Giovanni e Battista Baschenis

nella chiesa di S. Lorenzo a Dimaro

            Per questi due affrescatori, che hanno dipinto in tante chiese del Trentino - almeno 16; ma, contando anche quelle in cui operarono i loro parenti, una cinquantina - ho una simpatia particolare. essi hanno infatti dipinto nel 1494 anche la mia casa natale.

            Di Giovanni e Battista piace soprattutto l’ingenuità e la capacità di narrare con una serie di riquadri tutta una storia - sia essa biblica, o evangelica, o presa dagli apocrifi e dalle leggende dei santi -. Nella mia casa a Lover (bassa Val di Non) sono le storie di S. Lucia e di S. Caterina d’Alessandria; a Cusiano (alta Val di Sole) quelle di S. Maria Maddalena, Marta e Lazzaro; a Commezzadura la storia di S. Agata. In altre chiese gli affreschi sono meno narrativi, ma tutti leggibili e godibili (a Segonzone presso Lover, a Pejo sul campanile, con S. Cristoforo, a Dimaro con sequenze evangeliche e brani della vicenda dei ss. Gioacchino ed Anna, i nonni materni di Gesù Cristo.

            I Baschenis sono una nutrita dinastia di pittori, che comprende almeno una decina di nomi. I capostipiti riconosciuti sono Lanfranco (da cui discendono Antonio, Giovanni e Battista, Angelo - tutti operanti fra il 1461 ed il 1503 in Val Rendena, Val di Sole, Val di Non: basti ricordare i paesi di Carisolo, Mione, Segonzone, Lover, Corte di Rumo, Dimaro, Celledizzo, Castel Valer, Pinzolo) e Cristoforo ( i cui successori, tolto Simone II che lavora a Piano di Commezzadura ed a Pellizzano, sono impegnati specialmente nella Val Rendena e nelle Giudicarie.

            Il luogo di provenienza della famiglia è Averara (alla latina: Averaria), un paese della Val Mora, che è una laterale impervia della Val Brembana in provincia di Bergamo.

            Ho trovato una prima notizia di rapporti fra la Val di Sole ed Averara il 26-4-1408: Domenico e Giroldo del fu Giacomo de Averaria vengono a risiedere a Pellizzano. Loro discendenti, o per lo meno compaesani, diedero origine alla stirpe dei pittori itineranti, che hanno affrescato anche la chiesa di Dimaro nel 1488 (la data si legge accanto al leone dell’evangelista Marco, dipinto nell’abside).

            Come mai i Baschenis approdarono in Val di Sole? Durante il XIV secolo erano state scoperte qui vene di materiale ferroso (alta valle e Rabbi). Per l’estrazione e per la lavorazione del ferro, fra il 1370 ed il 1570, venne incentivata l’immigrazione di specialisti della valli lombarde, che arrivarono in gran numero. Con i minatori ed i fonditori giunsero anche le loro famiglie e tutta una serie di persone addette ai servizi (osti, fabbri, calzolai, tessitori, maestri, preti, chirurghi, imbianchini, squadratori del legno). Essi si ambientarono molto bene nei nostri paesi, prendendo residenza e cittadinanza (a Pellizzano quasi il 15% della popolazione di allora era d’origine lombarda). Ciò arricchì culturalmente gli abitanti dei luoghi di arrivo degli immigrati. I lombardi godevano d’ottima reputazione, tanto da esser chiamati spesso a far da testimoni per gli atti notarili e per le assemblee di Regola solandre.

            Fra gli immigrati, i Baschenis scelsero il campo dell’arte dell’affresco come lavoro principale. Essi appartenevano ad una categoria - gli affrescatori - che era abbastanza numerosa nelle valli bresciane e bergamasche, dove era quasi impossibile ormai trovare lavoro, data la concorrenza. Nel Trentino invece - a parte la città, dove già da tempo erano all’opera artisti d’oltralpe come il Maestro dei Mesi al Castello del Buon Consiglio - la professione era piuttosto rara e quindi lo spazio per i pittori era ampio. Nelle valli distanti dal capoluogo, dove vivevano committenti d’una certa agiatezza, come ecclesiastici, comunità, famiglie nobili, la loro opera era molto richiesta, perché soprattutto le chiese erano spoglie e si presentavano assai povere e disadorne.

            Probabilmente i diversi rami della famiglia Baschenis si spartirono il campo di lavoro: ad una parte toccarono le valli del Noce, ad un’altra quelle del Sarca, ad un’altra ancora quelle del Chiese. All’estinzione di un ramo talvolta subentrava nella zona di attività quello più prossimo: così accadde quando Giovanni e Battista morirono: il loro posto fu preso da Simone II, che fino ad allora esercitava la propria arte in ambito giudicariese.

