home page  |      step prevnext      | index  | current  |      page prev | next

Il 2 Luglio 1996 ricorre il
25º anniversario della morte di Mons. GIOVANNI CIPOLLA

Un compaesano 
da non dimenticare

Le vie del Signore

(testimonianza di una Suora catechista)

 

  

Nato a Trapani il 28 ottobre 1910, entrò in Seminario diocesano per gli studi ginnasiali e liceali. 
Proseguì gli studi teologici nel Seminario Arcivescovile di Palermo e fu ordinato Sacerdote a Trapani il 24 giugno 1934. 
Nell'agosto dello stesso anno venne inviato a Pantelleria come Vicario Cooperatore dell'Arciprete, Assistente dei confinati, Cappellano del Cimitero e Rettore delle Chiese della Morgana e di S. Nicolò. 
Il 3 febbraio 1938 fu trasferito a Favignana, di cui fu Arciprete per 33 anni. 
Da Mons. Ferdinando Ricca venne eletto Vicario Foraneo delle Isole Egadi; i successivi Vescovi lo confermarono nella carica. 
Nel 1939 fu nominato Canonico ad honorem della Collegiata di S. Pietro in Trapani e in seguito Cappellano d'onore in abito paonazzo da S.S. Paolo VI nel 1964, per il suo instancabile apostolato nelle isole trapanesi. 
Sino all'ultimo conservò tratti del suo carattere gioviale ed allegro, fedele a quello spirito che informa i Figli di Don Bosco, ai quali voleva aggregarsi per vocazione. 
Fu uno zelante Pastore e non badò a sacrifici per il bene della Comunità a Lui affidata. Partecipò al Consiglio Presbiterale del 23 giugno 1971 a Raganzili con l'ansia di trovarvi fermenti e indirizzi nuovi per il bene del clero e della comunità ecclesiale. 
Monsignor Cipolla rimane un valido esempio per il ministero e per la vita a quanti ebbero modo di essergli vicino a Favignana. 
Ancora oggi a distanza di 25 anni i Favignanesi lo ricordano con affetto, con gratitudine e ammirazione. 
Le sue parole sentite e profonde sono un ricordo della sua figura morale, apostolica altamente sacerdotale. 

Non si può nascondere l'onestà e la bontà. Il nostro compaesano Francesco Bertolino nacque nel 1938, a Favignana, da Bartolomeo e Giovanna Serra residenti nell'allora Piazza Municipio. Arruolatosi giovanissimo nell'Arma dei Carabinieri, si trasferì per ragioni di lavoro e prestò servizio in varie sedi. Da circa trent'anni abitava ad Alassio in Liguria ma era rimasto sempre molto legato alle sue radici.  Il lavoro era per lui un impegno costante, sempre disposto ad aiutare il prossimo nel rispetto della persona, delle leggi e delle istituzioni. Dicono di lui: "Si era fatto stimare non solo per le sue capacità professionali ma anche per l'umanità". 

  

  

Ma il suo impegno non si limitava al lavoro, al suo ufficio: l'amore che ha saputo donare alla sua famiglia e in generale a tutti i suoi cari è testimonianza della sua integrità morale e dei suoi valori. Vivendo così, ponendo al centro queste cose, non si può rimanere nell'ombra.  Così lo ricordano i suoi colleghi, gli amici e la gente comune in un articolo sul quotidiano "Il Secolo XIX" di Genova pubblicato il giorno dopo la sua morte avvenuta il 17 febbraio 1996: "Bertolino era una istituzione dell'Arma nell'estremo ponente savonese, in oltre trent'anni di onorata carriera aveva raggiunto il massimo grado per un sottufficiale: maresciallo maggiore cariche speciali... Era conosciutissimo non solo nella città dove abitava ma anche ad Albenga dove aveva lavorato negli ultimi anni... Un uomo d'ordine, sempre disposto a dare un suggerimento, un aiuto a chi ne avesse bisogno... Era un maresciallo vecchia maniera: onesto, serio, scrupoloso, ma con una grossa carica umana. La sua morte lascia un vuoto incolmabile." Da non dimenticare quindi, come uomo, e da ricordare come insegnamento e come esempio di una vita condotta con rettitudine e sempre disposta a donarsi. 

Tenendo un incontro con le mamme dei ragazzi che si preparano a ricevere la Cresima, ho parlato della fede del cristiano ed ho posto alcuni interrogativi: "Come viviamo la nostra vita cristiana? Come ci impegniamo ad essere cristiani autentici?" 
Spiegando loro alcuni atteggiamenti ho fatto il confronto con altri paesi, ad esempio l'Albania dove ho avuto la grazia di andare l'anno scorso. 
Ho potuto constatare con quanta sofferenza hanno mantenuto la fede, nel regime comunista, a costo di pagare con la vita o di andare anche in prigione. 
Chiedevo loro se noi fossimo capaci di pagare di persona per restare fedeli al nostro Dio e alla nostra fede. 
Fra le mamme presenti, ad un tratto, una mi disse: "Suora ciò che ha detto mi ha messo in crisi, perché io sto facendo fare la Cresima ad una mia figlia e la prima Comunione ad un'altra, mentre io e mio marito ci siamo sposati senza Cresima. Capisco che mi manca qualcosa per essere un membro attivo e pieno nella chiesa. Vorrei fare la Cresima e lo dirò anche a mio marito, se lui non vuole la farò io sola insieme a mia figlia". 
Successivamente, nella stessa settimana, tutti e due, moglie e marito, mi hanno invitato nella loro casa a prepararli per ricevere insieme il sacramento della Confermazione. 
Così tutta la famiglia è in festa per questo grande dono della fede.

   

  

Famiglia Zabarino Salvatore

Dal carcere                Una commedia oltre le sbarre

Nei giorni 1 e 2 aprile 1996 la compagnia "I vuccirioti", composta da detenuti, ha realizzato presso la scuola elementare in Favignana una rappresentazione teatrale, già eseguita - come prima esibizione - entro le mura dell'istituto di pena. 
Tale rappresentazione è stata possibile grazie al sostegno e alla collaborazione di Padre Damiano, al patrocinio del Comune, nonché alla benevola attenzione dei Magistrati di sorveglianza e della Direzione dell'Istituto. 
E' la prima volta che un'iniziativa del genere viene concepita all'interno del carcere e proiettata verso l'esterno, quasi a significare, che pur nella consapevolezza della sua triste condizione, il detenuto non ha perduto la speranza di un normale reinserimento nella società che vive fuori dal pianeta carcere. 
La commedia rappresentata con notevole impegno da parte degli attori, è stata favorevolmente accolta dagli isolani presenti in sala poiché ad essi non è certamente sfuggito il fatto che tale opera teatrale, al di là dei contenuti culturali, voleva essere espressione della volontà di cambiamento e di elevazione morale da parte di coloro che dal palcoscenico formulavano anche un messaggio di socialità e di amore.

 

Ci auguriamo che questo messaggio possa in futuro avere la stessa funzione del semino di grano che cade sul fertile terreno e produce frutti abbondanti. Frutti di comprensione, di tolleranza, di solidarietà e di fraternità vera, di tal ché il fratello che stringe la mano tesa dell'altro fratello abbia, in quel momento, a considerare soltanto che siamo figli dello stesso Padre che sta nei cieli. 
 

Stefano L. - Angelo C.