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Chiesa parrocchiale di Santa Maria del Faro
Via Marechiaro, 96/A - 80123 Napoli Tel. 081 7691439 – Fax 081 5759302 - e-mail: parrocchiasmdelf@virgilio.it
Affidata ai RR.PP. Dehoniani -- Parroco: P. Vincenzo Pinto scj-
Vicario parrocchiale: P. Antonio Cuomo scj
La bibliografia sul tempio di S. Maria del Faro è piuttosto estesa anche se, nella generalità, nessuno degli autori si è dilungato più che tanto nella enunciazione di dati specifici o nel riportare quei ragguagli peculiari che, focalizzando l’argomento, avrebbero messo in risalto anche le parti meno note, così come i sapienti dosaggi dei contrasti cromatici in un’opera pittorica consentono di dare luce e profondità alle ombre ed ai dettagli secondari, fornendo una visione completa ed omogenea della rappresentazione.
Il solo aiuto alle ricerche poteva venire dalla comparazione dei vari testi. Tuttavia, poiché di essi si è redatto un elenco di ben trentotto titoli e avendo constatato che riportano quasi sempre notizie più o meno similari, si farà menzione soltanto di quelli che possono apportare elementi utili a dare - o almeno a cercare di farlo – qualche risposta ai detti quesiti.
Una citazione piuttosto interessante è quella rilevata in un manoscritto della Biblioteca dei RR. PP. Pii Operai in S. Giorgio ad Forum. Il testo è del ‘600 ed il D’Aloe lo riassume così: “S. M. del Faro è una cappella antica nella falda del Monte di Posilipo presso una possessione della famiglia Campanile; vi habitano alcuni pochi frati conventuali di S. Francesco e perché era beneficiale la sua rettoria se ritrova annessa alla sacristia della chiesa arcivescovile”.
Effettivamente -- dal rilievo eseguito presso l’ASDN -- nel fascio della Santa Visita effettuata dall’Arcivescovo Ascanio Filomarino durante l’anno 1644 ( VII - 220 v), sono emerse alcune annotazioni riguardanti il predetto beneficio, ma nulla di nuovo s’è appreso sulle origini del tempio.
Però il D’Aloe, subito dopo aver dato questa concisa descrizione di S. Maria del Faro, fornisce anche quella di un tempio dedicato a S. Maria a Fortuna e scrive: S. M. a Fortuna è una picciola cappella in forma rotonda sita nel principio della salita del Monte di Posilipo, era prima un antichissimo tempio dedicato alla Dea Fortuna, al presente è cappella beneficiale.
Le due diverse sintesi narrative sembrano quindi confermare l’assunto che S. M. del Faro non fu costruita sui resti del tempio della Dea Fortuna che ancora esisteva “in forma rotonda” all’epoca in cui il D’Aloe pubblicò il suo libro ( 1883) .
Ma l’autore che gode di maggior prestigio e notorietà, relativamente all’argomento trattato, è senza dubbio Francesco Alvino il quale, scrive: “ La chiesetta di Marechiaro. Si presenta elevata sul villaggio, piccola e pulita e col suo alto campanile, che si scorge da tutti i dintorni. Era anticamente una cappelletta e tutta poggiava sulle pedamenta dell’antico faro da cui la Vergine prese nome; nell’esterno restano scoverti avanzi d’antiche mura di fabbrica laterizia e graticolata”
Ed ecco il testo della sua annotazione a quanto sopra:
Che in questo sito fosse surto un faro antico è riportato e confermato da Isidoro di Spagna e da vari altri scrittori e dal Giordano; la sua luce dirigeva le navi, che approdavano in questo luogo allora porto; indi demolito surse su d’esso la chiesetta, che s’intitolò S. Maria del Faro.
Stabilita l’epoca ed il luogo della fondazione, si seguano ora le vicende legate alla crescita ed alle trasformazioni del luogo sacro.
Vi sono accenni anche ad alcune fonti letterarie che riferivano d’una fugace presenza lungo la plaga euplea di San Pietro apostolo. L’episodio è però ritenuto inverosimile da eruditi cultori della storia ecclesiastica i quali danno più credito, invece, a quella di Paolo di Tarso che, durante il suo viaggio verso Roma si sarebbe fermato lungo i centri flegrei ed a Posillipo, predicando e convertendo le popolazioni al cristianesimo.
Dopo che la maggior parte degli abitanti della costa s’era rifugiata sulla parte alta della collina, verso i tardi anni del secondo secolo, la primitiva e disadorna cappelluccia di Marechiaro perse molto della sua importanza. Non si hanno notizie, per molti secoli successivi, su come e da quale ordine religioso essa fosse stata governata.
Vi sono peraltro tracce di alcuni insediamenti di monaci basiliani lungo le coste del capo di Posillipo. Essi potrebbero essere stati i primi ad aver avuto cura delle anime degli abitanti di Marechiaro, mantenendo in efficienza la cappella sorta sulle rovine del faro ed edificando, forse, l’oratorio della Gajola che conservò il titolo di San Basilio sino ai primi anni del XIX secolo.
Bisogna poi tornare indietro nel tempo e risalire all’epoca della dinastia angioina per trarre da una pergamena risalente all’epoca di Re Roberto, riportata in uno dei famosi Registri (N. 1317 C - Fol.211), la notizia che “petìa una terra sita in villa pausilipi in loco ubi dicitur S.cta Maria de Pharo” e che questa come luogo selvaggio e inutile, era stata assegnata dal sovrano “a li monaci de S.cto Severino”. Sono questi i tempi nei quali anche sulle coste euplee giunge il messaggio di San Francesco d’Assisi. Alcuni gruppi di frati minori conventuali vi si insediarono predicando la riforma dei costumi morali, il rinverdire d’una fede pura ed umile, il rigetto di ogni forma di esteriorità e e di egoismo. Essi mantennero la conduzione del tempio sino a quando Federico d’Aragona, con un editto del 1506, non ne rivendicò possesso e disponibilità, trasferendolo in dotazione alla Sagrestia maggiore della cattedrale di Napoli.
In seguito, un altro sovrano, Filippo IV di Spagna, il 13 Marzo 1631, per festeggiare il decimo anno della sua ascesa al trono, fu largo di favori verso la nobiltà napoletana e, accogliendo l’istanza della potente famiglia dei Campanile -- di cui un ramo s’era stabilito sulle terre di Posillipo -- concesse a Corrado Campanile il diritto di patronato sulla cappella elevata a grado di beneficio ababiale.
Nel 1668 detto beneficio risulta affidato come rettoria ad un canonico di nome Valerio Arigucci. Il prelato che proveniva da Perugia, constatando il degrado della chiesa e la difficoltà di accesso ai luoghi, non mantenne a lungo l’incarico che lasciò nell’Ottobre del 1670.
S. Maria del Faro rimase inattiva per oltre un anno. Poi, nel 1672 il pontefice Clemente X designò il nipote, Cardinale Alessio Caracciolo, quale nuovo abate beneficiario.
Ma, anche per il porporato, Marechiaro rimase impervia ed esclusa da un’incisiva azione pastorale ed egli cedette lo jus patronati alla famiglia Coppola la quale vantava antiche origini nobiliari ed era proprietaria di estesi feudi lungo la costiera amalfitana. I Coppola, che avevano scelto di stabilirsi a Marechiaro, vi rimasero per oltre cinquanta anni. In seguito, verso la fine del XVII secolo, quando sui luoghi si estese la penetrazione incontenibile di Francesco Maria Mazza, essi alienarono a favore di costui gran parte delle loro proprietà ed anche il diritto di patronato sulla chiesa che si presentava in uno stato di decadenza e di semi abbandono.
Sono questi gli anni nei quali la famiglia Mazza, che già risiedeva a Marechiaro da due generazioni, consolida il predominio sulle terre costruendovi una lussuosa villa circondata da stupendi giardini ed orti.
Francesco Maria Mazza, le cui proprietà confinavano con l’area su cui sorgeva la degradata chiesetta, ottenne dal Pontefice Innocenzo XI, nell’anno 1680, le autorizzazioni necessarie per demolire gran parte delle vetuste strutture e per costruire su di esse un nuovo tempio. A compensarlo delle ingenti spese, una bolla papale gli assicurava il diritto di patronato laicale perpetuo sui luoghi per sé e per i suoi discendenti ed eredi.
Egli, onde sancire questo diritto, fece incidere la seguente epigrafe su di un marmo inchiodato alle pareti del tempio:
D.O.M.
