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Cosa vuol dire?
Paradiso: deriva dall’iranico, dove indicava un “recinto”, un “parco” ricco di acque e di vegetazione, sul tipo di quelli posseduti dai re e dai nobili persiani. Questo luogo, tanto più fascinoso se pensato nell’aridità palestinese, fu assunto nella Bibbia (Genesi 2,8 – 3,24) a rappresentare la felicità dei nostri progenitori, elevati allo stato soprannaturale (familiarità con Dio) e forniti di doni preternaturali (immunità dalla morte e dal dolore ed esenzione dalla concupiscenza disordinata), Geremia 31,12, parlando degli aderenti alla nuova alleanza con il Signore, dichiara che la loro vita sarà come “un giardino irrigato”. Di qui fu agevole trasferirlo a denotare la beatitudine celeste e la dimora di Dio e dei santi. Nel Nuovo Testamento S. Paolo ce lo dichiara la sede in cui risplende la verità infinita (Seconda Lettera ai Corinzi 12,4), S. Giovanni quella in cui vigoreggia la vita assoluta (Apocalisse 2,7) e Gesù quella in cui domina l’intimità con lui: al buon ladrone, che gli chiedeva di non essere da lui dimenticato quando fosse giunto nel suo regno, rispose con una sommessa, dolcissima tenerezza: “Oggi sarai con me in paradiso” (Luca 23, 42-43).
Parrocchia – parroco: le due parole, che in italiano sembrano così connesse, derivano da due radici completamente diverse tanto per forma quanto per contenuto: infatti al greco paroikía (“casa vicina”) fu abusivamente accostato párokhus, “approvvigionatore” (da parékho, “porgere”, “somministrare”). Roma aveva organizzato, per le necessità di governo, un regolare servizio di comunicazioni con le province (cursus publicus): le carrozze statali viaggiavano trasportando documenti amministrativi e funzionari; lungo le grandi vie imperiali erano distribuiti posti per il ristoro dei viaggiatori, per il cambio dei cavalli, per l’eventuale riattamento dei veicoli. In queste pubbliche “stazioni” un “provveditore” forniva tutto il necessario per l’efficiente funzionamento del servizio. Per analogia, il termine fu trasferito a designare quel sacerdote che prestava l’assistenza spirituale ai fedeli (facilmente considerati “viaggiatori” lungo il pellegrinaggio transeunte di questa terra) nelle dislocazioni successive in cui si articolavano le diocesi e talora anche le grandi città (soprattutto Alessandria). Il párokhus era il coadiutore locale del vescovo – da cui riceveva la giurisdizione – in una determinata circoscrizione territoriale e fu accorgimento adottato anche per evitare il frazionamento eccessivo delle diocesi, che tuttavia furono anch’esse talvolta denominate “parrocchie”.- L’istituzione permette e favorisce la partecipazione domenicale all’Eucaristia, la formazione progressiva nella dottrina e la pratica delle opere di carità. A norma del vigente Diritto canonico il parroco, che è l’amministratore ufficiale dei beni della comunità ecclesiale, è invitato a farsi coadiuvare da un consiglio per gli affari economici e da uno per le attività pastorali, a tenere un archivio con i libri dei battesimi, cresime, matrimoni, decessi ed a curare nei modi più acconci l’amministrazione dei sacramenti.
Parusìa: è parola greca che significa “presenza”, ma che andò successivamente assumendo un senso dinamico, per cui venne ad indicare “arrivo”, “venuta”, soprattutto di re o imperatori in visita ufficiale. Nel Nuovo Testamento designa prevalentemente la venuta di Cristo nell’adempimento del suo regno messianico, ma, generalmente, non in un ritorno fisico: è più l’intervento di Dio nella vita individuale e nella storia: “Venga il tuo regno”. Queste singole “venute” specifiche saranno concluse da una definitiva alla fine dei tempi, quando Cristo suggellerà con il suo giudizio la vicenda umana. È un evento chiuso nel mistero del piano divino ed inconoscibile finché si sviluppa la storia (cfr. Matteo 24,36).
