NEWS VARIE

 

*************************

 

 

HOME NEWS DALL'ESTERO - DOSSIER - NEWS BIOETICA - FORUM

 

 

 

E se il Papa andasse in Iran?

Fonte web

Parlamento iranianoIl presidente iraniano Mahmoud Ahmaddinejad ha invitato da tempo Benedetto XVI a visitare il paese e l'ambasciatore del paese lo rinnova. Intanto dice "Nessuna ingerenza nelle questioni della Siria"

 «Se il Santo Padre decidesse di compiere questo viaggio, saremmo pronti ad accoglierlo in maniera eccellente e con entusiasmo», ha detto Alì Akbar Naseri,  ambasciatore iraniano presso la Santa Sede.

L’invito del presidente iraniano - ha spiegato il diplomatico - risale al novembre 2010, quando il cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, si recò a Teheran in occasione della settimo incontro del dialogo tra Santa Sede e Iran.

In quell’occasione il porporato portò anche un messaggio personale di Benedetto XVI ad Ahmadinejad.  Ormai da lungo tempo infatti - ha ricordato l’ambasciatore Naseri - Iran e Santa Sede hanno rapporti «molti sinceri e cordiali», una collaborazione su questioni culturali e scientifiche, e un dialogo interreligioso strutturato in incontri che avvengono ogni due anni. Il prossimo si svolgerà in ottobre a Roma.

La situazione in Siria «deve essere gestita dalla gente senza ingerenze dei paesi stranieri» ha detto l'ambasciatore Ali Akbar Naseri. Rispondendo alle domande dei cronisti, il religioso ha spiegato che «anche il Governo siriano deve rispondere alle aspettative e alle aspirazioni legittime del proprio popolo. Ma penso che l'ingerenza di paesi stranieri complicherebbe la situazione per il popolo siriano, che deve risolvere ipropri problemi».

Quanto alle centinaia di morti riportate in Siria, «non potremmo accettare l'uccisione della gente, ma non bisogna dimenticare che in Siria ci sono fazioni e gruppi armati da oltre frontiera. A Damasco e Aleppo, poi, ci sono state manifestazioni di appoggio al presidente Assad, pur con la richiesta di risolvere alcuni i problemi, ma senza ingerenze straniere».

 

*****

 

«Parrocchie, è tempo di svegliarsi»

Fonte web

Don Andrea Brugnoli«La Chiesa cattolica sembra dormire, forse perché è malata. Ecco, l’ho detto. Quest’affermazione così grave merita una spiegazione. Non lo è a causa delle colpe morali dei suoi preti, oppure per le sue ricchezze. Nemmeno è malata per un qualche deficit numerico. Non contano qui le statistiche sui seminari vuoti, né su quelli pieni di rito tradizionale. Non si tratta di numero di battezzati o di nazioni la cui legislazione è diventata improvvisamente nemica della fede e dei valori del cristianesimo occidentale. Non è questione di scandali e abusi. Ci sono periodi nella storia della Chiesa in cui il peccato penetrò persino negli appartamenti vaticani. Ma non sta qui il problema. La Chiesa è malata perché evangelizza poco e male. [… ] Il problema, oggi, sono le parrocchie. Sono loro il «gigante addormentato » che va svegliato, come voleva il cardinale Hume. Già, il gigante dorme, come un pesante pachiderma che pensa ormai solo ad autosopravvivere».

A parlare è don Andrea Brugnoli [nella foto] dalle pagine del suo libro “È tempo di svegliarsi – rinnovare le parrocchie con la nuova evangelizzazione”, casa editrice Paoline (pagine 240), prefazione di Vittorio Messori, in libreria a partire da oggi. Il volume analizza l’attuale condizione delle parrocchie e, soprattutto, propone un cambio radicale nell’impostazione, una virata che riporti l’attenzione sulla missione primaria di ogni battezzato, quella di evangelizzare. Sacerdote della diocesi Verona, don Andrea Brugnoli ha dato vita nel 1998 a Sentinelle del mattino, progetto di nuova evangelizzazione ed è responsabile del Centro per la Nuova Evangelizzazione con sede a Verona. Passando dall’iniziativa di primo annuncio “Una luce della notte”, che vedeva equipe formate di giovani andare ad annunciare il Kerygma fuori dai locali e dalle discoteche di Desenzano del Garda (BS), fino al Caffè Teologico, proposta di formazione culturale per giovani, oggi Sentinelle del Mattino è una realtà numericamente importante, radicata in diverse diocesi italiane e che ha fatto scuola anche all’estero. Ecco perché Don Andrea ha deciso di scrivere nero su bianco la propria esperienza e mettere la propria esperienza a disposizione di laici e consacrati che sentono urgente la necessità di evangelizzare.

Don Andrea, Lei scrive che la Chiesa cattolica sembra dormire, che le parrocchie si limitano ad “occupare” un territorio, che coloro che le animo hanno perso la fede in Gesù. Affermazioni pesanti, soprattutto se si considera la mole di attività che gravitano attorno alle nostre parrocchie.

«Credo che in fin dei conti sia un problema di spiritualità, e quindi di teologia. Ad un certo punto la Chiesa ha pensato di non dover più occuparsi delle salvezza delle anime, della vita eterna delle persone, ma di un aspetto puramente mondano, si è concentrata su tutta una serie di opere sociali molto belle che sono il frutto di un’azione evangelica, ma che per essere feconde richiedono un incontro con Cristo e quindi una vita modificata e modellata da questo incontro. In molte realtà questo incontro è completamente assente, ecco perché ci si limita a fare alcune attività di ordine caritativo, ma si è perso di vista lo scopo. La causa va rintracciata nella spiritualità. Fino al Concilio nei seminari ci insegnavano che le persone devono salvarsi l’anima, e questo era la nostra principale preoccupazione, oggi invece di queste cose non si parla più e di conseguenza i preti non si occupano più della salvezza delle anime. L’evangelizzazione passa dalla presa di coscienza che l’uomo che senza l’incontro con Cristo è perduto. Se viene meno questa certezza chi te lo fa fare di andare a disturbare gli altri e proporre un incontro con Gesù?».

Nel suo libro si legge che la parrocchia sembra coincidere con il cerchio degli ambienti
parrocchiali e che l’illusione condivisa è che basti entrare dentro quei luoghi, per essere evangelizzati in automatico, senza passare dalla necessaria mediazione del rapporto personale tra l’evangelizzatore e colui che non conosce Gesù. Significa che occorre rivedere tutta la pastorale ordinaria?

«Cosa significa oggi pastorale ordinaria? La vita ordinaria delle persone non è certamente quella che si consuma tra le quattro mura della parrocchia, è più ordinario occuparsi dei giovani lì dove sono, come la Chiesa ha sempre fatto, o semplicemente chiamare ordinario solo quello che si sta facendo? Oggi sembra che tutto ciò che avviene fuori dal confine materiale della parrocchia non faccia parte della pastorale, ma i vecchi parroci degli anni Venti, o Quaranta uscivano e andavano nelle case e nelle famiglie a portare Gesù, e quella era la loro pastorale ordinaria. Allora significava portare il farmacista ateo all’incontro con Gesù, oggi che cosa significa? Come scrivo nel libro oggi assistiamo ad un nuovo clericalismo, si pensa di promuovere il laicato dandogli responsabilità pastorali nel Consiglio pastorale, mettendolo sull’altare a distribuire l’eucaristia, facendolo predicare in chiesa, ma è questo il modo giusto? Il suo ambito è, al contrario, quello del mondo, del lavoro professionale, dell’impegno politico e sociale. Eppure è più facile, oggigiorno, sentire un prelato parlare di politica, che un politico cristiano testimoniare la sua fede nel partito. Molti credenti considerano la parrocchia come un posto dove radunarsi con altri credenti ed evangelizzarsi a vicenda, nessuno pensa ad evangelizzare i lontani, siamo chiusi del “fare per il fare”, oppure ci limitiamo alla mera accoglienza dei giovani e proponiamo loro una forma di intrattenimento che è la brutta copia di quello che potrebbero trovare fuori, non ci occupiamo del loro incontro con Cristo. Quale è lo scopo di tanto affanno?».

Da dove ripartire, dunque, per risvegliare la Chiesa?

«Innanzitutto da noi preti. Paradossalmente siamo stati noi a insegnare ai battezzati che si può essere cristiani senza vivere il Battesimo, senza essere evangelizzatori, abbiamo lasciato che passasse l’idea che basti essere “praticante”, ossia accostarsi ai Sacramenti, o ancor peggio che si misurasse l’essere cristiano con l’essere onesto, è assurdo perché questo lo sanno fare benissimo anche i pagani. Cristiano è colui che è chiamato ad annunciare Gesù. A questo sono chiamati tutti, sacerdoti e laici. Come? Ripartendo dalla Parola».

La seconda parte del libro è una proposta molto pratica, una sorta di manuale che sviluppa l’idea della “parrocchia cellulare”, di che cosa si tratta?

