LA STORIA DI SANTA MARIA A COLLE

paesaggio1.jpg (34599 bytes)

            I primi documenti che parlano di Santa Maria a Colle sono, come spesso accade, assai dubbi e discutibili.

             In una pergamena del Monastero di S. Ponziano, datata 24 agosto 1081, si parla di "un pezzo di terra coltivato a vigna posto nella zona pertinente alla pieve di S. Macario (in monte) che si chiama Colle di S. Maria". Non sappiamo con precisione fino a che punto si estendesse a quel tempo la pievania di S. Macario ma poiché nello stesso documento si parla, poco dopo, di tre pezzi di terra coltivati a campo, di cui uno si trova in Vignola e due presso la Contesora, possiamo ragionevolmente supporre che quel "Colle di S. Maria" sia il nostro S. Maria a Colle o, più precisamente, la parte collinosa che ha dato poi origine al nome di tutto il paese.

           A distanza di 28 anni, una nuova pergamena, ancora del Monastero di San Ponziano, dell'anno 1109, ci parla della permuta di un pezzo di terra "presso la Chiesa di Santa Maria, in luogo detto a Colle". Potremmo dubitare che si tratti dell'omonima Chiesa di S. Maria al Colle esistente nel compitese, ma una terra coltivata a campo è più facile supporla nel nostro paese che non sulle selvose colline di Compito.

          Com'è facile vedere ci muoviamo nell'ambito delle ipotesi, anche se legittime, forse, verosimili.

          Delle due pergamene considerate, la prima (1081) non parla di una Chiesa, ma solo di un colle che si chiama "Colle di S. Maria", la seconda (1109) parla, invece, della "Chiesa di S. Maria in luogo detto a Colle". Se ne può forse dedurre che, se ambedue si riferiscono allo stesso luogo, nel 1081 su quel colle non vi era ancora una Chiesa, mentre essa vi era nel 1109. Questo ci aiuta a collocare approssimativamente la primitiva costruzione di una Chiesa nel nostro paese, intorno al 1100.

             La prima notizia decisamente sicura dell'esistenza della nostra Parrocchia, l'abbiamo molto tempo dopo, nel 1260: si tratta di un catalogo di chiese della diocesi di Lucca, compilato a scopo fiscale: ad ogni chiesa si imponeva una tassa da pagare, in base alla ricchezza che possedeva. La chiesa di S. Maria a Colle è tassata di scudi 80; se si tiene conto che la chiesa di Arliano, di gran lunga più ricca e più antica, era tassata di 100 scudi, ci si rende conto che la chiesa di S.Maria a Colle era già allora assai dotata di rendite e benefici. Anche questo è un indizio della sua origine non recente: se fosse stata fondata in quegli anni, non avrebbe certamente potuto avere una rendita cosi consistente.

            La costruzione della nostra chiesa e la fondazione della parrocchia avviene in un periodo particolarmente significativo sotto il profilo religioso e civile: si sta attuando il passaggio dal regime feudale a quello comunale. Fino ad ora S. Maria a Colle era solo una porzione della Pievania di Arliano: i nostri lontani antenati dovevano dunque recarsi là per tutto quello che concerneva la vita religiosa e sacramentale. (...)

            Intorno al 1100 questo ordinamento sociale e religioso, subisce una forte scossa, un brusco cambiamento. Le popolazioni delle varie zone, dei vari paesi, diremmo oggi, cominciano a prendere coscienza della propria importanza, del proprio valore: non accettano più di essere una "comunità soggetta" ed iniziano ad organizzarsi come comunità autonome, libere di prendere le proprie decisioni ed iniziative. Così le singole zone, che prima gravitavano intorno alla Pieve, vengono sempre più separandosi da essa e cominciano a chiamarsi "parrocchie".

            Il gesto più significativo, con il quale esprimono questa loro autonomia e l’organizzazione comunitaria che si sono date, è la costruzione della chiesa. I collesi costruirono la loro chiesa sull'ultimo declivio di quelle colline che, partendo dal monte di Quiesa, attraverso Arliano e Fregionaia, vengono a morire accanto al corso del torrente Contesora. Lì sorse la primitiva piccola chiesa, quasi 900 anni fa, lì tuttora essa si trova, come centro di un piccolo mondo, il nostro mondo collese, che attorno ad essa e dentro di essa è passato ed ancora passa.