Pasqua: fu la festa maggiore degli Ebrei, istituita da Mosè per commemorare l’uscita d’Israele dall’oppressione egiziana: il vocabolo páskha, usato nella traduzione dei Settanta, intendeva collegarsi con l’ebraico “passaggio”, in allusione al passaggio dell’angelo di Iahvè che colpì i primogeniti degli Egiziani risparmiando le case degli Israeliti (solo più tardi si aggiunse la traversata del Mar Rosso). Dio ordinò di ricordare l’evento in perpetuo secondo un cerimoniale determinato (Esodo cap. 11 e 12). Gesù nella celebrazione dell’ultima cena riesumò alcuni particolari del rituale ebraico sublimandoli ad un valore perenne: al sacrificio periodico dell’agnello pasquale sostituì il proprio definitivo; alla liberazione socio-politica dal Faraone sovrappose quella spirituale dal peccato; alla rievocazione dell’intervento momentaneo divino di un tempo fece sottentrare la presenza reale nell’Eucaristia per sempre. La Pasqua, con la risurrezione di Gesù, anticipo della nostra, costituisce la suprema celebrazione della vita, che è il misterioso miracolo della creazione: Dio, vita assoluta, garantisce la nostra, limitata, confermandola ed esaltandola alla sua massima intensità nel contatto intimo con lui. Alla primitiva festa primaverile dell’agricoltura, che celebrava la rinascita della vegetazione dalla morte invernale, successe la Pasqua storica ebraica, che solennizzava la liberazione dalla schiavitù storica, ed a questa sottentrò quella cristiana, che rievoca la redenzione dal male e dalla morte nella perennità del regno di Dio. La visione cristiana è sempre una salita trasfigurante: non rinnega né la natura né la storia: tutto accoglie, depura, solleva in un’atmosfera d’eterno. Dà respiro al sentimento, sempre nel rispetto pieno della ragione: la fede non opprime nulla, libera tutto.
Patèna: dal greco patáne, “piatto” e dall’equivalente latino pátena/pátina e diminutivo patélla, indica un piattello rotondo di metallo con la parte interna dorata; viene consacrata dal vescovo e contiene l’ostia, prima e dopo la consacrazione. Anticamente era più ampia, perché serviva a raccogliere la notevole quantità di pane che i fedeli offrivano per la consacrazione eucaristica.
Patriarchi: 1) biblici: furono personaggi preistorici antichissimi che la Bibbia distingue in due epoche, anteriore e successiva al diluvio, e che trasmette secondo una doppia tradizione. La loro longevità e la loro cronologia propongono problemi di incerta soluzione: prevale comunque l’idea che le liste non abbiano intenti di completezza, ma scopi religiosi e giuridici: vogliano cioè segnare, più che una catena di anelli continui, delle tracce di progressione familiare, delle quali sono segnalati soltanto i nodi direzionali. Mirano a stabilire delle linee di legittimità lungo le quali si sviluppa il piano divino di salvezza. L’ambiente ci conduce ai popoli nomadi allevatori di bestiame e la cultura al periodo neolitico. - 2) ecclesiastici: osservando lo sviluppo organizzativo della Chiesa primitiva si nota una tendenza, sufficientemente netta, verso aggregazioni sempre più vaste. Il rapporto originario tra la Chiesa d’una città importante, dalla quale era partita la predicazione, che aveva condotto all’istituzione di sedi suburbicarie, e queste comunità derivate, aveva condotto a raggruppamenti di ambito regionale, che tra di loro apparivano coordinati; da questo livello metropolitano si procedette ad aree assai più spaziose (patriarcati) che subordinavano queste province. Già il concilio di Nicea (325) aveva riconosciuto come investiti di una speciale supremazia i vescovi di Alessandria per l’Egitto e la Cirenaica, di Antiochia per l’Oriente e di Roma per tutto l’Occidente. Nel concilio di Costantinopoli (381) si aggiunse anche il vescovo di Costantinopoli, perché la città era capitale e sede imperiale analoga a Roma: la motivazione era pericolosissima, in quanto poneva su basi puramente politiche la vita interna della Chiesa e la legittimità dei suoi rapporti d’autorità; e difatti le conseguenze risultarono rovinose, poiché favorì la soggezione della Chiesa bizantina allo stato, dipendenza che fu germe di precarietà. La preminenza di Roma non fu invece mai giustificata sulla presenza degli imperatori, ma su quella di Pietro, che Gesù aveva stabilito a fondamento della Chiesa. La storia nel suo cammino ha esplicitato la diversa vitalità dei due princìpi. – In seguito fu riconosciuto, ad ambiti assai più ridotti, un patriarcato per ogni rito orientale in comunione con Roma e per particolari situazioni storiche (Venezia e la frastagliata dislocazione dei suoi domini). Nella disciplina canonica vigente i patriarchi esercitano una preminenza d’onore senza una specifica azione di governo, tranne che sia loro affidata dal Papa o connessa ad altre incombenze (siano, ad esempio, titolari di diocesi): quelli orientali sono equiparati ai cardinali.
