Il Giudizio - Chiesa di Santa Felicita e Figli Martiri

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Il Giudizio

Parrocchia > Storia di Santa Felicita
 

Il Giudizio

Felicita, fino all'anno precende, era vissuara sotto l'imperatore AntoninoPio (138-161) in un'era di pace e di rassegna sopportazione dello Stato verso i Cristiani: tutto il mondo conosciuto godeva della pax romana, anche se ai confini le frontiere venivano minacciate dai barbari, sempre pronto ad insinuarsi nel suo organismo e ad accelerarne la incipiente crisi.
     
   
 Crisi ed esaurimento erano anche nelle idealità classiche, percorse da un ricco fermento religioso nuovo in cerca di nuove concezioni di vita e di nuovi destini per l'uomo; agli antichi riti pagani si andavano sostituendo le correnti mistiche orientali e prime tra queste lo Stoicismo e i Culti Misterici, abbracciati perfino dagli imperatori, proprio perché al fedele, nella ricerca dell'intimo rapporto con il divino e nel desiderio di purificazione personale, era consentita una speranza di salvezza.
     Tale aumentata disponibilità religiosa in tutte le classi sociali del mondo romano del II secolo, fece sì che il messaggio di Cristo trovasse la sua più alta diffusione perché donava la gioia della verità, dellìamore, dell'autenticità spirituale
     Ma queste strane promesse del Cristianesimo che rovesciavano la politica, la società e la religione antica, su cui Roma si era costituita e ingrandita a dismisura, concorsero a rendere sospetta e illegittima per poterla stroncare sul nascere!
     Ed è quello che fecero molti imperatori storicamente definiti violenti ma anche altri più umani e insigni per grandi opere.
     Non si scostò dall'indegno comportamento il nuovo imperatore Marco Aurelio (161-189), figlio adottivo di Antonino Io, esaltato dagli storici come filosofo della mentalità aperta e dal grande cuore e, come egli stesso si definì nei suoi Pensieri "fautore della libertà di tutti i cittadini e assente da ogni superstizione per quel che riguarda gli dei".
     I sacerdoti pagani, sentiva la notizia dei dalatori, si recarono prontamente dell'imperatore accusando Filicita di essere cristiana e che, con parole ed opere, invitava molti cittadini a seguire il suo esempio.
     

     "Gli dei di Roma sono altamente sdegnati ed offesi per quanto riguarda la religione ma anche le leggi dello Stato sono state violate. Gli dei e la giustizia di Roma dissero i sacerdoti esigono una solenne riparazione che sia di esempio a tutti, altrimenti grandi mali, calamità e sciagure ricadranno sulla tua persona e sull'impero!"
     

     Alla veemenza delle accuse dei sacerdoti, Marco Aurelio, restato molto turbato a causa della nobiltà della matrona, all'inizio contrappose il suo ideale di stoico convinto per quanto riguarda la decadenza degli dei romani ai quali neanche lui credeva più, ma poi si fece convincere dalle necessità di combattere i cristiani, fautori dell'abolizione delle differenze di classe, dell'eguaglianza fra padroni e schiavi, della gioia del perdono anche verso coloro che ci odiano e ci fanno del male.
     Non sarebbe stato possibile per un Romano convinto poter adorare e credere ad un dio che la legge aveva condannato a morte come un malfattore, era inumano pensare ad un dio che si era fatto morire con il supplizio più infamante, la morte di croce!
     Con dispiacere, perciò, ma pensando di fare il bene della patria, ordinò che si procedesse nel giudizio contro Felicita e affidò il processo ad suo prefetto Publio, grande giureconsulto la cui statua ancor oggi si erge nel Palazzo di Giustizia di Roma.

     Ma il processo, anche se affidato ad un grande principe del foro, si dimostrò essere una farsa, come dirà Tertulliano nel suo Apologeticum pochi anni dopo, conducendo una serrata argomentazione di natura giuridica contro le persecuzioni: esse infatti nascono da calunnie prive di fondamento e sono manifestazioni illegittime perchè i cristiani vengono condannati senza che si contesti loro alcun delitto specifico.
     Ed ecco il resoconto del processo contro l'eroica Felicita e i suoi sette figli, seguendo le orme dell'Arrighini nella sua opera "In splendoribus sanctorunm".
     Sembra a questo punto rivivere una scena dell'antico Testamento: la morte dei sette fratelli con la loro madre, fatti straziare del re Antioco e morire tra i tormenti più spaventosi (2 Macc., 7, 1 - 42).
     Con grande pompa, Publio cominciò a leggere l'accusa dei sacerdoti contro Felicita, facendo notare l'ignominia di coloro che venivano dichiarati nemici della patria e specialmente il dovere che una rappresentante di una famiglia senatoria avrebbe dovuto avere nei confronti delle patrie leggi.
     Rivolgendosi poi alla matrona, la dichiarava responsabile delle eventuali torture e della morte che sarebbero toccate ai figli se avesse insistito nel dichiararsi cristiana.
     

    
"La statua dell'imperatore diceva con voce blanda il prefetto è posta qui dinnanzi a noi mentre ai suoi piedi brucia il sacro fuoco; basta che voi mettiate un granello d'incenso nel tripode per dimostrarmi che voi rinnegate il cristianesimo, non dovete nemmeno parlare... Potrete poi, tornarvene felicemente a casa".
     
     Felicita, strettisi fortemente i figli a sé, guardò con occhi di commiserazione il prefetto e sorridendo li rivolse al cielo, senza degnare di una risposta il suo inquisitore.
     Allora Publio, visto che con le buone maniere non riusciva a piegare la volontà degli accusati, ricorse a minacce ben gravi mostrando, nel contempo, i sadici strumenti preparati per la tortura.

     Fu allora che la santa madre, forse vedendo il brivido di paura che corse sul volto dei figlioli, li strinse di nuovo a sé, gridando, con l'indice rivolto al cielo: Figli miei, io vi dico di guardare il cielo! Rivolgete sempre e tenete fissi gli occhi al cielo dove Gesù Cristo vi attende con i suoi angeli e i suoi santi!"
     
     Publio, allora, comprese che, finché la madre fosse stata presente, a nula sarebbero valse le minacce per i figli, anzi sarebbe stata sempre più la valida sostenitrice della loro fede, per cui passò dalle parole ai fatti...

 
 
 
 
 
 
 
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