La Madonna del Miracolo1

 

 

 

In almeno due occasioni il simulacro della Madonna Addolorata si è reso protagonista nella vita del paese, in occasione di altrettanti avvenimenti drammatici verificatisi in Taviano che si risolsero in modo prodigioso, tanto da gridare tutte e due le volte al miracolo.

Nel 1866, quando ancora nel Convento dimoravano i monaci, scoppiò un’epidemia di colera che interessò buona parte del territorio e Taviano ne restò duramente colpita.

Molti tavianesi abbandonarono il paese cercando rifugio nelle campagne, mentre i poveri colerosi rimasero affidati alle cure dei congiunti intimi e allo spirito di carità di un santo sacerdote, don Ambrogio Mosco .

Si era creato un tale stato di paura da evitare di parlare col parente di un coleroso.

In queste condizioni si giunse molto presto al punto di rottura, le forze non ressero più e venne meno la speranza che la scienza sarebbe riuscita ad avere ragione.

Fu allora che i tavianesi, anche quelli che si erano allontanati, decisero di recarsi al Convento e invocare la Madonna Addolorata, la stessa che è oggi nella nicchia dell’altare maggiore, ad avere di loro pietà ed ottenere dall’Altissimo la fine del terribile flagello. Non ci sono dubbi sull’aspetto prodigioso di quanto si verificò da quel giorno, in quanto quello che c’è stato tramandato parla di arresto del contagio e cessazione delle morti. Del resto l’intera popolazione dette questa interpretazione all’evento e da quel giorno quella Madonna ha ricevuto da parte dei tavianesi una devozione particolare, che ha registrato un crescendo continuo, grazie anche ad altro fatto altrettanto drammatico che si sarebbe verificato in anni successivi.

Era da poco iniziato il mese di febbraio del 1894 quando comparvero nel nostro Comune i primi segni di una malattia che si sarebbe ben presto dimostrata di una violenza inaudita. Si trattava di una grave forma di meningite celebro-spinale, con una evoluzione molto rapida ed un esito quasi sempre infausto. Chi riusciva a superarla restava segnato nella vita, con la perdita della vista o altre menomazioni invalidanti. In pochi giorni la malattia si diffuse, assumendo carattere epidemico che costrinse le autorità a prendere misure di eccezionale rigore: una cinta sanitaria fu istituita intorno al paese allo scopo di evitare il diffondersi del contagio, in quanto solo Taviano ne era sto colpito; furono chiuse le mescite di vino e tenuti aperti a turno i negozi di alimentari; ridotte le funzioni religiose nelle chiese e celebrate in ore di scarsa frequentazione; proibite le visite ai malati, anche da parte di parenti; sconsigliate le riunioni tra famiglie; vietato il suono delle campane durante i funerali. Nonostante tali misure venissero diligentemente osservate, la malattia non mostrava segni di cedimento e la disperazione e la paura erano in tutte le case. A nulla valevano gli sforzi dei medici, il conforto dei sacerdoti, l’assistenza dei volontari, che osavano affrontare il rischio di essere contagiati, tendenti a limitare lo stato di disagio morale e materiale di chi era a contatto con familiari colpiti dal terribile morbo.

E quando lo sconforto scese in tutti i cuori e i limiti della scienza furono evidenti a tutti, i tavianesi, memori del miracoloso intervento della loro Madonna nell’altra grande tragedia del 1866, la terza domenica del febbraio 1894, si recarono al Convento, ne forzarono la porta con zappe e picconi, presero il simulacro della Vergine e lo portarono in processione per le vie del paese.

La Madonna passò tra gente in lacrime e porte delle case spalancate, dalle cui sogli donne in ginocchio, madri e spose in nero per lutti recenti chiedevano a Lei, Madre, di ascoltare il loro grido di dolore. Si fermò davanti ad ogni casa di malati, facendo aumentare la commozione dei familiari, che con sguardo implorante colmo di pianto invocavano la grazia. Fu vista da tutti, chiamata da tutti. E fu ancora una volta miracolo. Le morti cessarono, l’epidemia si fermò, l’incubo finì. Da allora il Convento si confermò centro di religiosità del popolo di taviano e la devozione, per quella che era per tutti non una semplice Madonna Addolorata ma  la Madonna del Miracolo, ricevette una spinta e una diffusione incredibili.

