L’Unità Pastorale Trento Nord, provvisoriamente, è formata dall'unione sotto un unico parroco delle parrocchie di Cristo Re,
Madonna della Pace e Santi Cosma e Damiano a Vela.
E' una entità non ancora definitiva ed in via di sviluppo, dovendo procedere a piccoli passi verso una riorganizzazione generale.
Pur mantenendo così ogni parrocchia la propria individualità, molte delle attività sono state riunite in un unico organismo.

Esistono così :

Un Consiglio Pastorale Unitario formato da 18 rappresentanti di tutte le parrocchie, che ha potere decisionale a
livello liturgico su tutto, e che raccoglie le varie proposte ed iniziative e le discute.

Un Comitato Pastorale Parrocchiale (ex consiglio) che riceve le direttive dal Consiglio Unitario per metterle in
attuazione all’interno di ogni singola parrocchia.

Un Consiglio per gli Affari Economici che aiuta il Parroco nello svolgimento di tutte quelle pratiche di natura
economico-amministrativa  relative ad ogni parrocchia

La catechesi, l’oratorio ed i campeggi, sono svolti in comune, così come tante delle varie riunioni o ritrovi.

 

 

Per approfondire ulteriormente la tematica dell'unità e della nuova evangelizzazione, sono state distribuite alle varie unità pastorali sul territorio delle
schede di discussione di cui si può vedere qui sotto una sintesi.

 

PER GENERARE APPARTENENZA ECCLESIALE

 “Occorre percorrere la strada del processo e non della proposta definita e decisa altrove: far vivere alle persone il processo che le rende parte perché attraverso questo percorso possano giungere a poco a poco a ridare vita a forme partecipative più strutturate e istituzionali. Oggi i consigli pastorali, ad esempio, sono in genere esperienze molto formali, che non incidono sulle decisioni che strutturano la comunità; in essi occorre immettere vita, partecipazione vera, i problemi reali delle persone comuni, al di là e dentro le questioni dell’organizzazione interna della comunità”(P. Bignardi, Assemblea Diocesana, Trento 2012).

 

“La maggior parte degli operatori che hanno responsabilità pastorali sembrano non essersi resi conto fino in fondo della portata dei cambiamenti in atto, della loro progressività, e del fatto che lungo questa china il futuro della presenza cristiana nel contesto sociale occidentale è breve ed esangue. La Chiesa italiana e le comunità cristiane si sono interrogate soprattutto sulle conseguenze sociali, culturali e politiche della presenza dei cristiani. Ma –come fa notare lo stesso Benedetto XVI- non si sono rese conto che il problema era altrove: era nel continuare a “pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune”; ma “questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato . Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone” (P. Bignardi, Assemblea Diocesana, Trento 2012).

 

Comunicare la fede con le parole della vita

“Oggi le categorie culturali e i linguaggi con cui si esprime la comunità cristiana sono incomprensibili alle nuove generazioni e irrilevanti per le generazioni adulte. Parole –e concetti- come quello di salvezza, di peccato, di redenzione, per non citare che alcune tra le strutture fondamentali della fede cristiana, sono completamente estranee a persone che sono cresciute in un clima culturale in cui queste idee sono sparite e sono diventate estranee al modo comune di pensare la vita e di esprimerla. Sarebbe necessario entrare nel linguaggio della fede in altro modo rispetto al passato, mostrando come il lessico della vita cristiana alluda ad esperienze umane e a dimensioni esistenziali comuni a tutti; solo così le persone di oggi potranno avvertirli come chiavi di interpretazione della loro stessa vita. Solo rendendo visibile ed evidente il loro significato antropologico, sarà possibile percorrere la strada che avvicina le persone di oggi alla fede cristiana come un possibile modo per interpretare la vita e dare forma al proprio progetto esistenziale”(P. Bignardi, Assemblea Diocesana, Trento 2012).

Una via possibile - proprio in questo tempo in cui sentiamo il grande bisogno di raccontare e di raccontarci - è quella della narrazione: la mia storia si intreccia con quella di Dio, grazie ad un credente che narra e presenta il volto bellissimo di Cristo.

 

“Occorrono luoghi in cui sia possibile dialogare, confrontarsi, portare le proprie inquietudini e le proprie domande, senza paura. Luoghi in cui sia possibile guardare in faccia il dubbio, gli interrogativi, le inquietudini, quelle che i cristiani condividono con tante persone che oggi non credono, o che credono a modo loro, ritenendo che l’incontro tra queste domande e il pensiero cristiano sulla vita potrà contribuire a ravvivare la fede stessa e a renderla contemporanea. Cedere alla tentazione di difendersi dalle domande che molti si pongono, accettando una fede abitudinaria e scontata, significa mettersi sulla strada della chiusura e in definitiva delle lontananza, della non comunicazione con la maggioranza delle persone che vivono attorno a noi. I laici, solo avvicinandosi alle persone con cui condividono la vita, potranno trovare suggestioni per quel ripensamento del loro modo di credere che interpreta le tensioni in cui tutti vivono”(P. Bignardi, Assemblea Diocesana, Trento 2012).

Quando riusciamo, come cristiani, ad incrociare le attese del nostro tempo? Un saluto, una telefonata, una visita, l’accoglienza alla porta della chiesa…; la presenza in particolari momenti della vita: nascita di un figlio, crescita e domande sulla vita, innamoramento, dolore improvviso, un cambiamento temporaneo (viaggio, pellegrinaggio, nuova casa, …) …


Benedetto XVI, Porta fidei, n. 2. Cfr anche XIII Sinodo dei vescovi, Instrumentum Laboris, n. 49