FAMILIAE MAZA E GENERE LONGOBARDORUM
A COMITE DONADEO
AB. ANNO ML ORIGINEM TRAHENTI
ROGERIO INTER COMITES CAROLI PRIMI
SIMONI EIUSDEM REGIS ROBERTI CONSILIARIO
CORRADO SUB CAROLO III ET ANTONIO SUB LADISLAO REGE
CIAMBELLANO CIVITATIS NICASTRI DOMINO
TOT TANTISQUE EXMIJ NOMINIS VIRIS
FEUDIS DIGNITATIBUS, HONORIBUS CLARIS
TUNC IN SEDILIS POTAE NOVAECIVITATIS SALERNI NOBILITATE
ORIGINARIE ALLECTIS
ALOJSIO PRAESERTUM
ANTONIO ITIDEM SUB FERDINANDO PRIMO
ET MARCO ANTONIO CAROLO QUINTO IMPERANTE
TERRAE SANCTI ANGELI ALLESCA BARONIBUS
FABIO ET JOANNI BAPTISTAE FILLIS
DIDACO DEMUM SENIORI IPSIUS JOANNIS BAPTISTAE FILIO
VITA FUNCTIS NON FAMA
ANTONIUS ET FRANCISCUS M. MAZA
CIVITATIS SALERNI PATRITIJ
UT GENTILITIAS MAJORUM SERVARENT IMAGINES
P. ANN. DOM. MDCLXXXII (*)
(*) Alla famiglia Maza della stirpe dei Longobardi - discendente del conte Donadeo fin dall’anno 1050 - A Ruggiero conte di Carlo I, a Simone fido e familiare dello stesso re - a Riccardo consigliere di re Roberto - a Corrado sotto Carlo III e ad Antonio sotto Ladislao, Ciambellano della città e signore di Nicastro - Uomini sì grandi e sì famosi, chiari per feudi, dignità ed onori - Allora allettati dalla nobiltà del sedile di Portanova, dell’originaria città di Salerno - A Luigi specialmente e ad Antonio similmente sotto Ferdinando I e Marco Antonio sotto il regno di Carlo V, baroni di S. Angelo Allesca - A Fabio e a Giovanni figliuoli di Battista - A Diego finalmente figliuolo dello stesso Giovanbattista passati all’altra vita, con eredità di fama - ANTONIO E FRANCESCO M. MAZA patrizi della città di Salerno, per conservare gli stemmi gentilizi, posero nell’anno del Signore 1682 .
Sicchè, attraverso l’iscrizione marmorea, si ha certezza che la prima, importante metamorfosi dell’antichissimo oratorio di S. Maria del Faro risale alla fine del XVII secolo. Per la struttura sacra ebbe inizio allora il graduale processo di trasformazione delle volumetrie e delle linee architettoniche giunte, in parte, sino ai nostri giorni.
Ma le opere radicali più significative, che diedero al luogo sacro l’aspetto attuale, sono da attribuirsi ad un discendente della famiglia Maza, il canonico Giovan Battista Maza. Costui, molto benvoluto dall’arcivescovo, cardinal Francesco Pignatelli, fu nominato rettore della chiesa abadiale di S. Maria del Faro nel 1712.
Cinque anni dopo, beneficiando della sua parte di eredità paterna, volle impiegarne il ricavato per ristrutturare il tempio.
Sotto la direzione di Ferdinando Sanfelice, uno dei più noti architetti dell’epoca, vengono ridisegnati gli spazi interni, date nuove forme al fronte di facciata e, soprattutto, si innalza la torre campanaria che dona alla chiesa il suo aspetto così caratteristico, rendendola parte dominante ed inconfondibile dello scenario eupleico.
(A proposito di questo campanile non si può assolutamente fare a meno di ricordare che esso divenne oggetto di continui litigi, scontri e petriate tra i ragazzi di Marechiaro e quelli del Casale: i primi apostrofavano i casalesi deridendoli per i due turzilli di campanile che ornavano la loro chiesa ed i secondi replicavano che quelli di Marechiaro “tenevano ‘o campanare ‘e cartone: quanno chiove, ‘o levano ‘a sera, e ‘o mettono ‘a matina !”)
