IL MAGISTERO DEL VESCOVO ADRIANO NELLA NOSTRA DIOCESI

 

 OPERE PRESENTI:

LA GRAZIA E IL COMPITO DI RICOMINCIARE

LINEE OPERATIVE PER LA CELEBRAZIONE DIOCESANA DEL GIUBILEO

CALENDARIO DIOCESANO DELL'ANNO PASTORALE E GIUBILARE 1999-2000

LETTERA ALLE FAMIGLIE PER IL GIUBILEO DEL 2000

RITORNO ALLA MISSIONE (Campagnola, 20 gennaio 2000)

GIUBILEO: CRISTO ALLE PORTE DI CASA (Quaresima 2000)

RICOMINCIARE DAL VANGELO (Lettera pastorale 2000-2001)

LETTERA PER LA CONCLUSIONE DELL'ANNO GIUBILARE

C'E' QUALCUNO IN CASA? (lettera alle famiglie - 2001)

COMUNICARE IL VANGELO NELLE NOSTRE TERRE (Lettera pastorale 2001-2002)

QUESTE NOSTRE FAMIGLIE (Lettera pastorale 2002 - formato PDF)

CINQUE PANI, DUE PESCI E LA FOLLA (Lettera pastorale 2002-2003 - formato PDF)

ANDATE E ANNUNCIATE: È LA MISSIONE (Nota pastorale 2003-2004 - formato RTF)

CRISTIANI NON SI NASCE, MA SI DIVENTA (Lettera pastorale 2004-2006 - formato RTF)

 

 

 

 

 

 

 

 

LA GRAZIA E IL COMPITO DI RICOMINCIARE

Lettera pastorale per la celebrazione dell'Anno Giubilare 1999-2000

 

 

INDICE

 

 

 

Come un prologo
Un anno dopo
Le attese
La mancanza di tempo


RICOMINCIARE DA CRISTO
Gesù, il grande sconosciuto
Gesù, non solo uno dei Profeti
Gesù, insonnia del mondo


VERSO UN'IMMAGINE COMUNITARIA DI CHIESA
Comunità di fede
Comunità di altare
Comunità di prossimità e di ospitalità


IL NOSTRO CAMMINO GIUBILARE
Un tempo per "fermarsi"
Un tempo per "rinnovarsi"
Un tempo per "progettare"
Conclusione

Appendice I: Linee operative per la celebrazione diocesana del Giubileo
Appendice II: Calendario diocesano dell'anno pastorale e giubilare 1999-2000

 

 

 

 

Come un prologo

 

Ho ricevuto diversi consigli da varie persone prima di accingermi a scrivere questa lettera, la mia prima lettera pastorale. "Scriva una bella lettera programmatica, come hanno fatto i suoi predecessori, così che tutti sappiano quello che vuole". "Non scriva un trattato che poi nessuno legge; cerchi piuttosto di parlare di ciò che le sta più a cuore, da cuore a cuore". "Si ricordi di dire questo... di non dimenticare quest'altro...". "Le raccomando: non sia troppo lungo, prolisso...". E così via.

Confesso di avere la testa confusa! Sento il bisogno di silenzio, di tanto silenzio, che in questi giorni estivi fino a tarda notte è continuamente rotto dalla voce del mercato, dei cantanti, della batteria provenienti dalla vicina piazza del Duomo. Sento il bisogno di rientrare in me stesso, di ascoltare le voci che più hanno accompagnato il cammino di questo mio primo anno in terra reggiano-guastallese, di mettermi in silenzio davanti alla Parola di Dio, di pregare.

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore, e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia. Speri Israele nel Signore, ora e sempre (Salmo 131).

Sembra che la traduzione migliore non sia quella di "bimbo svezzato in braccio a sua madre" ' ma quella di un bimbo svezzato "in groppa a sua madre". perché si tratta di una madre in cammino, che magari sta lavorando lungo i solchi della risaia o andando al mercato a comperare o salendo lungo il sentiero verso il villaggio, come ancora ho potuto vedere visitando la nostra missione in Madagascar.

 

Un anno dopo
Al termine di questo primo anno provo a riguardare il cammino fatto come dall'alto, come dal Ventasso o dal Cusna. Ho percorso il vasto territorio della Diocesi dal Po al Cerreto fino alla lontana missione del Madagascar, portando il saluto del nuovo Vescovo che già a Milano a termine dell'ordinazione avevo rivolto a tutti. Ho incontrato gente, visitato parrocchie, confermato ragazzi e giovani, ascoltato preti, provati ma non sfiduciati; ho conosciuto diverse realtà. Mi stupivo spesso, dove andavo, della cordiale accoglienza, della festa che accomuna al di là della liturgia, dei doni di carità che la nostra Chiesa esercita nei confronti delle persone svantaggiate. Credo anche di aver colto negli sguardi e nelle parole di tanti delle attese e - sono sincero di aver toccato con mano qualche difficoltà. Su ambedue questi aspetti vorrei soffermarmi un poco, incominciando dalle attese.