            Il modo di affrescare dei Baschenis è popolare: solo gli ultimi componenti della dinastia arrivano a risultati formali rilevanti, tali da introdurli a pieno titolo nel Rinascimento con un’arte che non è più rozza ed in serie, ma ricercata e quasi colta. Lo si rileva ad esempio dall’iscrizione che accompagna un’opera di Simone II, in distici perfetti e ricchi di accenni letterari.

            In generale però si può parlare più di artigiani che di artisti veri e propri, specie per la serie che occupa la seconda metà del 1400. Tuttavia i Baschenis usarono una tecnica straordinaria nel realizzare le loro pitture, cosa che li fece apprezzare moltissimo dai contemporanei. Eseguite su molte fasce, con colori preparati sul momento, le loro opere rimangono ancora quasi intatte, specie quando si trovano all’interno degli edifici; ma il grande S. Cristoforo di Pejo, a 1589 m. di altitudine, esposto alle intemperie ed agli sbalzi di temperatura, testimonia un uso accuratissimo dei materiali colla sua perfetta conservazione.

            Si può affermare che i danni riscontrabili nelle pitture non sono imputabili all’esecuzione degli artisti, ma a circostanze che non dipesero da loro e che spesso sono posteriori di secoli (così l’apertura di finestre e porte, come a Dimaro; o l’aggiunta di cappelle laterali e di sacrestie, che sfondarono le pareti, come a Pejo; o le sciagurate norme volute nei primi del 1600 dal vescovo suffraganeo di Trento Pietro Belli (nativo di Condino), che durante le visite pastorali in nome del cardinal Carlo Gaudenzio Madruzzo fece cancellare o imbiancare decine di affreschi nelle chiese solandre. Le pitture, che contavano più di un secolo di vita, furono eliminate per un concetto errato di arte religiosa. Per fortuna, per circostanze particolari, altri affreschi si salvarono e vennero recuperati nel nostro secolo sotto lo strato di calce del secolo XVII. Qui va in parte corretta la tradizione popolare, che parla di imbiancature all’interno delle chiese dopo le pestilenze: è un concetto che ribalta conoscenze ottocentesche su un periodo che non conosceva le vere cause delle epidemie e quindi non sapeva neppure usare i disinfettanti (talvolta però si adoperò la calce viva durante la sepoltura dei morti di peste).

            Entrando nello specifico dell’arte bascheniana bisogna dire che essa rimase legata agli schemi dei pittori lombardi del 1400. Lungo i decenni successivi poche furono le innovazioni di repertorio e di stile. In genere i personaggi raffigurati si ripetono con una certa monotonia; le figure sono fisse e rigide; le scene dipinte per accostamento non hanno di solito una buona cornice architettonica - come avviene invece nelle splendide pitture del contemporaneo Michael Pacher in Tirolo -. Fra scena e scena di solito c’è soltanto una fascia di colore dipinta con motivi ornamentali, ricavati dall’uso di uno stampo traforato. Ciò attesta la perduranza dell’influsso gotico, portato ben dentro il 1500. Del resto, anche in architettura il Trentino è gotico fino al XVI secolo. Le stesse iscrizioni, talora molto lunghe, che accompagnano gli affreschi, sono in caratteri gotici. Solo con Simone II si comincia ad introdurre la scrittura umanistica.

            Giovanni e Battista lavoravano quasi sempre insieme, ed in coppia firmarono le loro opere. Il primo è più abile a dipingere le figure, il secondo è più portato a rifinirne le parti ornamentali. Tutti e due, però, amano molto i colori vivaci, le campiture ampie dei panneggi, le scene dal Nuovo testamento e dei Vangeli apocrifi (non riconosciuti come ispirati dalla Chiesa).

            Per venire ai contenuti delle pitture bascheniane di Dimaro, già si è detto che appartengono alla fine del 1400 (furono dipinte nel 1488). Sebbene una parte degli affreschi sia perduta, rimane a sufficienza per gustare il lavoro di Giovanni e Battista.

