L'interno verso l'altare

La storia 
della nostra chiesa

Colomba dello Spirito Santo,
posto al centro della volta del presbiterio.

 
La Pentecoste 

Nel 1321 i Servi di Maria, dopo quindici anni di presenza a Prato, nel 1320 vennero a Prato, come riportato nell'Archivio Storico Pratese, anno IX, Fasc. II, pag. 69, ma senza una propria dimora, cominciano a costruirsi un loro conventino.  Nel luglio dell’anno 1337 avvenne la prima consacrazione della chiesa del convento col nome di: "Chiesa dell'Annunziata". 
Costruita in maniera molto semplice e con ingresso dall’interno del convento, nel luogo esatto dove si trova ora, all' interno del  muro di cinta del convento, sul lato che costeggiava la strada, la quale prese più tardi il nome  di  "Via dei Servi"  ed  oggi   invece quello di "Via G. Silvestri". 
Il 28 ottobre dell'anno 1610 la chiesa fu riconsacrata dal vescovo di Prato e Pistoia, Alessandro Caccia. Nel 1783 diviene parrocchia, con l'attuale nome di: "Spirito Santo" a cui è dedicata.
 

      I Servi di Maria la costruirono di piccole dimensioni, a pianta rettangolare, coperta da sei capriate lignee a vista e terminante con un coro quadrato, coperto con volta a vela. Era confinante con i piccoli fabbricati del convento e circondata da orti, che più tardi divennero suoi. Nei vari anni successivi l’abbellirono di tante opere d’arte da farla diventare una delle più illustri della città. Non si stancarono mai di dedicarle il frutto dei propri beni, in adornamenti e spese di decoroso mantenimento, ma serbando sempre quel tanto di equilibrio che non turbasse in alcun modo la linea di tutto l’insieme. Unica eccezione la cantoria seicentesca, oggetto di arte notevole, ma sproporzionata  rispetto alle dimensioni della chiesa. Già nel primo secolo 
di vita, la chiesa venne dotata, acquistandola, della bella pala dell’Annunciazione  (dipinta nel 1360), che posero sull'altare maggiore e dalla quale prese il nome la chiesa. Nel 1477, sul lato sud della chiesa, viene costruito il chiostro, con affacciamento sugli orti a settentrione verso le mura cittadine, orti già di loro proprietà. Nel 1770 il maestro muratore Antonio Arrighini ristrutturò completamente il vecchio campanile a torre, costruito nel 1720, aggiungendovi l'attuale copertura a piramide conica e terminante con una croce di ferro, posta a 22 metri da terra.

       La fine del XVI secolo è dominata dalla figura del padre Servita Raffaello Chiari, frate e artista intraprendente, che destina parte delle sue eredità e risorse di lavoro agli ornamenti della chiesa; sono da attribuire alla sua volontà gli arredi di sacrestia (1596), il coro ligneo (1598), i due portali esterni d'ingresso alla chiesa (1594), opere tutte che riportano scolpito il suo stemma di famiglia. Merito del chiari sono anche il primo organo di cui fu dotata la chiesa, l’acquasantiera in marmo verde di Figline, presso l'ingresso principale, i quattro altari altari laterali, oggi scomparsi e di cui rimane sole le edicole in pietra serena del XVII secolo, un pulpito e un altare maggiore anch’essi di pietra, ma oggi entrambi scomparsi. Le opere del Chiari, morto (pasòne di miglior vita) alla vigilia di Natale del 1604, vengono inaugurate il 28 ottobre 1610 , festa dei Santi Simone e Giuda,  (per altri invece nel 1612 dopo la sostituzione di sei nuove capriate lignee  del tetto, avventa nel 1611), con la riconsacrazione della chiesa, questa fatta dal vescovo di Pistoia e Prato, il fiorentino Alessandro Caccia, acerrimo nemico dell'indipendenza pratese.

       Nel XVIII secolo i Servi lasciarono due opere particolari: nel 1741 l'organo nuovo e la cantoria come esse si vedono oggi, e nel 1773 ristrutturarono il vecchio campanile ricollocandoci le stesse campane che poi nel 1835 il Gualandi di Pistoia rifuse. La grande campana, nella finestra a settentrione,  ha nella facciata interna l'immagine di Maria Regina incoronata dal Padre, che con il Figlio regge la corona, mentre con l'altra mano Gesù regge la croce; nella facciata esterna c'è l'immagine di Cristo risorgente a busto nudo con la croce gloriosa in mano. La campana mezzana, nella finestra a meridione, ha nella facciata interna l'immagine dell'Addolorata e in quella esterna l'immagine del Sacro Cuore fiammeggiante. La campana piccola, nella finestra a oriente, ha nella facciata interna l'immagine di S. Anna con Maria Bambina e in quella esterna l'immagine di un Martire in piedi, con aureola in testa e palma nella mano destra. La finestra a occidente ospita due piccole campane.

