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LA STORIA
Maria
Goretti, terzogenita di sette figli, nacque a Corinaldo, in provincia di
Ancona, il 16 ottobre 1890, da Luigi Goretti e da Assunta Canini, poveri
ma onesti e religiosi contadini, che vivevano coltivando un piccolo
appezzamento di terra. Fu battezzata entro 24 ore dalla nascita
nella Chiesa parrocchiale di 5. Pietro con i nomi di Maria e Teresa. Madrina
fu la zia Pasqualina Goretti. All'età di sei anni, il 4 ottobre 1896,
nella stessa Corinaldo, insieme col fratello Angelo, ricevette la Cresima
da S.E. Mons. Giulio Boschi, vescovo di Senigallia. Col
crescere della famiglia il terreno di Corinaldo si dimostrò insufficiente
a provvedere al suo sostentamento. Perciò i Goretti decisero di lasciare
il loro paese, al quale erano tanto affezionati,
e, verso la fine del 1896, si trasferirono a Paliano, in provincia di
Frosinone, stabilendosi in località Colle Gianturco, dove presero a
colonia il podere Selsi. Vi restarono circa tre anni. Dapprima
lavorarono da soli; poi,durante il terzo anno, si unirono in società con
Giovanni Serenelli, il quale aveva due figli: Gaspare, che presto si separò,
e Alessandro. Le due famiglie dividevano lavoro e raccolto; però vivevano
ognuna per conto proprio. Nel febbraio del 1900 sia i Goretti che i
Serenellì da Colle Gianturco scesero a Ferriere di Conca, a circa undici
chilometri da Nettuno, avendovi trovato lavoro presso il Conte Attilio
Mazzolenì. Fu loro assegnata una abitazione, che aveva nel mezzo una
cucina per uso comune e ai lati tre stanze per ciascuna famiglia. Vi si
accedeva dalla strada con una scala in muratura, che terminava, in alto,
in un pianerottolo, sul quale si apriva la porta d'ingresso. Attualmente
una delle stanze dei Serenelli non esiste più, essendo stata demolita per
allargare il vano centrale. Il
clima dell'Agro Pontino, allora malsano, spezzò in pochi mesi la fibra
robusta di Luigi Goretti, il quale, colpito da malaria e, successivamente,
da tifo, meningite e polmonite, morì il 6 giugno 1900, lasciando nella
desolazione la povera Assunta, alla quale, prima di spirare, consigliò di
ritornarsene alla nativa Corinaldo. L'infelice vedova, temendo che nel
paese di origine non avrebbe potuto in nessun modo guadagnare
sufficientemente per il sostentamento dei suoi sei figli (uno, il primo,
era morto a soli otto mesi di età), decise, a malincuore, di rimanere a
Ferriere e di lavorare ancora in società coi Serenelli Maria, sensibile e
affettuosa, ebbe il cuore lacerato per la morte del babbo. Tuttavia con
tenerezza più che filiale e con profondo senso cristiano si dette a
confortare la mamma affranta dal dolore. Le diceva: "Coraggio,
mamma! Che paura avete? Noi ora ci faremo tutti grandi e poi... Dio
provvederà. L'assennata
fanciulla all'epoca della perdita del padre, nonostante avesse circa dieci
anni, non aveva fatto ancora la sua Prima Comunione. Ne aveva vivissimo
desiderio e lo manifestava a sua Madre, ma costei, presa dal lavoro e
sempre a corto di denaro, la rimandava
a tempi migliori. Dì tanto in tanto avvenivano tra le due dialoghi come
questo:
" Mamma, quando farò la Prima Comunione?... Io voglio ricevere Gesù.