            La primitiva Chiesa che i collesi di allora costruirono fu, come tante altre, piccola e povera. Un edificio di pochi metri, costruito in pietra, con piccole finestre, quasi feritoie, per far entrare un po' di luce, il pavimento in terra battuta, l'altare di pietra. (...)

            Le prime case del paese sorgevano, di preferenza, sul crinale o sul dorso della collina, accostate le une alle altre, per risparmiare materiale di costruzione, ma anche per difendersi meglio nel caso di invasione da parte dei nemici vicini (i confini con Pisa erano poco distanti), che depredavano spesso il nostro territorio, uccidendo, incendiando, danneggiando quanto potevano. E quando non erano i Pisani, erano i banditi o le truppe di passaggio a depredare e minacciare la già difficile vita di quella povera gente. Inoltre la zona pianeggiante del paese era frequentemente esposta alle inondazioni del fiume e della Contesora che, priva di argini, copriva nell'autunno e nell'inverno, buona parte dei campi, impedendone la coltivazione, lasciando ovunque fango, detriti, acquitrini e stagni di acque putride, fonte di malaria e di altre malattie.

           Così le prime zone abitate di Colle dovettero essere le Cascine, Ghigna, il Fondera, i Colli, Fregionaia (con la fondazione del Monastero e delle case che vi si stabilirono intorno). Solo più tardi, in seguito alla bonifica del terreno e ad una maggiore sicurezza, anche politica e militare, sorsero i cascinali e le corti in mezzo ai campi, e tra queste le prime e più popolose furono Casabianchi e la Torre. Un caso a parte è costituito dalla zona di Vignola, merita dunque una menzione particolare. Il suo nome deriva dal fatto che vi si trovavano molte vigne: Vignola vuol dire infatti luogo coltivato a vigna. Il nome fa la prima comparsa in un documento dell’892. Così quando il paese di Santa Maria a Colle ancora non esisteva, almeno nelle attestazioni dei documenti scritti, la zona di Vignola fa la sua prima comparsa in questa antichissima pergamena, con il nome che ancora oggi le rimane: dobbiamo dunque riconoscere ad essa l'onore della primogenitura nella storia di S. Maria a Colle.

           Il secolo XV vede crescere l'importanza ed anche il beneficio della nostra Chiesa. Una data importante per la storia della nostra parrocchia è l' 11 febbraio 1478, quando, con un Decreto del Vescovo, le rendite della Chiesa vengono unite a quelle del Parroco. In tal modo colui che deteneva il titolo di Parroco poteva usare per sé non solo le rendite legate all'ufficio, ma anche quelle destinate al mantenimento della Chiesa e del Culto. Ciò significa che la Chiesa di Colle faceva gola ed attirava attenzioni non troppo disinteressate. Infatti, ben presto sarà nominato Parroco Bartolomeo Guidiccioni, che diverrà poi Cardinale e Vescovo di Lucca: una delle figure più illustri e significative per la storia della Chiesa di questo periodo. Egli rinunciò al titolo di Rettore di S. Maria a Colle nel 1517, allora intervenne direttamente il Papa, Leone X, e nominò come successore il nipote Giovanni Guidiccioni, che allora aveva solo 18 anni ed era studente alla Università di Pisa. Anch'egli diverrà poi Vescovo di Lucca. Successivamente la nostra Chiesa passò in altre e meno nobili mani.

          E' chiaro che pur essendo rettori di S. Maria a Colle, nessuno di questi signori risiedeva nella Parrocchia, anzi talvolta non erano neppure Sacerdoti al momento della nomina. Avevano i loro palazzi di città, assai più belli e confortevoli che una povera Canonica di campagna: essi ritiravano le rendite ed affidavano la cura delle Anime ad un Prete che prendeva residenza in paese.

          A questo Prete, detto "Curatore", veniva lasciata una piccola rendita, spesso un salario da fame, ma era già qualcosa che serviva a sopravvivere ed a sollevarsi dalla generale miseria della popolazione. Questo sistema di riscuotere le rendite delegando ad un "curatore" malamente pagato, la cura pastorale, dette un frutto amaro anche nella nostra Parrocchia. Mancando le rendite destinate alle spese di culto ed al mantenimento degli immobili, ben presto tutto andò allo sfascio.