      La rilevanza della storia dei Servi a Prato si esprime anche attraverso le tante confraternite nate attorno al convento e alla loro attività: la Confraternita delle Oblate dei Servi (XIVsec.), la Confraternita femminile della Santa Annunziata (XV sec.) e la Compagnia dei Disciplinati di S. Filippo (dal XV al XVII sec.). Il 1611 segna la data delle origini della Compagnia di S. Orsola, la più importante, da cui ebbe poi origine l'Oratorio di S. Orsola e notevoli opera d'arte, attualmente collocate nei musei cittadini. Nel XVIII secolo sorsero la Congregazione dell'Addolorata, e quella dei "Funerali di Cristo" o del "Morto Redentore" che continuò la tradizione del Gesù Morto del Venerdì Santo rendendola più solenne, manifestazione celebre in tutta la Toscana ancora alla fine dell'ottocento.

       L'anno 1783 segna la data delle riforme del Vescovo Scipione de' Ricci e l'espulsione di molti Ordini Religiosi da Prato, 
tra cui quella dei Servi di Maria. In tale data anche la nostra chiesa, detta fino ad allora "Chiesa dell'Annunziata", viene trasformata in chiesa parrocchiale con il nuovo titolo di "Chiesa dello Spirito Santo", nome derivato probabilmente dallo stucco che si trovava e si trova tutt'oggi al centro della volta.  E' opportuno ricordare che in questo cambiamento si perdono alcune opera d'arte appartenute alla chiesa e se ne acquistano altre dalle Compagnie soppresse. Dentro a questo avvenimento viene sistemata sull'altare maggiore la tavola della Pentecoste che tuttora qui possiamo ammirare.

        Nell'ottocento la nostra chiesa viene affrescata di nuovo dall'artista pratese Matteo Bertini, mentre altre imbiancature successive fecero perdere affreschi di rilevante importanza, sembra in particolare il ciclo di Salomone, opera di Filippo Lippi, che faceva da contorno all'Annunciazione, ora presente, affreschi di cui si possono vedere alcuni frammenti in alto nella parete destra in fondo alla chiesa ed altri, rinvenuti di recente, delle tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità.

         All'inizio di questo secolo si ha l'ultima acquisizione della nostra chiesa, cioè il dono, da parte dell'Ospedale Misericordia e Dolce di Prato, del grande crocifisso ligneo che dal 17 ottobre del 1997 ha dato origine alla Cappella del Crocifisso, divenuto luogo di particolare devozione da parte dei fedeli.

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La Pentecoste

Orario delle funzioni nella nostra chiesa

 

LA CANTORIA LIGNEA
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CHE E' POSTA SULLA PARETE DI FONDO  CHIESA

(Kb. 104)

   Dal 1 settembre 2000  è  parroco Don Enrico Bini

SS. MESSE:

                    feriale           ore  8.00

                    prefestiva     ore 18.00

                    festive          ore   8.00     e   11.30    e  alle 17.00  viene celebrata in latino, nella forma straordinaria,
                                                                                                    secondo le disposizioni di Papa Benedetto XVI


    S. ROSARIO   ore 17.30   (solo nei giorni feriali)    

    Ogni primo venerdì del mese: S. Messa alle ore 18.00 preceduta dal Santo Rosario delle 17.30

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La Pentecoste

Come orientarsi 
nella nostra chiesa

Colomba dello Spirito Santo,
posto al centro della volta del presbiterio.

 

Particolare del pulpito ligneo

sulla parete destra.

PRIMO APPROCCIO
La nostra chiesa si trova lungo il lato sinistro della via G. Silvestri (una volta Via dei Servi) 
per chi viene da Via S. Trinita ed è preceduta dall'ex  Oratorio di S. Orsola.
Segue un ampio portale centinato cinquecentesco, che dà accesso ai chiostri ed alla casa Canonica,
sormontato in chiave dallo stemma dei Serviti. 
Il fianco della chiesa intonacato e leggermente arcuato lascia pensare che una volta era muro di cinta del convento.
L'ingresso principale in fondo alla chiesa 
è preceduto da un piccolo portoncino che serve come ingresso secondario.

LA   FACCIATA

E' ornata in alto da una cornice sotto-gronda in mattoni a dente di sega e forata da quattro finestroni, aperti nel 1593. Ha da due portali; il primo più modesto ( sormontato da timpano - nel quale s'inserisce lo stemma del Chiari - sorretto da mensole a triglifo) è del primo Seicento, anche se la finta pietra che lo riveste è di recente ripristino, come il secondo portale, più grande (all'imbocco della Piazza del collegio, una volta anche questa, detta Piazza dei Servi), è sormontato pure da timpano curvilineo e ornato da stemmi (del Chiari e dei Serviti). Nella lunetta una volta c'era un dipinto andato disperso o portato in altro luogo sacro.  