Quasi un secolo dopo, l’arcivescovo, cardinale Luigi Ruffo -- entusiasta estimatore della collina di Posillipo, dove la sua famiglia aveva estese proprietà terriere -- nomina rettore un altro sacerdote, discendente dall’antico casato dei Maza, Don Nicola Maria Mazza, nell’intento di ridare alla chiesa un forte impulso di ripresa spirituale.
La scelta si dimostra felice poiché anche questo sacerdote, ripetendo le iniziative dei suoi antenati, nel 1821, si assume quasi interamente la spesa per i lavori di restauro e dipintura dei luoghi, per le opere di sistemazione dell’altare maggiore, dei marmi, delle cornici e degli stucchi. In quegli anni, per lo zelo di questo religioso, si ripavimentano gli interni con nuove riggiole decorate a mano, fornite da Michele Barberio, uno dei più qualificati ceramisti della capitale, si restaurano dipinti e statue, si accresce il patrimonio degli argenti sacri con nuovi calici, l’incensiere, la pisside e l’ostensorio di buon peso e lega, oltre che di ottima cesellatura. Contemporaneamente si rendono autonomi e decorosi diversi ambienti di proprietà della chiesa posti a quota inferiore rispetto ad essa.
Il periodo di conduzione di Don Nicola Maza appare fecondo anche per le numerose iniziative pastorali, ma con la sua morte si conclude la fase positiva per la chiesetta. La repentina scomparsa dell’ultimo esponente dell’antica famiglia e le complicate alchimie giudiziarie per individuare gli eredi del diritto di juspatronato, provocarono un triste periodo di decadenza del luogo sacro.
Durante quegli anni di forzata incuria, si fecero avanti persone le quali, pur non potendo vantare nessun rapporto di parentela con la famiglia Maza, riuscirono ad impadronirsi dei luoghi sacri senza trovare intralci ed oppositori.
Sospese tutte le funzioni, disperso il ricco corredo di suppellettili, la chiesa fu lasciata andare in rovina. Ma la cosa peggiore fu la perdita di quasi tutti gli spazi esterni di sua pertinenza che, ad una quota inferiore rispetto alla navata, si estendevano per oltre 100 metri quadri verso il lato mare.
Tali aree vennero separate dal corpo di fabbrica principale e su di esse si edificarono varie unità abitative. La persona o le persone che ne erano entrate in possesso nel 1836, le diedero in locazione a famiglie del luogo ricavandone il provento dei fitti, fino a quando non passarono ad altri proprietari.
Verso questo declino d’uno dei luoghi sacri più antichi della città, non presero provvedimenti i parroci della Chiesa di Santo Strato, unici legittimati a farlo, né essi ritennero di rendere di pubblico dominio le vicissitudini del tempio. Tutto sembrarono ignorare le autorità civili dell’epoca e lo stesso Arcivescovado, allorché intervenne per reclamare i diritti ecclesiastici sui luoghi, lo fece con molto, se pur incolpevole ritardo, quando già lo stato di fatto s’era consolidato a favore degli occupanti.
Il buio sulla condizione delle strutture e dell’utilizzo della chiesa di S. Maria del Faro si prolungò per tutto la seconda metà del XIX secolo, anche perché s'erano fortemente irrobustite le correnti anticlericali dopo gli eventi che portarono all’unità d’Italia. Nei primi decenni del ‘900 furono possibili solo saltuarie officiature, ma bisognò attendere il 1955 per notare interventi decisi e determinanti da parte delle autorità ecclesiastiche locali.
In quell’anno andava consolidandosi la generosa e faticosa attività pastorale dell’Arcivescovo coadiutore di Napoli, il cardinale Alfonso Castaldo, uomo di forte tempra, che aveva già dato significative prove di fermezza nel ribaltare situazioni e reprimere abusi praticati ai danni di proprietà e beni ecclesiastici da moltissime persone che avevano profittato delle congiunture dei periodi bellici per impadronirsene.
Il presule, senza porsi tanti problemi, si mise in contatto con coloro che, all’epoca, detenevano - sembra più per diritto di usucapione che per lasciti familiari o acquisizioni - la chiesa ed i residui locali annessi. Da un documento rinvenuto nella parrocchia si legge che il Cardinale “dopo laboriose trattative e con un generoso, personale intervento finanziario, riscattò ogni diritto dal presunto possessore e lo tacitò d’ogni pretesa con il versamento della somma di parecchi milioni”.
