L'Interrogatorio - Chiesa di Santa Felicita e Figli Martiri

Vai ai contenuti

Menu principale:

L'Interrogatorio

Parrocchia > Storia di Santa Felicita
 

L'Interrogatorio


Dopo averle fatto legare le mani all'anello della colanna, Publio fece flagellare la matrona e , dopo questo orrendo supplizio, ordinò che fosse gettata in prigione.
     Era il maggio odoroso: dalla stretta feritoria della cella ove la santa era rinchiusa filtrava un filo di sole primaverile che le carezzava il pallido volto sofferente; attraverso quel raggio ella inviava all'eterno Sole la sua preghiera di sostegno per i figli e di perseveranza per lei... Ore intere trascorrevano nell'estasi della sua accorata preghiera...
     
     Tutti i fratelli, ora, privi della madre, guardavano con angoscia e paura il fratello maggiore Gennaro, ormai giovinetto.
     
     Particolarmente a lui, insieme agli altri, si rivolse il Prefetto, ripetendo le solite lusinghe e le solite minacce.
     
     Ma questi, incoraggiati dall'esempio della madre, si mostrarono degni figli di Felicita... Si fecero balenare, di fronte ai loro occhi tutti gli onori e i piaceri della corte, qualora avessero rinnegato la fede e avessero sacrificato agli dei e all'imperatore.
     
     Quale prova terribile per questi generosi atleti di Cristo! Scegliere la vita, gli onori e i paiceri del mondo oppure i patimenti, l'ignominia e la morte!
     
     E tutti generosamente scelsero la morte!
     
     Infatti così il giovane Gennaro rispose all'inquisitore: "Io ho preso a mia guida la salvezza di Dio ed essa certo mi darà la vittoria sulla vostra empietà"
     
     Il Prefetto, similmente alla madre, lo fece flagellare davanti agli occhi esterefatti dei fratelli minori e lo fece rinchiudere in prigione insieme ai malfattori comuni.
     
     Chiamò, poi il secondogenito Felice e lo esortò in tutti i modi ad essere più saggio del fratello se non voleva incorrere negli stessi tormenti e nelle stesse punizioni. Ma anche Felice, con voce franca e ferma, accennando il cielo con il dito, disse: "Lassù non v'è che un solo Dio ed è quello che noi adoriamo; a Lui noi offriamo il sacrificio di tutti noi stessi; non sperare, quindi, di separarcene."
     
     Il Giudice, dopo averlo fatto battere con le verghe, ordinò che fosse messo in prigione insieme al fratello.
     Si rivolse, ancora, al terzo fratello Filippo con paterne parole: "Almeno tu, non costringermi ad essere cattivo con te, sii ubbidiente almeno tu agli ordini del nostro imperatore sacrificando ai nostri Numi onnipotenti."
     
     "Non sono già degli dei lo interruppe i ragazzo ma dei vani simulacri di marmo e di metallo che non hanno alcun potere e intelletto, e ancor meno ne dimostrano coloro che li adorano!"
     
     Anche Filippo toccò la stessa sorte dei fratelli.
     Il Prefetto chiamò a sé il ragazzoSilvano, quarto genito della famiglia e presolo per i capelli, gli mostrava gli strumenti della più terribile tortura insieme alle orrende facce dei carnefici.
     "Se noi temessimo disse il ragazzo questi vostri tormenti di un istante, ci esporremmo ad altri più tremendi per tutta l'eternità: Tormentateci, dunque, percuoteteci, bruciateci, uccideteci, non farete altro che affrettare la gloria che ci aspetta lassù nel cielo!"
     
     Publio ordinò che il medesimo supplizio fosse arrivato a Silvano.
     Non meno coraggioso si dimostrò il giovanissimo Alessandro che, senza ascoltare nemmeno una parola del suo giudice, dichiarò "Io non riconosco altro Dio e padrone che il Signore Gesù; la mia bocca ne dichiara la divinità, il mio cuore lo ama, la mia anima lo adora e nel dire e far ciò, per quanto uno sia giovane dimostra certo più sagezza di un vecchio che crede e si prostra davanti agli idoli di pietra, i quali periranno insieme ai loro adoratori."
     
     Anche Alsessandro seguì la sorte dei fratelli.
     Fu la sorte del bambino Vitale; il giudice prendendo spunto dal suo nome gli disse amabilmente: "Tu che ti chiami Vitale, almeno tu, come dice il tuo stesso nome amerai la vita e non vorrai andare incontro alla morte! Abiura, quindi, la tua fede."
     
     "Che cosa è da preferire rispose il fanciullo - <i>morire con la grazia di Dio o vivere schiavi dei demoni?"
     
     "E chi sarebbero i demoni?" disse il Prefetto.
     
     "Sono gli idoli dei pagani e quelli che li adorano." rispose prontamente il bambino.
     
     Il Prefetto era costernato nel federe la forza dei ragazzi nella professione della loro fede e si accinse ad interrogare il minore che non aveva raggiunto l'età di sette anni. Marziale, data la sua giovanissima età, poteva più facilmente essere spaventato della minaccia dei tormenti; il giudice con grande stupore, però, vide il bambino alzare gli occhi al cielo come gli era stato raccomandato dalla madre ed esclamare quasi ispirato:
     "Oh, se sapeste gli eterni gaudi che sono lassù riservati da Dio a quelli che per Lui soffrono e muoiono! Affrettate, dunque anche a me, ai fratelli, alla mamma nostra tali gaudi, perché noi non desideriamo di meglio!"

 
 
 
 
 
 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu