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Mons. Tommaso Casetta
Il 23 gennaio è stato ricordato, nel Seminario diocesano, il nostro concittadino mons. Tommaso Casetta. Riprendiamo qui i passi salienti della relazione di don Angelo Stella.
Tommaso Casetta proveniva da una modesta famiglia contadina di S. Rocco, povera di mezzi ma ricca di fede e di generosità. Per mantenere in seminario il giovane “Malino”, aspirante al sacerdozio, il fratello Giacomo si offerse di fare il servo di campagna per provvedere quel minimo richiesto per la pensione e i libri.
Ordinato sacerdote nel 1909, è mandato come vicecurato a Montaldo Roero. All’inizio del 1915 lo troviamo come cappellano militare al 2° reggimento Alpini nel battaglione Val Maira. I suoi alpini l’hanno ricordato come un amico e un padre: sempre in mezzo a loro, nella tormenta e sotto le granate, con la cordialità che sa creare amicizia. Non esitò a rischiare la vita per soccorrere i feriti e confortare i morenti, quando nel Trentino il suo battaglione, lanciato all’attacco, venne decimato.
Nel 1919 lo vediamo parroco a Priocca. La chiesa, di nuova costruzione, è ancora priva di campanile e di casa canonica. All’arch. Giuseppe Gallo don Casetta suggerisce di offrire l’immagine delle mani giunte levate in preghiera, e tale appare alla vista la guglia svettante. Poi è la volta della casa canonica e delle opere parrocchiali.
Nel 1930 viene nominato parroco del Duomo. Don Casetta si rivela subito come “l'uomo di tutti”. Presente fin dal mattino presto in Duomo per le funzioni, rimaneva raccolto in preghiera, al suo posto nella cappella del Santissimo accanto al confessionale. La giornata era ripartita tra le ore canoniche in Duomo, le soste in ufficio, le visite agli ammalati o incontri di famiglia. È stato anche un predicatore instancabile. Senza arte di eloquenza, colpiva la sua voce forte e vibrante di sentimento, il dire avvincente con lo sguardo e il gesto, soprattutto il discorso sostanzioso di dottrina.
Ma la carità è stata senz’altro il distintivo preminente di questo sacerdote, temprato fin da cappellano militare a sostenere i giovani nei pericoli della guerra, a soccorrere feriti e morenti, a confortare parenti in lutto. Carità autentica che egli attingeva dal Cuore di Gesù, l’amore misericordioso amato e adorato con grande devozione.
La prima carità il can. Casetta la esercitava con gli ammalati. Ogni giorno le sue uscite erano indirizzate a visitare infermi o bisognosi. Con le parole della fede sapeva confortare il sofferente, come l’anziano solo. E Dio sa quanti lontani dalla Chiesa ha riconciliato nei loro ultimi giorni di vita.
Carità inesauribile con i molti bisognosi di aiuto che si rivolgevano a lui con fiducia. Dalle sue grosse tasche traeva sempre qualcosa da dare a chi gli tendeva la mano. E mai col gesto di voler togliersi una scocciatura, anzi il gesto discreto si accompagnava all’incoraggiamento a cercarsi un lavoro onesto. A volte lui stesso, secondo l’opportunità, aiutava in questa ricerca. E non poche famiglie nell’indigenza riusciva a soccorrere tramite la Conferenza di S. Vincenzo.
L’intensa azione pastorale del can. Casetta venne riconosciuta ufficialmente con la nomina a Monsignore, festeggiata da tutta la parrocchia del Duomo e dalla cittadinanza Albese, con ricevimento in Municipio. Ma al termine della giornata, nel deporre i paludamenti paonazzi nell’armadio, Mons. Casetta, con la sua proverbiale modestia, esclamò: “Qui stanno proprio bene. Non sono un Monsignore, sono un non signore”.