Omelia di prima Messa di Don Mario Alagna - Chiesa di Santa Felicita e Figli Martiri

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Omelia di prima Messa di Don Mario Alagna

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OMELIA PRIMA MESSA
DI
DON MARIO ALAGNA

21 Aprile 2013



Caro don Mario,
quella di questa sera è la prima di tante eucarestie che celebrerai nell’arco della tua vita. Di alcune non ne conserverai alcun ricordo, di altre ne avrai una piccola memoria, ma di questa tua prima messa ne conserverai un ricordo lucido per sempre.
Mi hai chiesto, e dato l’onore e l’onere di tenere l’omelia della tua prima Messa. E quello che dirò questa sera è ciò che reputo importante; quello che vorrei sentirmi dire io questa sera, se mi trovassi al tuo posto. Nel parlare a te, ricorderò tante cose a me; e ciò che ascolterai, non è altro l’idea che mi sono fatto del sacerdozio dopo sedici anni di ordinazione. Desidero riflettere con te su quattro cose: il sacerdote come Buon Pastore; il significato di “odore delle pecore”; il dono del perdono e sulla pianta e i frutti sacerdotali.

Il Buon Pastore
Don Mario, la quarta domenica di pasqua coincide con la 50° Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, e non a caso il vangelo di oggi è quello del “Buon Pastore”: ieri, durante la liturgia di ordinazione il vescovo, consegnandoti il calice con il vino e la patena con l’ostia, ti ha detto: “Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai. Conforma la tua vita al mistero della Croce di Cristo Signore”. Ricorda sempre: sarai un vero Pastore nella misura in cui imitando ciò che celebrerai, “conformerai” la tua vita a quella di Cristo.
Il buon pastore conosce ed ama il suo gregge; ascolta, e si lascia ascoltare dalle sue pecore. Il mercenario, invece, salva solo se stesso. E nell’ora della prova fugge.
Caro don Mario, sarai un “Buon Pastore” nella misura in cui saprai farti prima agnello e poi, crescendo negli anni del sacerdozio, pecora che ascolta la voce di Dio. Agnello e pecora che non scappa, non indietreggia davanti alle difficoltà, anche quando farà l’esperienza di rimanere solo.
Nel brano del vangelo abbiamo ascoltato che il buon pastore ascolta le sue pecore.
Il termine “Ascoltare la voce” è bello: riconoscere una voce vuol dire intimità, frequentazione, racconta di una persona che già abita dentro di te. Prima delle tue parole, c’è la Parola che parla in te e con te! Per questo, caro Mario, ricorda sempre che prima di dire le cose agli altri, assicurati che la Parola di Dio ti dica qualcosa; parli con te. Se tu ascolterai la voce di Dio, le pecore ti ascolteranno e potranno seguirti! Solo se saprai dargli ciò che esse cercano, potrai dire di essere un buon pastore. Null’altro cercano gli uomini se non Dio solo! Nella tua vita di sacerdote il Signore ti farà il grande dono di incontrare tante persone: ricorda che esse ti seguiranno non perché sei importante e giovane, ma perché da te cercano, desiderano ed aspettano di ricevere solo ciò che un sacerdote  può dare: Gesù Cristo. Solo il sacerdote può dare Cristo al mondo e nessun altro. Ricordatelo sempre!

“L’odore delle Pecore”
Una seconda riflessione desidero condividere con te questa sera: la prendo dall’omelia che papa Francesco ha pronunciato a noi sacerdoti in occasione della Santa Messa Crismale del Giovedì Santo – i tuoi ultimi giorni da diacono.
In quella circostanza papa Francesco rivolgendosi a noi sacerdoti ha detto: “Siate pastori con l’odore delle pecore”, ed aggiungo io: che si senta questo odore!
Le tue mani, che baceremo al termine di questa celebrazione, profumano ancora dell’unzione del Sacro Crisma: ricordati di emanare sempre il profumo della tua consacrazione, e non avere paura di avvicinarti a chi puzza di pecora; a chi puzza di sudore e sa quali e quanti sacrifici fa per andare avanti nella vita. Impara a stare dalla parte degli ultimi e mai dalla parte dei primi e degli arroganti. Non scandalizzarti: ma anche tra i sacerdoti c’è chi scappa dai poveri, o chi si fa scudo di loro per fini terzi.
Chi ti incontra, deve poter respirare il profumo della gioia; quanti usciranno dalla Messa che celebrerai, devono avere il volto illuminato di gioia, tipico di chi ha ricevuto una bella notizia. Ed il vangelo che predicherai non dovrà essere parola astratta, ma parola incarnata nella vita quotidiana della gente. Solo così potrai evitare che la fede del popolo sia invasa da quanti vogliono saccheggiarla.
Don Mario, vigila sulla tua fede perché, vegliando su di essa, potrai salvare quella degli altri. E spenditi totalmente, per portare quante più anime a Dio, come ci ricorda il nostro Beato Giustino.

