Phos - Giovani n. 3

Dopo aver visto perché dobbiamo porci seriamente il problema di Dio (n.1) e cosa possiamo sapere di sicuro sulla sua esistenza (n.2), ci chiediamo ora cosa voglia dire “religione”, perché ce ne siano tante, se siano più o meno tutte uguali e come fare a scegliere. Infatti “credere in Dio” (essere religiosi), non significa solo “sapere” che Dio c’è, perché uno che sapesse che Dio c’è e poi vivesse come se non ci fosse sarebbe ancora un “ateo pratico”; e se addirittura si ribellasse a Dio che ha conosciuto sarebbe perfino “diabolico” (infatti il diavolo non nega l’esistenza di Dio, ma Lo odia). L’uomo di ogni secolo e di ogni civiltà, infatti, ancor prima di saper ragionare sull’esistenza di Dio (v.n.2) o al di fuori di questa possibilità, ha sempre creduto non solo che Dio esiste, ma, nonostante le molteplici forme con cui se lo sia rappresentato, ha cercato un rapporto con Lui. L’uomo, infatti, è sempre stato naturalmente “religioso” (non è mai esistita una civiltà atea!), ha sempre sentito l’importanza di Dio e di un legame con Lui (si pensi ad esempio all’universalità della preghiera e all’importanza - anche artistica - data ai luoghi di preghiera o di culto), ha sempre avvertito il dovere e la gioia di ringraziarLo (consapevole che tutto dipende da Lui ed è dono suo), la necessità ed il conforto del Suo aiuto (consapevole che non bastano le proprie forze per vivere ed essere liberato dal male), ha capito che credere in Lui vuol dire anche obbedire alle Sue leggi (legge morale: il bene da fare ed il male da evitare, sia personalmente che come società) ed ha perfino sempre avuta l’intuizione di una vita con Lui dopo la morte (tanto è vero che il culto dei morti - che sarebbe assurdo se essi fossero “finiti” insieme al loro corpo - è presente fin dall’apparire dell’uomo sulla terra ed ovunque, in ogni civiltà). Tutto questo è come il denominatore comune di ogni religione.

 

Perché ci sono tante religioni? Una vale l’altra?

 

Qualcuno potrebbe allora erroneamente pensare che tutte le religioni dicano più o meno la stessa cosa e che in fondo l’una valga l’altra. In realtà ci sono tra le religioni sostanziali differenze e noi possiamo scoprire il maggiore o minore livello di verità di esse. Noi dobbiamo certamente rispettare ogni forma religiosa, tanto più che essa è sempre l’espressione di ciò che di più profondo c’è nel cuore dell’uomo e di ciò che più ha inciso in una civiltà. Rispettare però non vuol dire fare confusione, mettere tutto sullo stesso livello o che sia impossibile un giudizio obiettivo su di esse.

Si potrebbe pensare che l’appartenenza ad una religione dipenda solo dall’educazione ricevuta, dalla famiglia e  della civiltà dove uno nasce e cresce. In effetti nella maggior parte dei casi è così. Per questo nel mondo le diverse aree geografiche hanno la preponderanza di una religione (e non capiremmo la civiltà, l’arte, gli usi e costumi di un popolo, se non ne conoscessimo appunto la religione - ed ecco perché in Italia anche un ateo o uno di un’altra religione dovrebbe comunque studiare anche a scuola il “cattolicesimo”). Non  però che non sia possibile verificare la verità o meno della propria religione e della altre convinzioni che abbiamo ricevuto dai genitori o dagli altri (e chi ne ha le possibilità per farlo lo deve fare). Certamente occorre non solo la possibilità di conoscere, ma anche un grande amore per la verità, così pure la volontà di cambiare, qualora riconoscessimo che la nostra posizione è sbagliata o anche solo non pienamente vera. La cosa che si deve come sempre evitare (ed è invece purtroppo frequentissima oggi) è quella di farsi una religione (e in genere una verità) “a modo proprio”, perché questo non corrisponderebbe comunque alla verità e quindi non sarebbe giusta e non ci “salverebbe”.