 

Le attese
Ciascuno di noi nei cambiamenti della vita avverte e magari suscita delle attese: la sposa nei confronti del proprio sposo, e viceversa; i genitori nei confronti dei figli; il parroco nei confronti della sua nuova parrocchia e così anche un Vescovo nei confronti della sua Chiesa locale. Il pericolo nella vita di una famiglia, di una Chiesa e anche di una società, è quando vengono a mancare delle attese o nessuno è più in grado di rispondere alle attese. Valga come esempio un aneddoto che circolava all'indomani del Concilio Vaticano II e della riforma della Chiesa da esso introdotta. La tradizione antica orientale ha immaginato che l'eternità fosse già sperimentabile in questo mondo. Bastava andare su di una sperduta isola del Pacifico, dove chi riusciva a diventarne abitante - fortunato lui! - avrebbe potuto godere dell'immortalità: mai una malattia, mai un incidente, mai un funerale. Tutti gli abitanti potevano girare tranquillamente per l'isola senza correre alcun pericolo di morte. All'inizio, la vita era per tutti felice. Poi, con il passare del tempo e il ripetersi delle stagioni, qualcuno incominciava a provare noia di quella vita sempre uguale. Era come se tutto fosse già saputo, provato, gustato. Perfino nel Tempio, al centro dell'isola, prima ancora che il sacerdote aprisse bocca i fedeli sbadigliavano perché già sapevano quello che avrebbe detto.

Un chiaro esempio per dire che la vita senza delle attese somiglia più a una morte che a una vita. Vivere è avere delle attese e far vivere l'altro è suscitare in lui delle attese. Ciò che vale per ogni esperienza umana vale più ancora per il cristiano, come singolo e come comunità, per vocazione chiamato a vivere nell'attesa del Signore. Ma quali le attese nei confronti di un Vescovo? Ho ricevuto tante lettere in questo primo anno da ogni parte e da ogni categoria: lettere di ringraziamento o di richieste di benedizione, lettere per un consiglio o per un'invocazione di aiuto, lettere di solidarietà e di condivisione. E non sono mancate anche lettere che mi sollecitavano a prendere posizione contro qualcuno o a difesa di qualcuno. Leggendole e rileggendole mi sono trovato ad assumere di volta in volta diversi ruoli: guida, consigliere, maestro, padre, fratello, perfino giudice. Era già grande la responsabilità di prima. Ora la responsabilità è ancora più grande e chiede di essere esercitata in prima persona. Se prima, di fronte a un problema di una certa difficoltà potevo rimandare ad altri, ad esempio con un bel lo dirò al Vescovo", ora non è più così.

 

La mancanza di tempo
Credo che difficilmente un Vescovo possa sottrarsi ai compiti sopra delineati di consigliere, guida, maestro, padre e giudice, come del resto un parroco o un prete per la sua comunità. Più marcata però è per un Vescovo la mancanza di tempo per ognuno di questi compiti. La mancanza di tempo sta diventando per tutti una forma moderna di povertà. A. HESCHEL, in un suo bel saggio su Il sabato, afferma che l'uomo moderno per guadagnare più spazio rischia di dimenticare il valore del tempo. Noi oggi viviamo sotto questa dominante del tempo, per cui siamo costretti a dire sovente: "Non ho tempo". La mancanza di tempo è spesso avvertita come difficoltà, povertà, fatalità, quasi come una sconfitta. Anche un Vescovo non è risparmiato da questa forma di povertà. Eppure la mancanza di tempo non è riducibile a fatalità, limite, inadempienza. Nella visione cristiana il tempo è il nostro tesoro: il tesoro nascosto nel campo (cf. Mt 13,44), la perla preziosa ancora disponibile sul mercato (cf. Mt 13,45-46), la moneta persa e poi ritrovata dalla donna di casa (cf. Lc 15,8-10). Lungi dall'essere una divinità incombente come il dio Kronos nella concezione antica, il tempo è piuttosto il kairos della salvezza (cf. Lc 4,14-21), cioè il tempo che Dio si è dato per l'uomo. Il tempo è grazia" fa dire a un suo personaggio G. BERNANOS. Esso ha un nome e cognome ed è Gesù di Nazareth presente e operante nella storia.

Il tempo è perciò la parte più preziosa che abbiamo e non possiamo perderlo, perché ci sono dati questi giorni e noi non li possiamo né allungare né perdere. Ma proprio per questo, il cristiano dovrebbe fare oggi una lotta contro il tempo, affinché la sua giornata non sia soggiogata da quei ritmi alienanti che ci impediscono. Il pensare, il pregare, il comunicare coi fratelli, il contemplare, il rimanere con noi stessi. Una circostanza provvidenziale ha voluto che i primi passi del mio cammino come Vescovo coincidessero con la vigilia del Giubileo del 2000, l'iniziativa che il Santo Padre da tempo ha avviato per il cammino di tutta la Chiesa verso il Terzo Millennio. Il Giubileo, del resto, non ha altro scopo che questo: farci uscire dalla limitatezza e insignificanza del tempo puramente cronologico per riappropriarci del tempo-kairos, cioè del tempo abitato dalla presenza di Dio che "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). Il riferimento all'iniziativa del Papa, che già ha segnato diversi incontri con il clero, i laici, e le varie associazioni ecclesiali della nostra Diocesi, è garanzia di fedeltà alla Chiesa e di continuità con le scelte del passato, e insieme di coraggio nell'opera di aggiornamento delle forme e figure di vita ecclesiale e di presenza cristiana nella società civile. Ma perché il Giubileo? Qual è il suo significato per i cristiani? Quali i segni che lo possono rendere credibile e trasparente, anche agli occhi di coloro che non praticano assiduamente e non frequentano le nostre parrocchie?

