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La
storia
Colomba dello Spirito Santo, |
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L’ORDINE DEI SERVI DI
MARIA I sette Santi fondatori erano: Bonfiglio, Bonagiunta, Manetto, Amadio, Uguccione, Sostegno ed Alessio. Con questi nomi furono canonizzati collettivamente da Leone XIII il 15 gennaio 1888. I loro resti mortali si venerano nella basilica di Monte Senario posta a circa 18 Km da Firenze. Erano laici e mercanti;
alcuni erano coniugati, altri celibi o vedovi, ed erano animati da una
forte tensione verso la perfezione cristiana. Praticavano opere di carità
e di penitenza. Dopo la visione del 15 agosto 1233, secondo la tradizione,
abbandonarono la famiglia e l'attività commerciale e si ritirarono a
Cafaggio, Solo nel 1245 si trasferirono a Monte Senario, ove costruirono una piccola chiesa ed un convento. ************* ECCO UNA PICCOLA DESCRIZIONE DELLE OPERE D'ARTE NELLA NOSTRA CHIESA L’ANNUNCIAZIONE È posta in una semplicissima cornice sagomata e dorata. Non ha una grande rilevanza artistica, copia mediocre di un originale fiorentino con echi bronzineschi; ma ha una forte emotività devozionale. Vediamo l'angelo leggermente inginocchiato, ai piedi della Vergine in piedi a tutta figura, il quale ha in mano un giglio, simbolo della purezza. In alto su uno sfondo indefinito la colomba. ******* LA CARITA'
Tempera su muro. La figura della Carità
è intera e riposa col piede sinistro su una base, In braccio ha due
bambini. ******** LA TRINITA' E' posta in una cornice
modesta intagliata e dorata. Raffigura il Cristo morto, L'opera
presenta la Santissima Trinità, in cui il Padre pietoso continua a
perseguire il suo progetto di salvezza per l'umanità; ********
Su fondo oro, a destra seduta su di una panca con accanto due libri è la
Vergine; a sinistra, in ginocchio l’Arcangelo Gabriele; in alto, il
Padre Eterno e, in basso, in piedi San Nicola da Bari e Santa Caterina
d’Alessandria. Sulle pagine del libro più grande, aperto, la scritta In basso
a destra della tavola ci sono i resti di una iscrizione a caratteri gotici
non ben leggibile. La tavola insieme alla predella sottostante, fino al 1741 fu sull’altare maggiore della chiesa. Inserita
in una cornice manieristica di legno intagliato dalla mano di Lodovico
Casini e dorata da fra Raffaello Chiari. ******** LA PREDELLA DELL’ ANNUNZIATA: Storie di Cristo.
Ci è giunta decurtata ai lati ed è legata ed incorniciata con l'Annunciazione. In essa sono raffigurate in ordine da sinistra a destra scene o quadretti della vita di Cristo: la Natività, l’Adorazione dei Magi, la Presentazione al tempio, Gesù in mezzo ai dottori, il Battesimo di Gesù e L’Ascensione al cielo. La sua cornice dorata del XVI
secolo, portava in alto l’arme della famiglia Pucci, ******** Entrando nella chiesa siamo colpiti immediatamente da questa immagine, poiché essa è posta bene in evidenza al centro del presbiterio. Era stata eseguita per la Compagnia dello Spirito Santo, annessa alla chiesa di San Vincenzo Martire, che sorgeva lungo la via Cesare Guasti, o Val di gora, come era allora chiamata questa via, posta nel centro di Prato. Fu ritagliata sui bordi quando ne XVIII secolo fu collocata nella nostra chiesa, e così si venne a perdere parte del dipinto. La scena è rappresentata entro il cenacolo: al centro campeggia la Vergine, attorniata amorosamente dagli apostoli e dai discepoli. La Pentecoste appartiene alla piena maturità dell’artista e rispecchia sia gli intenti della sua riforma antimanieristica dallo stile accostante e affettuoso che restituisce credibile naturalezza alla storia sacra, sia l’accentuarsi dell’interesse dell’artista per i problemi della luce, per una composizione più mossa ed articolata. L'artista si ispira a un’incisione di Dürer per l’originale iconografia dello Spirito Santo che scende sulla Madonna e sugli Apostoli come una pioggia di fiammelle e ambienta la scena in un interno domestico caratterizzato dagli oggetti posti sul camino e dalla finestra aperta sul cielo terso. Si può inoltre apprezzare pienamente il sottile gioco di contrappunti fra zone in ombra e il gusto ritrattistico dell’artista nelle belle teste degli Apostoli, in una delle quali, in primo piano, in basso a destra, alcuni dicono di raffigurarci un autoritratto. E’ di notevole immediatezza anche l’atmosfera raccolta, che trasmette il senso della solennità e la ricchezza del messaggio di fede propria dell’evento sacro. E' stata recentemente restaurata ad opera