Lo dimostrano i numerosi atti di devoto omaggio che compiono abitualmente i fedeli, come quello di molti i quali, di passaggio davanti al Convento, si fermano un attimo e accennano un inchino, o di altri che entrano “per salutare la Madonna” e ancora il gesto gentile di spose che depongono il loro mazzolino di fiori bianchi sull’altare, o quello molto frequente dell’offerta dei fiori ricevuti in circostanze liete, accolti dall’espressione “li porto alla Madonna”, ed altri segni, piccoli e grandi, entrati nell’uso e proprio per questo ritenuti di ordinaria devozione. Ma sono le grandi manifestazioni di tutto il popolo che hanno dato e continuano a dare la giusta misura di quanto quella devozione sia radicata e sincera.

Nel 1954 la proposta di dotare la statua di una corona d’oro ebbe l’entusiastica approvazione dell’intera cittadinanza ed in poco tempo venne raccolto l’oro occorrente per la fusione. Fu una gara di generosità da parte di tutti, perché ognuno voleva che qualcosa di suo ci fosse in quel simbolo della regalità che avrebbe cinto il capo della Vergine. Il 15 settembre 1954 Mons. De Filippis, vescovo di Brindisi, cinse il capo della Madonna con la corona, opera del napoletano Catello, realizzata interamente con l’oro donato dai tavianesi.

Altro atto di straordinaria dimostrazione di fede popolare fu quello che si verificò nel 1970. Il 28 febbraio di quell’anno ignoti rubarono il tesoro della Madonna, costituito da collane, spille, anelli, bracciali, orecchini, medaglie, segni evidenti di storie di dolore, invocazioni di aiuto, notti di lacrime ed anche di grazie ricevute. Solo chi non aveva mai pianto nella vita o non aveva mai tremato per una persona cara poteva aver allungato la mano su quegli oggetti, divenuti sacri dal momento in cui erano stati donati alla Madonna. Ognuno di quei monili aveva dietro di sé una storia e nascondeva un nome ed anche la semplice idea di volerne venire in possesso costituiva grave offesa e colpevole insensibilità, quando poi l’idea si tramutò in atto divenne sacrilegio ed azione inconsulta dominata da pensieri ignobili.

A quel punto i tavianesi dettero una risposta indimenticabile che coinvolse tutti, senza alcuna distinzione e fra tutti ci furono anche quelli che nella chiesa entrano poche volte nella vita.

Dall’alba dell’8 marzo, dichiarata giornata della riparazione, fino a tarda sera la gente affluì ininterrottamente al Convento a donare quanto di più prezioso, e in molti casi di più caro, possedeva. E furono tante le coppie di giovani sposi che si privarono delle loro fedi nuziali e tante le madri che lasciarono i medaglioni con l’effige dei figli scomparsi, molti i ragazzi che offrirono i regali della prima Comunione e della Cresima, i giovani che si sfilarono dal collo la catenina, gli uomini e le donne che si privarono dei gioielli di famiglia, appartenenti agli antenati e destinati ai figli. E tutti lo fecero in grande umiltà senza alcun segno di esibizione.

Il tesoro fu ricostruito, più ricco di prima, anche se meno significativo, ma sempre espressione della fede di tutto un popolo in risposta al gesto profanatore di uno sconsiderato.

 

Della grande processione celebrativa che ha luogo la terza domenica di febbraio di ogni anno a tutte le altre manifestazioni comunitarie e di singoli fedeli tutto sta a dimostrare che la devozione dei tavianesi alla Madonna del Miracolo non è un atto formale di religiosità, ma adesione piena ad una fede antica, radicata nel cuore di tutti che sentono la loro Madonna vicina nei giorni del dolore e in quelli della gioia, quando lavorano e quando riposano, nella casa come nella Chiesa.

A Lei, nelle Sue mani, le lacrime di tutte le mamme e i sorrisi di tutti i bimbi, il dolore dei sofferenti e le speranze dei giovani, le tristezze dei vecchi lasciati soli e la gioia delle madri “presso la culla in dolce atto d’amore”, la domanda di giustizia degli emarginati, degli oppressi, dei diseredati e lo spirito di carità di quanti asciugano una lacrima, leniscono un dolore, consolano gli afflitti, aiutano i bisognosi.

In Lei tutte le spine e tutte le rose della nostra vita.



1 Testo tratto dall’opuscolo di Antonio Schito Cento anni con Maria 1894-1994 pubblicato per la celebrazione dell’anno centenario del Miracolo verificatosi in Taviano nel febbraio 1894 e in distribuzione presso la parrocchia.