GLI  AMBIENTI

  LA CHIESA:

Il portale principale immette nella parte terminale della chiesa ; questa a navata unica con soffitto a sei capriate lignee, pareti intonacate e quasi sicuramente una volta in gran parte affrescate; in alto il coro del tempio coperto da volta a vela, nel centro della quale campeggia la bianca colomba dello Spirito Santo,  attorniata da un'ampia raggiera dorata. A destra dell'ingresso, la parete di fondo è occupata, quasi completamente, dalla ampia e raffinata lignea cantoria  barocca, scolpita e dipinta, opera di  Domenico Valleri (1741), su sei sostegni a voluta ornati di elementi vegetali e fantasiosi mascheroni, con parapetto mistilineo nelle cui riquadrature sono festoni e cartigli; mentre al di sotto del piano di calpestio domina la parte centrale il nome di Maria. L'organo (rimontato nel 1741 da Giovan Battista Pomposi) è attorniato da una ricca mostra lignea coronata dallo stemma dei Servi di Maria.  

     Subito a sinistra della porta principale vi è un'acquasantiera di gusto tardo cinquecentesco in serpentino (marmo verde di Figline), con fusto e balaustro, parzialmente incassata nella parete; vicino ad essa si trova uno dei quattro altari laterali, tutti uguali,  in pietra serena di gusto tardo-manierista , realizzati nel primo quarto del Seicento (le mense di questi altari sono state eliminate con i restauri del 1959). Su alti piedritti poggiano le semicolonne scanalate con capitelli  ionici arricchiti da un morbido festone; il coronamento a timpano curvilineo spezzato ospita al centro un cartiglio con una scritta. Dopo il primo altare , troviamo un confessionale seicentesco incassato, con mostra in pietra serena a tre fornici (il centrale centinato e concluso da timpano spezzato ed in mezzo una scritta in latino, i laterali rettangolari e sormontati da volute), segue un altro altare identico e poi la piccola porta verso la strada. La parete destra è identica a quella sinistra eccetto la porta che è un po' più arretrata per far luogo ad un confessionale ligneo del tardo ottocento, appeso alla parete e posto a mezza altezza.

    LE CAPPELLE: 

Di fianco alla cantoria, sulla parete destra della chiesa si apre un ambiente  (trasformato in Cappella del Sacro Cuore di Gesù negli anni quaranta) di pianta quadrangolare, con volta unghiata cinquecentesca su peducci scanalati; due di questi si prolungano in lesene  che fiancheggiano l'altare (sul quale entro una nicchia centrale è una statua lignea del Sacro Cuore del XX secolo)

     Da questa cappella, a sinistra si accede al chiostro, e a destra ad un'altra cappella, sempre quadrangolare con volta a crociera su peducci a vista, di tipo seicentesco, dedicata oggi al crocifisso del XVII secolo, scultura a tutto tondo, dipinta di nero, proveniente dai locali del civico Ospedale Misericordia e Dolce e qui collocato su una nuova croce il 17 ottobre 1998. Nell'angolo di destra esiste una piccola porta che immette in un retrovano, contenente i mantici,  da cui mediante una piccola scaletta di legno si accede al piano della cantoria della chiesa.

   IL PRESBITERIO: 

     Il presbiterio è introdotto da un arco trionfale ornato di bianchi stucchi ( all'imposta ci sono dei cherubini, mentre in chiave d'arco uno stemma coronato dei Serviti) eseguiti nel 1741 da Giovan Battista Cremona autore, insieme ai fratelli anche di quelli che decorano il centro della volta a vela (colomba dello Spirito Santo entro nubi e raggiera), come pure la finestra con cartiglio e festoni sopra la parte sinistra del coro. L'altare maggiore, isolato, ha mensa in pietra serena, proveniente dall' Oratorio di S.Orsola, sorretta da quattro pilastrini,  sempre in pietra serena.  Le pareti del coro hanno sui tre lati una serie di notevoli pancali in noce con alte spalliere (ritmate da lesene rastremate tardo manieriste e ornate da festoni e stemmi del Chiari),  fatti realizzare intorno al 1598 dal fra Raffaello Chiari (pittore e decoratore) al legnaiolo Lodovico Casini. Sul fondo del coro, sopra una piccola porta che va verso la sacrestia, è un'imponente edicola in pietra serena, seicentesca, fiancheggiata da colonne  con capitelli compositi (concluse da trabeazione arricchita da cherubino e festone) e sormontata da timpano spezzato, in mezzo al quale c'era un cartiglio ligneo con la scritta "lumen ad revelationem gentium" , ritirato per restauri nel 1959 dalla SBAS di Firenze e mai restituito. Sulla parete destra del coro due cornici tonde ed una rettangolare a stucco, sempre del Cremona, con all'interno in una La Madonna  con il Bambino, nell'altra un busto a rilievo in pietra di San Giovanni  Battista  e in quella, al centro, rettangolare L'Annunciazione, che per molto tempo ornava l'altar maggiore. Dalla suddetta porticina si va in un disimpegno che immette davanti nella sacrestia, dove troviamo un bel bancone in noce della fine del Cinquecento, con le armi del Chiari, ed a destra l'accesso al chiostro.