«La mia proposta è quella di tornare ad una condizione simile a quella della Chiesa dei primi secoli per cui la vita cristiana si vive nelle case e all’interno del proprio ambiente ordinario. Non è una nuova organizzazione in cellule, un nuovo modo di incontrarsi o di organizzarsi, si tratta di far entrare in parrocchia un certo tipo di mentalità, cellulare appunto, che aiuta a evangelizzare. La cellula si deve moltiplicare, se non vuole morire, vive per dar vita ad altre cellule, per donare vita ad altre persone. Questo non significa che bisogna trasformare le strutture, o i gruppi, ma modificare la visione. La Chiesa esiste per edificare i credenti, una parrocchia cellulare deve avere tre finalità: culto, servizi e cellule. In sostanza si tratta semplicemente di riattivare il Battesimo, ecco perché la mia proposta è rivolta sia ai sacerdoti che ai laici. La mentalità cellulare può nascere dal basso, da quello che lo Spirito muove nei cuori».

Nel libro un capitolo è dedicato alle "domande dei parroci", pensa che qualcuno accoglierà la sfida?

«Io credo proprio di sì, perché molti sacerdoti soffrono della povertà delle parrocchie in cui vivono. La mia è una proposta radicale, ma ha il vantaggio di non toccare quello c’è, la struttura esistente. Nel mio libro propongo un metodo che valorizzi la formazione. Dobbiamo ripartire dal rapporto uno a uno, accompagnare le persone. Nessuno ha cominciato a fare perché era preparato, ma chiamato da Gesù, servendo lui e i fratelli, ha acquisito ciò cui aveva bisogno passando anche – come fu per Pietro e Paolo – attraverso i propri fallimenti e le proprie debolezze».

 

*****

 

Il «tributo» alla Rai: un omaggio o una tassa?

Fonte web

Spot Rai con Giovanni Paolo II“Un tributo a chi, dopo centocinquant’anni, non ha ancora smesso di unire gli italiani. Un tributo a chi ha un unico credo: il rispetto per ogni credo. Un tributo a chi dà sempre voce a chi non smette mai di dare una mano. Un tributo a chi sostiene il servizio pubblico con il canone. Il canone tv è un tributo come tutti gli altri. Pagarlo non è solo un gesto di civiltà: è un obbligo”.

Con queste parole una voce fuori campo accompagna le immagini di uno degli spot per il pagamento del canone Rai, quello in cui compare fra le altre anche l’immagine di Giovanni Paolo II. La campagna di comunicazione si completa con altri spot della serie; in quello dedicato al “sociale” compaiono il maestro Manzi, il corridore Oscar Pistorius e Piero Angela; in quello dedicato all’informazione si vedono le immagini di giornalisti in teatri di guerra e manifestazioni popolari di piazza; quello dedicato all’intrattenimento ha per protagonisti Gianni Morandi, i calciatori della Nazionale, e alcuni attori di teatro.

Insomma, ce n’è per tutti i gusti e, d’altra parte, una televisione generalista non può permettersi di trascurare alcun segmento del suo preziosissimo pubblico. Non c’è telespettatore italiano che non abbia visto e sentito almeno uno di questi spot e probabilmente ce ne sono molti che li hanno visti e sentiti svariate volte, soprattutto in queste ultime settimane: quando si avvicina la fatidica data del 31 gennaio, tradizionale scadenza per il pagamento, la Rai moltiplica gli “inviti” a versare quanto dovuto, ogni anno con toni diversi ma sempre con lo stesso intento persuasorio.

La campagna di comunicazione di quest’anno ha puntato sulla potenza evocativa delle immagini e sulla forza delle parole attraverso una struttura narrativa ambigua, che parte in maniera “soft” e si conclude in tono perentorio e severo. Per un mezzo come la televisione, che fa delle immagini l’elemento catalizzatore di attenzione e curiosità, cadere in certe forzature può diventare un paradosso. E una forzatura a tutti gli effetti è la scelta di immagini di personaggi noti o cari al pubblico e di persone impegnate in attività a favore degli altri, accompagnate dalle frasi di cui sopra. L’invito a pagare il “tributo” è formulato come se quest’ultimo andasse a beneficio dei soggetti mostrati e non, invece, direttamente nelle casse della tv di Stato.

Anche per questo, oltre che per la disinvoltura con cui troppo spesso la televisione gioca con i simboli religiosi e gli uomini di Chiesa, desta inevitabile disappunto l’uso strumentale dell’immagine di Papa Wojtyla, come se (non) pagare il canone equivalesse a (non) riconoscere la sua grandezza spirituale e umana. La non fortunata frase che accompagna la sequenza in cui viene mostrato Giovanni Paolo II è un ulteriore elemento quantomeno discutibile: certamente il rispetto per il prossimo ha costituito una cifra caratteristica del pontificato di Giovanni Paolo II, ma riassumere in questo “il suo unico credo” è arbitrariamente riduttivo per un uomo che ha messo la sua fede a disposizione dei cristiani e del mondo intero.

Una carica evocativa minore ma altrettanto forzata segna l’accostamento fra le parole e le immagini di altri personaggi, dando l’impressione in più inquadrature di voler sfruttare i sentimenti di pietà, solidarietà e partecipazione alle vicende altrui sempre per il medesimo scopo: incassare il tributo.

Sull’ambiguità di quest’ultimo termine si gioca con troppa facilità: può significare sia la tassa dovuta che l’omaggio a qualcuno di cui si riconoscono le qualità indiscusse; ma anche il pedaggio oppure l’impegno morale nei confronti di qualcuno. Molti dei soggetti visualizzati negli spot sono degni di rispetto o di ammirazione, a partire da Giovanni Paolo II. Ma una tassa da versare obbligatoriamente è un’altra cosa.

Nella sua vis persuasoria, la Rai nel suo sito tiene a specificare che “il canone pagato in Italia è uno dei più bassi in Europa” e riporta “a titolo esemplificativo” il raffronto con altri Paesi europei. Una tabella riferita agli importi per il 2011 ci informa che in Svizzera si pagavano 365 Euro, che diventano 317 in Norvegia, 309 in Danimarca, 264 in Austria, 245 in Finlandia, 232 in Svezia, 215 in Germania, 169 in Gran Bretagna, 160 in Irlanda e 123 in Francia, contro i 110,50 dovuti lo scorso anno in Italia, oggi diventati 112 Euro.

La comparazione sarebbe certamente più completa se si paragonassero anche la qualità dell’offerta televisiva, l’incidenza della pubblicità sulle casse delle televisioni nazionali e la capacità di queste ultime di fornire un servizio pubblico degno di tal nome. Non siamo sicuri che la Rai otterrebbe un piazzamento altrettanto onorevole.

Giusto per voler essere capziosi fino in fondo, si può anche obiettare che l’affidamento di una campagna di comunicazione sul canone Rai a un’agenzia esterna alla tv di Stato rappresenta uno spreco, a prescindere da quanto sia (eventualmente) efficace e persuasivo l’esito. In Rai ci sono fior di professionisti, pagati anche attraverso gli introiti del “tributo” che ci viene puntualmente richiesto. Perché non valorizzare la loro personalità invece di aumentare le spese acquisendo una fornitura esterna?

 

*****

 

Norme antiriciclaggio: è la Santa sede
a imporre le sue condizioni all’Italia

In un documento riservato, il rifiuto del Vaticano a dare informazioni allo Stato per le vicende antecedenti al primo aprile 2011, ovvero da quando è entrato in vigore il nuovo organismo per la trasparenza finanziaria voluto da Papa Benedetto XVI

Fonte web

Il documento riservato sulla nuova strategia del Vaticano in tema di trasparenza finanziariaIl Vaticano sta prendendo per il naso da mesi la giustizia e la Banca d’Italia. Il Governo Monti dovrebbe fare la voce grossa e ottenere il rispetto degli impegni assunti in materia di antiriciclaggio, ma c’è un piccolo particolare: il ministro della Giustizia, che dovrebbe essere in prima linea in questa battaglia, è stato l’avvocato del presidente della banca vaticana (lo IOR) Ettore Gotti Tedeschi. La linea del Vaticano in questa materia non corrisponde affatto alle promesse di trasparenza contrabbandate in pubblico. Lo dimostra un documento che Il Fatto pubblica in esclusiva (leggi).

Si intitola “Memo sui rapporti IOR-AIF” ed è un documento ‘confidenziale’ e ‘riservato’ circolato negli uffici del Papa e della Segreteria di Stato e annotato a penna da una mano che – secondo gli esperti di cose Vaticane – potrebbe essere quella di monsignor Georg Ganswein, il segretario di Benedetto XVI. E’ stato scritto da un personaggio molto in alto che si può permettere di sottoporre la sua analisi ai vertici del Vaticano. Al di là di chi sia l’autore, il ‘memo’ dimostra che il Papa, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, il presidente dello AIF, l’autorità di controllo antiriciclaggio, Attilio Nicora e i vertici dello IOR sono tutti a conoscenza della linea sul fronte antiriciclaggio che si può sintetizzare così: non si deve collaborare con la giustizia italiana per tutto quello che è successo allo IOR fino all’aprile 2011.