lo- Cuore mio, come la puoi fare, se non sai la dottrina? E poi non ci
sono soldi per il vestito e non c'è un minuto di tempo libero." - Ma così non
la faccio mai. Io non voglio stare senza Gesù. - Figlia mia, chi ti
insegna la dottrina? - Dio provvederà. A Conca c'è Elvira Schiassi, la
guardarobiera dei Signori Mazzoleni, che sa leggere; io, sbrigate le
faccende, andrò da lei. La domenica viene qui D. Alfredo Paliani e lui
pure me la insegnerà. Vinse la figlia. In undici mesi imparò il
catechismo e il 16 giugno 1901, domenica dopo l'ottava del Corpus Domini,
insieme con il fratello Angelo ricevette Gesù per la prima volta dalle
mani di P. Basilio dell'Addolorata, Passionista, che dal 1899, per
incarico della 5. Sede esercitava l'assistenza spirituale nelle Paludi
Pontine. Il vestito bianco le fu comperato dalla mamma, che volle anche
metterle indosso i suoi orecchini e la sua collana da sposa; il cero e le
scarpine le furono regalate; il velo le fu prestato. Per tutto il giorno
Maria rimase molto raccolta. Quando rientrarono in casa, la mamma le
disse: "Ora dovrai essere più buona, perché hai ricevuto Gesù".
Ed ella prontamente rispose: "Si, mamma, sarò sempre più
buona". E mantenne la promessa. I Goretti, profondamente cristiani, si preoccuparono vivamente di dare una
educazione religiosa e sana ai loro figli. La mamma, in particolare, benché
analfabeta, fu sempre assidua nell'istillare i buoni sentimenti nei loro
cuori, nell'inculcare le
massime evangeliche, nell'insegnare i primi elementi del catechismo e le
preghiere. Vigilava di continuo che non commettessero peccati, li
conduceva alla messa festiva, voleva che tutti i giorni si recitasse il
Rosario in famiglia. Maria,
che sempre aveva corrisposto alle cure materne, dopo la sua Prima
Comunione cominciò a camminare più speditamente nella via della bontà.
Volle essere anzitutto l'angelo consolatore della mamma. Le infondeva
coraggio e fiducia nella Provvidenza, la ubbidiva in tutto, cercava di
alleggerirle il lavoro, pensando alla pulizia della casa, alla
preparazione dei pasti, alla custodia dei fratellini, al rammendo delle
vesti. Assunta dichiarò più volte che Maria (Marinetta, diceva lei)
la obbedì sempre e mai le mancò di rispetto; che ai richiami, per errori
involontari, non si ribellò mai e che fu sempre umile e servizievole. Ma
anche verso i fratellini fu di una tenerezza squisita. Li assisteva in
tutte le loro necessità, li spronava al bene, insegnava loro le preghiere
e tutti i giorni, al mattino e alla sera, faceva loro recitare tre Ave
Maria. Assunta poté attestare: "Voleva bene ai fratellini e li
correggeva nei piccoli difetti. Li sgridava, quando mi disubbidivano...
Essi la ripagavano di uguale affetto tanto che, quando li sgridavo o
battevo io, ricorrevano a lei". Era molto pia e desiderava
ardentemente di ricevere il Pane degli Angeli. Purtroppo però nell'anno,
che trascorse dalla sua Prima Comunione alla morte, non poté accostarsi
che quattro o cinque volte alla Mensa Eucaristica. I motivi furono
soprattutto due: ella credeva che fosse necessario confessarsi prima di
accedere alla Comunione ed il sacerdote, che andava a celebrare a Conca,
non aveva la facoltà di rimettere i peccati; inoltre la chiesa di Conca
talvolta, in estate, veniva chiusa e per comunicarsi bisognava andare un pò
troppo lontano, o a Campomorto o a Nettuno. Questa impossibilità di
partecipare al Banchetto Eucaristico costituì un vero tormento per lei,
che amava tanto il suo Gesù. Il giorno della Prima Comunione, uscita
appena di chiesa, domandò alla Signora Teresa Cimarelli, sua vicina di
casa: "Teresa, quando ci torniamo?". E alla vigilia della sua
morte, quando già stava per essere aggredita, supplicò ancora la stessa
Cimarelli: "Teresa, domani andiamo a Campomorto? Non vedo l'ora di
fare la Comunione!". Che dire del suo amore verso la Santissima
Vergine? La mamma mi riferì: "Era molto devota della Madonna.