 

 

RICOMINCIARE DA CRISTO

 

Non posso dimenticare quello che un mio amico e maestro mi faceva notare prima della sua morte: "All'epoca di Giovanni XXIII - da tutti amato come il Papa buono - si pensava che dovesse bastare un aggiornamento della Chiesa. È venuto poi Paolo VI il quale ha sollevato un problema più radicale con la domanda: "Chiesa, cosa dici di te stessa?". Ora è il momento di andare oltre e porci quest'altra domanda: Gesù Cristo chi è per me? Il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà ancora fede sulla terra? (Lc 18,8) ".

 

Gesù, il grande sconosciuto
Fino agli anni Sessanta, la cultura occidentale laica si è misurata più con il problema di Dio per arrivare a una sua radicale negazione. Erano gli anni della secolarizzazione, della cosiddetta "morte di Dio". Alla negazione di Dio, spingeva innanzitutto una visione ottimistica dell'uomo, perché fare spazio a Dio significava togliere spazio all'uomo, alla sua intelligenza, alla sua libertà. Alla negazione di Dio spingeva più ancora l'angoscioso problema del male e soprattutto lo scandalo del dolore innocente. Sul muro di una cella nel campo di concentramento di Mauthausen è ancora leggibile la scritta di un detenuto: "Se un Dio c'è, questi mi deve chiedere perdono!". Ma secondo l'ateismo tragico Dio non c'è, perché non ci sarebbe risposta valida al dolore umano. È significativo il fatto che in questi itinerari verso l'ateismo, la figura di Cristo, che avrebbe potuto rendere meno aggressive certe obiezioni, rimanesse nell'ombra dimenticata o espressamente ignorata. C'è un passo della celebre commedia di S. BECKETT, Aspettando Godot, che è sintomatico della impermeabilità della cultura laica alla figura di Gesù Cristo. Quando uno dei due vagabondi accenna a Gesù Salvatore, l'altro, alla domanda se avesse mai letto la Bibbia, risponde: "Sì, mi ricordo la carta geografica della Terra santa. A colori. Era bellissima. Il Mar Morto era celeste. Mi metteva sete solo a guardarlo. Pensavo sempre: è là che voglio passare la luna di miele. Nuoteremo. Saremo felici".
Non è il caso di abbondare in citazioni di autori contemporanei della cultura laica. Basta guardare anche a quello che succede in casa nostra. Capita alle volte di parlare con giovani che si preparano a sposarsi: interrogati sulla fede, parlano con nostalgia e anche con rimpianto degli anni in cui credevano e pregavano. Ma quel Signore a cui parlavano, ora non lo trovano più, Il Signore di un tempo, degli anni dell'infanzia, della Prima Comunione e, ancora più avanti, degli anni dell'adolescenza, non c'è più. È sepolto nei ricordi. Succede ad essi quello che il Vangelo del mattino di Pasqua riferisce della Maddalena: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto" (Gv 20,13).
Anche noi, a volte, abbiamo riposto il Signore in luoghi dimenticati, difficili da raggiungere per l'uomo d'oggi: una pratica religiosa che si perde nella normativa, una carità che si perde nell'attivismo.

 

Gesù, non solo uno dei Profeti
Verso gli anni Ottanta, in coincidenza con l'elezione di Giovanni Paolo II, sembra di assistere a un ritorno di interesse per la figura di Gesù nella stessa cultura laica. "Non abbiate paura. Aprite le porte a Cristo!", è il grido con cui subito il Papa si rivolse al mondo, in particolare al mondo giovanile, promuovendo le Giornate della gioventù. Che cosa sta dietro a questo? Solo un fatto di costume o di moda? 0 peggio, un fatto commerciale e consumistico, oppure un reale movimento di interesse e di riscoperta della religione, del mistero stesso di Dio? Di fatto il ritorno a Gesù Cristo e al suo Vangelo sembra coincidere con il ritorno di interesse per la questione religiosa. È lo stesso Papa GiOVANNI PAOLO II che, dopo aver convocato ad Assisi i vari rappresentanti delle religioni nel mondo, rinnova l'invito: "La vigilia del Duemila sarà una grande occasione... per il dialogo interreligioso... In tale dialogo dovranno avere un posto preminente gli ebrei e i musulmani. Voglia Dio che a sigillo di tali intenzioni si possano realizzare anche incontri comuni in luoghi significativi per le grandi religioni monoteiste " (TMA 53). È evidente l'intenzione del Papa di valorizzare le grandi religioni e di riconoscerne la positività in ordine soprattutto alla soluzione dei problemi comuni: la pace tra le nazioni, la promozione della giustizia e della solidarietà tra i popoli, la salvaguardia del creato e dell'ambiente per il futuro delle nuove generazioni. È anche vero che le varie religioni, alla luce dell'insegnamento del Concilio Vaticano II, esprimono lungo il cammino di salvezza un oggettivo, anche se parziale, riferimento a Cristo. Conoscerne la storia, le tra
dizioni, la cultura, i costumi porta a rintracciare quei semi di Verità che già Giustino, scrittore cristiano del II secolo, amava riconoscere alla stessa religione dei pagani.
Possiamo allora intendere bene ciò che insegna il Papa: Cristo è il compimento dell'anelito di tutte le religioni del mondo e, per ciò stesso, ne è l'unico e definitivo approdo (cf. TMA 6).Resta perciò altrettanto vero che Gesù Cristo è irriducibile a tutte le religioni. Propriamente Gesù non è riducibile a essere un fondatore di religione come Maometto, come il Buddha, come uno dei tanti profeti. È invece un fatto singolare e unico nella storia umana. Essendo assolutamente eterogeneo, Gesù Cristo non può essere classificato e non tollera di essere collocato tra le varie religioni o comunque tra le varie espressioni dello spirito. Questo è l'intento del Giubileo del 2000 e il cardine della nostra azione pastorale nei prossimi anni: riscoprire e far riscoprire l'unicità di Gesù di Nazareth, la singolarità della sua figura e il primario carattere di avvenimento che è la salvezza cristiana. Tutto ciò andrà ribadito senza stanchezze nella catechesi, nella liturgia, nella spiritualità, nella cultura. Uno dei pericoli oggi attuale, e diffuso tra gli stessi cristiani, è l'indifferentismo religioso. Con molta frequenza infatti si sente dire che tutte le religioni sono uguali; tutte hanno del buono; fra tutte ciascuno può scegliere liberamente cosi come può scegliersi la squadra di calcio. È sintomatico il fatto che, anche tra coloro che affermano di credere in Gesù Cristo e negli insegnamenti della Chiesa, quasi una persona su tre metta le varie religioni sullo stesso piano o non sappia come rispondere, come emerge da una recente inchiesta su La religiosità in Italia (Milano 1995, pp. 274-278).