            Il grande Cristo, che alla maniera greca si potrebbe chiamare “Pantocrator” (onnipotente), inscritto in una mandorla luminosa, è uno dei motivi ricorrenti dei Baschenis. Nella simbologia medievale la scorza della mandorla raffigura la natura umana, che racchiude la natura divina. Non occorre soffermarsi sugli arcinoti simboli degli Evangelisti (Matteo ha un uomo alato, Marco il leone, Luca un bue, Giovanni l’aquila: i quattro animali ricordano che Matteo comincia il suo vangelo parlando della nascita di Cristo vero uomo; Marco con la predicazione di Giovanni Battista tra le fiere del deserto; Luca con il sacerdote Zaccaria ed il sacrificio nel tempio; Giovanni ha un’aquila, perché per mezzo suo lo Spirito parla con estrema potenza e perché l’evangelista si eleva nelle regioni più alte e sublimi della conoscenza, come l’aquila si innalza verso il sole).

            A sinistra dell’altar maggiore è raffigurata una Pietà con i simboli della Passione; il tema è ricorrente anche nei pittori veneti. Dietro l’altare si trova una Crocifissione di grandi proporzioni.

            Sono molto interessanti altri particolari. Anzitutto l’adorazione dei Magi, dipinta sulla traccia del racconto evangelico. A parte l’uso dei colori, che è splendido, va notata la figura a tre quarti della Madonna, che presenta il Bambino. Sullo sfondo sono visibili architetture che ricalcano case reali dell’epoca nel paese di Dimaro, costruite in pietra e legname.

            Anche i santi raffigurati hanno il loro significato: sia S. Lorenzo, vicino alla finestra (è il patrono di Dimaro), che gli altri sulla cornice in basso, entro riquadrature; che S. Antonio abate con la campanella (il santo era molto venerato dagli allevatori). Il pastorale che egli stringe ha il ricciolo verso l’esterno (in realtà tale orientamento è proprio solo dei vescovi diocesani).

            Molto delicata è S. Anna, che ha come segno caratteristico il libro, sul quale istruiva nella lettura della storia sacra sua figlia Maria. é probabile che nella campitura a destra della finestra ci fossero le storie di S. Gioacchino, marito di S. Anna e padre della Madonna: il tema offriva molti spunti per dipingere il paesaggio della campagna, le greggi di pecore e soprattutto le architetture fantastiche del tempio di Gerusalemme, dal quale il santo era stato scacciato perché senza figliolanza. Poi gli angeli gli profetizzarono la nascita d’una bambina, che sarebbe divenuta la madre di Gesù.

            Estremamente deliziosa è la serie di piccole figure, dipinte sopra un archetto ad altezza d’uomo, sulla destra del presbiterio. Tra gli altri, qui con una cornice floreale si fa luce una bellissima testa di S. Vigilio, patrono della diocesi di Trento (vi è scritto anche il nome).

            Da ultimo voglio farvi notare una figura che di solito sfugge all’osservatore, perché si trova nello strombo nascosto della finestra a destra del presbiterio. Si tratta di S. Simonino. La sua storia è famosa. Introno alla Pasqua del 1475, a Trento, venne trovata nella roggia della contrada tedesca una creaturina morta, con molte ferite sul corpo. Era il piccolo Simone Unferdorben, scomparso pochi giorni prima. Della sua morte vennero incolpati gli Ebrei di Trento, che furono arrestati e sotto tortura fatti confessare. Avrebbero ucciso il bambino, cavandogli il sangue per impastarne il loro pane rituale. Storia totalmente inventata ed assurda, che però li condusse alla morte. Vennero eseguite nove condanne capitali per infanticidio rituale, con l’ordine di bando degli Ebrei dalla città e dal distretto di Trento. Essi da allora in avanti vi si sarebbero soltanto potuti fermare al massimo per tre giorni, ma portando ben visibile il contrassegno (la cosiddetta “Macchia gialla”).

            In realtà il piccolo Simone, che era annegato casualmente ed era stato morsicato dei topi di fogna, venne pretestuosamente considerato santo e secondo patrono di Trento. Ad appena tredici anni da questa storia gli abitanti di Dimaro lo vollero dipinto nella loro chiesa. Il culto del Simonino, con la revisione dell’ingiusta condanna, venne cancellato solo nel 1964. A Dimaro i Baschenis lo raffigurarono con il vessillo del martirio (una croce rossa su campo bianco), con un laccio di tela attorno al collo (sarebbe stato così impedito di gridare) e gli strumenti del martirio (degli spilloni ed un catino entro il quale sarebbe stato raccolto il suo sangue, ed un coltello).

            Un dipinto di forte valenza storica, che arieggia le illustrazioni di un libro stampato a Trento da artigiani tedeschi proprio in occasione del processo nel 1475. L’affresco è testimone della tempestività con cui i Baschenis raccoglievano le esigenze e gli umori dei committenti.

                                                                                                                      Fortunato Turrini