Recitava sempre in suo onore il rosario e lo faceva recitare anche ai
fratellini. Ornava con fiori la Sua immagine. Voleva che anche i fratelli
ne fossero devoti". Possiamo aggiungere che dopo la morte del babbo
alla corona recitata in comune aggiunse ogni giorno un'altra corona in
suffragio del caro estinto. Nessuna meraviglia che nel suo cuore, così
attento alle cose celesti, germogliasse il fiore della modestia. Maria era
una bella fanciulla. Alta circa un metro e mezzo, appariva
precocemente sviluppata per la sua età. Aveva i capelli castani, il volto
abbronzato, lo sguardo mite e profondo. Tuttavia era riservatissima e
cercava di nascondere il suo volto con un piccolo scialle. Sfuggiva la
compagnia di fanciulle un pò libere. Una volta, tornando dalla fontana
riferì alla mamma: "Quanto parla male la tale!". Allora la
mamma: "E tu perché sei stata a sentirla?". E lei: "Finché
non si riempiva la brocca come dovevo fare?". La mamma: "Bada di
non ripetere quelle parole". E Maria: "lo, prima di ripeterle,
piuttosto mi faccio ammazzare". Anche l'uccisore depose che Maria non
si metteva mai in libertà, neppure in piena estate. A soli dodici
anni dunque Maria Goretti, come ebbe a dire Pio XII, era "un frutto
maturo" per il cielo, un frutto cresciuto in uno di quei focolari
domestici, "dove si prega; ove i figli sono educati nel timore di
Dio, nell'obbedienza verso i genitori, nell'amore della verità, nella
verecondia e nella illibatezza; ove essi fin da fanciulli si abituano a
contentarsi di poco, ad essere ben presto di aiuto in casa e nella
fattoria; ove le condizioni naturali di vita e Yaura religiosa che li
circonda cooperano potentemente a far di loro una cosa sola con Cristo, a
crescere nella sua grazia". Ben giustamente quelli del vicinato
ripetevano a Mamma Assunta: "O Assunta, che angelo di figliuola
avete!". La
fresca bellezza di Maria, per quanto difesa e
nascosta gelosamente, non sfuggì agli occhi e alla sensibilità di
Alessandro Serenelli, di otto anni più grande di lei, il quale aveva già
il cuore guasto a causa delle cattive compagnie e delle letture piene di
fatti scandalosi. Egli cominciò a nutrire per la fanciulla un vivo
affetto, che, non controllato, degenerò in una cieca, morbosa e
irrefrenabile passione. Ai
primi di giugno del 1902 il giovane fece a Maria proposte insane. Ella,
inorridita, le rigettò e fuggì piangendo. Mentre si allontanava,
Alessandro la minacciò: "Se fiati, ti ammazzo". Dopo qualche
giorno egli la tentò di nuovo, ma fu respinto ancora e con più energia.
Confuso e irritato per la resistenza dell'innocente fanciulla, stabilì in
cuor suo che la terza volta, se non l'avesse ascoltato, l'avrebbe uccisa.
