Omelia Veglia di Pasqua 2013 - Chiesa di Santa Felicita e Figli Martiri

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Omelia Veglia di Pasqua 2013

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VEGLIA DI PASQUA 2013



Carissimi,

stiamo vegliando insieme, e non so cosa state provando nel vostro cuore in questo momento – rivivendo eventi della storia della salvezza. Una cosa è certa: la nostra non è una veglia a se, ma già altri prima di noi hanno vegliato in questa notte.
Abramo: chiamato nel cuore della notte da Dio a prendere il suo unico figlio;
gli Ebrei: nella notte in cui ricordavano la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, con i fianchi cinti ed i sandali ai piedi, mangiando in fretta;
i Soldati: intorno al sepolcro sigillato; come pure il Sinedrio per paura che il sepolcro venisse aperto ed il corpo di Gesù trafugato.
Quante veglie si sono celebrate nel corso di millenni? E quante ne facciamo noi di “feste” che riteniamo importanti? Mi chiedo e domando: le nostre, possono chiamarsi  “veglie”? Lo sono solamente quelle di tanti uomini e donne che dalla notte dei tempi cercano, soffrono, lottano ed attendono il passaggio di Dio nella loro vita e storia.
Veglia chi CERCA qualcosa che ha smarrito; veglia chi condivide la SOFFERENZA di chi sta male; veglia chi LOTTA per non vedersi portare via le proprie cose; veglia chi ATTENDE una persona che si aspetta da tanto tempo oppure chi deve intraprendere un viaggio importante. E noi, questa notte, desideriamo vegliare per accogliere il passaggio di Dio nella nostra vita.
La Pasqua è la festa liturgica che dà origine a tutte le altre. Senza la Pasqua viene meno il senso ultimo del fare festa in quanto l’ultima parola, l’ultima frontiera della nostra esistenza sarebbe la morte. Dunque facciamo festa, perché Gesù è risorto per noi! La morte, tarlo che tormenta la nostra esistenza, è stata cancellata  con la resurrezione di Cristo.
-Qui sorge una prima riflessione: è un vero peccato che la domenica, da primo giorno della settimana, si sia trasformata in “fine settimana”. Nel nostro linguaggio comune siamo soliti dire: “cosa fai nel fine settimana?”. E’ errato! La domenica non è il fine settimana, l’ultima giornata, ma la prima, l’inizio della festa, di una settimana segnata dalla gioia della creazione e dell’incontro con Gesù Risorto. E’ necessario recuperare il senso di questa celebrazione. Ridurre la domenica a “ultimo giorno” della settimana, equivale a svuotarla di senso.
-Una seconda riflessione desidero farla rileggendo il primo versetto del vangelo proclamato poc’anzi: “il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, (le donne) si recarono alla tomba, portando con se gli aromi che avevano preparato”. In questo versetto, tra le righe, si legge che c’è un “correre”: il fatto che Maria di Magdala, Maria la Madre di Gesù, si recarono al sepolcro di buon mattino, quando ancora era buio, dice molto del desiderio, dell’amore, del loro desiderio di correre e stare con il maestro. Corrono per stare con Lui. E correranno ancora, quando torneranno indietro dagli undici discepoli perché impaurite alla vista dei due uomini apparsi vicini a loro in vesti sfolgoranti.
Corrono le donne, scappano le guardie e corrono pure Pietro e Giovanni, il discepolo che Gesù amava. Corsero tanto. Giovanni, il più giovane, corse più veloce dell’altro. Corrono tutti!
Carissimi giovani, è tipico della vostra età il correre velocemente per arrivare primi al traguardo. Che non venga mai meno in voi questo desiderio di correre; che la vostra vita non sia un vegliare ad occhi spenti. Correte sempre con perseveranza per ottenere non la corona d’alloro, destinata ad appassire, ma la corono incorruttibile che il Signore assegnerà al cristiano operoso. Fate tutto con impegno e perseveranza, perché questa, nel tempo premierà il “servo fedele”. Solo così la luce del risorto arriverà nelle nostri notti dell’anima e della vita.
Infine, una terza riflessione desidero farla su alcuni segni della Pasqua: la luce, l’acqua, il pane e la pietra che chiude il sepolcro.
-La luce accesa durante la liturgia solenne del cero pasquale, deve ricordarci che Cristo è la luce che deve erompere improvviso – come un sole che sorge – ed i nostri volti devono divenire raggianti a contatto con il Risorto.
-L’acqua, che benediremo tra poco, simboleggia la vita nuova che ridona giovinezza. Tra poco saremo aspersi, ed in quel segno siamo tutti invitati a lasciare le nostre stanchezze, le nostre miopie, i nostri egoismi, le nostre stupidità, tutto ciò che è sporco di noi, vecchio e meschino. A pensarci bene, quando ci facciamo una doccia, non lasciamo cadere con l’acqua tutte le nostre impurità? Così deve accadere anche ora: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli” (Ez. 36, 25). L’acqua è un segno di purificazione che riguarda noi uomini ed è alla radice della creatura nuova che rinasce dalle acque battesimali: “Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio”. (Gv. 3, 5) Dice Gesù a Nicodemo.
-Il pane: è la notte del pane senza fermento, o meglio senza il vecchio fermento dell’ipocrisia. Quel piccolo pezzo di pane, contiene la grandezza di Dio che si è fatto piccolo, si è fatto uno di noi. Anche noi ci nutriremo di quel pane, per essere, a nostra volta, noi stessi pane.
-Ciò che annuncia la resurrezione di Gesù è soltanto un sudario ed una pietra ribaltata. Il sudario, il lenzuolo che avvolgeva il corpo di Gesù è ciò che resta della sua vita terrena, di quel Gesù fatto uomo. Gesù si è già rivelato, ha tolto il velo che non permetteva all’uomo di allora, come quello di oggi, di vedere. Non permettete a nessuno di velarvi gli occhi, ma imparate sempre a guardare il mondo con gli occhi della fede.
-La pietra: un grande masso non più a sigillare la tomba ma rotolato. La durezza della pietra è simbolo di tutto ciò che soffoca la vita degli uomini. Quella pietra ora è rimossa, e ci ricorda che non vince la freddezza, la durezza, ma la vita, la luce e l’amore.
Concludo rivolgendo ad ognuno di voi una domanda: nella tua vita si è fatto giorno? E’ finita la notte? Non sarò io a darti la risposta, ma se non riesci a trovarla, ti sia di aiuto la testimonianza di un rabbino ebreo. Durante la lezione ad alcuni studenti un giorno domandò: “Come si fa a dire che la notte è finita e il giorno sta ritornando?”. Uno studente suggerì: “Quando si può vedere chiaramente a una certa distanza che l’animale è un leone e non un leopardo”. “No” disse il rabbino. Un altro disse: “Quando si può dire che un albero produce fichi e non pesche”. “No” disse il rabbino. “E’ quando si può guardare il volto di un altro e vedere che quella donna, quell’uomo, è tua sorella, è tuo fratello. Perché fino a quando non siete in grado di fare questo, non importa che ora del giorno sia, è ancora notte”. E’ questo l’augurio che rivolgo a ciascuno di voi: non m’importa a quale ora del giorno o della notte vi troviate, ciò che mi sta a cuore è che ognuno di noi riconosca la luce dell’amore, della carità e la insegua con tutte le forze e per tutta la vita.
Buona Pasqua.

 
 
 
 
 
 
 
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