Il ‘Memo’, come dimostrano le note appuntate a penna dalla segreteria del Santo Padre, è stato “Discusso con SER (Sua Eminenza Reverendissima) il Cardinale Bertone il 3 novembre” 2011. L’autore della nota, favorevole a una maggiore apertura verso Bankitalia e le Procure, aggiunge: Bertone “si è trovato d’accordo sulle mie considerazioni! Incontrerà SER il cardinale Attilio Nicora (Presidente dell’AIF) e il direttore AIF (Francesco Ndr) De Pasquale“. Il memo, così annotato, è stato poi girato, al presidente dello IOR e al direttore dell’AIF. Basta scorrere il testo per capire la rilevanza della partita in gioco: “Dall’entrata in vigore della legge vaticana anti-riciclaggio, avvenuta il primo aprile 2011, si sono tenuti numerosi incontri tra lo IOR e l’AIF (Autorità creata dalla nuova legge del Vaticano, ndr), rivolti da una parte a dimostrare alla nuova Autorità le iniziative intraprese per l’adeguamento delle procedure interne alle misure introdotte dalla legge….”

In questa prima parte il memo ripercorre la vicenda del mutamento della normativa antiriciclaggio, intervenuto sotto la spinta dell’indagine della Procura di Roma. Il pm Stefano Rocco Fava e il procuratore aggiunto Nello Rossi – a settembre del 2010 – avevano sequestrato 23 milioni di euro che stavano per essere trasferiti dal conto dello IOR presso il Credito Artigiano alla Jp Morgan di Francoforte (20 milioni di euro) e alla Banca del Fucino (3 milioni) e aveva indagato il presidente IOR, Ettore Gotti Tedeschi e il direttore Cipriani. Secondo i pm, lo IOR si era rifiutato di dire “le generalità dei soggetti per conto dei quali eventualmente davano esecuzioni alle operazioni”. Cioé chi era il reale proprietario dei soldi.

Dalle indagini della Guardia di Finanza emergeva un quadro inquietante: lo IOR mescolava sul suo conto al Credito Artigiano i 15 milioni di euro provenienti dalla CEI, e frutto dell’8 per mille dei contribuenti italiani, con fondi di soggetti diversi. Non solo: da altre operazioni emergeva che lo IOR funzionava come una fiduciaria e i suoi conti erano stati usati per schermare persino i proventi di una presunta truffa allo Stato italiano realizzata dal padre e dallo zio (condannato per fatti di mafia) di don Orazio Bonaccorsi.

Di fronte a un simile scenario, i pm romani si erano opposti al dissequestro dei 23 milioni di euro nonostante le dotte motivazioni dell’avvocato del presidente dello IOR, il professor Paola Severino. Il ministro ora ha lasciato lo studio e si è cancellato dall’Albo, anche se non ha comunicato alla Procura chi la sostituirà nella difesa di Gotti Tedeschi. A sbloccare la situazione comunque non fu l’avvocato Severino ma il Papa in persona. Con una Lettera Apostolica per la prevenzione e il contrasto delle attività illegali in campo finanziario il 30 dicembre 2010, Benedetto XVI ha istituito l’Autorità di informazione finanziaria (AIF), per il contrasto del riciclaggio. I pm romani motivarono così il loro parere favorevole al dissequestro nel maggio 2011: “L’AIF ha già iniziato una collaborazione con l’UIF fornendo informazioni adeguate su di un’operazione intercorsa tra IOR e istituti italiani e oggetto di attenzione”.

Peccato che, un minuto dopo essere rientrato in possesso dei suoi 23 milioni, lo IOR ha cambiato completamente atteggiamento. Tanto che in Procura non si nasconde il disappunto per quel dissequestro “sulla fiducia”. Ora si scopre che la giravolta vaticana è una scelta consapevole delle gerarchie, come spiega lo stesso ‘memo’ discusso dai cardinali Nicora e Bertone e dallo stesso Gotti Tedeschi. “L’AIF (….) ha inoltrato allo IOR alcune richieste di informazioni relative a fondi aperti presso l’Istituto, cui quest’ultimo ha corrisposto, consentendo tra l’altro lo sblocco dei fondi sequestrati dalla Procura di Roma (….) Ultimamente, tuttavia la Direzione dell’Istituto ha ritenuto di riscontrare le richieste dell’AIF – relative ad operazioni sospette o per le quali sono in corso procedimenti giudiziari – fornendo informazioni soltanto su operazioni effettuate dal primo aprile 2011 in avanti. Nel corso dell’ultimo incontro tra IOR e AlF del 19 ottobre u. s. tale posizione è stata sostenuta dall’Avv. Michele Briamonte (dello studio Grande Stevens, ndr), sulla base di un generale principio di irretroattività della legge, per il quale le misure introdotte dalla legge antiriciclaggio, (….) non possono valere che per l’avvenire”.

Questa linea interpretativa, ovviamente, ostacola enormemente il lavoro degli investigatori italiani e l’Aif ne è consapevole tanto che, come si evince dal memo, ha ribadito “il proprio diritto/dovere ad accedere a tutti i dati e le informazioni in possesso dello IOR (…) motivando tale posizione con argomentazioni attinenti alla lettera e alla ratio della legge, al rispetto degli standard internazionali cui la Santa Sede ha aderito, allo svuotamento dell’effettività della disciplina appena introdotta, al rischio di una valutazione negativa dell’organismo internazionale chiamato a esaminare il sistema Vaticano di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo”. Purtroppo l’operazione trasparenza era solo uno specchietto per le allodole. Nel frattempo il Vaticano ha spostato la sua operatività dalle banche italiane alla JP Morgan, soprattutto a Francoforte. La banca americana ha però un solo sportello (non accessibile alla clientela comune) a Milano, che è già finito, da quello che risulta al Fatto, nel mirino dell’attività ispettiva della Banca d’Italia. E così il 25 gennaio è stato pubblicato un decreto pontificio che ha ratificato tre convenzioni contro il riciclaggio. Sembra ci sia anche un articolo sull’obbligo di “adeguata verifica” prima del fatidico primo aprile. In Procura però stavolta non si fidano.

 

*****

 

ITALIA, TERRA DI CONQUISTA

Fonte web

Nell'anno appena concluso le aziende italiane in crisi per debiti o liquidità sono state oggetto prediletto dell'interesse dei grandi gruppi esteri. A cominciare da quelli francesi e cinesi, sostenuti - soprattutto i secondi - dal grande capitale di Stato. Il controvalore delle operazioni è cresciuto dell'80% rispetto al 2010 e vale oggi quasi la metà della finanziaria del governo. E il 2012 non si annuncia migliore.

L’ultima in ordine di tempo è la Ferretti group, passata alla società cinese Shandong Heavy Industry Group – Weichai.

Solo il tempo di festeggiare il Capodanno (occidentale) del 2012 e il Dragone ha messo il sigillo su un gioiello dell’industria italiana, maggior produttore mondiale di yacht di lusso. Ferretti era incappata nei guai per l’eccesso di debiti accumulati in successivi passaggi di mano di fondi di private equity, e i cinesi hanno vinto la partita grazie all’accollo dell’indebitamento con un esborso complessivo di 374 milioni di euro – di cui 178 milioni in investimenti e 196 milioni per il finanziamento del debito del gruppo – per il 75% della società italiana. Il compratore è una società statale, dotata quindi di fondi pressoché illimitati, ma assolutamente estranea al mondo degli yacht. Non è un problema, l’importante è accaparrarsi le tecnologie e il “saper fare” artigianale degli italiani, farli propri e svilupparli successivamente in madre patria, dove i milionari sono molti e gli yacht di lusso un giocattolo sempre più ambito.

Compratori attenti, i cinesi. Venditori distratti del loro patrimonio manifatturiero gli italiani. La nostra manifattura è la seconda in Europa per importanza, dietro solo a quella tedesca e a prezzi di realizzo causa crisi e (apparente) disinteresse degli imprenditori italiano. I dati elaborati dalla società di consulenza Kpmg non lasciano dubbi. Nel 2011 le imprese straniere hanno fatto man bassa delle aziende italiane. Sono in tutto 108 acquisizioni tra grandi e piccole, per un controvalore totale di 18 miliardi di euro. Per fare un paragone, stiamo parlando della metà della manovra finanziaria lorda con cui il governo Monti ha messo in sicurezza i conti statali a fine 2011. Tanti, tanti soldi per un periodo di crisi, contando che sono scomparsi i cosiddetti “megadeal” tipici dei periodi di espansione economica, grandi acquisizioni con numeri talvolta superiori al Prodotto interno lordo di interi stati africani o centroamericani. Nel 2010 le operazioni “estero su Italia” come si chiamano nel gergo della finanza, erano state 83, con una crescita quindi del 30 per cento e addirittura del 76 per cento se si considerano i controvalori investiti, che nel 2010 sono stati 10 miliardi. Vale la pena di notare che le imprese italiane si accontentano di affari minori. Le operazioni “Italia su Italia” e “Italia su estero” sono state rispettivamente 157 e 64, ma la somma del loro controvalore totale è pari a 10 miliardi di euro. L’80 per cento meno degli stranieri.

