LE GRANDI RELIGIONI MONOTEISTICHE DEL MONDO:

L'ISLAMISMO


Ogni musulmano (muslim), sia egli istruito o no nella sua religione, intende realmente « sottomettersi » a Dio (tale è il senso dei termine (Islam) e rendergli così l'onore e la gloria che gli sono dovuti come Creatore e Signore; nel medesimo tempo egli cerca di obbedirgli in tutto, perché la volontà di Dio è per lui una legge di vita e di salvezza. Ogni musulmano sa anche di essere solidale con una moltitudine di fratelli appartenenti a tutte le razze, a tutte le lingue e a tutte le civiltà, fratelli che costituiscono con lui attraverso il mondo una « comunità di credenti » (Umma) vasta e potente, « la miglior comunità fatta sorgere per gli uomini » come dice il Corano (3,1 1 0). Unitamente a loro egli sa che tutto è cominciato in Arabia, a La Mecca, all'inizio del secolo VII, grazie alla predicazione e alla azione coronata da successo di un uomo di genio, di Maometto che i musulmani proclamano « inviato di Dio » (Rasul Allah).

Maometto

Maometto (570?-632), rimasto orfano molto giovane e membro di un clan umiliato e povero, il clan dei Banu Hashim, ha avuto la possibilità di incontrare molti cristiani, ebrei e uomini « che cercavano Dio » grazie alle imprese commerciali delle carovane de La Mecca, che lo hanno messo in contatto con quella gente nello Yemen, in Siria e in Giordania. Seguendo una esperienza religiosa, sulla quale non siamo in grado di dire qualcosa di preciso, egli cominciò nel 610 a predicate il Messaggio, che riteneva d'aver ricevuto da Dio. a proclamare cioè in maniera veemente il Dio unico, che crea e risuscita, che giudica, ricompensa e castiga, che invita alla bontà e alla misericordia, che invia i suoi profeti e li fa trionfare nonostante l'infedeltà degli empi. Seguito da pochi fedeli, ma respinto dalla maggioranza dei ricchi abitanti de La Mecca, che erano politeisti e che lo boicottarono e lo perseguitarono, egli si trasferì a Yathrib (Medina) nel 622 (anno dell'Egira, che segna l'inizio dell'era mussulmana) e là fondò il primo Stato islamico con l'appoggio dei musulmani dei luogo e l'alleanza temporanea di tre tribù ebraiche. Dieci anni di lotta e di predicazione dovevano dare un volto definitivo all'islamismo nascente e permettere infine a Maometto di conquistare La Mecca e unificare le tribù arabe della penisola.

Il Corano

Maometto, semplice trasmettitore di un messaggio « ricevuto » da Dio e da lui « recitato », ha lasciato ai suoi il Corano (Qur'an significa recitazione), libro sacro che costituisce la fonte prima e ultima del loro pensiero e della loro azione, perché è la « parola stessa di Dio », sussistente da tutta l'eternità e contenente le « chiavi del mistero ». Questo « testo », comunicato in una lingua araba chiara e semplice, gode di conseguenza di una autorità assolutamente divina. Niente di vero lo può contraddire ed esso contiene il principio di ogni verità. Impararlo a memoria (come fa ogni piccolo musulmano nella scuola di catechismo o (kuttab) significa portare nel proprio seno «la parola stessa di Dio »; recitarlo o leggerlo significa pregare e meditare. Conformarvisi significa unirsi alla volontà di Dio, che lo ha manifestato rivelando se stesso solamente sotto il velo dei suoi « bei noni », che esprimono i suoi attributi o qualità essenziali. Comprendiamo allora come molti musulmani portino un Corano in miniatura appeso a una collana attorno al collo. Il testo del Corano, composto di 114 sure o capitoli classificati in ordine decrescente di lunghezza, viene considerato dai musulmani come un testo rivelato a Maometto dal 610 al 632 secondo le circostanze stesse della predicazione da lui svolta a La Mecca (610-622) e a Medina (622-632). Conservato dapprima per via di semplice memorizzazione da parte dei primi discepoli, è stato poi codificato molto presto secondo una scrittura semplificata in un testo unitario e definitivo, che ammette tuttavia sette lezioni ortodosse, che rappresentano altrettante « varianti » minime del testo. I musulmani rifiutano di applicare ad esso i metodi a cui ricorrono i cristiani per la critica e la lettura della Bibbia, perché ritengono che il Corano sia un testo « rivelato » e non solo « ispirato »: il suo autore è Dio stesso e non Maometto. Dettato in lingua araba, esso non può essere tradotto ufficialmente in un'altra lingua; pertanto ogni musulmano non arabo è invitato ad imparare l'arabo, al fine di poter recitare il Corano e prender parte al culto islamico, dal momento che le parole della preghiera musulmana sono formulato dappertutto in arabo. Il Corano, immutabile nel suo testo, nelle suo parole e nel suo contenuto, è talmente importante per i musulmani e per la loro comunità da costituirne ad un tempo la Bibbia, la Costituzione, il Diritto civile, il Diritto penale, il Codice del galateo e il Libro delle rubriche liturgiche e da riassumere in sé solo tutte le regole della buona condotta musulmana!