 

Gesù, insonnia del mondo
La perdita della singolare novità che è Gesù Cristo spiega anche l'affievolirsi della tensione escatologica. Come si esprimeva il Card. C. M. MARTINI in una meditazione al clero della nostra Diocesi il 13 febbraio '97 al Santuario della Madonna della Chiara:

"A mio avviso, la notte del nostro tempo, la crisi di fede nella quale siamo immersi raggiunge un'acme dolorosa su un aspetto specifico, che è un po' come un nervo scoperto nel corpo dell'uomo occidentale: la vita dopo la morte, la vita eterna, i cosiddetti "novissimi". È l'aspetto su cui oggi c'è maggiore confusione, oscurità, dubbi, reticenze, rimozione pratica sia fra non credenti sia fra credenti e credenti praticanti. È davvero impressionante osservare, nelle inchieste sociologiche sulla religiosità, come l'incertezza sui fini ultimi tocchi anche chi afferma di credere in Dio, in Gesù Cristo; chi ascolta la Chiesa. In ogni caso la vita dopo morte è oggetto di una pratica messa in parentesi, quasi che il limite biologico dell'esistenza fosse di fatto sufficiente a definire la vita umana, le sue aspirazioni e i suoi traguardi; in tal modo tutto viene calcolato nell'ambito terreno e, se talora l'ipotesi di un al di là non è respinta, è però ininfluente persino nella vita e nei comportamenti di molti cristiani. Pensiamo, ad esempio, a come gli stessi preti parlano della morte ai moribondi: preferiscono discorrere sulla sperata guarigione, al massimo sull'accettazione di una volontà di Dio, ma hanno paura di spingersi oltre. La realtà della vita eterna non ha niente a che fare con le buone risoluzioni di questa vita; tanta gente, tanti giovani sono pronti a giocarsi sul visibile, sui valori che in qualche modo hanno riscontro (come solidarietà, pace, giustizia, volontariato), ma ben pochi si giocano sull'invisibile, su ciò che non ha riscontro nel tempo" (C. M. MARTINI, L'amico importuno. Lettere, discorsi e interventi 1997, Bologna 1998, pp. 89-90).

È vero che la speranza cristiana incrocia le speranze umane che nascono sul faticoso cammino della liberazione e le assume, le ingloba, le valorizza, le guarda con grande simpatia. È una speranza inclusiva, non esclusiva. È una speranza dialogante, non concorrenziale. Gesù non ha disprezzato le umili attese della gente che incontrava. Ha guarito, ha sfamato, ha perfino rallegrato con il vino nuovo. C'è un racconto chassidico che parla di ebrei i quali dai loro poveri villaggi dell'Europa orientale vanno incontro al Messia finalmente venuto, avanzando a fatica nella neve. Quando il Messia li vede arrivare, chiede a chi li guida che cosa sono questi strani oggetti che portano a tracolla: sono fiasche di acquavite con la quale si sono sostenuti nei terribili inverni del lungo esilio; il Messia li fa allora entrare nel suo Regno con le loro fiasche di acquavite. Molti camminano verso il Regno di Dio sostenendosi anche con speranze parziali, povere, monche; ma anche queste saranno capite ed entreranno nel mondo della pienezza e dell'appagamento totale.