Imperialismo alla francese

Napoleone Bonaparte aveva avuto buon occhio per i capolavori dell’arte italiana. Una volta varcate le Alpi era stato attentissimo nel selezionare quadri e sculture di assoluto valore artistico per impreziosire i propri musei. Due secoli abbondanti dopo, mutatis mutandis, la Francia repubblicana è tornata in forze sul territorio italiano a fare incetta di altri “gioielli” della nostra epoca. Nessun uso della forza, solo strategia e soldi. I cugini transalpini sono stati gli assoluti protagonisti sul mercato delle acquisizioni nel 2011, confermando l’attenzione per il tessuto economico italiano dove nel periodo 2007-2011 sono i secondi assoluti per deal dietro solo alla superpotenza americana. Cinque delle 10 maggiori acquisizioni di gruppi italiani portano infatti il marchio dei bleus, a cominciare dalla maison del gioiello Bulgari finita a marzo al colosso mondiale del lusso Lvmh di Bernard Arnault per 4,15 miliardi di euro circa. La famiglia Bulgari è entrata nel cda francese ma nessun gruppo del lusso italiano ha rilanciato.

Appena il tempo di digerire la perdita di questo importante marchio nostrano ed è stata la volta di Parmalat, secondo gruppo agroalimentare italiano finito ai francesi di Lactalis per 3,7 miliardi di euro. Uno smacco in piena regola per un’azienda che veniva da una fase di ristrutturazione finanziaria complicata post crac Tanzi. La beffa è ancora maggiore se si pensa che il gruppo di Collecchio era un piccolo forziere con 1,4 miliardi di euro di liquidità derivante dalle azioni revocatorie e risarcitorie contro le banche. Non solo: come ogni azienda agroalimentare è anche il terminale di una filiera spesso complessa che ha origine nel mondo agricolo, settore fragile. Anche in questo caso nessuna resistenza degna di nota. L’ex ministro Giulio Tremonti, spaventato dal possibile contraccolpo sull’opinione pubblica aveva annunciato norme antiscalata sul modello proprio di quelle francesi, ma poi partorì poco o niente e l’acquisizione andò in porto con il benestare di IntesaSanpaolo (ex azionista forte di Parmalat) guidata dell’attuale ministro Passera. Così come è andato in porto l’acquisto di Edison da parte della società statale transalpina Edf, che a fine anno ha messo le mani sul secondo player commerciale di luce e gas in Italia. L’intervento di Passera, in versione ministro, ha lasciato in mani italiane la controllata Edipower, attiva nella generazione. Il lato grottesco dell’operazione è che gas ed energia elettrica privatizzati e aperti al mercato sono finiti a una società statale, con gli utili che ingrasseranno l’Eliseo.

Sempre nel lusso sono passati a società francese la società abruzzese Brioni, quella degli smoking di James Bond e di tantissime celebrità mondiali, acquisita dalla Pinault Printemps Redoute (Ppr) interessata alla forza lavoro zeppo di sarti di alto profilo artigianale dello stabilimento di Penne, e Moncler, dov’è entrata con il 45 per cento la finanziaria Eurazeo. Italiani bravi a creare marchi e aziende, incapaci di creare anche nei settori tradizionali del made in Italy campioni di livello internazionale. E tra gli ultimi colpi di mercato anche il vino, con la casa vinicola Gancia finita all’imprenditore tartaro Roustam Tariko, attivo nella vodka e banchiere. Prima di lui la Ruffino era finita agli americani di Constellation Brands. Insomma, siamo i primi o secondi produttori di vino al mondo e non abbiamo un’azienda di livello internazionale. Continuano i paradossi.

E nel 2012? Le prede aumentano

Che la razzia delle imprese italiane stia diventando un problema sembra se ne siano accorti anche nel governo che potrebbe studiare una nuova norma antiscalate per difendere le società italiane da attacchi esterni e diminuirne così la contendibilità. Non è chiaro ancora cosa ne verrà fuori, ma quelle che sono ben visibili sono le prede. A cominciare dal disastrato sistema bancario italiano, alla ricerca disperata di liquidità e con valori di borsa bassissimi in questo momento. Basti pensare che che a fine mese, con la chiusura dell’aumento di capitale Unicredit, si capirà qual è il nuovo azionariato e potrebbero esserci sorprese asiatiche o mediorientali, sotto forma di fondi sovrani. Il solo sistema cinese ha pronti per l’Europa 300 miliardi di euro da investire, e attende di allocarli al meglio.

Altre prede possibili sono Alitalia, dov’è presente AirFrance Klm come azionista che potrebbe voler crescere di peso nelle more di un risanamento dei “capitani coraggiosi” che però è messo sempre più a rischio dai conti della stessa società francese; i treni di Ansaldo Breda messi ufficiosamente in vendita da Finmeccanica e con la francese Alsom possibile interessata insieme ai canadesi di Bombardier; la maison Valentino cui sarebbero interessati gli spagnoli di Puig. Un caso a parte potrebbero essere le Assicurazioni Generali, gioiello della finanza italiana che Mediobanca, dove il francese Bollore è ancora salito leggermente di quota, non avrebbe la forza di difendere da un attacco portato in grande stile.

Potrebbero tornare i progetti di privatizzazione delle aziende energetiche Eni ed Enel? E’ un’ipotesi molto remota, ma nessuno in questo momento si azzarda a negare nulla. Di certo, dicono da Kpmg, “uno dei pericoli delle vendite a gruppi esteri che spesso viene sottovalutato è che il pian piano i centri gestionali si spostano dalla società acquista alla casa madre, inaridendo quel che è il tessuto professionale interno. Nel lungo periodo è una perdita di professionalità che intacca la possibilità di sviluppo e crescita futura”. Come dire: prima inglobati e poi svuotati.

 

*****

 

PREVISIONI DEL NUOVO ANNO

Fonte web

La crisi

La situazione non è risolvibile. Può essere tamponata con degli investimenti di denaro, o meglio, con immissioni di liquidità di denaro che ovviamente non rappresenta nulla, se non una ipoteca su un futuro talmente lontano dall'essere inesistente. Quindi prima o poi si arriva al collasso definitivo del sistema del denaro e del sistema industriale, che noi chiamiamo occidentale ma che oramai riguarda molti altri luoghi. La Russia ci è entrata da tanto tempo, ma anche i paesi emergenti, come Cina e India, ci sono dentro sino al collo. Loro hanno il vantaggio di aver cominciato dopo, quindi arriveranno dopo al muro invalicabile che segnerà il fatto che non possono più crescere, ma in ogni caso il gong suonerà anche per loro. È matematico.

Futuro bruciato

Si potrebbe andare a ripescare dichiarazioni non dico degli anni Ottanta, ma dei Novanta e oltre. Nel 2000 e persino dopo il crollo dei subprime ancora si sentiva parlare di un "futuro radioso". Ma non è questo il punto. Il fatto è che in paesi come l'Italia, un uomo come Monti ha buon gioco a dire che se non si fosse fatta questa manovra non si sarebbe riusciti a pagare gli stipendi.
È proprio il sistema che è sbagliato, basato sulle crescite infinite che esistono in matematica ma non in natura, partito da due secoli e mezzo fa e arrivato al suo limite. Un po' come una potente macchina, che arrivata davanti a un muro continua a dare gas finché non fonde. Invece di continuare e ostinarsi a crescere, visto che crescere non si può più, si dovrebbe iniziare a governare in modo ragionevole la decrescita.

Decrescita: adottata da tutti oppure non funziona

Naturalmente, questo è il punto. Il sistema invece si basa sull'opposto, ovvero sulla competizione mondiale, sulla crescita, sugli investimenti, sulle infrastrutture. I popoli teoricamente diventano più ricchi ma nella realtà diventano più poveri.