          Abbiamo così il resoconto di una visita Pastorale compiuta il 23 giugno del 1609 che fa una descrizione della situazione davvero impressionante: si dice che "il Reverendissimo Monsignor Vicario trovò questa Chiesa in pessimo stato, priva di tutte le cose necessarie per celebrare la Messa ed amministrare i Sacramenti". In particolare risulta che il tetto era sfondato, le finestre senza vetri, il pavimento tutto sconnesso, le panche sfasciate, i paramenti sacri sbrindellati o inesistenti, il Calice per dire Messa era rotto, la pietra consacrata dell'Altare Maggiore era smurata, addirittura (vero fiore all'occhiello!) dietro la porta di sacrestia vi era un "pisciatoio"! Inoltre, si viene a sapere che il Parroco è ricercato dalla giustizia; da vario tempo scava e vende le pietre della collina sulla quale sorge la Chiesa, col rischio di farla cadere. Tale Parroco, un certo Landuccio Landi, preoccupato dì salvarsi dalla galera, si fa sostituire da un altro Prete, Lazzaro Micheletti, il quale, da pover'uomo qual era, fa quel che può: non insegna il Catechismo, non predica mai e spesso non dice neppure la Messa, perché deve andare in città, evidentemente a guadagnarsi il pane.

           A questo sconcio e rovina a cui si era arrivati, finalmente mette riparo il Vescovo Alessandro Guidiccioni, che, il 9 dicembre 1623, appena morto il Prete Landuccio Landi, rimedia con un decreto ai danni originati più di un secolo prima dai suoi zii e prozii. Egli decide infatti che d'ora innanzi le rendite della Chiesa non saranno più tutte del Rettore, ma ogni anno egli dovrà passare 50 staia di grano all'Opera, cioè all'Amministrazione della Chiesa, che le spenderà per i lavori necessari al mantenimento ed al miglioramento dell'edificio e degli arredi sacri.

           Inizia cosi la rinascita della nostra Parrocchia, sia sotto il profilo economico che spirituale. La visita pastorale successiva, compiuta dal Cardinale Franciotti nel 1631, dà l'idea di una Chiesa ben tenuta, curata ed economicamente assai prospera: le rendite del Parroco ammontano ogni anno a 200 staia di grano, 15 salme di vino, 46 libbre d'olio, 5 staia di farina di neccio, 14 capponi e 10 scudi. Evidentemente deve provvedere di persona alle spese ordinarie del culto, ma la situazione è comunque ben diversa rispetto a quella presentata nel 1609.

           Tra l'altro nella visita pastorale del 1631 si accenna per la prima volta ad un quadro posto dietro l'altare maggiore: si tratta con ogni probabilità della splendida tavola, attribuita al Ghirlandaio, di cui rimane solamente una copia fotografica in quanto l’originale è andata perduta in un incendio. Il dipinto, che rappresenta la "dormizione" e l'Assunzione della Madonna al cielo, data di circa 500 anni fa, ed è stato conservato nella nostra Chiesa per 350 anni. Come vi è giunto? Per adesso la provenienza rimane un mistero: forse è venuto dal vicino monastero di Fregionaia? Forse fu un dono dei Vescovi Guidiccioni a questa Chiesa di cui erano Rettori? Certo è che esso rimane il capolavoro più significativo e più imponente che la nostra chiesa ha posseduto.

          Ma l'anno 1631 fu anno amaro, denso di lutto e di pianto per il nostro paese: il 10 giugno scoppiò la peste. La prima vittima fu Chiara, una donna di 30 anni, che morì improvvisamente in quel giorno. Per paura del contagio non fu sepolta neppure in Cimitero, ma in un campo che possedeva di rimpetto al campanile: più o meno nella zona dove oggi sorge il Mulino. Il 19 giugno morì Bianchi Chiara di Casabianchi e, dopo due giorni, sua figlia Maria, di 14 anni. La peste ormai era entrata in paese ed aveva iniziato a colpire Casabianchi, una delle zone più popolate. Ben presto si estese a tutto il paese.

          Furono Otto mesi di terrore, di incubo, di disperazione. In certi giorni si facevano anche quattro funerali (a proporzione fatta è come se oggi morissero 25 persone in un giorno a Colle). La gente stava rintanata in casa per paura del contagio, si aveva terrore anche di quelli della propria famiglia e del parentato. Le madri si vedevano morire i bambini tra le braccia ed esse stesse rimanevano appestate. Ogni giorno, più e più volte, passava il barroccio per andare a prendere i morti, ed il rumore delle ruote sui sassi della strada, doveva essere per tutti una minaccia ed un brivido.

