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DA IL PANTECO - Febbario 1994

Le feste burlesche e sfrenate dei chierici nel Medioevo 



di Michele Ponzio

Difficilmente il Medioevo richiama alla nostra memoria un'epoca di allegria; al contrario la si ricorda come un periodo di penitenza, tristezza e proibizioni. 
Le cose non andavano, comunque, sempre in questo modo, la tristezza e la penitenza non sempre la facevano da padrone.
Gli uomini e le donne del Medioevo nei giorni di festa ballavano e cantavano allegramente sul sagrato della chiesa e, con loro, anche i preti cantavano "canti scellerati con un coro di donne danzanti".
Invano la Chiesa cercò di proibire "queste seduzioni del demonio": quegli uomini e quelle donne, fossero chierici, monache o contadini, misero in crisi più di una volta i rigidi canoni dell'epoca con le loro risa corrosive.
Raccontano le cronache medioevali che, dal XII secolo fino alla metà del XV secolo circa, in quasi tutta l'Europa il basso clero, i clerici vagantes, godevano di un periodo di sfrenatezza coinvolgendo il popolo.
Le feste liturgiche del Natale, e in particolare i giorni di S. Stefano, S. Giovanni e SS. Innocenti, oltrepassa vano i confini spazio-temporali del festivo ufficiale, risvegliando nella memoria della gente usi e comportamenti propri dei riti pagani, che inutilmente la Chiesa cercava di estirpare dalle feste religiose.
Tali comportamenti sfrenati sono ben descritti dall'Università di Parigi in una lettera di proibizione indirizzata ai Vescovi di Francia nel 1445. "Preti e clero sono visti indossare maschere… danzano nel coro travestiti da donne, ruffiani o menestrelli; cantano canzoni licenziose, mangiano sull'altare mentre si celebra la messa... corrono e saltano per la chiesa senza vergognarsi, scorazzano per la città su carretti indecorosi provocando il riso di chi li segue;... emettono versi scurrili e indecenti... Vengono eletti vescovi e arcivescovi dei pazzi i quali indossano mitra e pastorale e danno benedizioni...".
E' noto che nell'Europa medioevale ogni rappresentazione dei rapporti sociali cercava nel cristianesimo la legittimazione del potere e l'elaborazione del consenso sociale che richiedeva, a sua volta, simboli e sistemi di valore e di divieti.
Erano queste procedure simboliche di persuasione e di legittimazione del quotidiano che la festa dei folli parodiava.

 

Nelle cronache del tempo leggiamo che l'elezione del Vescovo dei folli era l'inizio dei festeggiamenti. In un giorno stabilito, tra i primi di dicembre e la metà di gennaio, il basso clero si riuniva per dar luogo alla cerimonia.
L'elezione del Vescovo avveniva tra grida, schiamazzi e buffonerie, in luoghi non consoni alla dignità di una cerimonia religiosa, quali la taverna e la pubblica piazza. Qui, sotto gli occhi di una folla che si accalcava divertita, si improvvisavano rappresentazioni teatrali che parodiavano la consacrazione pontificia. Una volta eletto, colui che veniva denominato "Vescovo dei pazzi" cominciava ad assolvere le sue funzioni: in abiti grotteschi e munito di un bastone lanciava benedizioni inframmezzate a parole oscene e ad ogni volgarità. Il lungo corteo, snodandosi per la città, univa simbolicamente luoghi fra di loro distinti, in tempi normali, da una rigida codificazione.
Piazza, chiesa, taverna diventavano un unico grande palcoscenico della burla dei folli, in una continuità spazio-temporale in cui l'allegria e la baldoria dei "folli", bloccando l'influenza inibitrice dei luoghi di culto, apriva percorsi comunicativi impensabili nella struttura del quotidiano. La festa diventava, perciò, una proposta di trasformazione culturale, veicolava istanze di rinnovamento non altrimenti attualizzabili.
La società medioevale, che tutto ha rigidamente codificato, aveva nella festa dei folli il suo spazio contestativo e di proposizione di un ordine diverso. Le premesse culturali di questo periodo festivo sono contestative, anche se nascono all'interno dell'ortodossia liturgica e realizzano forme di libera comunicazione in aperto contrasto col vivere quotidiano.
Le feste permesse dalla nostra contemporaneità, al contrario, impediscono ogni comunicazione, poiché non intendono la scambio come qualcosa di reciproco, ma come semplice emissione-ricezione di una informazione alla quale non è ammessa risposta: la unilateralità è la caratteristica essenziale del festivo ufficiale dei nostri tempi. Ancora una volta il Medioevo ha qualcosa da insegnarci.