E con fredda premeditazione preparò un punteruolo lungo 24 centimetri. Da quel momento la
vita divenne per Maria un vero incubo. Alessandro la trattava con durezza,
la rimproverava per ogni inezia e la sovraccaricava di lavoro. Ella, da
parte sua, evitava di incontrarlo, obbediva in silenzio e si raccomandava
incessantemente alla Madonna, stringendo spesso in pugno la corona. Più
volte, in quel mese terribile, ripeté alla mamma: "Mamma, per carità,
non mi lasciate sola". Glielo disse anche alla vigilia della
tragedia. Ma la povera mamma purtroppo non riuscì accogliere il terrore,
che si nascondeva dietro quelle parole, e Maria, sola e indifesa, andò
incontro al martirio. Sono
le prime ore pomeridiane del 5 luglio 1902. Le famiglie Serenelli e
Goretti sono intente alla trebbiatura delle fave. Sui covoni, distesi per
terra, circolano due carri (le caratteristiche "barozze"),
trainati ciascuno da un paio di buoi. Uno dei carri è guidato da Angelo Gorretti, l'altro da Alessandro. Altri tre, dei figli di Assunta,
si divertono ad osservare e a salire di tanto in tanto sui carri. Giovanni
Serenelli è disteso su una balla di fieno ai piedi della scala di casa,
perché malato di malaria. Maria è sul pianerottolo, in alto, occupata a
rammendare una camicia per ordine di Alessandro, e accanto lei
Teresina di appena due anni, dorme sopra una imbottita. Assunta è
sull'aia e bada a rimettere sul cammino dei carri, con un tridente, le
fave che si sparpagliano. All'improvviso
scoppia la tragedia. Alessandro, che ha già preparato il suo piano, salta
giù dal suo carro e, fingendo di dover salire un momento in casa per cose
urgenti, dice ad Assunta: "Volete guidare un pò voi, finché vado di
sopra un minuto?". La
povera donna, non sospettando nulla, acconsente volentieri e sale
tranquillamente sul carro col figlio Man mano. Alessandro percorre in
breve i quaranta metri di distanza, entra in camera, pone il punteruolo
sulla madia della cucina e, aprendo adagio l'uscio, ordina a Maria di
entrare in casa. Ella non risponde né si muove. "Allora
confessò in seguito lo stesso Alessandro - l'acciuffai quasi brutalmente
per un braccio e, poiché faceva resistenza, la trascinai dentro la
cucina, che era la prima camera dove si entrava, e chiusi, con un calcio,
la relativa porta d'ingresso col solo saliscendi orizzontale, applicato
all'interno. Essa
intuì subito che volevo ripetere l'attentato delle due volte precedenti e
mi diceva: "No,
no, Dio non lo vuole. Se fai questo vai all'inferno". Io allora,
vedendo che non voleva assolutamente accondiscendere alle mie brutali
voglie, andai sulle furie e, preso il punteruolo, cominciai a colpirla
sulla pancia, come si pesta il granturco... Nel momento che vibravo i
colpi, non solo si dimenava per difendersi, ma invocava ripetutamente il
nome della madre e gridava: "Dio, Dio, io muoio, Mamma, mamma!".
Io ricordo di aver visto del sangue sulle sue vesti e di averla lasciata
mentre essa si dimenava ancora. Capivo bene che l'avevo ferita
mortalmente. Gettai l'arma dietro il cassone e mi ritirai nella mia
camera. Mi chiusi dentro e mi buttai sul letto". Le
ferite all'addome sono così profonde che una parte dei visceri esce fuori
ed è chiaramente visibile. Tuttavia l'eroica fanciulla trova la forza di
alzarsi, di aprire la porta e di chiamare Giovanni: "Giovanni, venite
su, ché Alessandro mi ha ammazzata". Più
tardi, all'ospedale, i medici riscontreranno in tutto sul suo corpo
quattordici ferite con lesioni al pericardio, al polmone sinistro, al
cuore, al diaframma, all'intestino tenue, all'iliaca e al mesenterio. Le chiesi: "Marietta
mia, che è successo, chi è stato?". Mi rispose: "É stato
Alessandro. Mi voleva far fare cose cattive e io non ho voluto".
La
povera Maria è crivellata di ferite e perde abbondantemente sangue.
Sembra già cadavere. Invece sopravvivrà ancora altre ventiquattro ore.
Un vero miracolo! Certamente la Provvidenza lo ha permesso, perché si
potessero raccogliere notizie sicure sul suo martirio.
Intanto
i Cimarelli si prodigano con ammirabile sollecitudine per prestarle
soccorso. Antonio e Teresa restano accanto ai Goretti; Domenico corre a
Conca per narrare l'accaduto al Mazzoleni; Mario invece va a Nettuno per
avvertire i Carabinieri e per chiamare il medico condotto Bartoli. Il
Serenelli viene tradotto dai Carabinieri alla caserma di Nettuno.
