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I  TESTIMONI  DI  GEOVA

CHI SONO

I "Testimoni di Geova" sono una setta religiosa che si ispira all'antica corrente ereticale dei "millenaristi", coloro cioè che, interpretando in senso cabalistico un passo dell'Apocalisse, attendevano una specie di giudizio universale anticipato al quale doveva seguire un periodo di mille anni in cui Cristo avrebbe regnato sulla terra insieme con i suoi eletti. 
La setta fu fondata nella seconda metà del secolo scorso da un commerciante americano, Carlo Taze Russel, il quale credette di trovare nella stessa Bibbia la chiave del mistero: predisse infatti che Cristo sarebbe venuto nel 1914 per giudicare il mondo, annientare i reprobi e aprire finalmente l'era millenaria. Nel 1914 scoppiò invece la guerra mondiale, Russel fu costretto a dilazionare la sua profezia. 
Gli succedette il suo legale J.F. Rutherford, il quale si affrettò a spiegare che la guerra serviva a Cristo per distruggere tutti i regni e tutte le regioni, incarnazioni di satana, dopo di che sarebbe iniziata la nuova era. Ma anche stavolta fu una delusione: dopo il 1918 il mondo continuò ad essere la solita "valle di lacrime". Rutherford prese ancora tempo spostando la fatidica data al 1925. 
Alla fine, prima di morire (1942) ripiegò su di una soluzione meno compromettente: disse che Cristo è già venuto in incognito e sta attuando segretamente la discriminazione tra i buoni e i cattivi. 

CHE DICONO

La dottrina dei "Testimoni di Geova" è una somma di negazioni. Rifiutano la Trinità di Dio, la divinità di Cristo, l'immortalità dell'anima. Quest'ultima è per loro una invenzione di origine diabolica. La morte è la fine di tutto: solo i giusti (e cioè, ovviamente, loro stessi) sono privilegiati, perché vivranno eternamente in un paradiso terrestre. 
Praticamente la loro fede è concentrata su questo paradiso terrestre che è sempre imminente anche se di fatto non arriva mai. Tutto si basa su uno strano calcolo ricavato dalla Bibbia: il mondo cioè dovrebbe durare "sette giorni" (i giorni della creazione) di settemila anni ciascuno. 
Quarantottomila anni sono già passati: ne mancano ancora mille. Ma poiché gli ultimi mille anni sono quelli in cui dovrà regnare Cristo insieme con i giusti, i "Testimoni di Geova" attendono che Cristo si decida (e già in ritardo) a sterminare i reprobi. Il mondo è, per i "Testimoni di Geova", fuori dal dominio di Dio: fino alla sconfitta finale resta un feudo di Satana. Da qui deriva il loro accanito disprezzo per la vita sociale e per tutti gli elementi che la caratterizzano. Commercio, religione e politica sono definiti l'empia trinità del diavolo". Rifiutano il denaro, anche se di fatto tutta la loro attività è basata su di una efficientissima organizzazione commerciale; rifiutano la partecipazione alla vita politica come una connivenza con il potere umano che è demoniaco; rifiutano tutte le religioni. 

Partendo da questi presupposti dottrinali, i "Testimoni di Geova" vivono in una perenne tensione che assume aspetti quasi parossistici. 

COSA FANNO

L'imminente venuta di Cristo li spinge ad affrettarsi, con una carica un po' fanatica, a raccogliere i giusti che dovranno far parte del paradiso terrestre; questo spiega il modo in cui aggrediscono le persone per far proseliti, e spiega anche il disimpegno verso i doveri comuni della vita organizzata. 
Respingono le bandiere nazionali, il servizio militare, la partecipazione alle elezioni di qualunque tipo. Trascurano anche i doveri familiari privilegiando la propaganda per il regno vicino. 
Un esponente della loro setta che recentemente si è fatto cristiano, racconta in un libro che sua madre non si era mai preoccupata di creare un focolare sereno interno ai figli: "Dio mi ha liberato - diceva - non per fare la casalinga". Lui stesso, divenuto attivista, si trovò assediato dalla riprovazione e dall'ostilità dei corregionali quando si innamorò e decise di sposarsi. "Il gran giorno e vicino" - gli dicevano - "non c'e più tempo per l'amore". 
Lo studio della Bibbia è l'impegno più importante dei "Testimoni di Geova". Essi però seguono alla lettera un vecchio testo, rifiutando l'apporto delle scienze critiche ed esegetiche. Il rifiuto di ogni dialogo, la condanna senza esclusioni di tutti quanti la pensano diversamente, sono altri elementi sospetti del loro comportamento. 
Altro grave loro errore, che va contro ogni religione, contro l'amore del prossimo, la scienza e il buon senso, è quello di vietare il dono della trasfusione del sangue ai morenti. 
Perciò è bene tali persone, cortesemente, licenziarle.