La tradizione (Sunna)

L'islamismo è essenzialmente la religione di un libro, il Corano, ma conosce anche le ricchezze apportate da una tradizione (sunna) viva, che propone modelli facili da imitare. 1 musulmani odierni pretendono di essere rimasti fedeli al costume di Maometto, così come è stato loro trasmesso dalle generazioni successive dei credenti. Nell'islamismo non si pensa, né si decide niente senza ricorrere al testo dei Corano e all'esempio del profeta: sono queste le due fonti essenziali di ogni sviluppo islamico autonomo. La « sunna » appare così come la « maniera eccellente », secondo la quale la prima comunità musulmana di Medina ha messo in pratica le regole del Corano imitando il modello profetico che aveva sotto gli occhi. A partire da allora e grazie alla posizione privilegiata, che la persona di Maometto è venuta ad assumere nella devozione musulmana, ogni musulmano ritiene pertanto che i propositi, i silenzi e gli atti di Maometto (chiamati hadith) abbiano valore normativo e direttivo. La « prova in base alla tradizione » è venuta così ad aggiungersi alla « prova scritturistica » e la « sunna » ha finito per diventare anch'essa un oggetto di meditazione per tutte le generazioni musulmane della storia. Formulata molto spesso in forma di proverbi e di sentenze, ricca di allusioni alla vita di Maometto, essa risulta tanto più accessibile ai piccoli e ai semplici fedeli, in quanto non è priva di valore catechistico!

Il Credo dell'islamismo

L'unità dell'islamismo è assicurata non solo dall'attaccamento affettivo dei suoi membri alla « comunità » e al suo fondatore, ma anche da un « Credo » semplice e monolitico, che promana direttamente dal Corano e che presenta al credente un insieme di verità, cui bisogna aderire con l'intelligenza, con il cuore e con le opere. « La fede (iman) dice una hadith consiste nel credere in Dio, nei suoi angeli, nei suoi libri, nei suoi inviati e nel giudizio finale, nonché nel credere nella predestinazione e nel fatto che essa apporta il bene o il male ».

Fede in Dio

I musulmani, adorando « il Dio uno, vivo e sussistente, misericordioso e potente, creatore dei cielo e della terra, che ha parlato agli uomini », vogliono esser anzitutto i testimoni del Dio unico, che non ha associati e a cui nulla può essere uguagliato, affermato nella sua esistenza e nella sua unicità, viene meditato e cantato dai musulmani attraverso il mistero dei suoi novantanove « Bei nomi », di cui il Corano e la tradizione sono il ricettacolo e l'espressione. Dio, posto in alto e nel medesimo tempo vicino, « possiede le chiavi del mistero, che lui solo conosce perfettamente » (Corano 6,59) e che non comunica a nessuno; il Corano fa dire a Gesù, quando egli si indirizza a Dio: « Tu conosci quel che è in me, mentre io non conosco quel che è in te. Tu conosci perfettamente i segreti invisibili » (Corano 5,116). Tale mistero di Dio viene ordinariamente intravisto attraverso i due più bei versetti coronaci, quello del Trono e quello della Luce: « Dio non vi è alcuna divinità al di fuori di lui è il Vivente, il Sussistente. Né sonnolenza, né sonno lo colgono mai. A lui quel che è nei cieli e quel che è sulla terra. Chi intercederà presso di lui se non dietro suo permesso? Egli conosce quel che c'è nelle mani degli uomini e dietro di loro, mentre essi abbracciano della sua scienza solo quello ch'egli vuole. Il suo Trono si estende al di sopra dei cieli e della terra. Il conservarlo non lo costringe affatto a piegarsi. Egli è l'Augusto, l'immenso » (Corano 2,255); « Dio è la Luce dei cieli e della terra. 