La speranza cristiana comprende - è vero - le nostre speranze umane, ma le purifica, le trascende, le supera, ha un'estensione che va oltre le nostre misure. È un "traboccamento" di speranza (cf. Rm 15,13). La speranza cristiana investe anche il nostro corpo: che sarà di questo nostro corpo? Sappiamo quanto oggi sia adulato, corteggiato, idealizzato. Forse perché, nella crisi dei valori tradizionali, il corpo rappresenta il valore superstite, il bene ultimo, la ragione esclusiva del proprio rapporto con la vita. Ma è un bene fragile, fonte di piacere e insieme dispensatore di sofferenza. Nella speranza cristiana, c'è salvezza anche per il corpo. La salvezza non riguarda solo lo spirito, come pensavano i filosofi antichi, ma riguarda tutto l'uomo. Per cui ha ragione un teologo che dice: "Custodite la Parola 'risurrezione'! Non scambiatela con nessun altra! Non con sopravvivenza', non con immortalità', non con 'trasformazione', non con progresso', non con 'riforma', neppure con 'rivoluzione'.Custodite la parola 'risurrezione' anche se supera, come supera, ogni vostra capacità di immaginazione" (P. RICCA). Il nostro allora non è il tempo della semplice conservazione dell'esistente. È piuttosto il tempo di proporre di nuovo e prima di tutto la vera fede nel Signore Gesù Cristo risorto e vivente nella sua Chiesa, unica e vera sorgente di speranza.

 

 

VERSO UN'IMMAGINE COMUNITARIA DI CHIESA

 

Innegabili sono le ripercussioni che l'approccio a Gesù Cristo ha sullo stesso modo di guardare alla Chiesa. È noto che il nostro secolo è stato qualificato come il "secolo della Chiesa", della riscoperta della Chiesa o del "risveglio della Chiesa nelle anime", come amava dire R. GUARDINI negli anni '20 nel suo libro La realtà Chiesa. È noto altresì che a dare uno sguardo più profondo alla realtà della Chiesa è stata l'idea della Chiesa "Corpo di Cristo". Era questa l'idea di Chiesa, maturata nel movimento liturgico prima e biblico poi, agli inizi di questo nostro secolo. Ed è l'idea soggiacente all'insegnamento della Chiesa con l'enciclica Mystici Corporis di Pio XII, la Ecclesiam suam di Paolo VI e la stessa costituzione del Vaticano II sulla Chiesa Lumen gentium. Lo stesso Paolo VI ebbe una felice intuizione al Concilio: quando il dibattito tra i padri conciliari sembrava bloccato tra i sostenitori delle varie maniere di intendere la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo ("Chiesa dei poveri", "Chiesa dei laici" ... ), ha sentito il bisogno di richiamare la Chiesa alla sua identità originaria di "Chiesa di Cristo". Al Concilio c'è stata poi la riscoperta dell'idea di "Chiesa popolo di Dio": riscoperta provvidenziale, perché nella sua elementare semplicità, è servita a dare alla Chiesa l'idea di una realtà non fuori, ma dentro la storia. Essa vive, opera, si rivela nella storia, come un popolo concreto con le sue leggi, le sue tradizioni e costumi, la sua dottrina e autorità.

L'attenzione alla Chiesa e l'interesse accordato alla Chiesa come popolo di Dio - al di là dei suoi aspetti positivi - ha portato tuttavia a qualche ambiguità nel modo di guardare e di praticare la Chiesa, finendo per insistere soprattutto su di una immagine sociologica di Chiesa: quella di una Chiesa che aiuta tutti (bambini, anziani, famiglie in difficoltà, stranieri, tossicodipendenti ... ). Assai meno la Chiesa viene messa in relazione con il rapporto personale di ciascuno con Dio, con Gesù Cristo. L'italiano, anche l'italiano praticante, appare come una persona individualista sul piano religioso, che vede poco la presenza della Chiesa nella sua vita concreta, nelle scelte morali, perfino nella ricerca di preghiera. La Chiesa - come osserva il Card. C. RUINI in Ragioni della fede - rischia di essere vista soprattutto come una realtà di ordine sociologico, meno come una comunità di fede. Al punto che c'è chi sostiene che per il futuro in pericolo sia la fede, non la Chiesa: "La Chiesa, quella cattolica in particolare, è così ben organizzata che durerà certamente più a lungo della fede, se è scritto che questa debba finire sulla terra" (L. ACCATTOLI, La speranza di non morire, Milano 1988, p. 6). Come ridare alla Chiesa la sua immagine comunitaria? Mi sono chiesto, e mi è stato chiesto più volte, come vedo e desidero la Chiesa di domani. Quale immagine di Chiesa lo Spirito mi mette dentro il cuore?Non può essere altro evidentemente che la Chiesa di Gesù Cristo e degli Apostoli, la Chiesa di San Prospero e di San Francesco, i Santi titolari della nostra Chiesa reggiano-guastallese, la Chiesa di Papa Giovanni Paolo II, la Chiesa del Concilio e del Sinodo. Mi piace però sottolineare qui qualche caratteristica.

 

Comunità di fede
Sogno una Chiesa pienamente sottomessa alla Parola di Dio, nutrita e liberata da questa Parola. Dice il Concilio Vaticano II: "L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo. I fedeli si accostino volentieri al testo sacro"
(Dei Verbum 25).
Ancora tutta da scoprire è la pratica della lettura orante della Parola di Dio (lectio divina).Essa propone un accostamento personale alle Sacre Scritture, non tanto ai fini di studio e di esegesi scientifica, ma in atteggiamento di meditazione e di preghiera con la Parola di Dio, memori che leggendo la Bibbia il Signore parla con ciascuno personalmente. Alla Parola di Dio appartengono dunque il silenzio e la preghiera; soltanto quando è percepita nel silenzio e nella preghiera, la Parola di Dio può sviluppare la sua incomparabile potenza creatrice e salvatrice. L'assimilazione convinta di questo progetto spirituale, non ha nulla a che vedere con uno sterile fondamentalismo della Parola scritta o con l'esautoramento della parola della Chiesa e del magistero del Papa e dei Vescovi.