Maria è trasportata in autoambulanza all’ospedale dei Fatebenefratelli
della stessa città. L’accompagna la mamma. Il viaggio è un vero
calvario. E stato loro proibito di parlare. Tuttavia la sventurata madre,
intuendo le sofferenze della figlia, non può fare a meno di domandarle:
«Ci stai male, figlia?». La fanciulla, per non rattristarla di più,
risponde di no, però poco dopo domanda a sua volta: "Mamma,
ci sta molto per arrivare?". "Ed io narrerà poi Assunta le
assicurai che c'era poco".
All’ospedale
arrivano alle venti. I medici disperano di salvare la ragazza, ma decidono
di tentare operandola. In pochi istanti ella si confessa e va sotto i
ferri. L’operazione dura due ore ed è dolorosissima, perché non è
possibile addormentarla. Terminato l’intervento, è concesso alla mamma
di avvicinarla. «Appena mi vide - riferirà poi Assunta - mi chiamò con
accento espressivo “Mamma!”. Io, avvicinandomi al suo lettino, le
chiesi come stesse ed essa mi rispose “Bene, mamma”. Poi volle notizie
dei fratellini e delle sorelline e mi domandò se sarei restata con lei la
notte. Avendole risposto che il dottore non lo permetteva, mi disse: “E
dove vai tu a dormire?”. Io la rassicurai. Più tardi mi pregò:
“Mamma, mi dai una goccia di acqua?”. Le risposi che il medico lo
aveva proibito; si rassegnò ed ella per venti ore soffrì l’orribile
spasimo della sete. La lasciai che era quasi mezzanotte... La mattina,
prima dell’orario, potei entrare all’ospedale e, rivedendola, le
domandai come stesse. Con voce più fioca che nella sera precedente mi
rispose che stava bene. Mi chiese inoltre dove avessi passato la notte. Più
volte nella giornata mi domandò dei fratellini, che essa desiderava
rivedere. Con me c'erano ad assisterla un'infermiera e due Suore dei
Poveri. Verso le dieci venne il dottore per curarla. Nel frattempo
arrivarono anche i Carabinieri per sottoporla all'interrogatorio". Intanto le vengono
suggerite delle giaculatone ed ella le ripete con fervore. Bacia più
volte il Crocefisso e l'immagine di Maria Santissima. L'Arciprete di
Nettuno, Mons. Temistocle Signori, nota in lei un sensibile peggioramento
e pensa di amministrarle il Viatico. Per disporla, le parla del perdono,
concesso da Gesù ai suoi carnefici. Poi le domanda: "Maria, volete
perdonare anche voi al vostro uccisore?'. Ella prontamente risponde:
"Sì, per amore di Gesù, gli perdono e voglio che venga in paradiso
con me". Fatta la Comunione, china il capo sul petto e rimane a lungo
raccolta, in intimo colloquio con il suo Gesù. Riceve anche l'Estrema
Unzione. Il
Cappellano dell'ospedale le propone di iscriversi all'associazione delle
Figlie di Maria ed ella si dichiara felice di poterlo fare. Le viene posta
al collo la Medaglia benedetta e la fanciulla non finisce più di
baciarla. Su
proposta dei Carabinieri, la mamma le chiede se il Serenelli l'avesse
infastidita anche altre volte ed ella rivela come circa un mese prima il
giovane avesse tentato due volte di farle violenza. Allora Assunta,
turbata e rattristata, esclama: "Amore mio, perché non me lo hai
detto, che almeno non facevi questa morte?". E Maria, scusandosi,
risponde: "Mamma, egli giurò che, se l'avessi detto, mi avrebbe
ammazzata... intanto mi ha ammazzata lo stesso". Le condizioni della
fanciulla si aggravano rapidamente di ora in ora, sia per le emorragie
subite, che per la peritonite settica prodotta dalle ferite all'addome. E
debolissima e cade spesso in delirio. Si vede talvolta sotto la minaccia
del pugnale e grida: "Che fai, Alessandro? Tu vai all'inferno. È
peccato, è peccato". Talvolta invece si crede stesa sul pavimento e
supplica: 'Portami a letto; voglio stare più vicino alla Madonna".