  IL CHIOSTRO:

     Sul fianco sinistro della chiesa, infatti,  si sviluppa il chiostro, realizzato nel 1491, su colonne ioniche in pietra serena a tutto tondo con capitello, dal lato del giardino, e da quello verso la chiesa da peducci simili ai capitelli un lato e dall'altro verso la chiesa. Le otto campate, coperte con volte a crociera, furono tamponate nel 1720 (le ultime tre riaperte nel 1964) per costruire a fianco alcuni locali di servizio. Dopo l'ultima campata si sviluppa sulla sinistra un corridoio del  primo cinquecento (coperto  da volta a botte  con due raffinati peducci  compositi - simili a quelli nella chiesa di Sant'Anna in Giolica - attribuiti come quelli al pratese Leonardo di Romolo), che riporta sulla strada, separando la chiesa dall'Oratorio della Compagnia di Sant'Orsola, che diede il nome alla via retrostante, prima detta Via San Bucaia. Dietro le campate tamponate, abbiamo la sala termica, con sovrastante terrazza, lo studio del parroco, una grande sala parrocchiale, anch'essa con porta sul giardino e il campanile ristrutturato dal  maestro muratore pratese Antonio Arrighini nel 1770, che rialzò il vecchio campanile a torre, ornandolo di lesene a rilievo ai quattro angoli e aggiungendovi una copertura a piramide a quattro facce concave, terminante con una croce di ferro, posta all'altezza di 22.50 metri. Le tre campane, oggi esistenti,  furono rifuse nel 1773 dal  fratelli Cari per una spesa di 23 scudi e nel 1830  dal Gualandi. Le altre due piccole sono del XVIII secolo.

    IL  CAMPANILE:

   Il maestro muratore Antonio Arrighi di Prato, nel 1770 ristrutturò completamente  il vecchio campanile a torre, aggiungendo una copertura a piramide con quattro facce coniche rovesciate verso l'interno, e terminante con una croce in ferro.

Il 3 giugno 1773 il padre Maestro Lodovico Micheli, in assenza del Padre Priore, propose si rifondessero le vecchie campane perché piccole e rotte, "ciò a maggior gloria di Dio e della Madonna", e così,  con il parere favorevole di tutti i padri, ciò avvenne ad opera dei fratelli Paolo e Giovanni Cari di Pistoia. Il 29 luglio 1773 furono collocate le nuove campane di ben  200 libbra più pesanti e la spesa fu di li 803, mentre quella per ristrutturare il campanile fu di lire 185.

Nel 1830 il campanile fu di nuovo modificato ad opera del maestro Andrea Capaccioli con una spesa di lire 2800, mentre le tre campane furono di nuovo rifuse da Santi Gualandi di Prato. Nell'arco di ponente invece ci sono due piccole campane del XVIII secolo in bronzo fuso. Tutte le campane grandi suonano con meccanismo automatico ad orologeria digitale del 1999.

    LA SACRESTIA:

Dal suddetto corridoio o chiostro cinquecentesco, mediante una piccola porticina, preceduta da due scalini, si entra in piccolo corridoio dal quale a sinistra si entra nel presbiterio e a destra nella sacrestia, di recente restaurata, in cui fanno bella mostra arredi cinquecenteschi, due cassettoni ed il bancone di sacrestia voluto dal padre servita Raffaello Chiari che ne porta gli stemmi di famiglia.

    L' ORATORIO:     

Dal suddetto corridoio o chiostro cinquecentesco, mediante una piccola porticina,  si entra nell' Oratorio, costruito tra il 1611 ed il 1644, provvisto sulla strada di una semplice facciata a capanna , con un bel portone seicentesco in arenaria concluso da timpano spezzato su mensole a gocciola, con al centro del timpano un sole raggiato e sormontato da un'apertura a lunetta. L'interno ha due capriate lignee che sorreggono la copertura; sulle pareti laterali ci sono per ogni lato due finestre secentesche tamponate, con cornice rettangolare in pietra, ornata da rosette. Sulle pareti laterali c'erano due confessionali ottocenteschi inseriti in un pancale ligneo, entrambi andati distrutti con il restauri del 1959. L'altare a edicola, del XVII secolo, ha lesene tuscaniche concluse da architrave e timpano spezzato nel quale si inserisce il monogramma di Cristo in una pietra circolare. Sull'architrave e sui basamenti delle lesene ci sono delle scritte latine e la data di costruzione (dal 1611 al 1644). La grande cornice , oggi vuota ha ospitato prima la tela di Sant'Orsola e le compagne di Leonardo Mascagni,  recuperato dal Museo dell' Opera del Duomo e oggi posto provvisoriamente in sagrestia, e poi la pala della Santa Trinità, ora nella cappella del Crocifisso, Sotto la mensola dell'altare c'era il Cristo morto a grandezza naturale ma consegnato alle Belle Arti per il restauro nel 1959 non è mai tornato indietro. Le due porticine ai lati dell'altare conducono nella sacrestia dell'Oratorio, ora soppalcata per un suo migliore utilizzo. Da essa si accede ad un piccolo ambiente che si affaccia sul giardino della chiesa.

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La Pentecoste

Preghiamo davanti alla Pentecoste

 

 
L'interno 

Con lo sguardo rivolto alla rappresentazione artistica, per capire l’opera e per pregare meglio,
  facciamo il  percorso biblico ricordando non solo il fatto che ha ispirato l' autore della pala qui presente 
e tanti altri artisti, ma soprattutto le nostre origini cristiane. 