Il timore di un eccesso di familiarità con la Bibbia non dovrebbe oggi oscurare il fenomeno tuttora persistente, massiccio della pura e semplice ignoranza del testo sacro e del suo mondo: "I cattolici hanno grande rispetto per la Bibbia e per questo se ne tengono lontani"!Un'iniziazione alla lectio divina e quasi un apprendistato comunitario alla meditazione personale della Bibbia è la "Scuola della Parola", rivolta in particolare ai giovani, che, secondo le opportunità e la maggior efficacia, può essere realizzata a vari livelli: parrocchiale, vicariale, zonale. Incerto e quasi scettico all'inizio, anch'io con i miei preti in parrocchia a Legnano ho avviato le prime iniziative di Scuola della Parola nei venerdì di Avvento e di Quaresima, nelle giornate eucaristiche, nei gruppi di catechesi adulti e di ascolto, negli incontri domestici per l'accompagnamento dei genitori al battesimo dei figli, negli Esercizi spirituali serali al popolo, perfino in qualche incontro del Consiglio per gli affari economici. La gente, anche quella più lontana e meno assidua, rimane stupita della capacità della Parola di Dio di interpretare il proprio vissuto. Non solo la fede del singolo e le sue scelte, ma prima ancora la stessa vita della comunità può essere educata alla mentalità evangelica, orientata nelle sue scelte, tenuta aperta al futuro e alla speranza.

 

Comunità di altare
È ancora persistente la domanda dei sacramenti nei cristiani di oggi, anche se con qualche innegabile variazione: si pensi in particolare alla crisi della domanda di Confessione. Relativamente consistente resta ancora la domanda di Battesimo, di Prima Comunione e di Cresima, di Matrimonio e perfino di funerali. E ancora oggi la parrocchia costituisce il referente più ovvio al quale si rivolge chiunque cerchi anche in forma saltuaria il servizio alla Chiesa. Molti cristiani non sanno neppure quale sia la loro parrocchia, soprattutto in contesto urbano. Sanno però che una parrocchia c'è, e all'occorrenza la si può trovare. La parrocchia è in tal senso il volto vicino e accessibile della Chiesa, la forma fondamentale nella quale si produce per ognuno l'incontro personale con la Chiesa. È noto, tuttavia, come alla persistente e diffusa domanda dei sacramenti fatta alla parrocchia, non sempre corrisponda nella coscienza di chi domanda il sacramento una adeguata immagine di Chiesa. La parrocchia a cui ci si rivolge per avere il sacramento è per lo più intesa come l'istituzione che dispone del sacramento, al limite, analogamente a un ufficio dell'anagrafe della carta di identità, o di un ufficio stranieri del permesso di soggiorno. Basta fare anche una breve esperienza della domanda di Battesimo da parte dei genitori per i loro figli. Incontrandoli per il colloquio, dopo averli ringraziati per la domanda di Battesimo, spiegavo loro che domandare il Battesimo non è come domandare il pane al panettiere, il latte al lattaio, le medicine al farmacista. Uno va in negozio, chiede ciò di cui ha bisogno, ma poi se ne va. Non fa vita comune con il negoziante. Tutt'al più può nascere una amicizia. Domandare il Battesimo è invece fare vita comune con la propria Chiesa, entrare a farne parte, come in una famiglia più grande.

L'invito dunque è a cercare la propria chiesa, non solo come luogo della celebrazione, ma come luogo della propria comunità: l'ambiente di vita dove genitori e figli sono chiamati a crescere insieme come discepoli del Signore. Il rischio è che, alla domanda di Battesimo, la Chiesa non si faccia trovare: la Chiesa intesa come la concreta comunità della parrocchia appare spesso assente, impreparata ad accogliere, poco incline ad accompagnare i genitori in un cammino di fede. "Basta il parroco!", si pensa. "Quello che fa il parroco è ben fatto!". E così quanto si dice del Battesimo, si dovrà dire, pur con tutti gli adattamenti del caso, anche degli altri sacramenti, del matrimonio, dei sacramenti della malattia e della morte. Spingendo fino alle estreme conseguenze questa dinamica ecclesiale comunitaria del sacramento, bisognerà dire che la qualità della fede implicata nel sacramento è quella ecclesiale: è la fede che rivela, a chi domanda il sacramento "qui e ora", una comunità di discepoli riunita attorno al suo Signore, e come tale Lo celebra, Lo prega per testimoniarLo nella vita di ogni giorno. Si capisce come cartina al tornasole di una buona pastorale del sacramento sia la pratica del "Giorno del Signore", come "Giorno della Chiesa", non solo come individuale soddisfazione del precetto. Una Chiesa che mette l'Eucaristia al centro della sua vita, che contempla il suo Signore, che compie tutto quanto fa "in memoria di Lui" e modellandosi sulla sua capacità di dono: è questa l'immagine di Chiesa che dobbiamo cercare.