Allude alla cara immagine, che tiene appesa sul suo capezzale. In un
momento di lucidità invoca: "Mamma, babbo". Assunta abbassa lo
sguardo dolorante ed ella, temendo di averle recato dispiacere con il
ricordo del padre defunto, le dice: "Perdonami, mamma". Allora
la mamma, quasi porgendole l'estremo addio, dolcemente le sussurra: "Marietta,
prega per noi... perdona tutti... raccomandati al Signore". Si
baciano. Il delirio si fa più frequente. Ad un tratto esclama: "Che
bella Signora!". E come se notasse della incredulità nei presenti,
aggiunge: "Possibile che non la vedete? Guardate! E tanto bella,
piena di luce e di fiori". Infine si fa preoccupata in volto e, quasi
per chiedere aiuto, invoca: "Teresa!" e si abbatte sui cuscini.
Il suo calvario è finito. Sono le 15,45 del 6 luglio 1902. Assunta
col cuore stretto in una morsa di dolore torna in famiglia. Racconterà più
tardi: "A sera inoltrata io ritornai a Ferriere dai miei figliuoli,
che si trovavano in casa Cimarelli, dove rimasi, senza mettere più il
piede nell'abitazione di prima, fino a quando non mi trasferii
definitivamente a Corinaldo". Non appena Maria ebbe chiuso gli occhi
alla luce del sole, ci fu nel popolo una esplosione di entusiasmo: "E
morta una santa", "Marietta è una martire",
"Coraggio, Assunta, vostra figlia è già in cielo".I
funerali furono una vera apoteosi. Vi partecipò una folla immensa con
associazioni e autorità venute anche da Roma. L'Arciprete Mons.
Temistocle Signori tessé l'elogio della piccola martire in due commoventi
discorsi. La Tribuna del 7 luglio ne fece conoscere all'Italia intera la
tragica fine, mentre il Messaggero del giorno successivo ne mise in
risalto l'incomparabile eroismo. Due
anni dopo, nel 1904, per iniziativa del giornale romano "La vera
Roma", le fu eretto, in Nettuno, il primo monumento marmoreo. Nello
stesso anno l'avv. Carlo Marini ne pubblicò la prima biografia. Intanto
la fama del suo martirio andava crescendo di giorno in giorno e la sua
tomba diveniva mela di numerosi pellegrini.Nel luglio del 1929, presenti
la mamma ed altri parenti, il corpo della Santa fu traslato al santuario
della Madonna delle Grazie in Nettuno coll 'intervento di una folla
imponentissima. in quella circostanza Mamma Assunta ne fece dono ai Padri
Passionisti perché lo conservassero, curando contemporaneamente la
glorificazione della martire nella Chiesa. Fu composto in uno stupendo
monumento marmoreo. opera dello scultore Zaccagnini. Lo visitarono
innumerevoli personaggi anche prima del trasloco; tra gli altri: Mons.
Achille Ratti (il futuro Pio XI) prima di partire Nunzio in Polola
Signorina Armida Barelli, circa 1.800 Padri del Concilio Vaticano Il e
Paolo VI il 14 settembre 1969. Nel
1935 la diocesi di Albano, da cui dipendeva la città di Nettuno, chiese
ed ottenne di poter iniziare il processo informativo per la causa di
Beatificazione. Il 6 giugno 1938 uscì il decreto di introduzione della
causa stessa presso la S. Congregazione dei Riti. Postulatore ne fu il P.
Mauro dell'Immacolata, passionista. Il 4 giugno 1939 si procedette alla
ricognizione del corpo. Finalmente, il 27 aprile 1947, Maria Goretti, con
dispensa dai miracoli, fu solennemente beatificata in S. Pietro a Roma da
S.S. Pio XII alla presenza della mamma, delle sorelle, Ersilia e Suor
Teresa delle Francescane Missionarie di Maria, e del fratello Mariano.