          Trascriviamo l’evento della Pentecoste come ci  viene narrato nella Bibbia, e precisamente 
nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli.

"Dagli atti degli Apostoli"

  Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.

  Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e, fuori di sé per lo stupore, dicevano: "Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei?  E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotania, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’ Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio". Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l’un l’altro: " Che significa questo?". Altri invece li deridevano e dicevano: "Si sono ubriacati di mosto"……

  I primi cristiani venuti alla fede erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli Apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Conversando sull’avvenimento biblico.

   PENTECOSTE è una parola che indica i cinquanta giorni che intercorrono dalla Pasqua a questa festa ebraica. Viene chiamata anche festa delle sette settimane, festa dell’ Alleanza del Sinai, quando il popolo ebreo rinnovava la fedeltà alla propria fede religiosa, giurata la prima volta al tempo di Mosè, presso il monte Sinai.

  Con il dono dello Spirito Santo a Pentecoste viene indicato l’inizio di una nuova religione, di una nuova alleanza. E’ finito il tempio, scomparse le tavole di pietra, persi i simboli della gloria-presenza di Dio in Gerusalemme.

   Già i profeti (c.31) ed Ezechiele (cc.11 e 31) avevano diffuso la mentalità che il Signore voleva una NUOVA alleanza, fondata non più sulla esteriorità della religione e sulle leggi o sulle istituzioni imposte, ma fondata sul dono dello Spirito Santo che può effondersi nel cuore dell’ uomo e trasformarlo.

   A Pentecoste inizia così una nuova religione, sotto la guida dello Spirito Santo del Cristo Risorto: è una esperienza tanto forte che l’apostolo Paolo dice che è la religione dello Spirito. (2 Cor. 3,17).

   Anche l’evangelista Luca che ha scritto gli atti degli Apostoli, da cui abbiamo trascritto il racconto, narra l’avvenimento della Pentecoste come una forte esperienza interiore, ed esprime con paragoni la forza dello Spirito che invade l’anima degli Apostoli: come tuono, come vento, come lingue di fuoco.

   Questo linguaggio e il significato dei simboli erano noti alla gente ebraica.

   Un insegnamento tradizionale sull’esperienza del Sinai diceva: "La voce di Dio si divise in settanta lingue, perché tutti i settanta popoli del mondo comprendessero".

   Filone, grandissimo maestro ebreo della diaspora del primo secolo avanti Cristo, così parla delle epifanie di Dio: "Dio non ha bocca, lingua, gola; Dio trasforma il rombo in Parola, il vento e il fuoco in lingue che scendono dal cielo e si esprimono nel dialetto di tutti perché tutti capiscano":

   Perciò le lingue sono intese come simbolo della comunicazione e della comprensione; il fuoco è il simbolo dell’amore, dell’entusiasmo, della gioia; babele è all’opposto il simbolo della non-comunicazione, della maledizione dell’uomo che non riesce a intendersi con nessuno; e l’ antibabele è appunto la Pentecoste, il dono dello Spirito, la capacità di amare, di intendersi, dell’alleanza, della riconciliazione rifatta per il dono dello Spirito. Lo Spirito parla al cuore il linguaggio dell’amore, ci insegna a parlare e a vivere il linguaggio dell’amore che è un linguaggio universale, atteso, tutti lo capiscono, anche se le lingue sono differenti. La Pentecoste è l’esperienza dello Spirito, è l’esperienza interiore dell’ antibabele per eccellenza.

   Dopo la Pentecoste nasce la prima comunità cristiana che si distingue per lo spirito d’intesa, per avere un cuore solo ed un anima sola, e per la comunione e condivisione dei beni. La prima comunità cristiana è fortificata dal dono dello Spirito continuamente trasmesso attraverso la frequenza assidua alla Parola di Dio, alla Preghiera, e allo "Spezzare il Pane" dell’Eucaristia.

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La Pentecoste

La storia 
della nostra chiesa

Colomba dello Spirito Santo,
posto al centro della volta del presbiterio.

 
I sette santi fondatori 
La loro festa liturgica si celebra
il 17 febbraio di ogni anno.

L’ORDINE DEI SERVI DI MARIA

I sette Santi fondatori erano:

Bonfiglio, Bonagiunta, Manetto, Amadio, Uguccione, Sostegno ed Alessio.

Con questi nomi furono canonizzati collettivamente da Leone XIII il 15 gennaio 1888.

I loro resti mortali si venerano nella basilica di Monte Senario posta a circa 18 Km da Firenze.

Erano laici e mercanti; alcuni erano coniugati, altri celibi o vedovi, ed erano animati da una forte tensione verso la perfezione cristiana. Praticavano opere di carità e di penitenza. Dopo la visione del 15 agosto 1233, secondo la tradizione, abbandonarono la famiglia e l'attività commerciale e si ritirarono a Cafaggio, 
per condurre in comune una vita di preghiera e di penitenza.

Solo nel 1245 si trasferirono a Monte Senario, ove costruirono una piccola chiesa ed un convento.