 

Comunità di prossimità e di ospitalità
Sembra oggi che si sia chiarito, ormai in termini sufficientemente consolidati per il senso comune, che la forma comunitaria in cui si realizza la Chiesa non coincide per sé con la dimensione del gruppo: dove ci si conosce, si vive insieme, ci si rapporta, si beve, si sta insieme. Non che lo escluda, ma questo non è il modello. In questa prospettiva, è da rileggere la connotazione "territoriale" che la tradizione ha assegnato al modello di Chiesa che è la comunità parrocchiale. Il territorio riveste un duplice significato: da una parte esso si presenta come un presupposto neutrale, segnato dalla casualità, quasi un contenitore vuoto, dove c'è tutto; dall'altra però il territorio rappresenta una modalità necessaria dell'esistenza, che ha una sua storia, può favorire relazioni collegate con la comunità di vicinato, può aiutare un'attenzione diversificata a ogni condizione di vita, anche al parrocchiano che non sa di esserlo, perfino ai non battezzati e non credenti, che dimorando nel territorio della parrocchia hanno qualche riferimento a essa. A dare alla parrocchia il volto di comunità di vicinato che la caratterizza, è la pratica della ospitalità. Durante il Giubileo, avremo l'occasione di accogliere e ospitare dei pellegrini: occasione straordinaria, che può aprirci a un nuovo modo di vivere nelle nostre comunità cristiane. L'ospitalità è un'attenzione a ricostruire il tessuto tra casa e casa, tra rione e rione, affinché la vita cristiana non sia solo un convergere verso la comunità, ma la parrocchia si dilati verso gli spazi della vita quotidiana, soprattutto verso la famiglia. ConsideRando il senso di estraneità iniziale che vige nei rapporti tra famiglie dello stesso condominio, tra caseggiati dello stesso rione, in particolare nei confronti di famiglie appena arrivate in parrocchia, parliamo di "ospitalità", non immediatamente di "fraternità".

Le forme di questa ospitalità sono molteplici e possono prendere avvio dal pronto intervento di persone, uomini e donne, che "porta a porta" rendono visibile il volto soccorrevole della comunità cristiana con la parola, la presenza, il soccorso nei momenti di sofferenza e di bisogno. Particolare attenzione qui devono avere i malati, gli anziani e le persone sole, coloro che non possono beneficiare della mobilità della nostra società frettolosa e convulsa, e possono trovare nella comunità parrocchiale una presenza che non li dimentica. Parlando di ospitalità parrocchiale, il riferimento è anche allo spazio abitato da tutti coloro che si sentono fondamentalmente "estranei" (addirittura "stranieri") nei confronti della Chiesa, eppure non rinunciano a sostare in qualche modo nelle vicinanze, nella speranza di trovare un luogo mediante il quale prendere contatto. Può essere l'occasione di un'informazione da dare, di un consiglio da chiedere, di una domanda di sacramento. È successo in passato, e succede ancora oggi, che alla Chiesa venga di fatto proposto di gestire il bisogno
religioso che appartiene a ogni società e accompagna i momenti simbolici fondamentali della vita: la nascita, le nozze, la malattia, la morte. La Chiesa si trova a dover rispondere a un bisogno religioso, il quale non ha altro modo per pensarsi se non il vocabolario cristiano, la tradizione cristiana, i riti cristiani. Si perpetua così un principio di "ospitalità", rivolta a tutti coloro che sono aperti a sciogliere il loro bisogno di significazione religiosa della vita, che con tutta probabilità la Chiesa si porta con sé dalla Chiesa degli Apostoli. Molti di coloro che domandano il sacramento sono gli "antichi ospiti" che componevano la folla che già circondava il Signore: alcuni Lo seguivano come gli apostoli, altri Lo ascoltavano, poi c'erano quelli che si aspettavano di avere pani e pesci, e di vedere guarire la figlia... Molti di questi ospiti e simpatizzanti sono oggi interni alla zona del sacramento.

C'è bisogno anche oggi di una Chiesa conscia del cammino arduo e difficile di molta gente, di una Chiesa capace di scoprire i nuovi volti di povertà, e non troppo preoccupata di sbagliare nello sforzo di aiutarli in maniera creativa, di una Chiesa che non privilegia nessuna categoria, né antica, né nuova, che accoglie ugualmente giovani e anziani, che educa e forma i suoi figli alla fede e alla carità, e desidera valorizzare i diversi carismi, servizi e ministeri nell'unità della comunione, di una Chiesa lieta e coraggiosa verso la società. Il Giubileo è un invito ad accogliere Gesù, "ospite e pellegrino in mezzo a noi", riconoscendolo in coloro con i quali egli si è identificato: i piccoli, i poveri, i malati, i carcerati, gli stranieri... C'è una ricca tradizione di carità nella nostra Chiesa: dovremmo riuscire a trasformarla sempre più, per dono dello Spirito, da attività caritativa" a vera e propria forma Ecclesiae, la fisionomia di una Chiesa accogliente e ospitale, vero sacramento della comunione trinitaria. Il Giubileo del 2000 può essere quindi l'occasione per riprendere coscienza dei segni della Trinità presenti nella vita quotidiana. Se vivremo il Giubileo nello spirito indicato dal Santo Padre e se eviteremo riduzioni e mistificazioni, riscopriremo l'immagine di un Dio comunità di Persone, e quindi il valore del camminare insieme, di essere Chiesa: Chiesa cattolica permeata da tante chiese particolari-locali, Chiesa cattolica che cammina con altre chiese sorelle verso una sempre maggiore comunione, popolo di Dio che vive nella storia a servizio del bene di ogni uomo.