Anche le quattro famiglie alle quali erano stati concessi in locazione l’ex sacrestia ed i vani sovrastanti il tempio, furono invogliate a lasciare i cespiti mediante il versamento di generosi contributi.
Ripuliti alla meglio i luoghi sacri, ormai definitivamente acquisiti al patrimonio della Chiesa napoletana, ne divenne rettore il sac. prof. Umberto Schioppa il quale riaprì il tempio al culto, con una solenne celebrazione eucaristica, il giorno 8 Dicembre 1955, festività dell’Immacolata.
Con altro decreto del 6 Novembre 1958, il Cardinal Castaldo innalzò la chiesa al ruolo di parrocchia locale, affrancandola con regolare beneficio. Don Umberto Schioppa divenne ufficialmente parroco della stessa il 1° Marzo del 1959.
L’opera pastorale di Don Schioppa conobbe momenti di buona penetrazione tra i filiani e consentì al parroco, nello spazio di poco più d’un decennio, di raccogliere gran parte dei fondi necessari per restaurare le fatiscenti strutture, rinnovare gli arredi, sistemare la sacrestia ed i locali sovrastanti, rifare daccapo gli impianti elettrici ed idrici. Con un ardito, quanto pietoso intervento, venne anche svuotato l’ipogeo della chiesa dalle centinaia di resti mortali deposti nei secoli precedenti, quando ancora non esistevano i cimiteri pubblici. Il resto delle somme che occorsero per portare a termine i lavori furono erogate dalla Curia arcivescovile. Ad inaugurare i luoghi così ben restaurati, venne, nel 1973, il cardinale arcivescovo Corrado Ursi in visita pastorale.
Quando Don Schioppa, superato il 60° anno di età, espresse il desiderio di lasciare la parrocchia, il suddetto arcivescovo, nominò il successore nella persona del sac. Antonio Assante a cui, dopo qualche tempo, successe un attivo e santo sacerdote di Posillipo, Don Enzo Berlingieri - attuale parroco nella chiesa di Maria SS.ma del Buon Consiglio a Piazza S. Luigi - che vi rimase sino all’Agosto del 1982.
Il 3 Settembre di quell’anno, l’Arcivescovo “come riconoscimento dell’attività apostolica svolta dai rr.pp. Dehoniani nella diocesi di Napoli ed a Marechiaro, e per coordinare meglio le diverse attività del centro” (nota fornita dal Rev. P. Franco Gualtieri scj), conferì la nomina di parroco a P. Trifone Labellarte scJ.
Senza nessuna intenzione di togliere meriti ai suoi predecessori e successori, bisogna pur riconoscere che Padre Trifone, per l’entusiasmo con il quale affrontò il ministero, per l’innato carisma, per tante intrinseche qualità, diede una sterzata significativa alla parrocchia che, come aggregazione di fedeli, iniziative pastorali e cultuali, spessore di promozioni ricreative, raggiunse lusinghieri vertici di popolarità.
Il testimone, peraltro, è stato assai degnamente raccolto, prima da P. Rocco Nigro, ora nel Madagascar, e poi dal carissimo P. Franco Minnelli scj, e da P. Vincenzo Pinto scj che attualmente svolge l’apostolica missione di parroco.
La parrocchia ha cura d’anime attualmente su circa 2600 filiani. Nel 1959 essi, secondo la stima fatta da Don Schioppa, erano appena 1200. Non sono possibili raffronti con statistiche precedenti in quanto gli abitanti erano inglobati nei confini parrocchiali della chiesa di Santo Strato.
La storia socio - religiosa degli abitanti di Marechiaro e dei territori limitrofi è ricca di momenti intensi e qualificanti sin dai primi secoli di affermazione del Cristianesimo, quando dall’innesto di radici diverse per etnie e costumanze, nacquero l’impegno e la consapevolezza che portarono alla formazione d’una nuova, omogenea comunità. Peraltro, anche in epoche successive S. Maria del Faro deve aver rappresentato il maggiore, se non l’unico, centro aggregante per coloro che avevano scelto di vivere su questo lembo di costa.
