Omelia Veglia di Natale 2012 - Chiesa di Santa Felicita e Figli Martiri

Vai ai contenuti

Menu principale:

Omelia Veglia di Natale 2012

Il Parroco > Omelie nascoste
 

VEGLIA DI NATALE 2012



Carissimi,
desidero iniziare con un’espressione che riassume tutto l’itinerario della vita di un grande uomo timorato di Dio: Giobbe. “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto. Perciò mi ricredo e mi pento sopra polvere e cenere”.
Abbiamo il grande dono, da parte di Dio, di celebrare un altro Natale e mi domando, dopo tanti anni, se abbiamo realmente compreso il senso di questa festa e celebrazione. Da più parti sento denunciare un “Dio assente” dalla storia degli uomini: eppure, in questa notte, emerge chiaramente l’amore appassionato che Dio ha per gli uomini.
Raramente prestiamo attenzione a questo particolare: siamo soliti ripetere che un Dio sordo alle richieste è cinico. Ma mi chiedo e domando a noi: questa notte, entrando in Chiesa, cosa siamo venuti a cercare, su cosa focalizziamo la nostra attenzione?
Se la nostra attenzione cade solamente su di un presepe, un addobbo natalizio più o meno caro, credo che anche noi, con Giobbe, possiamo dire di “conoscere il Signore soltanto per sentito dire”. Se invece mi sforzo di entrare nella comprensione di questo mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, potremo dire: “ora i miei occhi ti hanno veduto” e conosciuto.
E’ necessario aprire gli occhi e lasciarsi avvolgere da quello stesso fascio di luce che avvolse i pastori nei campi. Per quale motivo? Per capire che la scena di un Dio che si è fatto piccolo ed indifeso, per essere accolto nelle nostre mani, è un preludio già della croce; che la sua nascita manifesta la sua passione e simpatia per l’uomo, talmente estrema, che lo ha spinto a condividere la sua condizione.
Per cui il problema non sta nel fatto che Dio è assente alle nostre richieste, ma che se – per mezzo della fede – non accolgo nella mia vita la carne di Dio che si è fatto solidale con la nostra debolezza, non potrò mai sperimentarne la sua presenza nella mia vita.
Come si può sentire e riconoscere una persona che non si accoglie?
Si, abbiamo bisogno del dono della fede per comprendere il senso profondo del Natale, perché il Figlio di Dio non è venuto con potenza, nel fulgore della sua gloria, ma nella semplicità ed umiltà. Se fosse venuto nei segni del potere, i grandi lo avrebbero riconosciuto e non rifiutato. Ma se fosse stato così, non sarebbe stato un Dio, ma un idolo: la sua grandezza sta nell’essere piccolo; il suo splendore affascinante, nell’essere un bimbo fasciato; il suo aspetto tremendo, quello di un corpo tremante nella mangiatoia.
La sua vita terrena inizia nella grotta di una mangiatoia, e si conclude nella grotta sepolcrale; inizia avvolto in fasce, e si conclude avvolto da un lenzuolo (conosciuto come la sindone); si apre con un neonato deposto nel legno della greppia e si conclude sul legno di una croce.
Sono questi i segni che dobbiamo contemplare in questa notte, se realmente desideriamo conoscere il Signore Dio ed il senso di questa celebrazione.
Vorrei soffermarmi ancora su alcuni particolari legati alla tenerezza di Maria: il vangelo di Luca ci ricorda che “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia”.
Maria lo fasciò: Dio è bisognoso dell’amore dell’uomo. Dio non può fare a meno del nostro amore.
Maria lo depose: il termine preciso è lo sdraiò. Gesù viene sdraiato ad un tavolo non come colui che mangia, ma nel posto di ciò che è mangiato, nella mangiatoia. Il cibo disceso dal cielo, che da la vita, è deposto nel luogo dove mangiano le bestie. Dio si dona come vita e cibo all’uomo peccatore.
Nell’incarnazione di Gesù vi è un carattere passionale che è il preludio della passione che vivrò, sempre per l’uomo, fin sulla croce.
Se comprendiamo queste cose allora ci accorgiamo che il vagito  di quella creatura inerme ed indifesa nella grotta gelida e mal riparata, non è il pianto di un fanciullo che soffre perché ha freddo. Piange e soffre perché, come ci ricorderà domani mattina il prologo del vangelo di Giovanni, “i suoi” – anche oggi come duemila anni fa – “non lo riconobbero”. Gesù non ha bisogno della nostra compassione, ma del nostro amore. Lui non vuole essere soltanto visto, ma desidera entrare in una amicizia profonda e sincera con ciascuno di noi. Ma perché ciò avvenga è necessaria una conoscenza non storica, ma reale del Figlio di Dio.
In questo giorno santo si è soliti scambiarsi i “doni”: il dono non è qualcosa che do o ricevo e che conservo – si parla in questo caso di regalo – ma è un piccolo seme che porta con se il dovere di essere seminato, il lavoro di essere coltivato e l’impegno di farlo fruttificare per essere condiviso con gli altri.
Ebbene: Dio, in questa notte, ci fa il “dono” del suo figlio e perché possa essere accolto e conosciuto è necessaria la fede. Solo attraverso essa l’uomo potrà esercitarsi nel crescere e a costruire la sua relazione con Dio.
Dio è amore, “e l’amore sa attendere, sa aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi”.
E’ questo l’augurio più sincero che rivolgo a ciascuno di voi: che possiate innamorarvi non del Natale, ma di Gesù Cristo. Chiedetegli questo dono a Dio Padre. Ed i tanti doni che vi scambiati siano l’immagine del più grande dono che Dio ha fatto all’umanità donando il suo Figlio Gesù.
Roma, 24 Dicembre 2012.
          
    Il Parroco
  Don Cristian Prestianni sdv.

 
 
 
 
 
 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu