Omelia di Santa Felicita 2012 - Chiesa di Santa Felicita e Figli Martiri

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Omelia di Santa Felicita 2012

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OMELIA DI SANTA FELICITA
24 Novembre 2012



Carissimi,
è trascorso poco più di un anno dal mio insediamento a Parroco in questa comunità, e sento il dovere di ringraziare la nostra Patrona - S. Felicita ed i suoi sette figli - per i tanti doni e grazie che mi ha concesso in questo primo tratto di strada percorso insieme.
Ho fatto non poche esperienze che mi hanno arricchito umanamente e spiritualmente, ma non posso nascondere che accanto a queste, ve ne sono altre, che hanno causato, e causano tuttora, tanta sofferenza.
Per questioni di privacy farò soltanto i loro nomi: penso in questo momento al piccolo Mattia, che lotta contro una malattia tremenda, la leucemia; il giovane Fabio, affetto da una rara sindrome che lo porta giorno dopo giorno ad un debilitamento del suo organismo; il signor Domenico, che lotta contro un male incurabile; ed il signor Stefano, da oltre un mese ricoverato presso la terapia intensiva dell’ospedale S. Andrea dopo il reiterarsi di un ictus celebrale che lo ha immobilizzato del tutto.
Molti di più sono coloro che soffrono in silenzio e di cui la nostra comunità non ne è a conoscenza: a tutti loro va la mia vicinanza e preghiera. Possa il Signore Dio, concedere loro la forza per compiere sino in fondo il Suo volere.
 Non poche sono state, poi, le persone che ho accompagnato nell’ultimo tragitto della loro vita all’incontro con Cristo: penso al sig. … , morto per tumore al polmone, dopo pochi mesi dal mio arrivo a Roma; il giovane Risi, scomparso dopo una lunga malattia che ha saputo portare dignitosamente senza mai lamentarsi, sempre con il sorriso sulle labbra; a Margherita, pilastro di questa chiesa che ha tanto servito ed amato; ed in ultimo il giovane Alessandro che ha scosso un intero quartiere.
Alla luce di questa fotografia del nostro territorio, non credo di sbagliare se dico che anche oggi esistono attorno a noi tanti martiri!
“Martire” è un vocabolo che deriva dal greco che significa “Testimone”. Ed il testimone è “una persona che muore per quello che crede. Originariamente, erano solo i cristiani, ma ora si intende molto di più e comprende tutti gli altri, per esempio una persona che muore per una grande causa”.
Dunque il martire è un “Testimone”, che offre e soffre per qualcuno o qualcosa in cui crede. Ed oggi sono proprio tante le persone che offrono le proprie sofferenze donando una grande lezione di vita e di serenità a noi, che rimaniamo su questa terra a vagare dentro un’esistenza  priva di significato e svuotata di tutto, proprio tutto!
Santa Felicita è stata una donna che non ha svuotato di senso la sua vita davanti a chi le chiedeva di rinnegare la fede in Gesù, che aveva tanto amato e da cui aveva ricevuto tutto; non si è piegata ai ricatti dell’imperatore che la invitava ad offrire incenso agli dei in cambio della vita. Un amore per Gesù talmente grande, che pure i figli hanno ricevuto senza indietreggiare dinanzi a chi li minacciava di morte se non si fossero convertiti.
Oggi, parlare di “morire per le grandi cause”, sa di ridicolo, perciò affermiamo: come si può pretendere di morire per un Dio che non si vede? Come ci si può fidare di un Dio che non da nessun cenno alle tante richieste di aiuto che giungono da migliaia di uomini travagliati da sofferenze umane? Solamente un pazzo può accettare di morire per un Dio sordo!
In una cultura come la nostra, in cui ciò che conta è solo l’eterno presente, questi ragionamenti sono veri. Ma se può sembrare assurdo ed incomprensibile “morire per le grandi cause” è necessario ammettere con grande umiltà che è estremamente urgente e necessario tornare  “vivere per le grandi cause”. Non si parte, e non si giunge in nessun luogo con gli pseudo valori. Di grande attualità sono le parole di Gesù: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima. Temete invece Dio, che ha il potere di far perire l’anima e il corpo nell’inferno”. (Mt. 10, 28 ss.).
Non mancano, ancora oggi, uomini e donne che tentano di offuscare questo messaggio di Gesù così come al tempo di S. Felicita: le autorità sacerdotali pagane del tempo, la accusarono presso l’imperatore Marco Aurelio dicendo che “contro la vostra salute questa vedova con i suoi figli insulta i nostri dèi”. Parimenti, non mancano persone che accusano la Chiesa di contribuire allo sfascio generale della società; che si può fare a meno di essa, e che qualora non esistesse, il mondo andrebbe meglio.
Mi domando e chiedo a voi: non è forse vero il contrario? Il mondo non va in rovina perché non c’è più nessuno in grado di donare la vita per una giusta causa? Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, incarnatosi in Gesù Cristo, non è forse stato relegato ai margini con il suo messaggio di salvezza? Quale spazio di “Amore di bene” può esserci in un mondo che ha deciso di andare alla scuola  del surrogato del “vero amore”? Non può esserci ne vita ne futuro quando l’amore umano non è ad imitazione di quello insegnatoci da Gesù Cristo e testimoniatoci dai Santi Martiri.
Questa sera, però, desidero soffermarmi su due particolari dell’immagine di Santa Felicita, che veneriamo nella nostra parrocchia: la croce ed il figlio che tiene stretto tra le braccia.
La Croce
La croce spesso non la osserviamo, forse, prima di oggi, non l’avevamo nemmeno notata, eppure S. Felicita ce la mostra tenendola bene in vista: essa ci ricorda che il “martire cristiano come Cristo e mediante l’unione con Lui, accetta nel suo intimo la croce, la morte e la trasforma in un’azione d’amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale, dall’interno diventa un atto d’amore che si dona totalmente. La violenza, così, si trasforma in amore e quindi la morte in vita. Il martire cristiano attualizza la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte. (Omelia a Marienfeld - Colonia, 20 agosto 2005).
Quanti figlie e figli della Chiesa nel corso dei secoli hanno seguito questo esempio! Dalla prima persecuzione a Gerusalemme a quelle degli imperatori romani, fino alle schiere dei martiri dei nostri tempi. Ricordiamolo sempre: la croce non è un ornamento da portare al collo, ma il simbolo della nostra fede, conosciuta in tutto il mondo, anche per il sangue versato dei tanti uomini e donne sull’esempio di Cristo.
Il Figlio
In questo figlio sono simboleggiati tutti i figli di Felicita. C’è la testimonianza di uno di essi che merita essere ricordata quando, nel giorno del suo martirio, il carnefice, dinanzi alla madre, lo invitava ad offrire l’incenso agli dei con queste parole: “Se non sarai ribelle e farai ciò che più desidera il nostro sovrano, si avrà riguardo per la tua età e per la tua esistenza che non è ancora uscita dall’infanzia. Quindi, sacrifica agli dèi, per poter diventare amico degli Augusti e conservare la vita e il loro favore”.
Sorprendente fu la risposta che il piccolo Alessandro diede al suo torturatore: “Io sono servo di Cristo. Lo confesso con le labbra, lo conservo nel cuore, lo adoro incessantemente. L’età tenera che tu vedi in me ha la saggezza degli anziani, quando venerano il Dio unico. Invece i tuoi dèi con i loro adoratori saranno condannati alla morte eterna».
Cari genitori e cari giovani, non dimentichiamo queste parole, ricordiamo sempre di confessare, conservare e adorare incessantemente il Dio di Gesù Cristo per poter essere fieri di chiamarci “martiri” e non andare alla deriva. Ma per fare ciò ci vogliono persone forti, che non hanno timore di mettersi in gioco e che sanno decidersi per le cose essenziali.
Conclusione
Sì, è necessario decidersi, ma non per le strade del perfezionismo che approdano sempre, prima o poi nei rimpianti: “se avessi scelto l’altra strada sarebbe stato meglio”.
In fondo in fondo, al perfezionismo non ci crede nessuno. E’ un ideale alto, che sta lì, desiderabile, ma difficile da raggiungere. Per raggiungerlo è necessario passare attraverso la “via stretta” come ci ricorda Gesù nel vangelo. E la via stretta è la Croce che tiene in mano la nostra patrona e martire mostrandola non solo come via, ma anche come “verità e vita”.
Oggi, Solennità di Cristo Re dell’Universo, il Signore Dio ci conceda di ascoltarlo come unico sovrano e, sulla sua Parola, ciascuno di noi orienti i propri passi per poter far parte dell’immensa schiera dei santi martiri.
Roma, 24 Novembre 2012.

         Il Parroco
     Don Cristian Prestianni sdv.

 
 
 
 
 
 
 
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