il documento del Pontificio Consiglio "Cor Unum" Questioni etiche
relative ai malati gravi e ai morenti (1981), l'Enciclica Evangelium Vitae
(1995) di Giovanni Paolo II (in particolare ai nn. 64-67), la Carta degli
Operatori sanitari, redatta dal Pontificio Consiglio per la Pastorale della
salute (1995).
In questi documenti del Magistero non ci si è limitati a definire
l'eutanasia come moralmente inaccettabile, "in quanto uccisione
deliberata di una persona umana" innocente (cfr EV 65. Il pensiero
dell'Enciclica è precisato al n. 57, consentendo così la giusta
interpretazione del passo del n. 65 appena citato), o come azione
"vergognosa" (cfr Conc. Vat. II, GS 27) , ma è stato anche
offerto un itinerario di assistenza al malato grave e al morente che fosse,
sia sotto il profilo dell'etica medica, sia sotto il profilo spirituale e
pastorale, ispirato alla dignità della persona, al rispetto della vita e
dei valori della fraternità e della solidarietà, sollecitando persone ed
istituzioni a rispondere con testimonianze concrete alle sfide attuali di
una dilagante cultura di morte.
Recentemente, questa Pontificia Accademia per la Vita ha dedicato una delle
sue Assemblee generali (dopo un lavoro preparatorio durato diversi mesi),
allo stesso tema, pubblicandone poi gli Atti conclusivi nel volume
intitolato "The Dignity of the Dying Person" (2000).
4. Vale la pena ricordare qui, pur
rinviando ai documenti appena citati, che il dolore dei pazienti, di cui si
parla e su cui si vuol fondare una specie di giustificazione o quasi
obbligatorietà dell'eutanasia e/o del suicidio assistito, è oggi più che
mai un dolore "curabile" con i mezzi adeguati dell'analgesia e
delle cure palliative proporzionate al dolore stesso; questo, se
accompagnato dall'adeguata assistenza umana e spirituale, può essere
lenito e confortato in un clima di sostegno psicologico e affettivo.
Eventuali richieste di morte da parte di persone gravemente sofferenti -
come dimostrano le inchieste fatte fra i pazienti e le testimonianze di
clinici vicini alle situazioni dei morenti - quasi sempre costituiscono la
traduzione estrema di un'accorata richiesta del paziente per ricevere più
attenzione e vicinanza umana, oltre alle cure appropriate, entrambi
elementi che talvolta vengono a mancare negli ospedali di oggi. Risulta
quanto mai vera la considerazione già proposta dalla Carta degli Operatori
sanitari: "l'ammalato che si sente circondato da presenza amorevole
umana e cristiana, non cade nella depressione e nell'angoscia di chi invece
si sente abbandonato al suo destino di sofferenza e di morte e chiede di
farla finita con la vita. È per questo che l'eutanasia è una sconfitta di
chi la teorizza, la decide e la pratica" (n. 149).
A tal proposito, vien fatto di domandarsi se per caso, sotto la
giustificazione della insopportabilità del dolore del paziente, non si
nasconda invece l'incapacità dei "sani" di accompagnare il
morente nel suo difficile travaglio di sofferenza, di dare senso al dolore
umano - che comunque non è mai del tutto eliminabile dall'esperienza della
vita umana quaggiù - e una sorta di rifiuto dell'idea stessa della
sofferenza, sempre più diffuso nella nostra società del benessere e
dell'edonismo.
Non è poi da escludere che, dietro alcune campagne
"pro-eutanasia", si nascondano questioni di spesa pubblica,
ritenuta insostenibile ed inutile di fronte al prolungarsi di certe
malattie.
5. È dichiarando curabile (nel
senso medico) il dolore e proponendo, come impegno di solidarietà,
l'assistenza verso colui che soffre che si giunge ad affermare il vero
umanesimo: il dolore umano chiede amore e condivisione solidale, non la
sbrigativa violenza della morte anticipata.
Per altro, il c.d. principio di autonomia, con cui si vuole talvolta
esasperare il concetto di libertà individuale, spingendolo al di là dei
suoi confini razionali, non può certo giustificare la soppressione della
vita propria o altrui: l'autonomia personale, infatti, ha come presupposto
primo l'essere vivi e reclama la responsabilità dell'individuo, che è
libero per fare il bene secondo verità; egli giungerà ad affermare se
stesso, senza contraddizioni, soltanto riconoscendo (anche in una
prospettiva puramente razionale) di aver ricevuto in dono la sua vita, di
cui perciò non può essere "padrone assoluto"; sopprimere la
vita, in definitiva, vuol dire distruggere le radici stesse della libertà
e dell'autonomia della persona.