Particolarmente significativa appare la piccola, ma caratteristica confraternita laicale, sorta intorno al 1650 sotto il titolo di “Congrega e Monte dell’Immacolata Concezione alla Sodesca” Il sodalizio era formato da contadini e pescatori che dimoravano tra Santo Strato ed i siti costieri. Le finalità principali, oltre alle celebrazioni liturgiche presso S.Maria del Faro, stabilivano opere di mutua assistenza tra gli associati, il diritto di essere inumati nell’ipogeo della chiesa ed il beneficio post mortem della celebrazione di otto messe in suffragio dell’anima.
Singolare e semplice appariva, in questa confraternita, il modo di auto sovvenzionarsi, attraverso il conferimento al priore del decimo della pesca e di quello sulla raccolta di alcuni prodotti agricoli da parte degli associati. Il priore amministrava il ricavato destinandolo ad opere di assistenza, all’acquisto della cera, del vino e delle ostie ed alle offerte per il sacerdote celebrante.
Tale congregazione è citata anche nella “Nota dei luoghi pii laicali e misti della Città di Napoli” con una contribuzione per opere pastorali, relativamente all’anno 1788, di ducati uno e grana 0,50.
Sin dai tempi remoti la Madonna del Faro è stata onorata di grandissima venerazione, particolarmente da marinai e pescatori. Scrive in proposito il già citato Predicator Generale Serafino Montorio nel 1715 : “In questa chiesa, ove non cessa la Vergine di concedere alla giornata innumerabili grazie a chi co’ fiducia, ricorre alla sua sovrana intercessione, si celebra la Festa ogni anno nel giorno prefisso della ottava di Pasqua di Resurrezione con un concorso innumerabile di popoli di Napoli, di Puzzuoli e di altri luoghi co(n)vicini. Vi si venera ancora un pezzetto di LINTEO, col quale il Redentore si cinse, qua(n)do a nostro esempio lavò i piedi a’ suoi discepoli. Vi si conserva, oltre molte altre, una reliquia di S. Francesco di Sales, dono della pietosa mano di Monsignore Antonio Sanfelice, ed un’altra di San Francesco d’Assisi lasciatavi dal vivente vescovo di Salerno Mons. Poeri, dimostrando con tali doni, quanto fosse degno di venerarsi questo Tempio, dove Maria si adora. A Lei dunque ricorriamo e diciamo col S. Arcivescovo di Valenza: Nescimus aliud refugium, nisi Te: Tu sola et unica spes nostra, in qua confidimus. Tu sola patrona nostra, ad quam omnes aspicimus.”
Di prodigi e miracoli attribuiti alla Vergine si hanno plurimi riferimenti e ricordi tramandati da padri in figli, attraverso il succedersi delle generazioni. Sono pochi gli abitanti di Marechiaro, della Gajola o di Posillipo che, rivolgendo le loro invocazioni alla sacra effigie, non abbiano avuto un segno, grande o piccolo che sia, della Sua protezione o che non ne abbiano tratto speranza e conforto, o la fermezza necessaria per affrontare i quotidiani ostacoli esistenziali.
Inutile elencare le cronache di tanti prodigiosi interventi della Madonnina del Faro: dalla conversione degli equipaggi turchi, giunti disperati nella Sua chiesa la notte del 4 Dicembre 1456, al salvataggio degli ottanta naufraghi in quella livida alba di tempesta del 9 Aprile 1608, dalla bimba rinvenuta vispa e ridente dopo che il cesto di vimini, nel quale era stata abbandonata, si fermò sulla sottostante spiaggetta, alle ventiquattro cartelle nelle quali il buon parroco di Santo Strato, Don Carlo Ajello, conservava processetti canonici e testimonianze degli eventi miracolosi di cui era venuto a conoscenza. L’aiuto divino della Vergine del Faro è tuttora concreto e tangibile per coloro che conservano intatti sentimenti di fede semplice ed umile.