Costretti a decrescere, in ogni caso

Certo, la classe media sino a ora era attaccata alla macina ma almeno poteva consumare. Adesso non può e non potrà fare più nemmeno quello, e dunque sarà costretta a decrescere. Ma una cosa è farlo in questo modo e una cosa invece è governare il movimento della decrescita. Perché quella di adesso più che decrescita è una recessione - di cui tutti parlano ma in realtà poco capiscono. È il fatto che poi tanta gente viene sbattuta fuori dal mondo del lavoro, e dunque non consuma, e dunque le imprese riducono ancora, e nsomma il processo si avvita su se stesso. Solo che lo fa a velocità sempre maggiore. Come quando vedi un nastro: una volta arrivato alla fine torna indietro, solo che lo fa a velocità molto superiore. E questo succede se pretendendo di crescere ancora invece non si cresce e dunque si alimenta la disoccupazione. La recessione non sarà come un tornare a vivere come facevamo trenta anni fa, ma sarà un processo di una velocità estrema: questo è il crollo di tutto il modello di sviluppo che conosciamo. E nessuno è preparato. Nessuno (o quasi) osa parlare di decrescita. In una riunione recente con i gruppi di Uniti e Diversi di Chiesa e Pallante (e altri gruppi) ho proposto di fare una manifestazione comune sulla decrescita. Chiesa e Rossi si sono opposti dicendo che erano cose che non si potevano dire in questo modo. Che dire? C'è molto residuo di pensiero liberale e marxista.

Scenari per il 2012?

A breve termine, per un po', la cosa sarà lenta, quindi non verrà avvertita in modo traumatico, poi piano piano accelererà fino a diventare inarrestabile. Alla fine ci sarà gente che si riverserà nelle campagne alla ricerca di cibo, perché in città ci sarà meno lavoro, meno denaro, meno merce da poter acquistare, anche tra quella indispensabile. Solo che non è che ci siano poi tante campagne intorno. Insomma vedo una feroce lotta all'ultimo sangue, alla fine del processo.

Tempi?

Una volta pensavo che i tempi sarebbero stati lunghi. Data l'accelerazione che c'è, ora penso che nell'arco di 5-10 anni si arriverà a questo.

Prepararsi?

Certamente, un consiglio: acquistare terra e ritornare a saperla coltivare. E anche imparare a usare il kalashnikov, perché poi la gente arriverà dalle città e sarà una vera e propria lotta tra disperati.

Basta pessimismo della ragione: cose positive?

Il lato positivo sicuramente è che se la crisi economica si accentua ancora indurrà le persone a una maggiore solidarietà. È nelle situazioni di questo tipo di dramma che la solidarietà riappare e riaffiora rispetto all'individualismo. Esempio scemo: quando a Milano nevicò per tre giorni di seguito tutto fu immobilizzato, e la gente si aiutò anche se non si era mai parlata pur vivendo fianco a fianco. Nella necessità si crea la solidarietà. Poi questa situazione indurrà anche quelli che non ci pensano (ora) al tipo di vita che facciamo anche quando tutto va bene: una crisi economica potrebbe suscitare una riflessione in persone che non l'hanno mai fatta, che sentono il disagio magari, ma non l'hanno mai razionalizzato. Insomma produci-consuma-crepa non è un mondo umano dunque è bene cercarne un altro.

Meno lavoro e più occupazione (a fare altro)

Pensiero in parte vero ma troppo ottimistico perché poi le occupazioni da fare in un sistema come questo, non è che ve ne siano molte. Discorso diverso, naturalmente, sarà quando tutto sarà cambiato.

Tu ti sei preparato?

No, io predico bene e razzolo male. Ma il punto è che non è questione che riguarda me, riguarderà i giovani, per loro sarà una grande opportunità, avranno le energie per ricominciare da capo. Chi avrà cinquanta o sessant'anni sarà fatto, non avrà possibilità di riciclarsi, ma per i giovani, ripeto, sarà una grande opportunità.

Studiare agraria e fare un corso balistico

In Afghanistan tutti sanno usare il kalashnikov, qui no. Però basta prendersi il porto d'armi e andare a un poligono di tiro, no?

 

*****

 

lettera del Vaticano sul caso dello

spettacolo blasfemo a Milano

Cari Amici,
   voglio mettervi a parte di una notizia molto bella: ho avuto dalla Segreteria di Stato una risposta alla mia lettera al Papa dell'8 u.s., circa il caso Castellucci, pubblicata su Riscossa Cristiana (http://www.riscossacristiana.it/).
  Vi invito a misurare parola per parola, perchè probabilmente, data la gravità della questione, il testo dev'essere stato ispirato direttamente dal Papa.
  Non sono formule di circostanza, ma si tratta di un testo molto studiato e calibrato. Io so come vanno queste cose, perchè quando ero in Segreteria di Stato, il mio lavoro era proprio quello di preparare lettere di questo tipo.
  Il contenuto di questa lettera mi sembra pertanto molto consolante e da far conoscere. Esso pertanto costituisce per tutti un'indicazione altamente autorevole sulla linea da prendere e sugli auspici da formulare in questa difficile e intricata circostanza che tocca sul vivo gli interessi del Cristianesimo e della sana convivenza civile.
  Un caro saluto.
  P.Giovanni Cavalcoli, OP

 

 

*****

 

Se non ora, quando?

Fonte web

castellucciChi è Romeo Castellucci? Uno sconosciuto per il grande pubblico fin quando non ha pensato bene di mettere in piedi uno spettacolo teatrale in cui un’immagine del Volto di Gesù di Antonello di Messina, che fa da sfondo al palcoscenico, viene oltraggiata in  modo ignominioso. Così è diventato il personaggio del momento. Anche in Italia, visto che è prevista la messa in scena dal 24 al 28 gennaio, a Milano, di «Sul concetto del volto del Figlio di Dio». Niente di nuovo si potrebbe dire: da Erode in poi sono duemila anni che ci sono persone che entrano nella storia o hanno successo mondano grazie alla loro ostilità per Gesù.

Così forse non varrebbe neanche la pena di dedicargli spazio e pubblicità, se non fosse che in questo caso si è davvero superato ogni limite di decenza e di tollerabilità. E le giustificazioni “pseudo-artistiche” del regista, con la solita scusa che «non c’è alcuna intenzione di essere blasfemo, anzi…», aggiungono soltanto indignazione a indignazione. E’ perciò ben comprensibile che non appena si è diffusa la notizia dell’arrivo a Milano, sia partito  un tam tam via internet con la creazione di gruppi e comitati spontanei di protesta, che si tradurranno in manifestazioni davanti al teatro milanese dove andrà in scena lo spettacolo. Ci sono anche denunce che, codice alla mano, hanno l’obiettivo di impedire la messa in scena, ma ci si può scommettere che l’interpretazione delle autorità, in questo caso, non sarà a favore degli indignati.

Ad ogni modo la preparazione delle proteste non ha niente di violento o minaccioso: preghiere, rosario, mentre in diverse parrocchie e città sono previste messe di riparazione. Una cosa molto cattolica, insomma: l’esposizione ostentata del male, diventa occasione per testimoniare che il bene è possibile.

Ad ogni modo, vista la gravità dell’offesa ai sentimenti più profondi di una parte rilevante del paese, si tratta di un’indignazione e di una protesta totalmente condivisibili, e comunque pienamente legittime. Per questo non si comprende l’atteggiamento ostile di gran parte della stampa italiana che si è subito affrettata a bollare i promotori delle manifestazioni come frange di cattolici fanatici, integralisti, lefebvriani, così da squalificarne immediatamente l’azione.

Non sappiamo quante persone parteciperanno effettivamente alle manifestazioni e alle preghiere riparatrici, ma non è corretto parlare di frange di fanatici e integralisti: basterebbe dare un’occhiata su internet per rendersi conto che l’indignazione è condivisa da tantissimi cattolici, stufi di essere sistematicamente violati in ciò che hanno di più caro, stanchi di essere tacciati di minaccia alla libertà di espressione e alla creatività artistica solo perché hanno il coraggio di chiamare “porcata” una “porcata”. Stufi anche di essere usati come muro di rimbalzo per lanciare film e spettacoli teatrali che altrimenti nessuno si filerebbe.

Eppure neanche ai vertici ecclesiali pare esserci grande simpatia per questa mobilitazione, e lo dimostra l’atteggiamento della stampa cattolica “ufficiale”: quella simpatia e benevolenza che neanche troppo tempo fa fu concessa generosamente agli “indignati” di mezzo mondo che se la prendevano con le banche, oggi viene negata a chi chiede rispetto per il Volto di Gesù.

E si deve anche notare il grande silenzio dell’episcopato italiano. Sicuramente non c’è bisogno che i vescovi intervengano su tutto, né c’è bisogno della loro continua benedizione per promuovere azioni nella società, però non si può nascondere lo stridente contrasto tra il silenzio di questi giorni e l’offensiva mediatica delle settimane scorse quando in ballo c’era la disputa sul pagamento dell’ICI. Indubbiamente fa un certo effetto vedere la CEI mobilitare tutta l’artiglieria a disposizione per difendere – con mille ragioni – l’esenzione dalla tassa sugli immobili; oppure mobilitarsi per rimettere insieme i cattolici in politica; e poi defilarsi, scomparire, quando c’è un vergognoso, pubblico, oltraggio al Volto di Gesù.