Dopo solo tre anni, il 24 giugno 1950, sotto lo stesso Pontefice, ebbe
luogo la sua solennissima Canonizzazione. A causa dell'immensa moltitudine
(si calcolarono presenti circa 500 mila persone), la cerimonia si svolse
in Piazza S. Pietro, il pomeriggio di un sabato. Ancora una volta era
presente la mamma, benché anziana e malaticcia, con i figli. Per
l'occasione ritornò dall'America il fratello Angelo (Alessandro era
deceduto nel 1917 in America). L'aver potuto rivedere dopo 35 anni questo
figlio fu una delle più grandi gioie che Mamma Assunta ebbe in quella
circostanza, come ella stessa mi riferì. Il
giorno seguente il Papa celebrò un pontificale in S. Pietro in onore
dell'angelica fanciulla giolina, Ida e fu consegnata al
"conservatorio" di Senigallia. Un giorno dirà con tanta
tristezza: "Non conobbi mai i miei genitori, né potei sapere chi
fossero". All'età
di cinque anni fu adottata dai coniugi Aguzzi Vincenzo e Segoni Maria,
contadini di Corinaldo. I due erano dei buoni cristiani, le vollero bene e
le dettero una seria educazione conforme alla loro fede. A
venti anni, il 25 febbraio 1886, sposò, a Corinaldo, Luigi Goretti. Era
povero, ma buono, onesto e amante del lavoro. Il
26 gennaio 1929 fu presente all'esumazione dei resti mortali di Maria,
fatta nel cimitero di Nettuno, dove la fanciulla era stata sepolta dopo la
sua morte. Essi furono riposti provvisoriamente nella cappella delle Suore
della Croce. Il 28 luglio 1929, come si è detto, furono trasferiti in
modo solenne nel santuario di 5. Maria delle Grazie, retto dai Padri
Passionisti. In quella occasione Assunta, in riconoscenza per quanto essi
avevano fatto in favore della figlia, donò ai Padri stessi ben volentieri
il corpo di Maria. Dopo la beatificazione confermò con atto notarile il
dono fatto nel 1929. I Padri, a loro volta, promisero che avrebbero
promosso e curato la canonizzazione della giovane, se ciò fosse stato di
gloria a Dio. Il
26 successivo fu ricevuta ufficialmente in udienza privata da S.S. Pio XII,
che, accogliendola, disse: "Ecco la mamma di una martire" e che
la intrattenne affabilmente per venti minuti. Era la prima volta che un
papa riceveva la madre di una santa. Visse
ancora quattro anni. Molti pellegrini, desiderosi di renderle onore e di
conoscere particolari inediti su Maria, andarono a farle visita ed ella li
accolse sempre con cortesia, cercando di accontentarli in tutto. Ma
intanto il fisico si andava logorando celermente. Il 7 ottobre 1954
ricevette l'estrema unzione ed il giorno seguente passò serenamene
all'eternità. Aveva compiuto da circa due mesi gli 88 anni. Ai
suoi funerali intervennero autorità civili e religiose, tra cui sette
Vescovi e un Rappresentante del Governo. Era presente inoltre una grande
folla di sacerdoti, di religiosi e di fedeli. Assunta
si può definire veramente una "donna forte", quale la descrive
il libro sacro dei Proverbi. Aveva
sortito da madre natura un carattere quasi duro, autoritario, ma seppe
dominarlo, ingentilirlo, addolcirlo. Fu perciò ferma senza essere
ingiusta, autoritaria senza essere dura. All'occasione riusciva ad essere
affabile, mite, cedevole. Nella
lunga vita incontrò innumerevoli difficoltà, ma le superò tutte con la
pazienza, la fortezza, la perseveranza. A soli 36 anni rimase vedova con
sei figli da mantenere. Dopo la morte di Maria ritornò a Corinaldo. La
povertà, che le era stata sempre compagna, sembrò allora trasformarsi in
estrema miseria. Si sentì sola, senza lavoro, senza un quattrino. Mi
confidò una volta: "Per un pò di tempo dovemmo dormire in una
stalla accanto all'asino". Affrontò
tante penose prove con cristiana rassegnazione e con ferma fiducia nella
Provvidenza, la quale, a dire il vero, per varie vie e nei modi anche più
impensati, le andò sempre incontro.
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