Parrocchia San Giovanni Evangelista - Modena

Esperienze di alcuni Parrocchiani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parrocchia

San Giovanni Ev.

Via Diena, 120 Modena

 

Tel./Fax: ++39.059450196

E-mail: sge.mo@tin.it

©2011 by Bruno Chiarabaglio

NELLA VITA C’E’ SEMPRE UNA PRIMA VOLTA

 

È stato così anche per l'incarico della benedizione Pasquale per le famiglie della nostra parrocchia.

Dopo un inizio da primo giorno di scuola, l'emozione e i timori di non essere all'altezza del ruolo vengono superati e dimenticati in fretta grazie all'aiuto delle persone che si incontrano.

L'accoglienza sorridente, la trasparenza degli sguardi, incrociati anche in quelli che hanno rifiutato la proposta, fa capire che gli incontri sono imprevedibili, diversi da come li hai immaginati appena un momento prima, racchiudono quello strano e insopprimibile stimolo che spinge a cercare nell'altro il nutrimento di cui abbiamo bisogno. La spontaneità degli atteggiamenti fa percepire la serenità, la gioia di ricevere attraverso la benedizione l'amicizia di Dio.

Ogni giorno lottiamo per non farci derubare il tempo dai troppi pensieri, quello che trasforma la vita in una benedizione non è fare ciò che ci piace ma farci piacere ciò che facciamo.

ERMI - Msce

 

ANDRA’ TUTTO BENE...

 

Salve a tutti. Siamo Simona e Sandro, 53 e 60 anni.

Per quartiere di abitazione, non facciamo parte di questa parrocchia, ma da qualche mese la frequentiamo.

Il perchè è semplice, e la nostra storia lo spiega.

Abbiamo perso i nostri rispettivi coniugi cinque anni fa, e abbiamo passato, come è facile comprendere, momenti decisamente non belli.

Simona aveva già conosciuto Don Graziano, che in quei momenti difficili le aveva dato un grande conforto spirituale.

Dio, che nella sua misericordia a volte concede la famosa seconda possibilità, nel suo disegno ha riunito in uno solo i nostri sentieri quasi tre anni fa, ed è nata tra noi una storia che, coronavirus permettendo, si sublimerà nel luglio prossimo con il nostro matrimonio, ovviamente celebrato da Don Graziano.

Io, Sandro, non conoscevo Don Graziano, ma già in un incontro avvenuto nei giorni di una sua fugace visita in Italia durante il suo periodo a Manila, ho avuto a mia volta la fortuna e la gioia di incontrarlo ed è stato un momento molto bello, che ha fatto riscoprire in me un percorso di fede che per un po' di tempo era rimasto latente in qualche cassetto del cervello.

Una volta rientrato Don Graziano dalle Filippine, è quindi stato per noi naturale spostarsi, per frequentare la messa del sabato, alla parrocchia di San Giovanni Evangelista.

E ci è sembrato giusto, su sua sollecitazione, di provare a dare un nostro modesto contributo alla comunità.

E allora Simona si è proposta come lettrice, Sandro per suonare la chitarra proprio alla celebrazione del sabato.

Poi abbiamo cominciato a frequentare e a fare compagnia ad un parrocchiano, più o meno della nostra età, che ha grosse difficoltà di deambulazione e che da mesi è confinato in una struttura del comune: qualche volta con il nostro cane Stella, che con la sua dolcezza ha portato un po' di allegria anche agli altri ospiti, per lo più anziani, della stessa struttura.

Insomma, un impegno piccolo, che non ci porta via troppo tempo.

Ma che ci ha dato molta serenità.

In questi terribili giorni i nostri contatti sono giocoforza soltanto telefonici, ma capiamo che anche una voce può essere importante. Non solo per dare, ma anche e soprattutto saper ricevere.

Perchè, come disse una volta Don Graziano in una predica che tanto ci ha fatto riflettere, quando qualcuno bussa alla nostra porta, oltre a chiederci cosa possiamo dare, dobbiamo aprire il cuore e pensare a quali cose egli può regalare a noi e al nostro cuore.

Andrà tutto bene. Che Dio benedica tutti noi.         

UNA SPERANZA DALL’OSPEDALE…

 

Mi chiamo Laura e sono un medico, oltre ad essere moglie e madre di quattro figli.