Peccato: è una parola latina derivante da pèdica, “trappola che cattura la selvaggina rinserrandone i piedi”, “laccio”, “pastoia”, che impedisce un cammino disinvolto e sicuro; di qui “inciampare”, “fare un passo falso”: l’evidenza sensibile dell’immagine e l’insito sapore di discredito ne facilitarono il trasferimento in sede morale. I Greci, più intelletualisti, lo designarono con una terminologia più concettuale: “errore”, “scivolone”, “stonatura”, “trasgressione”, “illegalità”. Il peccato è una violazione volontaria della legge morale che regola la natura dell’uomo ed offende quindi Dio, il quale lo ha creato e gli ha indicato le norme per un retto funzionamento della sua vita: è una ribellione contro di lui, in quanto è una pratica proclamazione della sua insignificanza nei nostri comportamenti, dai quali viene estromesso quasi fosse un intruso. I delitti e le ingiustizie che s’intrecciano a catena continua nella storia testimoniano l’incombente presenza del peccato, come documentano le rovine che l’uomo accumula quando respinge Dio. Nell’atto stesso in cui l’individuo rivendica la sua autonomia da Lui, diventa schiavo delle proprie spinte deteriori e, in proporzione alla sua influenza sociale, rende schiavi anche gli altri: il peccato infligge un guasto alla persona, una ferita che può essere medicata solo dalla grazia accettata ed assecondata. Il rifiuto dell’ossequenza a Dio può essere frontale (peccato mortale), quando implica una piena consapevolezza ed una cosciente intenzionalità e verte su materia grave, e può invece limitarsi a marginale (peccato veniale), quando è privo di almeno uno di questi requisiti. Nella classicità la colpa poteva essere il prodotto di un destino al quale la coscienza era totalmente estranea (tipica la vicenda di Edipo); nell’etica cristiana investe invece in pienezza la responsabilità della persona. Il peccato non è una svista, una sorpresa a vario grado di inconsapevolezza, è una voluta scelta di vita. La sua gravità è, prima ancora, stoltezza: l’infinita piccolezza umana sfida l’infinita grandezza divina: è una miseria che produce ulteriore miseria.
Pentateuco: è la serie dei primi cinque libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), che dagli Ebrei furono chiamati “la Legge” per eccellenza, mentre i cristiani che riconoscevano un’altra Legge, preferirono denominarli “Pentateuco”, cioè opera in cinque teukhe, “attrezzi”, “contenitori”, “astucci” per i rotoli. Comincia con la creazione del mondo e dell’uomo (le cosmologie appassionarono sempre gli antichi, anche per l’influsso che esercitavano sulle concezioni teologiche e morali), prosegue con lo sviluppo storico dell’umanità, espone l’elezione del popolo ebraico e ne narra le vicissitudini. È guidato da una visione religiosa che s’incentra sulla caduta dell’uomo nel male, sul conseguente piano redentivo divino e sulle norme che Egli prescrisse per la sua progressiva attuazione. Forma l’insostituibile piedistallo del Vangelo, per cui si spiegano sia il culto con cui sempre i cristiani lo considerarono, sia il disdegno con cui respinsero le tesi di Marcione che lo rifiutava. Tanto il Nuovo Testamento quanto la tradizione patristica e quella successiva cattolica lo attribuirono con risolutezza a Mosè: gli esegeti cattolici moderni ne riconoscono l’autenticità mosaica, senza tuttavia postularne una sua stesura diretta, né escludere l’intervento di collaboratori che ne abbiano interpretato il pensiero, l’utilizzo di fonti varie ed il sopravvenire di ritocchi successivi e d’aggiunte. Dal concetto di “autore” si tende a passare a quello di “responsabile” e ad ampliare la definizione di “autenticità” dall’ambito strettamente redazionale a quello d’ispirazione sostanziale. Sono testi che offrono affascinanti aperture, le quali, mentre illuminano istruttive esperienze sociali e storiche, introducono in immense prospettive teologiche e spirituali. Costituiscono una delle tappe fondamentali del progresso umano, guidato dalla Provvidenza.
