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(testo integrale tratto dal sito della diocesi)
CHIAMATI PER NOME
Ordinazione dei diaconi permanenti - Dicembre 2010
Non è un caso che celebriamo l’Ordinazione dei 10
nuovi diaconi permanenti in questa nostra Cattedrale. Essa è la madre di tutte
le chiese, le parrocchie sparse sul territorio.
Ad essa convergeranno durante questo anno giubilare i vari Vicariati nei pellegrinaggi. Quello che vediamo sotto i nostri occhi è già un bel anticipo.
Avete ascoltato la chiamata che Mons. Francesco Marmiroli, vicario episcopale per il diaconato e delegato del vescovo per la Cattedrale, ha rivolto ai 10 diaconi provenienti dalle rispettive parrocchie: Campagnola, Gualtieri, Montecavolo, Novellara, Reggiolo, S. Pio X città.
E lo ha fatto chiamandoli ad uno ad uno per nome. Perché chiamati per nome? Avvalendomi della facoltà di ordinare l’omelia di una Messa rituale anche solo a partire dal rito, mi sollecitano queste riflessioni.
Chiamati già dal Battesimo
Cari ordinandi, voi siete già stati chiamati per nome dal Battesimo. Chiamati per nome innanzitutto dai vostri genitori, a ricordarvi che nella vita si entra perché chiamati, accolti per quello che siamo, prima che per quello che saremo capaci di fare.
E per il Battesimo siete stati portati alla chiesa parrocchiale, entrando a far parte di una famiglia più grande, ma non meno responsabile della vostra educazione cristiana. Chiamati ad uno ad uno, per nome.
Nella Chiesa non si entra in massa, come ad una festa di parata, ma ad uno ad uno, chiamati per nome. Quel nome che è segno della propria povertà creaturale ma anche di una propria vocazione.
E su di voi quel giorno sono stati invocati i Santi, in particolare il Santo di cui portate il nome: ANGELO, DANTE GABRIELE, DAVIDE, ENRICO, LUCIANO, MAURO, ROBERTO, SIMONE, VITTORIO, a ricordarvi che nel Battesimo siamo chiamati tutti alla santità.
Sì, domandare il battesimo alla Chiesa è incominciare una vita comune con la propria Chiesa, entrare a farne parte, condividerne i momenti più belli e impegnativi, come in una grande famiglia.
Resto convinto che questo domandare i sacramenti alla Chiesa sia ancora un fatto molto bello, positivo. Tutto diventerà più difficile, quando non si chiederanno più i sacramenti. Ma c’è modo e modo per rispondere a questa domanda spesso generalizzata di sacramenti.
L’invito che vi rivolgo, cari ordinandi diaconi, è a cercare e a far cercare la Chiesa non solo come luogo della celebrazione del Battesimo, della Cresima, dell’Eucaristia, ma come il luogo della propria vita comunitaria: l’ambiente dove genitori e figli, famiglie vicine e lontane, legate da tempo alla parrocchia o da poco arrivate, si è chiamati a vivere insieme come discepoli del Signore.
Diceva S. Agostino, predicando alla sua comunità di Ippona e ricordando il suo Battesimo nella Chiesa di Milano, “cristiano sono con voi, e vescovo per voi!”. Analogamente, bisognerà dire “cristiano con voi, diacono per voi”.
Chiamati al Matrimonio e alla famiglia
Una seconda volta nel cammino della vostra vita, cari ordinandi, siete stati chiamati per nome: il giorno del vostro Matrimonio. Chiamati per nome insieme alla vostra sposa: ANDREINA, ANGELA, ANTONELLA, CATERINA, DANIELA, ILVA, MARIA ANTONELLA, MARIA ELISA, MONICA, PATRIZIA.
Sì, nel Matrimonio cristiano si è chiamati in due, come due battezzati, accompagnati, come già nel Battesimo, dall'invocazione dei Santi e delle Sante, in particolare della famiglia: oltre ai nomi biblici di Zaccaria ed Elisabetta, più vicini a noi, i coniugi Martin, genitori di santa Teresa di Lisieux, i coniugi Beltrame-Quattrocchi, e altri in arrivo.
Io resto colpito, quando leggo nel Vangelo che Gesù mandava i suoi 72 discepoli “a due a due, davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi” (Lc 10,1). Perché per annunciare il Vangelo Gesù manda i suoi discepoli a due a due?
Perché uno non può annunciare il Vangelo da solo. Il Vangelo deve essere annunciato e prima ancora vissuto. Bisogna essere almeno in due per vivere il Vangelo: ancor meglio se l’annuncio viene da un’intera comunità.