 


Centenario della nascita del nostro concittadino Padre Vincenzo Lentini 

  
Nato a Favignana il 21 giugno 1890 da Francesco e da Michela Mineo. Fu battezzato due giorni dopo la sua nascita dall'Arciprete Padre Vito Tartamella. 
Ordinato Sacerdote il 4 luglio 1915, si dimostrò subito disponibile ed aperto ad ogni forma di servizio pastorale. Si prodigò generosamente verso i più emarginati. Il suo cuore di Padre e di Pastore si aprì alla disponibilità più piena verso i carcerati sia a Favignana nel 1927 che a Trapani nel 1947. La sua presenza e la sua opera di Cappellano fu preziosa e benemerita durante la guerra con i soldati al "Fronte". 
Lasciò definitivamente Favignana il 28 luglio 1934 dove ha prestato la sua opera sacerdotale come Cappellano a Sant'Anna dal 1927 e contemporaneamente come Cappellano al carcere. Di carattere forte ed intraprendente ha contestato energicamente ogni forma di soprusi, sostenendo tutte le iniziative sociali a favore dei lavoratori. Favignana tutta è riconoscente per l'opera svolta altamente meritoria, e ricorda tutto il bene compiuto nel periodo di permanenza nell'Isola. 
Padre Vincenzo Lentini mori il 1º febbraio 1954, mentre prestava la sua opera sacerdotale come Arciprete nella Chiesa parrocchiale di Xitta. Il Suo amore alla Chiesa ed il suo entusiasmo nel servire il Signore siano per tutti una forza rinnovatrice per un impegno più autentico nella vita cristiana.
 

FAVIGNANA IN MOSTRA FOTOGRAFICA

Favignana, immagini e poesia, ecco il filo conduttore di una espressione artistica e storico-ambientale mai realizzata prima d'ora nella nostra isola. 
Le bellissime fotografie che abbiamo avuto modo di ammirare sono, certamente, frutto di quell'amore che gli artisti, che le hanno caratterizzate, sentono per il proprio paese.  
Questo sentimento, unitamente alle qualità artistiche, merita apprezzamento. 
L'iniziativa, poi, di raccogliere e di esporre tali fotografie in una mostra ordinata, con precisi riferimenti ad alte espressioni poetiche, e parimenti da lodare, perché rappresenta una sottolineatura della poesia che la nostra terra ispira.  
L'amore per la propria terra promuove sempre un fatto culturale che arricchisce tutto il vivere sociale, mentre gratifica il modo di essere di ciascuno.

L'attaccamento al proprio ambiente, alle proprie radici storiche, nonché il rispetto per quelle altrui, costituiscono, inoltre, elementi indispensabili per realizzare, consapevolmente, nuove entità culturali più avanzate ed integrate.
L'ambiente non è una espressione astratta. E', invece, tutto ciò che rappresenta vita in senso lato. L'uomo, fruitore intelligente di tale vita, non ha il diritto di stravolgere individualmente (o a livello di gruppo) quanto naturalmente si manifesta intorno a lui, ma può e deve gestire, in una visione sempre più aggiornata, gli elementi che caratterizzano siffatta fruizione.
Ed infine, considerato nella sua più ampia universalità, l'ambiente altro non è che un atto di amore che il Creatore riverbera su tutta l'umanità. Il creato va, quindi, rispettato ed amato! "Amor con amor si paga".
I segni di questa corrispondenza affettiva ci è sembrato di cogliere nell'allestimento della mostra e per ciò rendiamo merito agli artisti ed agli organizzatori.