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ECCO UNA PICCOLA DESCRIZIONE DELLE OPERE D'ARTE NELLA NOSTRA CHIESA

L’ANNUNCIAZIONE


Si trova in una sala della parrocchia

    È posta in una semplicissima cornice sagomata e dorata. Non ha una grande rilevanza artistica, copia mediocre di un originale fiorentino con echi bronzineschi; ma ha una forte emotività devozionale.

    Vediamo l'angelo leggermente inginocchiato, ai piedi della Vergine in piedi a tutta figura, il quale ha in mano un giglio, simbolo della purezza. In alto su uno sfondo indefinito la colomba. 

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LA  CARITA'


Affresco nell'ufficio del parroco

       Tempera su muro. La figura della Carità è intera e riposa col piede sinistro su una base, In braccio ha due bambini. 
È stata scoperta sotto l'imbiancatura circa nell'anno 1970 durante i lavori di restauro della canonica. 
Data attribuita 1800 - 1850.

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LA  TRINITA'


opera di Matteo Bertini

Collocata nella cappella del Crocifisso

    E' posta in una cornice modesta intagliata e dorata. Raffigura il Cristo morto, 
il corpo abbandonato in grembo al Padre che lo regge con immensa pietà. 
Tra il Padre e il Figlio la colomba dello Spirito Santo e ai lati due angioli 
che  sorreggono le braccia del Figlio sul telo in cui è deposto. In alto due cherubini.

    L'opera  presenta la Santissima Trinità, in cui il Padre pietoso continua a perseguire il suo progetto di salvezza per l'umanità; 
nonostante il Figlio ucciso dalla perversità umana e invia lo Spirito Santo, 
per compiere la sua azione interiore di trasformazione del cuore dell'uomo.
La Colomba è posta tra il Padre e il Figlio per indicare che lo Spirito è dono di Amore del Padre e del Figlio 
che dà la vita per il riscatto dell'umanità.

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L’ANNUNCIAZIONE


Si trova nel presbiterio.

       Su fondo oro, a destra seduta su di una panca con accanto due libri è la Vergine; a sinistra, in ginocchio l’Arcangelo Gabriele; in alto, il Padre Eterno e, in basso, in piedi San Nicola da Bari e Santa Caterina d’Alessandria. Sulle pagine del libro più grande, aperto, la scritta 
"Ecce ancilla Domini, Ecce Virgo concipiet"

sulla bocca dell’Arcangelo le parole "Ave grazia plena".

    In basso a destra della tavola ci sono i resti di una iscrizione a caratteri gotici non ben leggibile. 
La tavola ha  un’abbondanza decorativa e un gusto per i dettagli che creano la colorata e fantasiosa ambientazione.

    La tavola insieme alla predella sottostante, fino al 1741 fu sull’altare maggiore della chiesa.

    Inserita in una cornice manieristica di legno intagliato dalla mano di Lodovico Casini e dorata da fra Raffaello Chiari. 
Si trovava in restauro presso la SBAS di Firenze dal 1959  ed è stata ricollocata al suo posto il 20 dicembre 2002.

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LA   PREDELLA   DELL’ ANNUNCIAZIONE: 

Storie di Cristo.


Si trova nel Presbiterio sotto l'Annunciazione    

     Ci è giunta decurtata ai lati ed è legata ed incorniciata con l'Annunciazione.

     In essa sono raffigurate in ordine da sinistra a destra scene  o quadretti della vita di Cristo: la Natività, l’Adorazione dei Magi, la Presentazione al tempio, Gesù in mezzo ai dottori, il Battesimo di Gesù e L’Ascensione al cielo.

     La sua cornice dorata del XVI secolo, portava  in alto l’arme della famiglia Pucci, 
tanto benemerita del Santuario omonimo di Firenze, 
ma è andata dispersa forse nel restauro o ancora precedentemente..

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LA  PENTECOSTE

E' collocata nell’edicola dell’altare maggiore

     Entrando nella chiesa siamo colpiti immediatamente da questa immagine, poiché essa è posta bene in evidenza al centro del presbiterio. Era stata eseguita per la Compagnia dello Spirito Santo, annessa alla chiesa di San Vincenzo Martire, che sorgeva lungo la via Cesare Guasti, o Val di gora, come era allora chiamata questa via, posta nel centro di Prato. Fu ritagliata sui bordi quando ne XVIII secolo fu  collocata nella nostra chiesa, e così si venne a perdere parte del dipinto.

     La scena è rappresentata entro il cenacolo: al centro campeggia la Vergine, attorniata amorosamente dagli apostoli e dai discepoli. La Pentecoste appartiene alla piena maturità dell’artista e rispecchia sia gli intenti della sua riforma antimanieristica dallo stile accostante e affettuoso che restituisce credibile naturalezza alla storia sacra, sia l’accentuarsi dell’interesse dell’artista per i problemi della luce,  per una composizione più mossa ed articolata. L'artista si ispira a un’incisione di Dürer per l’originale iconografia dello Spirito Santo che scende sulla Madonna e sugli Apostoli come una pioggia di fiammelle e ambienta la scena in un interno domestico caratterizzato dagli oggetti posti sul camino e dalla finestra aperta sul cielo terso. Si può inoltre apprezzare pienamente il sottile gioco di contrappunti fra zone in ombra e il gusto ritrattistico dell’artista nelle belle teste degli Apostoli, in una delle quali, in primo piano, in basso a destra, alcuni dicono di raffigurarci un autoritratto. E’ di notevole immediatezza anche l’atmosfera raccolta, che trasmette il senso della solennità e la ricchezza del messaggio di fede propria dell’evento sacro.