dell'Associazione pratese "Amici dei Musei" MADONNA CON IL BAMBINO
In stucco policromo, è
raffigurata di tre quarti, tiene il Bambino sulle ginocchia Lo stucco policromo è racchiuso in una cornice lignea dipinta di nero con ornati geometrici in oro. Il tutto è inserito in un tondo di stucco e rilievo e modanato. Deriva da un prototipo di
Benedetto da Maiano, i cui calchi più belli sono nel museo Federico
di Berlino ******** L’opera molto solenne , raffigura al centro la Vergine in trono col Bambino in braccio, sul retro domina maestosa Sant’Anna orante, e ai piedi del trono a sinistra inginocchiato, San Rocco, riconoscibile dal bastone del pellegrino e dalla ferita sanguinante alla coscia sinistra, a destra, Sant’Iacopo, riconoscibile dalla conchiglia posta sul libro che tiene nella mano sinistra. Essa ripropone l’arcaica iconografia di Sant’Anna Metterza ed è esemplare del filone di pittura devozionale che ebbe a Prato grande fortuna. Improntata a una comunicativa semplice e appoggiata agli illustri modelli del classicismo devoto di Fra Bartolomeo. Eleganti sottigliezze pittoriche sono unite al domestico naturalismo dei due santi, caratterizzati nella loro fisionomia e vestiti in abiti contemporanei; Il supplice San Rocco e ha ai piedi, oggetti resi come brani di natura morta. e San Iacopo coinvolge il fedele rivolgendogli il suo sguardo di contristata mestizia. Da documenti di archivio risulta che detto dipinto era nella soppressa compagnia di San Rocco e fu trasferito qui allo Spirito Santo nel 1874. La tavola dovette essere ritagliata per poter entrare nell’edicola in pietra e rimase così mutilata in alto dei due angioli che reggevano una corona. E' stata restaurata nell'anno 2002. ******************** LA PRESENTAZIONE AL TEMPIO
La scena è orchestrata con prospettica limpidezza in un vasto interno arricchito dal gioco cromatico delle tarsie del pavimento, dei finti marmi, dell’azzurro e oro del soffitto, e forato da due aperture laterali che lasciano intravedere il paesaggio e d inoltre permettono l’ingresso della luce laterale. Al centro di questo spazio, all’interno del tempio, si trovano i protagonisti della storia evangelica, il vecchio Simeone, in piedi dietro l’altare, tiene in braccio il Bambino, ai lati stanno San Giuseppe e la Madonna, mentre, inginocchiati in primo piano, compaiono due beati dell’Ordine Servita i cui volti fanno pensare a ritratti di committenti: quello di destra forse è il beato Filippo Benizi e l’altro Gioacchino da Siena o forse Pellegrino da Forlì. Dalle aperture laterali, inoltre, osservano la scena a sinistra San Francesco, a destra San Bartolomeo, con ai loro lati due Santi Vescovi con i pastorali; nelle cui vesti si può ammirare la preziosa resa delle stoffe e delle loro gemme. ******** Proviene dalla soppressa compagnia di S.Elisabetta detta "dei Pacchiani", posta in piazza S. Agostino. Fanno da contorno alla Vergine e a Elisabetta vari personaggi, e sullo sfondo a sinistra una veduta architettonica, a destra due terrazzi con figurine affacciate. Elementi ancora manieristi come il gigantismo e le innaturali proporzioni delle figure, si intrecciano a legnose stilizzazioni arcaicizzanti e ad episodi di taglio più narrativo e "realistico" come il bimbo col cavalluccio, la donna col sacco e le briose figurette che popolano la le fantastiche architetture del fondo. L’opera ha un sapore provinciale, ricca, tuttavia, di rimandi a illustri modelli e improntata a una religiosità controriformata. L'opera ricade in un'arte minore, presenta una impostazione generale con riprese di forme tardo-quattrocentesche, con fughe prospettiche