          La peste durò otto mesi, dal 10 giugno 1631 al 2 febbraio 1632. Vi furono a Colle 85 morti. Il contagio era facilitato dalla scarsa igiene, dalla povertà nera che debilitava gli organismi e li rendeva facile preda del morbo, dall'ammassarsi di famiglie numerose in poche stanze o nello stesso letto, cosicchè se uno si ammalava, poteva in una sola notte contagiare tutta la famiglia.

          Per renderci conto delle dimensioni della tragedia del nostro paese, possiamo considerare come tipico lo sterminio di una famiglia che allora abitava al Ponte Nuovo: la famiglia Simonini.

         Maria, la madre, il primo agosto vide morire di peste il figlio Giuliano di 21 anni, il 27 settembre le morirono altri due figli in un sol giorno, Caterina di 3 anni e Filippo di 1 anno; sei giorni dopo, il 3 ottobre, le morì il marito Gerolamo; l' 11 Ottobre le morirono ancora 3 figli in un giorno solo: Antonio di 11 anni, Marco di 7 anni ed Alice, una bambina di 5 anni. Il 13 Ottobre la peste le rapiva un'altra bambina, Mea di 4 anni. Il giorno dopo moriva il cognato, Pasquino, di 25 anni che abitava nella stessa casa. E questo non fu un caso unico: i miei antenati, la famiglia Bianchi di Casabianchi, i Giuliani che abitavano vicino a Ponte San Pietro, i Monsagrati abitanti in località Barcaccia (nome oggi sparito), i Vannucchi che abitavano al Colli, ebbero una sorte simile. Il paese rimase quasi spopolato: tra quelli morti e quelli fuggiti per cercare scampo, gli abitanti si ridussero a poco più di 200, mentre pochi mesi prima erano 321.

Questo voleva dire famiglie decimate, bambini rimasti soli al mondo, terre non coltivate per mancanza di mano d'opera, povertà e fame per tutti.

Eppure il peggio doveva ancora venire!

           Questo disgraziato secolo (1600) segna, nei suoi anni centrali (1648-49), una delle punte più basse e più critiche toccate dall'economia occidentale. Per la città di Lucca esso significò disoccupazione, per le nostre campagne carestia. E fu una carestia tremenda, senza scampo. Già nel 1647 i forti venti e le grandinate avevano danneggiato il raccolto del grano, del vino, dei cereali Questo era un'insuperabile disgrazia per la gente del nostro paese: la terra infatti non apparteneva ai contadini, ma alle grandi famiglie ricche della città, e quando veniva il momento stabilito esse esigevano la loro quantità di raccolto, secondo il contratto. Ma quell'anno il raccolto era stato più scarso che mai, e dopo che i padroni della terra si furono presi la loro parte, alla nostra povera gente rimasero le briciole ed a qualcuno neppure quelle. Accadde così che durante quell'inverno, per sopravvivere, si dovettero mangiare le scorte destinate alla semina, mentre la seminagione fu comperata ad alto prezzo, vendendo gli animali o indebitandosi fino al collo. Ma l'anno dopo le cose peggiorarono: un clima disastroso annientò i raccolti e per la nostra gente fu fame e fame nera. Molti andarono in città a chiedere l'elemosina, ma alle porte delle mura c'erano le guardie che li cacciavano via. Se poi riuscivano ad entrare, si intruppavano con le migliaia di mendicanti che già vi si trovavano e si doveva vivere secondo la legge del branco.

          Furti, violenze, uccisioni, erano all'ordine dei giorno, per contendersi o rubarsi un pugno di semola o una fetta di polenta. I più deboli soccombevano per primi, ed erano i bambini, i vecchi e le donne. Durante quell'inverno molti ragazzi furono trovati, morti di freddo e di fame, accovacciati accanto alle porte delle case, nell'attesa di un'improbabile elemosina. Le malattie, anche le più leggere, come influenze e raffreddori, procuravano la morte, perché l'organismo era troppo indebolito dalla fame. La gente del nostro paese levava i travi dal tetto, le porte e le finestre dalle case, per portarli a vendere in città e ricavare qualcosa per sfamarsi. Le donne non avevano più latte per i bambini e ne morivano a decine. Per i campi si trovò gente morta, con la bocca piena d'erba o di terra, nel tentativo di sfamarsi in qualche modo. Se la peste del 1631 aveva fatto 85 morti, la carestia del 1648-49 ne fece 128: un vero sterminio per una popolazione che superava di poco i 300 abitanti.