Pentecoste: fu una festa ebraica che veniva celebrata nel 50° (in greco pentekostós) giorno dopo la Pasqua nell’intento di ringraziare Dio del raccolto: vi si offrivano due pani fatti con la farina del grano appena mietuto, si compiva una serie di sacrifici espiatori e si tenevano banchetti sacri. La Pentecoste cristiana, invece di chiudere una fugace stagione agricola, apriva l’interminabile era della Chiesa, inaugurata dalla discesa dello Spirito Santo e dalla predicazione degli Apostoli (Atti 2,1-13). Concludeva le solennità pasquali e somministrava il battesimo a quanti non l’avevano potuto ricevere a Pasqua. Inseriva la redenzione nella storia; era per i credenti la festa della conquista, il superamento di qualsiasi riluttanza neghittosa.
Persona: per alcuni deriverebbe dall’etrusco phersu, “maschera” dell’attore, da cui “ruolo” (nel dramma), “carattere”, “personaggio”, “persona”: dal teatro alla vita sociale ed individuale; per altri sarebbe invece collegata con il latino personàre (“far risonare”, “rimbombare”), in quanto la maschera sul volto fungeva un po’ anche da cassa di risonanza amplificando la voce. Per questa sua attitudine a designare un individuo specifico a carattere proprio la parola fu scelta, tanto in latino quanto in italiano, per determinare le tre Entità distinte (Padre, Figlio, Spirito Santo) che formano la Trinità, la cui individualità non sembrava sufficientemente garantita dal greco hypóstasis.
Pianeta: è il paramento liturgico che, da due o tre secoli, il sacerdote indossa per la celebrazione della Messa ed è formata da due larghe falde che coprono il petto e le spalle, totalmente aperte sui fianchi, per facilitare i movimenti delle braccia. Può essere ornata con varia ricchezza e viene usata in alternanza di colori in rapporto ai tempi liturgici ed alle singole feste: si impiega il giallo-oro nelle festività alle quali si intende conferire il massimo risalto, il bianco nelle solennità di Dio e dei santi, il rosso nella Pentecoste e nelle commemorazioni dei martiri, il verde nelle domeniche durante l’anno, il rosa nella terza domenica d’avvento (detta Gaudete, dalle prime parole dell’Introito) e nella quarta di quaresima (chiamata per lo stesso motivo Lætare, che rischiarano entrambe l’austerità della penitenza con un invito alla gioia), il violetto nei tempi penitenziali (quaresima ed avvento) e nel suffragio per i defunti (per i quali, in passato, era abituale il nero). È una riduzione dell’antica pænula, mantello di stoffa rozza o di pelle, lungo fino al ginocchio e fornito di aperture per il capo, adoperato dai Romani in viaggio per ripararsi dalle intemperie. Recentemente è stata rimessa in uso la càsula, senza che la pianeta sia stata comunque completamente estromessa, poiché viene ancora utilizzata soprattutto se comporta uno speciale valore artistico o storico.
Pieve: da plebs, “la comunità dei battezzati”, il termine passò alla Chiesa in cui essa si radunava ed al territorio che abitava. La Chiesa battesimale, che formava il centro, disseminava cappelle nell’ambiente rurale, assicurando fra la popolazione la presenza pastorale del clero, guidato da un “arciprete”. Quest’ordinamento, tipico dell’Italia centro-settentrionale, durò fino al sorgere del comune rurale, quando le cappelle divennero Chiese autonome.
Pisside: dal greco pyxós, “bosso”, indicò una scatola di bosso, poi una qualsiasi, o un vasetto rotondo o poligonale, per unguenti, profumi, medicinali. Nell’uso liturgico è un vaso metallico a guisa di larga coppa con piedistallo che viene usato per riporvi le ostie consacrate, per distribuire la Comunione ed eventualmente per l’ostensione dell’Eucaristia nelle cerimonie di benedizione e adorazione, in sostituzione del più solenne ostensorio.
Piviale: da pluviale, sorta di manto che proteggeva dalla pioggia, è ora un vestimento liturgico circolare che avvolge tutta la persona scendendo fino ai piedi, agganciato al petto con un fermaglio. Pare derivare dall’antica cappa monastica (secolo VIII-IX) e viene usato in diverse funzioni liturgiche ad eccezione della Messa.