Il triduo per i festeggiamenti in onore della Vergine titolare si svolge nella settimana successiva alla Pasqua, in modo che non abbia a coincidere che la settimana santa. La ricorrenza è particolarmente sentita dalla comunità di Marechiaro e raccoglie attorno alla cerimonia religiosa varie iniziative a carattere culturale, artistico e sportivo. “E’ nostro intento - scrisse in proposito Padre Trifone nel 1989 - rivolgerci all’uomo nella molteplicità dei suoi interessi e delle sue espressioni, perché l’ambiente nel quale viviamo possa essere riscoperto e valorizzato. Non sempre ciò che brilla è oro. Marechiaro, pur nella cornice delle bellezze naturali, nasconde problemi e contraddizioni che solo con la collaborazione di tutti potranno essere rimossi e avviati a soluzione. Una festa di fede, di tradizione, di cultura, è il sorriso che ferma gli sguardi frettolosi, è la speranza che colora il quotidiano, è il gioco di chi ancora crede che alla vita bisogna dare il meglio di sé”.
L’alternanza degli Ordini religiosi a Marechiaro
Precedentemente si è accennato, in vari episodi, a gruppi di religiosi che, nel corso dei secoli, si sono insediati lungo le coste eupleiche per svolgere le loro specifiche missioni di cura delle anime e di divulgazione del Vangelo.
V’è da rilevare che Marechiaro, per la posizione strategica, quasi a mezzo del confine ideale tra le due importanti diocesi di Napoli e di Pozzuoli, sembra aver avvertito in misura maggiore, almeno fino al primo Millennio, l’influenza di quest’ultima rispetto alla prima. Certamente a rafforzare il rapporto dovette contribuire la migliore rete di comunicazione che collegava questa parte di Posillipo alla zona flegrea.
Nei primi secoli, vi furono gruppi di catechisti e di catecumeni provenienti dai territori puteolani che operarono attivamente nelle zone eupleiche per divulgare la dottrina cristiana ed accrescere la fede.
In seguito, assieme al rafforzamento graduale delle istituzioni e delle gerarchie ecclesiastiche, si costituirono i primi ordini religiosi regolari. Uno dei più antichi fu quello dei monaci che seguivano la regola di San Basilio detto il Grande. I primi nuclei di questi religiosi, di rito greco - ortodosso, raggiunsero la diocesi flegrea intorno al settimo secolo ed iniziarono la loro penetrazione verso il vasto territorio metropolitano partenopeo addentrandosi lungo le coste di Posillipo. Un insediamento di basiliani della congregazione di S. Nilo ( rito cattolico-bizantino), fu attivo per lunghi decenni nei pressi della Gajola dove, secondo il Catalani, fu eretta una stabile, se pur approssimativa struttura conventuale con annesso oratorio. Tracce della loro presenza si ritrovano ancora nell’insenatura tuttora indicata col nome di Cala San Basilio e nel tempietto che, sino al secolo scorso, era ancora intitolato a tale santo.
Considerevole la presenza religiosa, a partire dal XIV secolo, dei conventuali di San Francesco d’Assisi. Peraltro, solo i fraticelli francescani -- per la loro ferrea regola di povertà e per l’abitudine ai disagi ed alle rinunzie – potevano trovare la forza di risiedere nella Marechiaro di quell’epoca, che si presentava certamente devota, ma anche dimessa ed emarginata.
L’opera della fratanza francescana ha lasciato anch’essa memorie in questi luoghi, dando nome ad una piccola rada (Cala S. Francesco).
Ma ben può dirsi che la presenza francescana continui ancora a tempi attuali in quanto l’Istituto S. Francesco d’Assisi cura, con il consueto spirito apostolico caritativo, la “Comunità alloggio Marechiaro- Centro Minori”, una struttura socio - assistenziale ora passata al Servizio Sicurezza del Comune di Napoli.
Peraltro, un’antica statua del Santo d’Assisi, eretta quale segno di devozione dai pescatori locali, si trova proprio di fronte alla Gajola.
Più recente è l’insediamento dei Dehoniani. Il dotto ed affabile P. Franco Gualtieri, al quale sono state chieste precisazioni in merito, ha fornito il seguente testo che integralmente si riporta: “ L’arrivo del primo dehoniano a Marechiaro data nell’ottobre 1951, nella ex villa dei principi Aliata di Sicilia. Già nel 1950 i dehoniani erano alla ricerca, a Napoli, di una residenza atta ad accogliere i loro missionari che partivano per l’Africa o ne rientravano, dopo otto o dieci anni, per un breve riposo. Napoli, per i missionari che rientravano dal Mozambico, dallo Zaire (allora Congo Belga) o dal Camerun (francese) era ritenuto il clima ideale. D’altronde il porto di Napoli era, allora, il migliore porto passeggeri sia per chi rientrava e sia per chi doveva partire.