Ci saranno sicuramente delle buone ragioni, certamente ce le spiegheranno, però lascia davvero una strana, fastidiosa, sensazione.

 

*****

 

Editoriale del Direttore - Difesa della vita

 

Gianmarco Marzocchini
Direttore Caritas diocesana - Reggio Emilia

Fonte web

Apprendo con piacere dalla stampa locale che Iniziativa Laica propone 2 incontri a difesa della Legge 194. Ce n’è proprio bisogno di capire meglio cosa dice e come funziona questa legge! Come Caritas incontriamo spesso persone che, per diversi motivi, sono in situazioni di difficoltà a causa della mancanza dei mezzi necessari per continuare una vita dignitosa. Tra queste persone, ci sono anche alcune donne per lo più giovani che, di fronte a una gravidanza (spesso non voluta o inaspettata) si trovano in grande difficoltà e angoscia nel pensare ai tanti problemi conseguenti all’accudimento di una nuova vita, di un neonato. In questi anni, dove la crisi economica sta aggravando la situazione e le preoccupazioni di tante famiglie, pensare a una bocca in più da sfamare, ai pannolini da comprare, a tutto quello che serve per far crescere un bimbo, fa giungere anche al pensiero e all’ipotesi dell’aborto. “Non ce la possiamo fare!”, “Siamo già messi male, che futuro possiamo garantire a un altro figlio?”, ci si sente dire.

Già lo scorso anno, all’interno del Dossier regionale Caritas (“Quanto manca all’aurora?”), elencando alcuni problemi emergenti e urgenti che le Caritas della nostra regione incontrano, sottolineavo come “il problema della vita nascente, delle donne sole che devono affrontare una gravidanza, è un aspetto che si incontra spesso nel nostro lavoro. Purtroppo, dobbiamo evidenziare una mancanza ormai fuori da ogni ragione anche oggettiva: non è possibile che una donna sia “costretta” ad abortire a causa di problemi economici! Se vogliamo che la nostra società cresca (anche di numero) non possiamo permetterci di perdere vite in questo modo. E’ necessario che anche le istituzioni pubbliche mettano a disposizione risorse a favore di queste persone o famiglie che si ritrovano in difficoltà economica e di gestione tanto da pensare che un bambino in più sarebbe il tracollo definitivo. Ci sono esempi, anche in Emilia Romagna, di amministrazioni comunali che hanno stanziato qualche (scarso) fondo a favore di queste situazioni. E’ possibile e doveroso fare di più!”.

La Legge 194 è da sempre criticata sia da una parte che dall’altra: chi vorrebbe non ci fosse (perché legalizza la possibilità di uccidere una vita) e chi ritiene sia contro l’autodeterminazione della donna (perché permette di dissuaderla dall’idea dell’aborto). Criticabile, certo, ma ancora Legge dello Stato italiano che, come le altre, è fatta per garantire la convivenza civile e il rispetto del bene comune. Il titolo della 194 è “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione della gravidanza”. Mi sembra evidente l’intento primario, degno di una società e di uno Stato civile, di tutelare la possibilità di una donna di avere tutto il necessario per diventare madre (dai beni materiali al riconoscimento dei propri diritti. Ad esempio: quante donne sono “costrette” a interrompere la gravidanza per mantenere il lavoro?!). Basterebbe leggere i primi 2 articoli della Legge per “giustificare” gli interventi sociali “necessari per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite” e per capire che i consultori (già istituiti dalla Legge 405 del 1975) hanno una funzione assolutamente in linea (e di supporto) al principio di fondo della legge stessa: “promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza che dopo il parto” (Art. 5).

Anche la possibilità, da parte dei consultori, di “avvalersi … della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato” è possibile proprio per la Legge 194. C’è chi pensa che le associazioni (specialmente quelle cattoliche) che operano all’interno dei consultori quasi “plagino” la donna, forzandone l’autodeterminazione, per il fatto che viene proposto un sostegno per potere continuare la gravidanza e per garantire l’accudimento del nuovo nato nei primissimi mesi di vita. Ma questo è proprio (e solo!) quello che prevede la Legge per la “tutela sociale della maternità” (come detto e citato sopra). Piaccia o no è così! E anche il Comune di Correggio si è attenuto alla Legge e ha “convenzionato” un sistema (seppur con scarse risorse) mirato alla ricerca della coesione sociale e del bene comune e alla tutela della vita che rimane sacra e inviolabile, come riconosciuto da tante culture, religioni e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Inoltre, i dati ci confermano che il nostro paese ha bisogno di nuove vite, di forza lavoro visto che stiamo inesorabilmente invecchiando e si spendono cifre enormi e sempre in crescita per l’assistenza agli anziani mentre nascono sempre meno bambini.

Non mi interessano le beghe politiche o partitiche su questa scottante questione, ma vorrei rivolgere alcune domande a quelle persone che con vibrante accanimento cercano, in modo legittimo ma pretestuoso, di scardinare i capisaldi della legge 194 e di denigrare le associazioni impegnate a favore della vita. Ma cari amici “laici”, non siete forse voi a forzare l’autodeterminazione della donna? Perché volete a tutti i costi che tutte portino a compimento la volontà di abortire? Perché siete infastiditi dal fatto che associazioni e persone generose vogliano stare accanto, a spese loro, a donne, famiglie e bambini per mesi o anni di sostegno e accompagnamento? Lasciate, per favore, anche voi a tutti la libertà e l’autodeterminazione di volersi bene!

 

*****

 

Spettacolo blasfemo a Parigi ed ora

a Milano - Il dovere di non tacere

di Antonello Cannarozzo, da Rai Vaticano Il Blog, del 4 Gennaio 2012

Volevo porre agli amici del blog una domanda: se durante uno spettacolo a teatro fossero rivolte dagli attori oltraggi ad una gigantografia di Gesù sulla scena e, a conclusione della performance, venissero gettati anche degli escrementi su quell’immagine, un cattolico avrebbe il diritto di sentirsi offeso e perciò di reagire, oppure dovrebbe accettare tutto questo come arte? Se tale domanda può sembrare teorica, debbo dire che purtroppo essa rispecchia quanto è successo - nell’assordante silenzio della nostra laica e democratica stampa - lo scorso dicembre in un teatro della “civilissima” Parigi. La trama della commedia, se così ancora vogliamo chiamarla, dal titolo “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio”, scritta e diretta da un certo Romeo Castellucci, autore d’avanguardia, denuncia la solitudine e la degradazione dell’uomo di fronte alla vecchiaia, alla malattia e all’abbandono di Dio stesso.

Ed ecco, allora, il colpo di genio dell’autore. Nella seconda parte della rappresentazione, il palcoscenico viene letteralmente cosparso da escrementi (degna immagine di quest’opera, ndr ) per mostrare l’estrema degradazione umana. Poi, senza dire una parola, in scena salgono dei ragazzi che si chinano raccogliere queste feci per poi lanciarle, come si fa in un tiro a segno, sul volto di Gesù, illustrato dallo splendido capolavoro di Antonello da Messina. Alla fine di questa azione, sull’immagine, ormai completamente imbrattata, cala un velo nero con la scritta: “You are not my shepherd” (“Tu non sei il mio pastore”).  Davanti a tanta blasfemia non tutti i cristiani hanno voluto porgere l’altra guancia. Sono stati presentati decine di ricorsi giudiziari, esposti, petizioni con migliaia di firme un po’ in tutta la Francia per la cancellazione dello spettacolo, ma tutto è stato vano.

Non vogliamo neanche pensare a che cosa sarebbe successo se, al posto del Volto di Cristo, ci fosse stato un simbolo islamico o ebraico, oppure il volto di un omosessuale. Si sarebbe gridato alla scandalo, al razzismo, al fascismo e via discorrendo; ma per offendere Cristo ci si appella all’arte e alla libertà d’espressione sapendo, con il coraggio dei vili, che a differenza di altre confessioni religiose, non c’è alcun pericolo di ritorsione, anzi solo tanta pubblicità. Davanti al silenzio delle autorità parigine e, purtroppo, a quanto risulta, anche della Chiesa ufficiale, alcuni cattolici, tutti giovanissimi, hanno protestato cercando, dopo aver comprato regolarmente il biglietto, di interrompere più volte la rappresentazione, salendo sul palco e mettendosi a pregare, tra insulti e bestemmie degli altri spettatori, fino all’arrivo della polizia che li ha arrestati e messi in galera.

Si dirà che, nonostante lo scandalo per un tale spettacolo, la risposta dei ragazzi è stata di certo troppo violenta, degna della Chiesa ottusa ed oscurantista di un tempo, nel tentativo di voler proibire ad altri di godere di tale rappresentazione. Insomma si dirà che si trattava di gente poco dialogante. Tutto vero; ma quando allora un cristiano deve intervenire per difendere i diritti di Dio e la dignità della propria fede? Forse, come vorrebbero molti, nel silenzio delle catacombe? Intanto i ragazzi arrestati sono passibili di pene che vanno da uno a tre anni di carcere, come per gli spacciatori di droga o gli sfruttatori della prostituzione, con multe da 15.000 a 45.000 euro.Quasi tutti gli arrestati sono molto giovani e non hanno certo i mezzi finanziari per difendersi dalle tante cause intentate per la loro azione di disturbo, ma non è ancora finita.