successive di architetture e paesaggi, nei quali le figurine si stagliano nitide in lontananza senza rispetto per le regole della digradazione luminosa e cromatica, la tavola appare nella sua arcaicità quasi provocatoria. Si può ravvisare la consapevole volontà dell'autore di opporsi alla moda corrente e il rifiuto di un cambiamento stilistico che acquista il valore di una testimonianza di cultura alternativa. " Infatti nella visitazione le grosse sagome dei personaggi, quasi ritagliate in uno spessore ligneo, acquistano una presenza incombente anche nel tono di voluta anteriorità. Le connotazioni rudemente realistiche, che proprio per questo giungono ad un effetto di astrazione (si pensi alla insistita vecchiezza e al gigantesco piede delle santa Elisabetta) sono volte ad un effetto consapevolmente antigrazioso che costituiva per l’imagerie popolare un motivo rassicurante e un piano di intesa tra sacro e profano. Il particolare del fanciullo sulla destra, che interviene al mistico avvenimento trascinando il suo cavalluccio a manico di scopa, è una citazione erudita, ma al tempo stesso colloca l’avvenimento religioso nei limiti dell’accadimento usuale. Si trattava perciò di mantenere un piano di leggibilità per la gente comune in un momento in cui la rarefazione elitaria della comunicazione figurativa aveva sperimentato le sue punte estreme. " ( Storia di una città, Le Monnier,1996; vol.2, pag.715: Architettura e arti figurative di Roberto Paolo Ciardi ). ******** MADONNA IN TRONO CON IL BAMBINO La Vergine col Bambino è in trono; sopra, il Padre Eterno in una gloria di cherubini e d’angeli; in basso, a sinistra San Biagio, a destra, San Giovanni Batista; davanti allo zoccolo del trono, due angiolini: quello di destra tiene in mano un cartiglio con l’iscrizione : "ECCE AGNVS DEI". La tavola proviene dalla soppressa Compagnia di San Biagio. Fu segata ai lati quando per collocata nel vano della cornice in cui si trovava. Fino al 17 ottobre 1997 è stata custodita nella sacrestia della chiesa, dalla quale, dopo un accurato restauro è stata opportunamente portata in chiesa alla visitazione dei fedeli. E' stata restaurata nell'anno 2001 ******** Collocata nella rinnovata sacrestia Il dipinto "Sant'orsola con le sue compagne" fu traslato da questa chiesa nel 1820 e collocato nella chiesa di S.Margherita sul Mercatale, dove riprese a vivere la Compagnia di S.Orsola, dopo le soppressioni Ricciane (1780). Nel 1821 il pittore Matteo Bertini fece la "ripulitura, rinfrescatura e restauratura del quadro". La suddetta tela, era da
vari anni nel Museo dell'opera del Duomo ed è stata riconsegnata a
questa parrocchia recentemente (11 giugno 2002), dopo ciraca 120 anni. E
sprovvista di cornice ed è stata posta provvisoriamente nella sacrestia
in attesa di ricollocarla nel locale: **************** ADDOLORATA CON GLI STRUMENTI DELLA PASSIONE
La Vergine tiene in mano il cuore trafitto da sette
spade, simbolo dei sette dolori da lei subiti,
CANTORIA E
MOSTRA DELL'ORGANO
Legno intagliato e dipinto in grigio e azzurro, risale al 1741.Poggia su sei mensoloni decorati da volute, foglie e mascheroni, è divisa in cinque specchiature (la centrale bombata, le altre ondulate) decorate da un motivo a volute con pedoncini e motivi vegetali. Le specchiature sono intervallate da lesene arricchite da un festone di foglie. La parte sottostante è tutta decorata da volute, foglie e cornucopie e, al centro, da una grande "M" coronata, simbolo di Maria. La mostra dell'organo, è sempre in legno intagliato e ugualmente dipinto; formata da due alzate affiancate da una grande voluta fogliata, è spartita da due colonnette legate da lesene a mo' di trine, a tre campate ed è conclusa trionfalmente da un'architrave con timpano spezzato e al centro di questo uno scudo coronato; nello scudo un albero stilizzato fiorito a forma di "M" con sette gigli (i sette Santi fondatori dell'Ordine). E' da rilevare la grande sproporzione fra questa cantoria seicentesca e il resto del tempio di proporzioni modeste rispetto a questa ed alla mostra sovrastante. |