Pontefice: letteralmente “costruttore del ponte” (già in Varrone); pons significò “via”: Roma fu la città del ponte sul Tevere in quanto luogo di passaggio dall’Italia settentrionale a quella meridionale e dall’entroterra (Valle del Tevere) al mare per l’approvvigionamento del sale. Qualcuno pensò al soprintendente al ponte che univa il villaggio palafitticolo alla terraferma. Sorto quindi come competente della scienza di costruire ponti e/o responsabile della loro gestione, il collegio dei pontefici, presieduto dal Pontefice Massimo e detentore dell’autorità sacerdotale dei re, ebbe l’incarico di sorvegliare gli atti di culto perché fossero compiuti in modo da risultare graditi agli dei: consacravano i templi, regolavano i sacrifici, custodivano le formule di preghiera, interpretavano le norme sui matrimoni, sulle adozioni, sui testamenti, sulle sepolture. Godevano di un grande prestigio, tanto che gl’imperatori assumevano il titolo di Pontefice Massimo (e lo assunsero anche gl’imperatori cristiani: il primo a rifiutarlo, nel 382, fu Graziano; 367-383). Il tipo di incombenze e l’autorevolezza agevolarono il trapasso in ambito cristiano, dove il vocabolo divenne designazione dei vescovi, finché, specie nella formula completa di “Sommo Pontefice”, fu riservato al Papa, di cui costituisce un sinonimo a sapore più aulico ed ufficiale.
Postcommunio: è la preghiera che il sacerdote recita “dopo la Comunione” e che conclude la Messa. È collegata con la “colletta” e la “secreta” in corrispondenza di temi ed è specificatamente indirizzata a chiedere a Dio che la Comunione produca tutti i suoi frutti.
Prefazio: il præ del composto verbale può essere interpretato come di preghiera che si recita “prima” del momento culminante della Messa (costituito dalla consacrazione) o “davanti” all’assemblea dei fedeli. È una solenne e fervida espressione di lode e di ringraziamento a Dio e funge da trapasso tra l’offertorio e la consacrazione. Inizia con un dialogo essenziale che mira a coinvolgere gli astanti nella sublimità del rito (“Il Signore sia con voi” – “In alto i cuori” – “Rendiamo grazie a Dio”), prosegue con un monologo e si conclude con un’esclamazione corale (“Santo, santo, santo”). Ne abbiamo formulari che risalgono ai primi tempi del cristianesimo (inizio del III secolo) e che, pure nella loro varietà, presentano già l’originalità di ritmi e di spiriti del successivo lirismo, insieme così controllato e così vivo.
Preghiera: è classica la definizione di “una pia elevazione dell’anima a Dio per ben conoscerlo, adorarlo, ringraziarlo e domandargli quanto ci bisogna” (Catechismo di Pio X n.414) e può essere espressa nella tacita segretezza del cuore oppure pronunciata con parole. Si sviluppa soprattutto in quattro direzioni, che sono quelle stesse della Messa, la quale della preghiera è la sintesi più sublime, come la formulazione più perfetta ne è il Padre nostro, dettato da Gesù agli Apostoli. La preghiera è un’esigenza fondamentale della religione, come è un impulso nativo della psicologia. Sia Gesù (Luca 18,1) che S. Paolo (Lettera agli Efesini 6,18; Prima Lettera ai Tessalonicesi 3,10 e 5,17) hanno invitato a “pregare sempre, senza interruzione”: non intendevano certo una recita continua di formule devote, ma l’assiduo contatto dell’anima con Dio, un vivere alla sua presenza. La preghiera non distoglie dall’azione, la permea, la illumina, la motiva, la rasserena, è come l’aria che non esclude gli oggetti, ma tutti li pervade e li avvolge. Solleva al di sopra degli strati di nebbia che sovente aduggiano la superficie terrestre e chiarisce il senso della vita.
Presbiterio: è lo spazio situato verso il fondo della Chiesa, generalmente sopraelevato e delimitato anteriormente da una balaustrata e posteriormente dall’abside, eventualmente provvisto di un emiciclo di stalli per la recita corale dell’Ufficio divino. È riservato ai ministri del culto per le funzioni liturgiche: al centro vi si erge l’altare e, nelle cattedrali, sul lato sinistro sta la cattedra del vescovo, che trovò anche posto al fondo dell’abside (luogo dove, nella basilica civile romana, sedeva il pretore per l’amministrazione ufficiale della giustizia). Aderente si collocava la schola cantorum.