Quando poi la società arriva a legittimare la soppressione dell'individuo
- non importa in quale stadio di vita si trovi, o quale sia il grado di
compromissione della sua salute - essa rinnega la sua finalità e il
fondamento stesso del suo esistere, aprendo la strada a sempre più gravi
iniquità.
Nella legittimazione dell'eutanasia, infine, si induce una complicità
perversa del medico che, per la sua identità professionale ed in forza
delle inderogabili esigenze deontologiche ad essa legate, è chiamato
sempre a sostenere la vita e a curare il dolore, giammai a dare la morte
"neppure mosso dalle premurose insistenze di chicchessia"
(Giuramento di Ippocrate); tale convinzione etica e deontologica ha varcato
i secoli intatta nella sua sostanza, come conferma, ad esempio, la
Dichiarazione sull'Eutanasia dell'Associazione Medica Mondiale (39
Assemblea - Madrid 1987)
"L'Eutanasia, vale a dire l'atto di porre fine deliberatamente alla
vita di un paziente, sia in seguito alla richiesta del paziente stesso
oppure alla richiesta dei suoi congiunti, è immorale.
Questo non impedisce al medico di rispettare il desiderio di un paziente di
permettere al naturale processo di morte di seguire il suo corso nella fase
finale di malattia".
La condanna dell'eutanasia espressa dall'Enciclica Evangelium Vitae perché
"grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata
moralmente inaccettabile di una persona umana" (n. 65), racchiude il
peso della ragione etica universale (è fondata sulla legge naturale) e la
istanza elementare della fede in Dio Creatore e custode di ogni persona
umana.
6. La linea di comportamento verso
il malato grave e il morente dovrà dunque ispirarsi al rispetto della vita
e della dignità della persona; dovrà perseguire lo scopo di rendere
disponibili le terapie proporzionate, pur senza indulgere in alcuna forma
di "accanimento terapeutico"; dovrà raccogliere la volontà del
paziente quando si tratta di terapie straordinarie o rischiose - cui non si
è moralmente obbligati ad accedere -; dovrà assicurare sempre le cure
ordinarie (comprese nutrizione ed idratazione, anche se artificiali) ed
impegnarsi nelle cure palliative, soprattutto nell'adeguata terapia del
dolore, favorendo sempre il dialogo e l'informazione del paziente stesso.
Nell'immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile ed imminente
"è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a
trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso
della vita" (cfr Dich. su Eutanasia, parte IV), poiché vi è grande
differenza etica tra "procurare la morte" e "permettere la
morte": il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo
accetta il naturale compimento di essa.
7. Le forme di assistenza
domiciliare - oggi sempre più sviluppate, soprattutto per il paziente
malato di tumore -, il sostegno psicologico e spirituale dei familiari, dei
professionisti e dei volontari, possono e devono trasmettere la persuasione
che ogni momento di vita ed ogni sofferenza sono abitabili dall'amore e
sono preziosi davanti agli uomini e davanti a Dio. L'atmosfera della
solidarietà fraterna dissipa e vince l'atmosfera della solitudine e la
tentazione della disperazione.
L'assistenza religiosa in particolare - che è un diritto ed un aiuto
prezioso per ogni paziente e non soltanto nella fase finale della vita - se
accolta, trasfigura il dolore stesso in atto di amore redentivo e la morte
in apertura verso la vita in Dio.
Le brevi considerazioni qui offerte si pongono accanto al costante
insegnamento della Chiesa, la quale, sforzandosi di essere fedele al suo
mandato di "attualizzare" nella storia lo sguardo d'amore di Dio
per l'uomo, soprattutto quando è debole e sofferente, continua ad
annunciare con forza il Vangelo della vita, certa com'è che, nel cuore di
ogni persona di buona volontà, esso possa risuonare ed essere accolto:
tutti, infatti, siamo invitati a far parte del "popolo della e per la
vita"! (cfr Evangelium
Vitae 101).
aggiornato il 25/2/2001