     E' stata recentemente restaurata ad opera dell'Associazione pratese "Amici dei Musei"
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MADONNA CON IL BAMBINO



Collocata nel Presbiterio

In stucco policromo, è raffigurata di tre quarti, tiene il Bambino sulle ginocchia
ed è incorniciata  da sei cherubini.

Lo stucco policromo è racchiuso in una cornice lignea  dipinta di nero con ornati geometrici in oro.

Il tutto è inserito in un tondo di stucco e rilievo e modanato.

Deriva da un prototipo di Benedetto da Maiano, i cui calchi più belli sono nel museo  Federico di Berlino
e nel Museo Bardini di Firenze

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SANT’ANNA


E' collocata nella prima edicola di destra
. – "ECCE ANCILLA"

     L’opera molto solenne , raffigura al centro la Vergine in trono col Bambino in braccio, sul retro domina maestosa Sant’Anna orante, e ai piedi del trono  a sinistra inginocchiato, San Rocco, riconoscibile dal bastone del pellegrino e dalla ferita sanguinante alla coscia sinistra, a destra, Sant’Iacopo, riconoscibile dalla conchiglia posta sul libro che tiene nella mano sinistra.

     Essa ripropone l’arcaica iconografia di Sant’Anna Metterza ed è esemplare del filone di pittura devozionale che ebbe a Prato grande fortuna. Improntata a una comunicativa semplice e appoggiata agli illustri modelli del classicismo devoto di Fra Bartolomeo. Eleganti sottigliezze pittoriche sono unite al domestico naturalismo dei due santi, caratterizzati nella loro fisionomia e vestiti in abiti contemporanei; Il supplice San Rocco e ha ai piedi, oggetti resi come brani di natura morta.  e San Iacopo coinvolge il fedele rivolgendogli il suo sguardo di contristata mestizia.

     Da documenti di archivio risulta che detto dipinto era nella soppressa compagnia di San Rocco e fu trasferito qui allo Spirito Santo nel 1874. La tavola dovette essere ritagliata per poter entrare nell’edicola in pietra e rimase così mutilata in alto dei due angioli che reggevano una corona. E' stata restaurata nell'anno 2002.

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LA  PRESENTAZIONE  AL TEMPIO


È collocata nella seconda edicola di destra. -

     La scena è orchestrata con prospettica limpidezza in un vasto interno arricchito dal gioco cromatico delle tarsie del pavimento, dei finti marmi, dell’azzurro e oro del soffitto, e forato da due aperture laterali che lasciano intravedere il paesaggio e d inoltre permettono l’ingresso della luce laterale. Al centro di questo spazio, all’interno del tempio, si trovano i protagonisti della storia evangelica, il vecchio Simeone, in piedi dietro l’altare, tiene in braccio il Bambino,  ai lati stanno San Giuseppe e la Madonna, mentre, inginocchiati in primo piano, compaiono due beati dell’Ordine Servita i cui volti fanno pensare a ritratti di committenti: quello di destra forse è il beato Filippo Benizi e l’altro Gioacchino da Siena o forse Pellegrino da Forlì. Dalle aperture laterali, inoltre, osservano la scena a sinistra San Francesco, a destra San Bartolomeo, con  ai loro lati due Santi Vescovi con i pastorali; nelle cui vesti si può ammirare la preziosa resa delle stoffe e delle loro gemme.

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LA VISITAZIONE


È collocata nella prima edicola di sinistra
. – "EGO SERVUS TUUS"

     Proviene dalla soppressa compagnia di S.Elisabetta detta "dei Pacchiani", posta in piazza S. Agostino.

     Fanno da contorno alla Vergine e a Elisabetta vari personaggi, e sullo sfondo a sinistra una veduta architettonica, a destra due terrazzi con figurine affacciate. 

     Elementi ancora manieristi come il gigantismo e le innaturali proporzioni delle figure, si intrecciano a legnose stilizzazioni arcaicizzanti e ad episodi di taglio più narrativo e "realistico" come il bimbo col cavalluccio, la donna col sacco e le briose figurette che popolano la le fantastiche architetture del fondo. L’opera ha un sapore provinciale, ricca, tuttavia, di rimandi a illustri modelli e improntata a una religiosità controriformata.

     L'opera ricade in un'arte minore, presenta una impostazione generale con riprese di forme tardo-quattrocentesche, con fughe prospettiche successive di architetture e paesaggi, nei quali le figurine si stagliano nitide in lontananza senza rispetto per le regole della digradazione luminosa e cromatica, la tavola appare nella sua arcaicità quasi provocatoria. Si può ravvisare  la consapevole volontà dell'autore di opporsi alla moda corrente e il rifiuto di un cambiamento stilistico che acquista il valore di una testimonianza di cultura alternativa.

