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LAVORO
E FESTA
La dignità
di chi lavora e la festa
Tra
domande e risposte che toccano il lavoro e la nostra responsabilità
verso gli altri e verso il creato, trova collocazione un'esigenza
che è ormai patrimonio di quasi tutta l'umanità, almeno sul piano
teorico. La tradizione cristiana la sottolinea con forza: è
l'esigenza del riposo e della festa.
Sì,
c'è un modo concreto per esprimere la dignità di chi lavora:
sospendere l'attività lavorativa con il riposo settimanale, a
somiglianza di Dio che, dopo avere creato il mondo, si riposò.
L'uomo partecipa al lavoro e al riposo di Dio: entrambi sono per lui
una benedizione e un dono, fecondi di vita e necessari per affermare
la dignità della persona umana.
Il
riposo settimanale non ha solo lo scopo di far recuperare le forze
fisiche, al fine di lavorare di più e meglio nei giorni seguenti:
questo sarebbe il riposo dello schiavo. Riposare e celebrare la
festa sono espressione della "libertà" dell'essere umano,
esperienza di comunione in famiglia e di incontro fraterno nella
comunità, possibilità di ravvivare la relazione con la natura. Per i
cristiani il riposo e la festa domenicali sono in modo particolare
partecipazione alla vita del Signore Risorto, anticipazione e
pregustazione della vita futura nella comunità radunata nel suo
nome. Partecipando all'Eucaristia domenicale i cristiani sono
chiamati a liberarsi dall'idolatria del denaro, del possesso, del
lavoro ossessivo e a crescere nella sobrietà e nella solidarietà con
i più deboli.
Quella dell'amore è la storia più personale della nostra esistenza.
Riconosciamo i percorsi e proclamiamo gli eventi che la punteggiano.
Ma ci troviamo spesso affaticati, stanchi, sollecitati a fermarci al
bordo della strada a causa di delusioni e incertezze.
Riconosciamo che nella via dell'amore c'è sempre una provenienza,
un'accoglienza e un avvenire. La provenienza è l'uscire da sé nella
generosità del dono, per la sola gioia di amare: l'amore nasce dalla
gratuità o non è. L'accoglienza è il riconoscimento grato
dell'altro, la gioia e l'umiltà del lasciarsi amare. L'avvenire è il
dono che si fa accoglienza e l'accoglienza che si fa dono, l'essere
liberi da sé per essere uno con l'altro e nell'altro, in una
comunione reciproca e aperta agli altri, che è libertà.
Tutto questo è difficile. Mille ostacoli attraversano il cammino e
spesso lo bloccano. Basta uno sguardo al mondo dei rapporti umani,
per constatare l'evidenza di tanti fallimenti dell'amore,
un'evidenza che appare perfino chiassosa e inquietante. Siamo fatti
per amare e scopriamo quasi di non esserne capaci. Originati
dall'amore, ci sembra tanto spesso di non saper suscitare amore.
Perché? Ce lo chiediamo quando la nostalgia di esperienze di amore
intense e limpide attraversa la nostra esistenza e colora i nostri
sogni. Qualcuno, raccogliendo le parole dalla sua esperienza,
suggerisce ragioni e prospettive di questa fatica di amare, tutte,
comunque, da verificare in prima persona. Sono la possessività,
l'ingratitudine e la tentazione di catturare l'altro le forme che
più comunemente paralizzano il cammino dell'amore.
La
possessività paralizza l'amore perché impedisce il dono, bloccando
il cuore in un avido e illusorio accumulo di ricchezza per sé.
L'ingratitudine è l'opposto della riconoscenza gioiosa. Impedisce
l'accoglienza dell'altro e impoverisce l'anima, perché dove non c'è
gratitudine, il dono stesso è perduto. La cattura è frutto della
gelosia, e insieme della paura di perdere l'istante posseduto: in
una sorta di sazietà illusoria essa chiude lo sguardo verso gli
altri e verso l'avvenire. Come superare queste resistenze? Come
divenire capaci di amare oltre ogni possessività, ingratitudine e
prigione del cuore? Chi ci renderà capaci di amare?
... continua
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