Mi sono specializzata nel 2002 in Anestesia e Rianimazione e per i primi 10 anni della mia vita professionale ho lavorato in terapia intensiva, ma dopo la nascita del mio quarto figlio, difficoltà personali (è difficile conciliare le esigenze di una famiglia numerosa con l'impegno totalizzante di un reparto intensivo) e necessità del Servizio mi hanno portata a cambiare la mia attività.

Da molti anni quindi mi dedicavo prevalentemente alla anestesia per la chirurgia pediatrica e per l'ostetricia.

Fino al mese scorso, quando anche la mia vita, come quella di tutti gli italiani, è stata travolta dallo "tsunami" della pandemia da coronavirus. Con incredulità e senso di irrealtà ho vissuto i primi preparativi: lo svuotamento delle sale operatorie e del reparto di subintesiva pneumologica, i corsi sulla vestizione, le riunioni giornaliere sui protocolli da adottare.

E poi hanno cominciato ad arrivare. All'inizio erano pochi pazienti, attorno ai quali si sono subito concentrati solo i colleghi più esperti, per poi nel giro di pochi giorni arrivare a riempire tutti i posti disponibili, costringendoci ad abbandonare tutte le altre nostre attività consuete per dedicarci unicamente a loro.

Così ora ogni turno di lavoro (quasi sempre di 12 ore, che diventano 13-14 senza neppure accorgersene) ci si ri-veste totalmente, da capo a piedi, sperando di coprirsi a sufficienza perchè il virus non riesca ad attaccarsi a noi e infettarci o infettare i nostri cari da cui dovremo tornare.

Le tute danno un senso di ovattamento, una sauna portatile che ti fa sudare e appannare gli occhiali, che non possono essere mai tolti (perchè il virus passa anche attraverso la congiuntiva), mentre la maschera dopo pochi minuti comincia a piagare il naso e sembra soffocarti, ma non può mai essere sollevata, neppure per una boccata d'aria, finchè sei dentro al reparto "Covid"... Ma la fatica più grande non è quella fisica. E' piuttosto quella di trovarsi ad essere spesso l'ultima possibilità di trattamento medico per pazienti che sono così gravi da essere ad un passo dalla morte, e per una patologia insorta da pochi giorni, a volte da poche ore, come un fulmine a ciel sereno. Perchè la pressione alta, con la sua pillolina quotidiana, e l'obesità o il sovrappeso, con cui conviviamo in tanti, non le consideriamo certo una "pluripatologia"!

Arrivano quindi tutti spaventati, anzi terrorizzati, ed è difficile persino instaurare con loro un rapporto più personale, perchè nascosti nelle nostre tute sembriamo tutti uguali, perchè non possiamo toccarli a mani nude, perchè non possiamo visitarli come avremmo fatto in passato, ad esempio  con lo stetoscopio (anche le orecchie sono coperte) o fare entrare i loro parenti per rassicurarli (la nostra era da anni una terapia intensiva aperta, che consentiva, anzi favoriva, la presenza dei parenti  accanto ai pazienti per tutto il giorno). 

Ed a tutto ciò si aggiunge la difficoltà di lavorare con personale che in parte non conosci e può essere inesperto (in tanti hanno dato disponibilità e sono preziosissimi, ma il lavoro in terapia intensiva è superspecialistico, e non lo si impara in pochi turni di lavoro caotico...), in un luogo che non è rifornito di tutto ciò che serve (perchè prima dedicato ad altro), con protocolli terapeutici sempre nuovi ed in continuo aggiornamento.

Ma la parte più difficile non è ancora questa. Perchè la difficoltà maggiore la si incontra fuori dalla terapia intensiva, quando bisogna andare in altri reparti a valutare pazienti complessi, questi sì già portatori di una lunga storia di malattie più o meno croniche, o anche solo molto anziani, per i quali si deve necessariamente mettere sulla bilancia rischi e benefici. Si deve stabilire se la terapia intensiva, con il suo complesso di cateteri, tubi, macchine, farmaci, etc, potrà davvero cambiare le sorti di quel paziente o non sarà solo un prolungamento di sofferenze già grandi e un posto in meno per altri pazienti con maggiori possibilità...

Questo è davvero il cammino di Quaresima più impegnativo e sofferto che io abbia mai affrontato. E la lontananza dai Sacramenti sembra penalizzare ulteriormente questo senso di abbandono, perchè mi priva di quel momento di ricarica e di sguardo interiore e di grazia che sono il motore di tutta la vita.

