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Le grandi novità dell’Enciclica “Caritas
in Veritate”
La "questione antropologica" diventa
a pieno titolo "questione sociale".
di Antonio Gaspari
ROMA, martedì, 7 luglio 2009 (ZENIT.org).- Da oltre un anno i mass
media di tutto il mondo hanno cercato di fornire anticipazioni e
dettagli dell’Enciclica sociale di Benedetto XVI. In molti casi
hanno raccontato cose fantasiose.
Adesso che l’Enciclica è uscita, bisogna valutarne le novità e
precisarne le sfide.
In particolare, a spiegarne il progetto culturale e le rilevanti
novità, è stato monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario del
Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, appena nominato dal
Santo Padre, Arcivescovo di Trieste.
Intervenendo nella Sala Stampa vaticana martedì 6 luglio,
monsignor Crepaldi ha indicato la grammatica dell’Enciclica con la
frase “il ricevere precede il fare” spiegando che la ‘Caritas
in Veritate’ propone una vera e propria
"conversione" verso una nuova sapienza sociale.
Nel contesto in cui dai doveri nascono i diritti, il neo
Arcivescovo di Trieste ha affermato che “bisogna convertirsi a
vedere l’economia e il lavoro, la famiglia e la comunità, la legge
naturale posta in noi ed il creato posto davanti a noi e per noi, come
una chiamata” perché secondo la dottrina cristiana lo sviluppo è
una “vocazione” che implica “una assunzione solidale di
responsabilità per il bene comune”.
Per fare in modo che la società sarà una vera comunità, le cui
relazioni siano dettate dalla fraternità, la “Caritas in
Veritate” ritiene che la verità e l’amore abbiano una
forza sociale fondamentale.
L’Enciclica di Benedetto XVI sostiene che “la società ha
bisogno di verità e di amore” ed “il cristianesimo è la
religione della Verità e dell’Amore”, per questo motivo “il più
grande aiuto che la Chiesa può dare allo sviluppo è l’annuncio di
Cristo”.
Verità e amore sono fondanti per l’organizzazione sociale e
svolgono una funzione di "purificazione" per l’economia e
per la politica.
Monsignor Crepaldi ha sottolineato che, per la prima volta in una
Enciclica sociale, il diritto alla vita e alla libertà religiosa
trovano una esplicita e corposa collocazione in relazione allo
sviluppo.
Nella “Caritas
in Veritate” (ai punti 28, 44 e 75) la cosiddetta
"questione antropologica" diventa a pieno titolo
"questione sociale".
“ La procreazione e la sessualità - ha aggiunto -, l’aborto e
l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione
eugenetica sono valutati come problemi sociali di primaria importanza
che, se gestiti secondo una logica di pura produzione, deturpano la
sensibilità sociale, minano il senso della legge, corrodono la
famiglia e rendono difficile l’accoglienza del debole”.
L’Enciclica ribadisce che “non sarà più possibile, impostare
programmi di sviluppo solo di tipo economico-produttivo che non
tengano sistematicamente conto anche della dignità della donna, della
procreazione, della famiglia e dei diritti del concepito”.
Altra tematica nuova è quella dell’ambiente. Il Segretario del
Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha sostenuto che
“l’ecologia ambientale deve liberarsi da alcune ipoteche
ideologiche (presenti in molte versioni dell’ecologismo) che
consistono nel trascurare la superiore dignità della persona umana e
nel considerare la natura solo materialisticamente prodotta dal caso o
dalla necessità”.
“L’impegno per l’ambiente – ha affermato mons. Crepaldi –
non sarà pienamente fruttuoso se non verrà sistematicamente
associato al diritto alla vita della persona umana, primo elemento di
una ecologia umana che faccia da cornice di senso per una ecologia
ambientale”.
Novità assoluta anche la trattazione che l’Enciclica svolge nei
confronti del problema della tecnica che spesso sfocia in una mentalità
che può chiamarsi "tecnicità".
“Il rischio – ha rilevato mons. Crepaldi – è che la mentalità
esclusivamente tecnica, riduca tutto a puro fare e si sposi con la
cultura nichilista e relativista”.
Per il neo Arcivescovo di Trieste la “Caritas
in Veritate” è una grande proposta culturale e di
mentalità a servizio dell’autentico sviluppo, perché le
risorse da utilizzare per lo sviluppo non sono solo economiche, ma
immateriali e culturali, di mentalità e di volontà.
In questo contesto si richiede una nuova prospettiva sull’uomo
che solo il Dio che è Verità e Amore può dare.
Monsignor Crepaldi ha precisato che “verità e amore sono
gratuiti, superano la semplice dimensione della fattibilità e ci
aprono alla dimensione dell’indisponibile”.
Si tratta del principio secondo cui la reciprocità propria della
fraternità entra pienamente dentro i meccanismi economici ed è
motivo di ridistribuzione, di giustizia sociale e di solidarietà non
successivamente o a latere degli stessi.
E’ in questo contesto che la gratuità della verità e
dell’amore conducono verso il vero sviluppo anche perché eliminano
riduzionismi e visioni interessate.
In conclusione, monsignor Crepaldi ha constatato che l’Enciclica
ha il grande merito di togliere di mezzo visioni obsolete, schemi di
analisi superati, semplificazioni di problemi complessi, quali: un
eccessivo riduzionismo Nord-Sud dei problemi dello sviluppo, dopo il
crollo del riduzionismo Est-Ovest; una frequente sottovalutazione dei
problemi culturali del sottosviluppo; un ecologismo spesso separato da
una completa visione della persona umana; l’attenzione verso i
problemi economici in senso stretto più che verso quelli
istituzionali; una visione assistenzialista e non sussidiaria dello
sviluppo.
L’attenzione è ancora una volta indirizzata all’uomo concreto,
oggetto di verità e di amore ed esso stesso capace di verità e di
amore.
Alla domanda sul perché si sia dovuti aspettare tanto per l'uscita
dell’Enciclica, monsignor Crepaldi ha raccontato che “La
Centesimus annus”, l’ultima Enciclica sociale pubblicata da
Giovanni Paolo II, impiegò 5 anni ad uscire, mentre la “Caritas
in Veritate” ha impiegato solo due anni e mezzo.
Sul perché il tema della pace non sia stato affrontato a fondo, il
segretario del Pontificio Consiglio ha risposto che si tratta di
“una Enciclica e non di una enciclopedia”.
D’altro canto, quando ci fu l’anniversario della “Pacem in
terris” di Giovanni XXIII, alla richiesta di scrivere un
eventuale Enciclica, l’allora Pontefice Giovanni Paolo II rispose
che i Messaggi annuali per la Pace sono già una corposa
Enciclica.
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Veritate",
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