Alcuni hanno già perso il lavoro ed altri lo stanno perdendo come un giovane, con famiglia a carico, che ha ricevuto un ultimatum dalla sua azienda e rischia di essere licenziato.Tutto questo mentre chi offende Dio, grazie alla macchina della propaganda, si può erigere a martire della libertà. Giornali come Le Monde, Libération, l’Humanité, Rue89, il Nouvel Observateur, Télérama hanno messo alla gogna mediatica questi “ribelli” e, lo dico con tristezza, anche il cattolico la Croix.Ma questa è la giustizia del mondo, come sanno bene tutti i veri cristiani. ”Se hanno perseguitato me – dice Gesù agli apostoli – perseguiteranno anche voi” (Gv 15, 17 18 20) e così, purtroppo, sarà fino alla fine dei tempi. Ma questo non significa che si debba per forza tacere fino a quella data.

 

*****

 

G.K. Chesterton contro Giorgio Napolitano

Fonte web

G.K. Chesterton“Gli uomini che davvero credono in se stessi stanno nei manicomi”. Così scriveva il grande scrittore inglese Gilbert K. Chesterton nel 1908 all’inizio del libro “Ortodossia”. Una affermazione che è tornata in mente ascoltando il messaggio di fine anno del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che – nel mezzo di un discorso sostanzialmente scontato e banalotto – non ha mancato di invitare gli italiani ad avere "fiducia in se stessi".

Un tema, quello della fiducia, che è sicuramente caro a Napolitano, visto che in quasi tutti i messaggi di fine anno rivolge lo stesso invito: già nel suo primo discorso nel 2006 esordì infatti sostenendo che “un paese come il nostro deve e può avere fiducia in se stesso”, e l’anno successivo notò che “possiamo avere più fiducia in noi stessi”.

In effetti il tema della fiducia negli ultimi anni è diventato ricorrente nel dibattito politico, soprattutto ha accompagnato in modo direttamente proporzionale l’aggravarsi della crisi economica mondiale. Si sostiene infatti che la stagnazione e la recessione siano precedute da una crisi di fiducia, che paralizza gli investimenti e blocca perciò la crescita. Senza fiducia nel futuro si è destinati all’estinzione: ne è un drammatico indicatore la forte denatalità che caratterizza tutta l’Europa, e l’Italia in particolare.

Se questo è vero, sarebbe scontato chiedersi: da dove nasce la fiducia? La risposta del capo dello Stato – “in noi stessi” – non è altro che la riproposizione in altri termini di quell’ottimismo della volontà di craxiana memoria, che anche Berlusconi ha interpretato a suo modo. Eppure, abbiamo visto – vediamo - che lo slancio generato da questo ottimismo della volontà, da questo “credere in se stessi” ha il fiato corto, ha vita molto breve. E meno male, diremmo con Chesterton, perché significa che non siamo un popolo di pazzi.

L’affermazione dello scrittore inglese era la risposta a un facoltoso editore con cui stava passeggiando, il quale disse di qualcuno: “Quell’uomo farà strada perché crede in se stesso”. Così oggi il presidente della Repubblica, e non solo lui, sostiene che l’Italia uscirà dalla crisi se crederemo in noi stessi. Ma – spiegava ancora Chesterton all’editore – quelli che credono in se stessi “lei dovrebbe conoscerli  tutti. Quel poeta ubriacone, di cui non ha accettato di pubblicare una cupa tragedia, credeva in se stesso. Quell’anziano ministro del culto col suo poema epico, che ha evitato di incontrare nascondendosi nel retro, lui credeva in se stesso. Se lei esaminasse la sua esperienza lavorativa, invece della sua ignobile filosofia individualista, saprebbe che credere in se stessi è uno dei segni più comuni del cialtrone. Gli attori che non sanno recitare e i debitori che non vogliono saperne di pagare credono in se stessi. Sarebbe più vero dire che un uomo fallirà sicuramente perché crede in se stesso. Essere assolutamente sicuri di sé non è solamente un peccato; essere assolutamente sicuri di sé è una debolezza. Credere ciecamente in se stessi è una convinzione isterica e superstiziosa…”.

Se dunque la fiducia non può fondarsi su noi stessi, se credere in se stessi è una follia, dove fondarla? E’ la stessa domanda che l’interlocutore pone a Chesterton: “Se un uomo non deve credere in se stesso, in cosa deve credere?”.

La risposta di Chesterton è il libro “Ortodossia” – rieditato recentemente in italiano da Lindau -, una riproposizione ragionata della fede cristiana. Solo l’apertura e l’adesione a Qualcuno di più grande di noi e dei nostri limiti, può darci fiducia. Solo l’appartenenza alla Chiesa è la strada sicura per avere un futuro. Ci si conceda ancora una citazione di Chesterton: “L’ortodossia è non solo l’unico guardiano sicuro della morale e dell’ordine, ma è anche l’unico guardiano logico della libertà, dell’innovazione e del progresso. Se vogliamo far cadere il ricco oppressore, non possiamo farlo con la nuova dottrina della perfettibilità umana, ma con la vecchia dottrina del peccato originale. Se vogliamo sradicare crudeltà innate o risollevare popolazioni disperate, non possiamo farlo con la teoria scientifica secondo cui la materia precede lo spirito, ma con la teoria sovrannaturale secondo cui lo spirito precede la materia. (…) Se desideriamo che la civiltà europea vada in soccorso delle anime così come ne va all’assalto, dovremmo insistere fermamente sul fatto che esse sono davvero in pericolo, piuttosto che affermare che il pericolo al quale sono esposte sia in fin dei conti irreale”.

In altre parole è ciò che ha chiarito papa Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana lo scorso 22 dicembre, affermando che se la radice della crisi economica è la crisi morale, dietro la crisi morale c’è la crisi della fede. Per questo il Papa ha indicato l'attuale come l’Anno della Fede. Non è un caso che la crisi economica, la perdita di fiducia nel futuro, abbia seguito in Europa il processo di progressiva secolarizzazione e l’affermarsi di un’ideologia relativista e nichilista. Dice il Papa: «Dove viene meno la percezione dell’uomo di essere accolto da parte di Dio, di essere amato da Lui, la domanda se sia veramente bene esistere come persona umana non trova più alcuna risposta. Il dubbio circa l’esistenza umana diventa sempre più insuperabile. Laddove diventa dominante il dubbio riguardo a Dio, segue inevitabilmente il dubbio circa lo stesso essere uomini. Vediamo oggi come questo dubbio si diffonde. Lo vediamo nella mancanza di gioia, nella tristezza interiore che si può leggere su tanti volti umani». Alla fine, «solo la fede mi dà la certezza: è bene che io ci sia. È bene esistere come persona umana, anche in tempi difficili».

E’ da qui che si deve cominciare se vogliamo che l’augurio di Buon Anno abbia un senso.

 

*****

 

Se il problema è la fede ci vuole la preghiera

Fonte web

Madre Teresa in preghieraA tutti gli amici lettori auguro Buon Anno nel Signore Gesù. E incomincio con una “buona notizia”. Nei giorni del Natale sono stato a Torino dal fratello Mario e parlando con i familiari dicevo che nel 2012 si svolgerà a Roma, in ottobre, il Sinodo generale sulla “Nuova Evangelizzazione” dei popoli cristiani, quindi anche della nostra Italia. E chiedevo, per sentire i pareri di laici credenti e praticanti: “Cosa pensate si debba fare per contribuire a riportare la fede e la pratica della vita cristiana nel popolo italiano?”.  La prima risposta della nipote Chiara ha spiazzato un po’ tutti, me compreso: “Secondo me, bisogna anzitutto pregare di più Poi anche tutto il resto, ma l’obiettivo di rievangelizzare i nostri compatrioti è così superiore non solo alle nostre forze, ma alla nostra stessa fantasia, che ci sentiamo tutti impotenti. Ma Dio sa come si può fare e può realizzare questo ideale. Per cui bisogna pregare molto”.

E Chiara citava l’esempio della parrocchia torinese di periferia del Santo Nome di Maria SS., nella quale lei stessa abitava nell’anno 2000. In quell’anno del Giubileo il giovane parroco, don Benito Rugolini, ebbe coraggio e lanciò l’idea dell’adorazione continua per  tutti i giorni e le notti dell’anno giubilare. L’iniziativa suscitò incredulità e risposte negative, all’interno della parrocchia e della città. Nessuno pensava possibile una simile esperienza. Invece si è rivelata un successo”.