La preghiera è carica di interrogativi e sembra faticare a uscire, soverchiata dai dubbi e dai drammi quotidiani.

Ma ci sono anche tanti esempi positivi, e non smetto ancora di guardarmi attorno per coglierli e valorizzarli: le decine e decine di iniziative a nostro sostegno, i grazie che arrivano da ogni parte, la disponibilità  e la dedizione dei colleghi, degli infermieri e delle OSS, ma anche il sostegno di mio marito e dei miei figli che non viene mai meno. 

Che la Pasqua di Resurrezione possa essere come un raggio di sole che penetra tra le nubi di questa tempesta e comincia a disperderle, e la nostra preghiera possa accompagnare tutti i pazienti e i loro cari in questo Mistero di passione e talora morte e resurrezione.

Laura

TESTIMONIANZA DI UNA CATECHISTA

 

In questo momento di lontananza dal  Catechismo per mantenere il contatto con i  ragazzi devo ringraziare le tecnologie, perché tramite WhatsApp posso inviare messaggi per mantenere un contatto con  il mio gruppo.

La prima cosa che abbiamo fatto è stata sposare l'iniziativa di fare  un cartellone di incitamento  e speranza con scritto " Andrà tutto bene" i bambini hanno fatto l'arcobaleno con la scritta  e l'hanno inviato la foto del loro lavoro a noi catechisti.

Con il Don si è pensato di appenderli all'ingresso della chiesa come testimonianza della vicinanza alla parrocchia, che in questo momento è chiusa fisicamente ma aperta con il cuore.Il messaggio che con i genitori cerchiamo di far passare ai ragazzi è che se pur lontani, la comunità continua ad essere viva usando strumenti nuovi come la messa on-line e sussidi didattici televisivi per la catechesi. 

Cerchiamo a vicenda di ricordarci appuntamenti importanti come la preghiera del Papa di venerdì 27/03/20 o iniziative di solidarietà che si sono attivate nella nostra città a sostegno di tutte quelle persone fantastiche che lavorano negli ospedali.

Sicuramente in questo periodo mancano tanto i momenti di gioco e di condivisone, ma sapendo che se rispettiamo le regole della distanza sociale ognuno di noi fa la propia parte per se stesso ma soprattutto per i piu deboli.In questo momento ognuno di noi nella sua piccola chiesa composta dai famigliari e i vicini di casa con cui convive questi giorni può sperimentare la pazienza, il dialogo, la misericordia, il conforto, il sostegno perchè solo vivendo pienamente questi sentimenti si può superare questo momento e farcela.

Ecco perchè in preparazione alla santa Pasqua abbiamo pensato di disegnare una colomba che possa portare un messaggio di Pace e di speranza che oggi come non mai serve al mondo intero.

Mai come oggi il Cristo Risorto rivoluziona tutte le nostre vite.

Gabriella

DAL GRUPPO CATECHISTI DI S.Giovanni Evangelista

IN QUESTO TEMPO DI DOLORE, DI IMPEGNO E DI SPERANZA

 

Il Catechismo della Parrocchia si è allineato ovviamente alle disposizioni che i responsabili sanitari e politici del nostro Paese e della nostra Regione hanno ritenuto opportuno prendere per affrontare la difficile situazione.  Incontrarsi, giocare, pregare, riflettere tutti assieme nei diversi gruppi, e anche partecipare insieme alla messa domenicale, tutto questo è sparito di colpo.

Anche la bella collaborazione di molti genitori con i catechisti e gli animatori ha subito uno stop doloroso.

Eppure un filo può ancora tessere un po’ di tela, alcuni strappi si possono ricucire almeno in parte.

Ci stiamo muovendo, con i mezzi consentiti dalle circostanze (mail, social, …)  e con qualche difficoltà, in due direzioni:

- mantenere l’appuntamento settimanale con la Parola di Dio:  prima vissuto nella Messa, ora è trasferito nelle famiglie, a cui inviamo materiale per una riflessione comune (genitori e figli) sul Vangelo di ogni domenica (va a finire che riscopriamo la centralità della famiglia …).

- condividere l’esperienza di vita in questo strano e difficile momento, una esperienza che sia illuminata dalla speranza, dalla generosità, dalla fiducia, dal coraggio.

 I Catechisti e gli Animatori

del Catechismo di S. Giovanni Evangelista