Concedi il dono del per-dono
Nella vita del tuo ministero sacerdotale sarai chiamato ad esercitare anche la misericordia di Dio attraverso il sacramento della riconciliazione. Presta attenzione a ciò che sto per dirti: impara ad amare il confessionale! Te lo ripeto: impara ad amare il confessionale non da domani, ma da questa sera!
C’è tanta gente ammalata non di cuore, ma nel cuore e nell’anima. La più grande malattia non è quella che curano i medici, ma quella interiore: e si chiama “povertà di felicità”.
Molte persone, soprattutto giovani, curano questa “povertà di felicità” in modo sbagliato: alcuni pensano di curarla con il denaro. E si affannano nell’accumulare quanto più è possibile. Poi, quando ne hanno fatto una montagna ed arrivano sopra ci trovano scritto: “la felicità non abita qui, cerca altrove”; altri pensano di curare questa malattia con il potere, dominando sugli altri; cercando piedistalli a tutti i costi. A me e te, e a tutti, ricordo quanto dice il Salmo 37: “non adirarti contro gli empi, non invidiare i malfattori. I prepotenti, presto, come il fieno, appassiranno, cadranno come l’erba del prato”. Ricordalo spesso questo versetto quando sarai in confessionale.
Altri ancora, poi, pensano di curare questa “povertà di felicità” con i divertimenti. Tempo fa, in un libro di cui non ricordo l’autore, trovai scritto: “se vuoi sapere dove non abita la felicità, frequentate i luoghi di divertimento”.
Ai giovani che si inginocchieranno per ricevere il perdono di Dio ricorda che nei luoghi di divertimento potranno trovare qualche briciola di piacere, ma di felicità neppure l’ombra! Invitali ad andare da Gesù: perché solo Dio guarisce questa malattia.
S. Agostino ricorda: “Signore ci hai fatti per te ed il nostro cuore è inquieto fino a quando non trova riposo in te”. Inquieto significa senza pace, scontento: nel sacramento della penitenza fai sperimentare ai giovani il riposo, la gioia, la pace. Solo Gesù può donare la quiete che fa incontrare Dio. L’uomo nasce con un vuoto infinito che solo l’infinito può riempire.
Quando entrerai nel confessionale ricorda quanto accadde ad un altro Agostino: il dottor Gemelli. Da giovane era un medico ateo ed al fronte, durante la prima guerra mondiale, gli portarono un giovane ferito che si rese conto che stava per morire. E rivolgendosi al medico disse: “dottore, se ci fosse qui la mia mamma mi darebbe una carezza, e direbbe un “ave o Maria” per me. Se la sente di dire un “ave o Maria” per me?”. Agostino, medico ateo, venne coinvolto in un gesto di carità inaspettato. Esitò per qualche istante: alla fine ricordando “l’ave Maria” dell’infanzia – come disse lui stesso più tardi – cominciò a pregare “Ave Maria”. E mentre pregava, piangeva; e piangendo la sua anima si scioglieva. Così cadde il muro, e diventò credente. Fu Maria a portare Agostino Gemelli a Gesù. Agostino non poteva incontrarlo perché era egoista, soltanto nella carità lo ha incontrato, perché Dio è amore.
Quando confesserai non dimenticare mai di esercitare la carità di Cristo; asciuga le lacrime di quanti piangono e sciogli i cuori di pietra di quanti sono chiusi nel loro egoismo. Ed in ogni eucarestia che celebrerai chiedi che Dio si faccia vicino a quanti incontrerai. In una sola parola: a quanti si accostano a te per ricevere il sacramento del perdono fa sperimentare la carezza di Dio.

Pianta e frutti sacerdotali
Desidero concludere con le parole del nostro Beato padre Fondatore don Giustino: se Gesù, nel vangelo ci ricorda che le “piante le riconoscerete dai loro frutti”, ricordati che per i vocazionisti secondo l’ideale alto e nobile del Beato Giustino, dalla “pianta sacerdote” ci si attendono “frutti sacerdotali”. Don Mario, ricorda sempre che le vocazioni sono per noi “Pupilla oculi” ossia “pupilla degli occhi”.
Se nella tua vita di sacerdote non accompagnerai nemmeno un giovane al sacerdozio è come essere miopi se non addirittura ciechi.
Per questo motivo concludo dicendoti: “Duc in Altum!”. E’ un espressione bene augurale che utilizzavano gli antichi romani che significa: “Prendi il largo”; inizia il tuo ministero, pasci il gregge di Dio e pascilo con il suo amore; seguilo con coraggio e fedeltà mettendo sempre da parte l’ambizione, il carrierismo, il gusto del successo. Comincia, con umiltà, a calare la rete dalla parte che ti chiede Gesù, e ricorda che ogni pesca che farai non è merito tuo, ma Dio. E lui che tira fuori dagli abissi del peccato come ha fatto con ognuno di noi. Tutti noi, un giorno, siamo stati pescati, chiamati da Gesù Cristo per compiere questo ministero. Per questo motivo l’augurio che ti rivolgo dal profondo del cuore è: “Duc in Altum”! Cala le reti per la pesca e pasci il gregge che Dio ti affiderà.

 
 
 
 
 
 
 
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