Fede nei suoi angeli

L'islamismo crede anche negli angeli, fatti di « luce », che sono anzitutto i puri adoratori di Dio e, poi, i suoi messaggeri presso gli uomini, cui trasmettono la rivelazione, come nel caso di Gabriele, intermediario privilegiato presso i profeti di Dio, o che hanno l'incarico di « registrare » le loro azioni e di « interrogarli » alla loro morte. Il Corano afferma anche l'esistenza del demonio, « il lapidato » (lblis), fatto di « fuoco », che ha rifiutato di prosternarsi davanti ad Adamo su ordine di Dio (Corano 7,12): da allora Satana, aiutato dalle sue truppe demoniache, odia in maniera implacabile il genere umano e tenta di stornarlo da Dio con ogni specie di tentazioni. Il Corano dice ancora che esistono degli djinn, degli « spiriti intermediari » tra gli angeli e i demoni, cui Maometto sarebbe stato ugualmente inviato.

Fede nei suoi libri

Seguendo il Corano ogni musulmano crede che esistono quattro « libri sacri », con cui Dio ha fatto conoscere agli uomini il suo messaggio: essi sono la Torah (il Pentateuco, cioè i primi cinque libri della Bibbia), i Salmi (semplice raccolta di preghiere, rivelate, ma non vincolanti), il Vangelo (al singolare) e, infine, il Corano, che « abroga » e rende inutili i libri precedenti. La fede musulmana più ortodossa afferma da sempre che la Torah e il Vangelo, che si trovano attualmente nelle mani degli ebrei e dei cristiani, non rappresentano le versioni originali di cui parla il Corano, l'una e l'altro sono stati « falsificati » e non rivestono quindi alcun interesse per il musulmano. Questi trova nel Corano quanto, nella pienezza della fede islamica, bisogna ritenere dei libri anteriori. Inoltre è in funzione di quanto dice il Corano che gli ebrei e i cristiani sono conosciuti, giudicati e valutati. 

Fede nei suoi inviati

Il musulmano crede negli inviati di Dio, opera della sua misericordia verso gli esseri umani attraverso una storia, che si ripete di cielo in cielo. Egli distingue tra i « grandi profeti » e quelli che considera come « profeti minori ». I primi sono gli inviati: Abramo, « l'amico di Dio », fondatore della religione in spirito e verità (il « monoteismo primitivo »); Mosè, « l'interlocutore di Dio », legislatore per i figli di Israele; Gesù, il Messia, il figlio di Maria, che procede dalla « parola » e dallo « spirito » di Dio, maestro degli apostoli e dei cristiani; infine Maometto, il « sigillo dei profeti », perché il più perfetto e il più giusto, inviato a tutti gli esseri umani « per perfezionare la loro religione » (Corano 5,3). Fede nel giudizio finale.

Fede nel giudizio finale

I musulmani attendono il giorno del giudizio, in cui Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati, secondo la rivelazione che il Corano ne fa sin dagli inizi della predicazione maomettana. L'islamismo, appoggiandosi sul Corano e su tutta la tradizione, afferma pertanto l'interrogatorio nella tomba, la risurrezione generale alla fine dei tempi (dopo che si saranno verificati i dieci segni precorritori), il « grande raduno » dei risuscitati e il loro giudizio, che comporta una retribuzione rigorosa e l'intervento della misericordia di Dio: per la maggioranza dei musulmani è cosa certa che basta la sola fede a salvare e che quindi l'inferno non sarà eterno per il credente peccatore (una volta espiata la sua pena, egli entrerà in paradiso). La « dimora della ricompensa » è il paradiso, dove « coloro che avranno creduto e adempiuto le opere pie... avranno dei giardini, sotto i quali scorreranno dei ruscelli. Ogni volta che sarà loro accordato e attribuito qualche frutto, essi diranno: 'Questo è quanto ci è stato attribuito anteriormente, e quanto sarà loro donato assomiglierà a quanto essi possedevano sulla terra. Gli eletti, ricolmi dei beni creati, che soddisferanno i loro bisogni corporali e spirituali, godranno della « soddisfazione di Dio », ma saranno chiamati solo molto raramente a intravederlo, perché la « visione di Dio » sarà una grazia supererogatoria (Corano 75,22-23). Il « luogo del castigo » è l'inferno, che consiste nel « fuoco ardente », nel « corruccio » e nella « collera » di Dio. solo i miscredenti (quelli che avranno attribuito a Dio degli associati) vi dimoreranno per sempre.