L’occasione adatta, una casa accogliente con giardino, si presentò nel Marzo del 1951: la vendita fallimentare della ex villa dei principi Aliata di Sicilia.
Il primo dehoniano e superiore della nuova comunità fu il padre Paolo Tanzella che organizzò subito la nuova residenza come sede della rivista missionaria Messis e come procura delle missioni dei dehoniani.
Il 14 febbraio 1952 arrivò un giovane padre, ancora studente, p. Angelo Veneziani.
Per due decenni i dehoniani di Marechiaro furono conosciuti esclusivamente, data la loro principale attività, come “i missionari di Marechiaro”
Nel 1963 la sede missionaria divenne anche sede della Provincia religiosa dei dehoniani del Sud e quindi cominciarono a venire altri sacerdoti i quali iniziarono una serie di attività apostoliche sia per Napoli che per il Meridione. Si citano: le missioni al popolo, i corsi di preparazione al matrimonio, i gruppi di spiritualità coniugale, i gruppi giovanili e di catechesi ai bambini e agli adulti, il Gruppo Laici per il Terzo Mondo, per la cooperazione e il volontariato.
Fra le varie iniziative di rilievo la nascita delle “Edizioni Dehoniane”, oggi con sede a Roma, e la Libreria Dehoniana di Via De Pretis al centro di Napoli.
Il 3 settembre 1982, come riconoscimento dell’attività apostolica svolta nella diocesi di Napoli e per coordinare meglio le diverse attività apostoliche, il card. Corrado Ursi affidava ai dehoniani di Marechiaro la parrocchia di S. Maria del Faro.
Oggi la sede iniziale è molto ampliata perché dispone di maggiori aree, di altri due edifici, di sale, di un teatro e può rispondere meglio alle aspettative ed alle richieste degli abitanti della zona. “
Una nota di grazia, peraltro ricca di sollecitudine verso la popolazione locale, fu data dalla presenza della piccola comunità di suore Pastorelle che operò presso la Parrocchia di S. Maria del Faro. Una presenza non ingombrante, ma piena d’idee vaste ed utili al bene di coloro che soffrivano per malattia o emarginazione. Le quattro suorine offrivano la loro testimonianza di fede con iniziative umili e silenti nella luce di una missione apostolica profondamente sentita.
Esse appartengono alla Congregazione religiosa che, fondata il 7 Ottobre 1938, fa parte della Famiglia Paolina ed ha in don Giacomo Alberione il comune fondatore. Il carisma specifico è ben espresso dal nome: “Suore di Gesù buon Pastore”, più comunemente dette “Pastorelle”; sono, quindi, suore chiamate a vivere la stessa missione di Gesù che - quale Past ore - pasce, riunisce, nutre, si prende cura del “gregge”, del suo popolo.
Vivono la loro missione pastorale in comunione e collaborazione con i pastori della Chiesa, con i vescovi ed i parroci: “hanno con il sacerdote pastore un’unica missione; hanno le stesse premure, il medesimo fine, gi stessi mezzi” (don Alberione)
La comunità di Suore Pastorelle a Marechiaro, presente dal 15 Settembre 1985/2000, si impegnò - attraverso l’animazione della catechesi, della liturgia, della carità - a realizzare il progetto del Fondatore che - in ogni parrocchia - sognava la presenza del “pastore” e della “pastorella”, così come in ogni famiglia, accanto al padre c’è anche la madre: “ Esse saranno le sorelle, le madri, le maestre, le catechiste, le consolatrici di ogni dolore, un raggio di luce e di sole benefico e continuo nella parrocchia.”
A Marechiaro esse furono veramente le sorelle, le madri, le maestre...per la gente del luogo ed anche per i tanti estimatori della loro feconda opera di apostolato. Un’opera svolta secondo gli insegnamenti di San Paolo che, confrontando la carità con la conoscenza dei misteri, con la beneficenza e con la stessa fede, la ritiene il fine di tutte le virtù.
Per gentile concessione del Prof. Dott. Antonio Lazzarini, dal suo volume
Marechiaro, - il bello, il sacro, l’antico,
Ed. Grafite, Napoli, 1998.
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