Tentando un rapido confronto, escludiamo per il momento la religione ebraica e quella cristiana, per le quali si deve parlare di "Rivelazione di Dio stesso" (nel cristianesimo addirittura c’è la presenza fisica stessa di Dio-fatto-uomo) ed anche certe forme di buddismo, per le quali si dovrebbe parlare più di filosofia o di semplice ascesi umana che di vera e propria religione. Notiamo intanto enormi differenze e gradi diversi di penetrazione e comprensione del mistero di Dio e della vita umana, cioè nel modo di concepire Dio, nel modo di comprendere i doveri morali, l’anima e la sua immortalità, e conseguentemente la concezione dell'uomo e  dell'aldilà. Così, insieme alle differenze, possiamo anche rispettosamente ma doverosamente cogliere la maggior o minore verità (ed errori) di una religione rispetto ad un’altra. Ad esempio, possiamo con sicurezza dire che le religioni monoteiste (Dio è uno) hanno colto più esattamente ed in profondità il mistero di Dio di quelle politeista (più Dei) o di quelle "animiste" (le forze della natura sono spiriti e Dei), visto che anche il ragionamento umano coglie l'unità e l'unicità di Dio [non c’è infatti possibilità di esistenza per due “Dei”, per due esseri perfetti: non si distinguerebbero neppure, dato che la distinzione tra due esseri è data dalla differenza, cioè dalla mancanza o presenza di una qualità in uno rispetto ad un altro; ma se un Dio avesse una qualità in più rispetto ad un altro non sarebbe più Dio l’altro, perché mancherebbe di una qualità, cioè non sarebbe perfetto]. Riguardo alla legge morale, ad esempio, l'odio per gli "infedeli" (non musulmani) dei musulmani o le discriminazioni razziali e di casta degli induisti sono certamente ad un livello inferiore rispetto alla legge dell'amore universale e dell'uguaglianza di tutti gli uomini emergente nel cristianesimo. Circa l’unione dell’anima (tutte riconoscono che l’uomo ha un’anima!) col corpo e la vita dopo la morte, l'idea della “reincarnazione”, presente in molte religioni orientali, come dovere di passare attraverso anche molteplici reincarnazioni, come purificazioni (cioè pena da scontare), prima di raggiungere la beatitudine eterna, non ha fondamenti né razionali né storici e toglie tra l'altro lo spazio alla libertà e responsabilità del singolo uomo (che sarebbe allora determinato dalle vite precedenti), oltre a considerare il corpo umano  come un “accessorio” (come abiti di cui vestirsi) e non parte integrante della persona; mentre l’unità  dell’uomo come corpo e anima (pur nella distinzione e nella priorità dello spirito), l'unicità della vita terrena e la resurrezione finale (anche della “carne”), nel cristianesimo, sono evidentemente concezioni più rispettose della globalità ed unità della natura umana [un'antropologia (idea di ciò che è l’uomo) è tanto superiore ad un'altra quanto più riesce a spiegare in modo profondo ed unitario i diversi aspetti della persona e della vita umana, senza più nulla censurare o dimenticare (v. appunto nel cristianesimo, ad esempio,  l'importanza non solo dello spirito ma anche del corpo, sia pur subordinato alle leggi dello spirito)]. La concezione dell’eternità come "nirvana", ad esempio, cioè come annientamento dell’“io” nel “tutto”, è certamente inferiore rispetto alla immortalità personale del “paradiso” islamico; così come questo, con la sua visione del paradiso come una sorta di grande “oasi”, è certamente a sua volta inferiore alla concezione spirituale del paradiso cristiano, che è invece la totale partecipazione dell'uomo (corpo e anima) alla pienezza di vita che Dio è (rimanendo se stesso, anzi essendo pienamente se stesso come mai si è stati nella vita terrena).

Già questo desiderio di Dio e di un legame con Lui, che l’uomo ha sempre avvertito dentro di sé (anche se oggi sembra molto nascosto o addirittura assente in certe persone, poi però, in certi momenti della vita, anche in queste persone emerge con forza, forse non riconosciuto come tale, ma semplicemente sentendo che le cose della vita non bastano per essere felici), è come una “chiamata” di Dio, un desiderio che Lui stesso ci ha messo dentro, per poi venirci incontro e chiamarci alla piena “comunione” (= con-unione) con Sé. Siamo già stati creati per questo. Infatti gli animali non sentono questo desiderio e si accontentano di soddisfare solo i loro bisogni naturali. L’uomo, anche quando non conosce ancora Dio, inconsapevolmente Lo cerca, infatti cerca una verità infinita (per questo non si ferma mai nella ricerca), una bellezza infinita, un Amore infinito, una vita eterna. L’uomo però non poteva darsi da solo questa comunione, perché, pur essendo in fondo desiderata, è troppo al di sopra di sé. Ma Dio, nel Suo immenso amore per l’uomo, si è “rivelato” all’uomo (religione ebraica) e addirittura “si è fatto uomo” (Cristo), rendendo così possibile all’uomo l’entrare, da ora e per sempre, nella sua stessa vita divina. Ed è quanto vedremo in seguito.