Fede nella predestinazione

Anche se il Corano afferma contemporaneamente che « Dio guida chi vuole e svia chi vuole » (Corano 74,3 1) e che « in quel giorno ogni uomo sarà retribuito in base a quel che avrà fatto » (Corano 53,39), il musulmano si sente portato da tutta la sua tradizione a esaltare la volontà misteriosa di Dio nei propri riguardi e ad abbandonarsi di conseguenza a una predestinazione, che lo predispone alla riuscita o all'insuccesso, al paradiso o all'inferno. Il riformismo musulmano contemporaneo tende a esaltare i valori della libertà e dell'impegno; rimane però vero che la pietà musulmana incita i credenti a sottomettersi con tutta la loro anima ai decreti di Dio, anche se essi sono nascosti, così come vi si è sottomesso Abramo, a cui la fede musulmana fa volentieri riferimento. In pratica i musulmani conoscono come i cristiani l'affermazione dialettica della libertà dell'uomo e della elezione divina, nonché il difficile problema della fede e delle opere.

Interesse per Gesù e per Maria

Il Corano e l'islamismo assegnano a Gesù un posto importante e addirittura eccezionale nella lista dei profeti e fanno di Maria una donna particolarmente benedetta. Maria, scelta fra tutte le donne e purificata fin dalla nascita, viene presentata come una « consacrata a Dio »: vergine per eccellenza, molto credente e molto devota, ella riceve l'annuncio di un bambino. che nasce effettivamente da lei senza concorso umano. Gesù, il Messia, figlio di Maria, appare come un profeta particolarmente privilegiato: nato da una madre vergine per effetto della parola creatrice di Dio, « come Adamo », egli si vede affidata « la Scrittura, la Sapienza, la Torah e il Vangelo »; è un taumaturgo eminente (guarisce i lebbrosi, rende la vista ai ciechi e risuscita i morti), la sua predicazione non supera affatto quella che apporterà in seguito Maometto; contraddetto dagli ebrei increduli e sostenuto dagli apostoli fedeli, egli si vede condannato alla croce, ma viene salvato da Dio, che lo « richiama » presso di lui prima che ritorni sulla terra come « segno dell'ora ». Gesù, profeta eminente, generato in Maria dalla parola creatrice di Dio e dal suo spirito vivificante, appare come un « servo » esemplare, che rifiuta da parte sua tutto quel che i cristiani gli attribuiscono: egli non è né Dio, né Signore, né Figlio di Dio, né il « terzo di una triade » (Corano 4,171; 5,73), né gli ebrei lo hanno ucciso e crocifisso (4,157). Ecco perché il Corano ricorda che, quando Dio disse: « 0 Gesù, figlio di Maria, sei stato tu che hai detto agli esseri umani di prendere te e tua madre come due dèi oltre a Dio », Gesù rispose. « Gloria a te! Non mi sogno neppure di dire quello che non è la verità per me... » (5,116); ed ecco perché ai cristiani viene rivolto questo invito: « O gente della Scrittura, non siate esagerati nella vostra religione. Dite solo la verità nei confronti di Dio. Il Messia, Gesù, figlio di Maria, è solo l'inviato di Dio e la sua parola gettata in Maria è uno spirito che viene da Dio. Credete in Dio e nei suoi inviati e non dite 'Tre". Cessate di farlo » (4,171). Il Corano e l'islamismo non mancano di rimproverare ai cristiani le loro « fazioni » e le loro « divisioni », quando si tratta di parlare di Gesù « in verità ». Agendo così l'islamismo rifiuta e nega i misteri essenziali del cristianesimo in nome della stessa trascendenza di Dio, anche se la tradizione spirituale musulmana ha riconosciuto a Gesù il « sigillo della santità ».

Il culto e i riti dell'islamismo

« L'islamismo, avrebbe risposto Maometto a un visitatore angelico, consiste nel testimoniare che non vi è altro dio all'infuori di Dio e che Maometto è l'inviato di Dio; nel recitare la preghiera rituale; nel pagare l'imposta rituale; nel digiunare durante il mese di Ramadan e nell'andare in pellegrinaggio alla casa di Dio qualora sia in tuo potere farlo ». Tali sono i pilastri fondamentali dei culto musulmano.

La professione di fede

La « professione di fede » (shahâda), che afferma nel medesimo tempo l'unicità di Dio e la missione di Maometto, come abbiamo appena visto, fa di ogni uomo un vero musulmano dal momento in cui essa viene pronunciata con le labbra e viene accompagnata dall'assenso dell'intelligenza e dalla adesione del cuore. 