Ecco come il Sito della parrocchia ricorda (http://www.parrocchie.it/torino/nomemaria/): "La gente ha bisogno di segni": da questa riflessione di don Benito è nata un'iniziativa straordinaria che si è protratta per tutto il Giubileo. La proposta rivolta alla comunità era di dedicare l'intero Anno Santo all'adorazione eucaristica continua e di devolvere il corrispettivo di quattro ore di lavoro per la costruzione di una scuola nel Bengala Occidentale.

Aperta dall'Arcivescovo di Torino Severino Poletto il 26 dicembre 1999, l'adorazione continua è stata accolta con entusiasmo: tutti i giorni, 24 ore su 24, senza interruzioni, si è pregato e meditato davanti al Santissimo, per un totale di 8.880 ore e circa 30-40mila fedeli che sono passati in cappella. L'adorazione, organizzata a turni (almeno una persona presente ogni due ore) non ha mai subito battute d'arresto, nemmeno nel cuore della notte o in giorni "critici" come Ferragosto. Con un'opera di passaparola sono arrivati numerosi fedeli anche da altre parrocchie, anche loro pronti ad impegnarsi gioiosamente e costantemente. I maggiori organi di informazione, laici e cattolici, si sono occupati dell'adorazione con toni rispettosi e anche ammirati per una partecipazione così vasta ed assidua.

L'Arcivescovo aveva chiesto di pregare in modo particolare per le vocazioni e... Dio ha risposto con generosità! Infatti, due ragazzi hanno preso i voti, due adulti sono entrati in seminario e una ragazza ha maturato la decisione di farsi suora.

Per quanto riguarda la seconda parte dell'iniziativa, cioè la solidarietà per l'India, sono state organizzate delle serate che hanno permesso di familiarizzare con la cultura, l'arte e anche la cucina indiane. Sono stati raccolti 25 milioni che padre Anselmo Morra ha provveduto a consegnare personalmente, recandosi sul luogo, ai responsabili della costruzione della scuola. Questi ultimi hanno risposto inviando fotografie della scuola in costruzione, lettere e piccoli doni.

La stupenda esperienza dell'adorazione è terminata il 6 gennaio 2001 con una solenne messa dell'Arcivescovo, tornato appositamente per concludere questa iniziativa da lui stesso definita "unica". La fine dell'adorazione ha creato rammarico tra i parrocchiani, che hanno chiesto con insistenza a don Benito di prolungarla. Adesso è possibile partecipare all'adorazione dal giovedì sera, a partire dalla messa delle 18,30, fino al venerdì notte alle 23,30 quando si canta Compieta, si esegue una processione solenne fino all'esterno della chiesa e si prega per tutte le intenzioni dei fedeli”.

Non c’è nulla da aggiungere, ma ricordo che nel 2000, l’anno in cui il Pime compiva 150 anni, il superiore generale padre Franco Cagnasso propose a tutte le  case e le missioni del Pime un anno speciale di preghiere per l’Istituto e le vocazioni missionarie. Ebbene, si sono prese diverse iniziative comunitarie e proprio in quell’anno abbiamo registrato in Italia un buon aumento di giovani che entravano da noi per studiare e diventare missionari e quattro o cinque sacerdoti di varie diocesi si sono associati all’Istituto per andare in missione e oggi tre di essi sono membri del Pime.

 

*****

 

Il governo "Goldmonti" è tanto

dannoso quanto inutile

Fonte web

La cosa peggiore del governo "tecnico" di Mario Monti non è tanto nella dura politica di tagli, dismissioni, licenziamenti e aumento delle tasse che praticherà, ma quanto il fatto che essa sarà completamente inutile. Infatti il 21 novembre, alla riapertura dei mercati dopo il voto di fiducia, la borsa è crollata e lo spread è tornato a salire, segno inequivocabile che l'"effetto Monti" era una grande balla. In realtà, il contagio si è già esteso alla Francia, con Moody's che minaccia la retrocessione del rating transalpino e l'interrogativo inevitabile: sospenderanno la democrazia anche in Francia per salvare l'euro?

In secondo luogo, la dimensione strategica del governo "tecnico" di Goldman Sachs/Monti non va sottovalutata. Per la prima volta, un militare in servizio diventa ministro della Difesa, un'assoluta anomalia nelle democrazie occidentali. L'Ammiraglio Giampaolo Di Paola è attuale capo del Comitato Militare della NATO, la più alta autorità militare dell'Alleanza. In questa carica, Di Paola ha coordinato i bombardamenti "equi e solidali" in Libia, cosa di cui si è vantato in un discorso pronunciato l'8 ottobre scorso a Bucarest. L' "impegno dell'Alleanza in Libia" ha detto Di Paola, "è la prima operazione ad aver luogo dopo che il Concetto Strategico è stato approvato dai capi di Stato e di Governo a Lisbona. Perciò potremmo pensare e affermare che l'operazione in Libia è stata la prima applicazione di quel concetto. Per cui si tratta di un significato politico molto importante".

Si è trattato di uno dei primi casi in cui la comunità internazionale "ha chiesto a noi tutti di agire a suo nome per proteggere la popolazione dalle azioni della propria leadership. Si tratta di una risoluzione abbastanza notevole. La protezione dei popoli è ora in qualche modo riconosciuta come un valore dalla Comunità Internazionale, che può giustificare, in alcuni casi, anche l'uso della forza militare". In realtà, la NATO è andata ben oltre la risoluzione iniziale dell'ONU.

La presenza di Di Paola al comando della Difesa di un paese strategicamente così importante per il Mediterraneo come l'Italia assicura che nel caso di future operazioni contro la Siria o l'Iran, il meccanismo decisionale sia ancor più oliato.

Così come sarà oliato il meccanismo degli Esteri, dove l'ambasciatore Terzi ha già segnalato un perfetto allineamento al blocco anglo-francese nel suo primo incontro internazionale, quello col ministro degli Esteri tedesco Westerwelle.

La nomina di Corrado Passera, il principale banchiere italiano allo Sviluppo (ex Industria) e Infrastrutture suona come una beffa. Un esperto di economia di carta dovrebbe rilanciare l'economia reale. Il nuovo ministro del Welfare, Elsa Fornero, sostiene da anni il passaggio ad un pieno sistema contributivo, il che significa un taglio netto nel livello medio delle pensioni.

Dato che, come abbiamo detto, la "cura Monti" fallirà nel suo scopo – salvare l'euro – ma ucciderà l'economia italiana, è bene insistere fin d'ora sulla necessità di stilare un "Piano B" per l'uscita dall'euro, come ha fatto nuovamente il prof. Paolo Savona, ex ministro e presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, in una conferenza il 18 novembre ad Ascoli Piceno.

"Se l'Italia entra in una deflazione grave, quale sarà la capacità di sopportazione sociale in un paese con 16 milioni di pensionati e 20 milioni di lavoratori?", si è chiesto il prof. Savona alla conferenza "Quale futuro per l'Europa", organizzata da Piceno Tecnologie. Per questo, i gruppi dirigenti "hanno il dovere di avere un Piano A e un Piano B". Il Piano A dice quanto ci costa rimanere in Europa, e il Piano B quanto ci costa uscire, ad esempio come si stabilirà il tasso di cambio. Ci siamo accorti in ritardo, ha spiegato polemicamente Savona, di avere un debito denominato in una valuta "estera", in quanto l'euro non è controllato dal governo. "Io sono europeista convinto, ma non sono afflitto dalla Religione Europea", ha affermato, accusando le classi dirigenti di essersi mossa "con troppa superficialità" aderendo all'euro invece di fare, come la Gran Bretagna, uso della clausola di "opting out" nel Trattato di Maastricht. In seguito, con il Trattato di Lisbona, "abbiamo cambiato la Costituzione con un atto illegittimo". Ora, si spera che essendoci accorti del debito in moneta "straniera", si apra un dibattito e non si rimanga nella religione europea.

Alla stessa conferenza, l'illustre costituzionalista e già ministro prof. Giuseppe Guarino ha smontato con grande maestria la tesi secondo cui il declino dell'Italia sarebbe dovuto al debito pubblico. Grazie al debito pubblico, l'Italia ha avuto tassi di sviluppo dal 1948 al 1980 che la vedono al primo posto nel mondo. Col passaggio dal mercato comune al mercato unico, l'UE ha adottato la "tecnica di Tamerlano", e cioè di distruggere tutto ciò che trovava sulla sua strada. Raccontando un episodio della vita di Luigi XIV il giovane, il prof. Guarino ha paragonato le terapie della UE ai salassi somministrati dai grandi medici francesi e lombardi, che stavano per stroncare il re francese finché non fu chiamato un medico locale che gli somministrò un cordiale, e il re guarì. "Ci chiedono di fare sviluppo, ma se ci fanno salassi da 50, 100 e 200 miliardi, come facciamo a fare lo sviluppo?", ha chiesto Guarino tra gli applausi.

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento: giovedì 09 febbraio 2012