         Finalmente vennero tempi migliori, ed il livello di vita cominciò piano piano a risalire, a farsi più umano. Le mutate situazioni igieniche ed economiche favorirono un lento accrescersi della popolazione durante tutto il secolo successivo, tanto che, verso la fine del 1700 il paese di S. Maria a Colle contava circa 800 abitanti.

        Il secolo seguente (1800), portò una vera esplosione demografica, dovuta anche al fatto che numerosi paesi di montagna cominciarono a svuotarsi e la popolazione scendeva al piano, dov’era possibile una vita meno dura ed un lavoro più redditizio.

         Nella seconda metà del secolo, il nostro paese aveva raggiunto i 1500 abitanti. Si imponeva perciò un intervento sulla Chiesa, ormai radicalmente inadeguata a ricevere la nuova massa di popolo. Si fece carico di questo impegno e di questa opera, un giovane parroco, pieno di talento e d'iniziativa: don Prezioso Biancalana. Già il precedente Rettore, don Giovacchino Pacini, negli ultimi anni della sua vita si era posto il problema: nel 1878 fece fare un preventivo di spesa, ma la cifra sembrò esorbitante, al di sopra di ogni possibilità, Poco dopo egli morì, nel 1881, ed era apppena sessantenne. A succedergli nei 1882 fu chiamato appunto don Prezioso Biancalana, nativo di Carraia, ed egli, con l'entusiasmo e la fiducia tipica dei giovani, si mise all'opera. Il 14 marzo 1883 l'architetto Pardini Giuseppe dì Lucca presentò il disegno ed il preventivo dei lavori. La Chiesa veniva allungata di oltre 16 metri nella navata centrale, si aggiungevano le navate laterali, una a levante, l'altra a ponente. David Fambrini di Colle, fu l'accollatario dei lavori. Essi iniziarono il 27 aprile 1883 e terminarono nell'Agosto 1884. La spesa fu di lire 23.843 e 25 centesimi, oggi sfiorerebbe il miliardo. Il paese creò una commissione amministrativa di cui facevano parte i capi famiglia più in vista e più stimati del paese. Attorno ad essi tutto il popolo si unì come un sol uomo nel fornire l'aiuto economico e di mano d'opera necessario. Gli uomini si organizzarono in turni e lavorarono gratuitamente, anche la Domenica; le donne mettevano da parte tutto quello che potevano, nella povera economia familiare, per contribuire alla spesa della nuova Chiesa. A scorrere i resoconti di quegli anni, si rimane commossi: la gente offriva quello che poteva, quel poco che aveva: si raccoglievano paglia, fagioli, patate, grano, uova, vino, vinaccia, granoturco, canapa; tutto veniva venduto ed il ricavato serviva alla costruzione delta nuova Chiesa.

          E la Chiesa venne su, grande, bella, degna dell'amore e dello sforzo profuso dai Collesi nel costruirla. Furono anni generosi, di grande impegno, ma anche di grandi soddisfazioni. Il paese era come un'unica famiglia e ciascuno dava di se stesso e delle cose sue quello che poteva, per costruire la casa di tutti. Oggi un'impresa di questo genere ci lascerebbe scoraggiati ed incerti, ma allora non fu così: l'amore e la buona volontà dei poveri, dei nostri vecchi, riuscirono a fare quello che la nostra ricchezza di oggi non riuscirebbe neppure a sognare. E tutto fu compiuto e pagato, fino all'ultimo centesimo.

          Finalmente nel 1890, l'anima di tutto questo, il parroco don Prezioso Biancalana, poteva scrivere in calce all'ultimo rendiconto finanziario: "questa spesa di Lire 23.843 e 25 centesimi, fu progettata fin dall'anno 1878 come un sogno, ebbe poi principio d'esecuzione il dì 27 aprile 1883 e compimento nell'Agosto 1884, e nel giorno 19 ottobre 1890 fu saldata fino all'ultimo centesimo".

La Chiesa di S. Maria a Colle (anni '50)

         Sono passati cento anni da quell'Agosto 1884 in cui i Collesi ebbero la loro nuova Chiesa. Essa continua a rimanere lì, alle falde dell'antico colle dove sorse la primitiva chiesetta, quasi 900 anni fa. Sono passate le generazioni, è cambiato il mondo, ma la nostra Chiesa rimane al centro del paese, al centro della nostra vita, per essere, oggi come ieri, segno nella pietra dell'amore di Dio per gli uomini.

        

       + Mons. Mansueto Bianchi