La preghiera rituale

La «preghiera» rituale (salât) viene normalmente recitata cinque volte al giorno in ore ben precise: alba, mezzogiorno, metà del pomeriggio, tramonto, sera. Il credente deve essere « puro » nel corpo, nell'abbigliamento e per quanto riguarda il luogo stesso della preghiera. per questo egli si preoccupa molto della purezza (abluzioni minori o maggiori con acqua e gesti precisi) e cerca di liberarsi delle impurità minori o maggiori che ha contratto, facendo nel medesimo tempo attenzione a indossare abiti appropriati e a trovarsi in un luogo purificato (a casa sua, nella moschea o in qualsiasi altro luogo). La sua preghiera si compone di un certo numero di atteggiamenti, di gesti e di invocazioni raggruppati in unità liturgiche dette rak'a. Ogni preghiera ne comprende due, tre o quattro e può essere prolungata con la recita di qualche versetto coranico. Il venerdì, a mezzogiorno, tale preghiera va fatta in assemblea nella moschea centrale del quartiere o della città, dopo una omelia particolare, al fine di testimoniare l'unità della «comunità musulmana ».

Il digiuno

Il « digiuno » (siyâm) di Ramadan esige che ogni credente si astenga da qualsiasi cibo, da qualsiasi bevanda e da qualsiasi esercizio della sessualità durante tutto il giorno (dall'aurora al tramonto) per onorare Dio, per sentire la fame, per disciplinare il corpo e per imparare a compatire gli infelici: durante la notte il pasto, i festeggiamenti, le preghiere supplementari e le meditazioni religiose fanno del mese di Ramadan un mese di « raccoglimento » per la comunità musulmana e un mese di « più grande osservanza religiosa » per ogni musulmano, ovunque egli si trovi; esso costituisce un mese di festività notturne per le famiglie e di attività culturali rinnovate per le comunità locali.

L'elemosina legale

L'elemosina rituale (zakât), destinata a purificare l'uso dei beni di questo mondo, è costituita fin dall'inizio dell'islamismo nel trasferire alla « cassa della comunità » un decimo del reddito annuale di ogni credente (una specie di « decima »). I beni così raccolti erano destinati ad essere distribuiti in « elemosina... ai bisognosi, ai poveri, a quanti lavorano per loro, a quelli di cui bisogna conquistare il cuore, come gli schiavi, a quelli che sono gravati da debiti, che lottano sulla via di Dio o che si trovano in viaggio » (Corano 9,60). L'elemosina legale, inglobata molto presto nelle tasse richieste dagli Stati moderni, continua tuttavia ad essere vivamente praticata nell'abitudine comune di donare ai poveri, soprattutto alla fine del mese di Ramadan (elemosina della « rottura dei digiuno ») e in occasione di altre feste liturgiche.

Il pellegrinaggio

Ogni anno circa un milione di musulmani compiono il loro pellegrinaggio (hajj) a La Mecca, in Arabia, per rivivere i riti previsti dai costumi preislamici e quelli aggiunti da Maometto: i credenti, in tenuta « sacra » (perizoma e velo bianco senza cucitura), onorano la Ka'ba girando sette volte attorno ad essa, recitano la preghiera, corrono sette volte tra Safa e Marwa, vanno ad 'Arafat, una collina distante 21 km da La Mecca, per pregarvi « in piedi » e invocarvi la misericordia divina, poi ritornano a La Mecca passando per Muzdalifa e Mina, dove tagliano la gola a una pecora in memoria dell'atto compiuto una volta in quel luogo da Abramo, che era stato invitato a immolarvi il figlio Isacco. Spesso per il credente il pellegrinaggio è una occasione per convertirsi a costumi più rigidi e a una pratica più stretta; per la comunità musulmana si tratta di un « momento » privilegiato, in cui essa vede la propria coesione rinforzata dall'apporto di una moltitudine di pellegrini diversi e uniti ad un tempo.