     " Infatti nella visitazione le grosse sagome dei personaggi, quasi ritagliate in uno spessore ligneo, acquistano una presenza incombente anche nel tono di voluta anteriorità. Le connotazioni rudemente realistiche, che proprio per questo giungono ad un effetto di astrazione (si pensi alla insistita vecchiezza e al gigantesco piede delle santa Elisabetta) sono volte ad un effetto consapevolmente antigrazioso che costituiva per l’imagerie popolare un motivo rassicurante e un piano di intesa tra sacro e profano. Il particolare del fanciullo sulla destra, che interviene al mistico avvenimento trascinando il suo cavalluccio a manico di scopa, è una citazione erudita, ma al tempo stesso colloca l’avvenimento religioso nei limiti dell’accadimento usuale. Si trattava perciò di mantenere un piano di leggibilità per la gente comune in un momento in cui la rarefazione elitaria della comunicazione figurativa aveva sperimentato le sue punte estreme. " ( Storia di una città, Le Monnier,1996; vol.2, pag.715: Architettura e arti figurative di Roberto Paolo Ciardi ).

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MADONNA IN TRONO CON IL BAMBINO



È collocata nella seconda edicola di sinistra.
–"AUVXILIU(M) DE SANCTO"

     La Vergine col Bambino è in trono; sopra, il Padre Eterno in una gloria di cherubini e d’angeli; in basso, a sinistra San Biagio, a destra, San Giovanni Batista; davanti allo zoccolo del trono, due angiolini: quello di destra tiene in mano un cartiglio con l’iscrizione : "ECCE AGNVS DEI".

     La tavola proviene dalla soppressa Compagnia di San Biagio. Fu segata ai lati quando per collocata nel vano della cornice in cui si trovava. Fino al 17 ottobre 1997 è stata custodita nella sacrestia della chiesa, dalla quale, dopo un accurato restauro è stata opportunamente portata in chiesa alla visitazione dei fedeli. E' stata restaurata nell'anno 2001

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SANT'ORSOLA  CON  LE   SUE  COMPAGNE

È collocata nella rinnovata  sacrestia

     Il dipinto "Sant'Orsola con le sue compagne" fu traslato da questa chiesa nel 1820 e collocato nella chiesa di S. Margherita sul Mercatale, dove riprese a vivere la Compagnia di S. Orsola, dopo le soppressioni Ricciane (1780). Nel 1821 il pittore Matteo Bertini fece la "ripulitura, rinfrescatura e restauratura del quadro".

      La suddetta tela, era da vari anni nel Museo dell'opera del Duomo ed  è stata riconsegnata a questa parrocchia recentemente (11 giugno 2002), dopo circa 120 anni. E sprovvista di cornice ed è stata posta provvisoriamente nella sacrestia in attesa di ricollocarla nel locale: 
"Oratorio di S. Orsola" annesso alla nostra chiesa, appena questo sarà libero per poterlo restaurare.

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ADDOLORATA CON GLI STRUMENTI DELLA PASSIONE



È collocata in una sala Parrocchiale

Vincenzo Meucci, rinomato decoratore della volta della cupola di San Lorenzo a Firenze e di quella della Cappella del Brancacci 
nella chiesa del Carmine, esegue nel 1758 l'Addolorata per la Chiesa dei Servi di Maria in Prato.

La Vergine tiene in mano il cuore trafitto da sette spade, simbolo dei sette dolori da lei subiti,
ed è affiancata da due angeli, uno che sostiene la croce e l'altro piangente.
Ai piedi di Maria gli altri strumenti della Passione di Cristo,
protagonista invisibile, ma presente nell'angoscia di Maria
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CANTORIA  E  MOSTRA   DELL'ORGANO


È collocata sulla parete di fondo della chiesa

     Legno intagliato e dipinto in grigio e azzurro, risale al 1741.Poggia su sei mensoloni decorati da volute, foglie e mascheroni, è divisa in cinque specchiature (la centrale bombata, le altre ondulate) decorate da un motivo a volute con pedoncini e motivi vegetali. Le specchiature sono intervallate da lesene arricchite da un festone di foglie. La parte sottostante è tutta decorata da volute, foglie e cornucopie e, al centro, da una grande "M" coronata, simbolo di Maria.

      La mostra dell'organo, è sempre in legno intagliato e ugualmente dipinto; formata da due alzate affiancate da una grande voluta fogliata, è spartita da due colonnette legate da lesene a mo' di trine, a tre campate ed è conclusa trionfalmente da un'architrave con timpano spezzato e al centro di questo uno scudo coronato; nello scudo un albero stilizzato fiorito a forma di  "M" con sette gigli (i sette Santi fondatori dell'Ordine).

     E' da rilevare la grande sproporzione fra questa cantoria seicentesca e il resto del tempio di proporzioni modeste rispetto a questa ed alla mostra sovrastante.

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