Non è un caso, né semplicemente un formale consenso quello che tra poco le spose insieme testimonieranno al Vescovo, acconsentendo che il proprio sposo assuma gli impegni del ministero diaconale.
Insieme alla vostra sposa, cari ordinandi, siete chiamati a essere testimoni credibili e autorevoli: anzitutto verso i vostri figli, piccoli e meno piccoli, che crescono adolescenti e giovani.
Educare è trasmettere il “segreto” che presiede all’atto stesso del generare, ed è fortemente legato alla testimonianza di verità, di bellezza e di bene, che l’adulto riesce a stabilire in un rapporto di fiducia e di pazienza con ciascuno dei figli.
Educare in famiglia è oggi un’arte davvero difficile. Molti genitori soffrono un senso di solitudine, di inadeguatezza e, addirittura, d’impotenza. Si parla di solitudine educativa della famiglia e — Dio non voglia — anche all’interno della comunità cristiana.
Essere diaconi in parrocchia, prima che un fare, è testimoniare che vita parrocchiale non è solo il convergere verso la chiesa, le feste, le attività catechetiche, liturgiche, caritative, ricreative.
Vita parrocchiale è anche quella che si svolge nei luoghi di lavoro, nella scuola, nella vita quotidiana, soprattutto nelle famiglie e andando incontro alle famiglie. Le forme di questa missionarietà verso le famiglie possono essere diverse: i centri di ascolto della Parola tra le case, i catechisti battesimali, l’accompagnamento dei fidanzati e dei giovani sposi, le associazioni familiari...
Chiamati al diaconato
C’è una terza chiamata per nome, cari diaconi: quella cui ora vi accingete a rispondere. Sono passati 45 anni dalla fine del Concilio Vaticano II — proprio come oggi, 8 dicembre 1965, festa dell’Immacolata — e dal ripristino del diaconato permanente.
Un significato del diaconato permanente che lo rende positivamente integrato con la pastorale ordinaria è quello che lo configura come ministero della soglia: in particolare a servizio della comunione tra il Vescovo e il suo presbiterio.
Cari ordinandi, come vi guardano le comunità, i preti, il vescovo?
A voi guardano le comunità anzitutto come a figure di mediazione: tra l’altare e l’assemblea, la Parola e i suoi ascoltatori, tra la Chiesa e i suoi poveri.
A voi guardano i preti, in particolare i moderatori di unità o zone pastorali e di vicariati, come figure di comunione: non sostituti — né dei parroci né dei laici — bensì promotori e animatori di quella “spiritualità di comunione in tutti i luoghi dove si educano gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità” (Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte 43). Per dirla in un linguaggio sportivo: siate i “massaggiatori di squadra”, ispirati a quel “gareggiate nello stimarvi a vicenda”, richiamato dalla seconda lettura (Rm 12,4-16).
A voi guardano anche il Vescovo e l’Ausiliare come parte integrante del ministero ordinato, insieme al ministero presbiterale: ambedue “braccia del vescovo” per un adeguato e migliore servizio alle nostre comunità.
Tocca a voi, diaconi ordinati “non per il sacerdozio ma per il servizio del Vescovo” (Lumen Gentium 29) amare questa nostra Chiesa locale, farla amare e servirla in concreto: non solo come ambito in cui lavorare per qualche iniziativa, ma come centro di amore e di dedizione, in cui la propria vita trova la sua identità spirituale.
Non siete dei volontari che iniziano con entusiasmo, partecipano ad una stagione della Chiesa, poi si ritirano a vita privata. Diaconi siete per sempre, anche nei cambiamenti, come i presbiteri, come il Vescovo.
Affidiamo a Maria, nella festa della sua Immacolata Concezione, questa vostra dedizione alla Chiesa; Chiesa che, come Maria — a cui allude la figura di donna della pagina dell’Apocalisse (12,1.6-10) nella prima lettura — è madre nel deserto, custodita dalla Parola e dall’Eucaristia, ed è chiamata a generare nuovi figli anche in momenti difficili (Ap 12,6). E come Maria nel Mistero della sua Visitazione (cf. Lc 1,39-45.56, la pagina prima proclamata), sollecita nel servizio, attenta a portare il Vangelo anche fuori casa, fuori dal tempio.
+ Adriano VESCOVO - Cattedrale di Reggio Emilia, 8 dicembre 2010 - Solennità dell’Immacolata Concezione della B. V. Maria. 45° della conclusione del Concilio Vaticano II