L'anno liturgico

Questo pellegrinaggio ha luogo il 10 dell'ultimo mese dell'anno liturgico musulmano, anno dai mesi lunari (e quindi più breve del nostro), che conta le annate a partire dall'anno in cui Maometto abbandonò la Mecca per Medina (622): si tratta di quella che viene detta l'éra egiriana (egira o hijra, che significa « emigrazione »). L'anno lunare, di undici giorni più corto, sposta quindi le « feste » musulmane in rapporto al calendario solare gregoriano. Tali feste sono quattro. Anzitutto vi è la festa di 'Ashûrâ', che cade il 10 del primo mese dell'anno (muharram), che comprende un digiuno facoltativo, che è talvolta testimone di una visita al cimitero e che rimane una grande festa per gli Sciiti, che onorano in questo giorno la morte di Husayn, figlio di Alì. Il 12 del terzo mese cade la festa di Mulud (o Mawlid nawabî) o della Natività del profeta, festa dedicata all'elogio del fondatore dell'islamismo e a preghiere di intercessione. Il mese di Ramadan costituisce il nono mese dell'anno liturgico e pertanto la « Piccola Festa », che lo conclude e che dura parecchi giorni, cade all'inizio del decimo mese, il mese di shawwal: essa costituisce una occasione per fare elemosine, per riconciliarsi e per organizzare incontri familiari. La « Grande Festa » coincide con il momento culminante del pellegrinaggio, il 10 dell'ultimo mese, giorno in cui si immola la pecora in ricordo dell'atto posto da Abramo. in tutto il mondo musulmano i capi famiglia si preoccupano di riprodurre questo medesimo atto di devozione e di sottomissione, conferendo ad un tempo alla festa un carattere universale e abramico.

Vita morale e familiare

Il musulmano, attento ad adempiere in ogni cosa la volontà di Dio espressa nella legge religiosa dell'islamismo, cerca di evitare l'atto interdetto, o biasimevole, o anche semplicemente indifferente, e di adempiere tutto quel che Dio dichiara obbligatorio per lui o gli raccomanda. Egli osserva più o meno fedelmente i diversi « interdetti alimentari », che derivano dal Corano, si rifiuta di bere vino o alcool, di mangiare carne di maiale o di una bestia non immolata ritualmente, di cibarsi di sangue, fonte o simbolo della vita. Più generalmente il musulmano si impegna con energia nel campo della vita morale e cerca di attuare i consigli di Maometto, il quale ha detto: « Il mio Signore mi ha comandato nove cose: di essere sincero in privato e in pubblico, moderato nella ricchezza e nella povertà, giusto nella collera e nella soddisfazione, di perdonare chi mi opprime, di riallacciare i rapporti con chi li rompe con me, di dare a chi mi priva di qualcosa, di fare del mio silenzio una meditazione, dei miei discorsi una "edificazione", del mio sguardo una "considerazione" per imparare dagli avvenimenti e dalle cose che mi cadono sotto gli occhi ». La vita familiare dei musulmano è particolarmente legata alla sua fede e dipende dallo statuto personale, i cui testi essenziali si trovano nel Corano. L'islamismo è largo e comprensivo in materia di contraccezione, rigoroso e stretto di fronte all'aborto, comprensivo e tollerante nel campo della sessualità, ma ciononostante intende fondare la famiglia su delle basi stabili e durature, anche se permette al musulmano di avere fino a quattro mogli per dei motivi legittimi (ingiungendogli di essere equo nei limiti del possibile verso di loro (Corano 4,3) e anche se riconosce a ogni uomo sposato il potere esorbitante di rinviare unilateralmente la moglie, senza dover fornire la minima spiegazione a chicchessia (né alla stessa sposa, né a un giudice). A parte questa poligamia permessa e questo ripudio interpretato in maniera troppo larga, la morale familiare sembra in grado di fornire alle persone quanto loro occorre per svilupparsi, anche se sembra che la donna occupi una posizione inferiore in più di un campo e anche se il figlio viene collegato in maniera troppo esclusiva al padre. Comunque numerosi codici moderni della famiglia cercano di rimediare con più o meno successo, a queste deficienze manifestatesi nel corso della storia.

Cristiani e musulmani

1 musulmani provano una amicizia speciale e un interesse particolare per i cristiani, anche se rimproverano spesso loro di essere « stravaganti » o « esagerati » nelle loro affermazioni teologiche, nelle loro esigenze etiche e nelle loro ricerche mistiche: «Troverai che coloro, che sono più vicini e più amici di coloro che credono, sono quelli che dicono: Noi siamo cristiani. Tra costoro infatti si trovano dei preti e dei monaci, che sono persone che non si gonfiano di superbia » (Corano 5,82). Il libro sacro dei musulmani non afferma forse anche questo: « Noi abbiamo posto nel cuore di coloro che lo (Gesù) seguono dolcezza e bontà, così come il monachesimo che essi hanno inventato noi non lo abbiamo prescritto loro al solo scopo di ricercare l'approvazione di Dio » (57,27).