 

 


IL NOSTRO CAMMINO GIUBILARE

 

Ricominciare è il titolo che ho voluto dare al nostro cammino diocesano verso il Giubileo. Perché questo titolo, "ricominciare"? Prima che un contenuto esso vuole essere una provocazione, una sollecitazione, un atteggiamento, l'invito a una attesa. È come il grido della sentinella nella notte: "Arriva lo sposo, andategli incontro" (cf. Mt 25,6). Ricominciare verso il Giubileo, perché il Giubileo, inteso come evento di grazia, ha in sé la forza di far ripartire il cammino di una Chiesa, così come lo è un Concilio, un Sinodo. Evento senza dubbio "straordinario", in quanto celebrazione dei due millenni dall'incarnazione del Figlio di Dio, il Giubileo del 2000 riprende l'aspirazione dell'antico giubileo israelitico, che attraverso il riscatto dei debiti e il ritorno alle situazioni originarie, voleva offrire a ciascuno la possibilità di un "nuovo inizio" (cf. Lv 25). Anche per il cristiano e la Chiesa, il Giubileo apre l'opportunità di "ricominciare", e si apparenta con l'"anno di misericordia" che Gesù inaugurò a Nazareth con la sua presenza (cf. Lc 4,16-30), e in qualche modo ne attualizza la novità per l'oggi della Chiesa. Ma che cosa significa "ricominciare", nella grazia del Giubileo, per la Chiesa reggiano-guastallese?

 

Un tempo per "fermarsi"
"Mi tocca portare avanti la pastorale vecchia e quel'è la nuova, con l'impressione talvolta di perdere tempo", era la confidenza di un anziano parroco. Sembra che il meccanismo degli impegni pastorali, con le loro urgenze e scadenze, sia qualcosa di inarrestabile: e allora, facilmente, il Giubileo nelle parrocchie rischia di essere visto come "un di più" da integrare, bene o male, con tutto il resto. Perché non raccogliere dal Giubileo innanzitutto un invito a "sostare"? Anche la parrocchia, riprendendo l'aspirazione dell'antico giubileo israelitico, è una terra che necessita di un tempo per "riposare" (teologicamente inteso), cioè di un tempo per ascoltare, riflettere, progettare.

È ovvio che anche durante il Giubileo continuano le normali iniziative della pastorale ordinaria: la predicazione, la celebrazione dei sacramenti, la vita della comunità nelle opere di carità e della testimonianza. Se vogliamo che la celebrazione giubilare lasci un frutto duraturo, bisogna che essa si radichi proprio nella pastorale ordinaria. Ma non potrà essere ordinario il modo con cui la accostiamo e cerchiamo di ripensarla. In un certo senso, si dovrebbe dire che il Giubileo è l'occasione straordinaria per superare una pastorale "troppo ordinaria": di routine, di cose da fare, del tipo "qui si è sempre fatto così". Sembra di dover riscontrare una certa debolezza nelle nostre comunità: la missione è. spesso ridotta all'ordinarietà della vita e della prassi ecclesiale, secondo una pastorale di conservazione; si riscontra una certa fatica a "uscire da sé" e dare vita a una pastorale più innovativa.

Segni concreti di questa pastorale innovativa possono essere: una scelta decisa nella linea della corresponsabilità; il confronto paziente con tutti (anche con i "lontani" o con "quelli di fuori"); la valorizzazione degli organismi di partecipazione, innanzitutto del consiglio pastorale; alla fine il riferimento a un progetto pastorale. Siamo poco abituati ad agire per "progetti", soprattutto per progetti pastorali: a darci del tempo per interpretare i bisogni della parrocchia, prevedere la qualità e il numero dei ministeri opportuni, disporsi alla revisione annuale del cammino fatto, mantenere la memoria dei passi compiuti, aprire fino in fondo occhi e cuore a tutte le povertà, materiali, morali, intellettuali che ci stanno intorno. Un obiettivo esemplare di questo lavoro di progettazione, in sintonia con le scelte diocesane, potrebbe essere quello di studiare e di mettere in atto alcuni itinerari per ricominciare, offerti a quanti si sentono più lontani o trascurati nella pastorale ordinaria: individui che più o meno confusamente cercano motivi di speranza e ragioni di senso al di là dei propri fallimenti; coppie di sposi e famiglie in difficoltà; battezzati che da molto tempo sono lontani dalla pratica religiosa; giovani e adulti che chiedono il Battesimo, la Cresima al di fuori di ogni contesto ecclesiale.


Un tempo per "rinnovarsi"
Abbiamo visto che al centro dell'evento giubilare sta il Mistero di Cristo; la sua nascita introduce nel tempo Dio stesso, la sua misericordia, il suo amore. Dalla contemplazione di questo mistero nascono gli atteggiamenti più personali per vivere il Giubileo, che sono poi quelli essenziali dell'esperienza cristiana. Come la Chiesa tutta, ogni singolo credente dovrà lasciarsi prima di tutto investire dal dono del Giubileo. La "grazia del ricominciare" ci riguarda personalmente. Più volte, negli incontri di vicariato in preparazione al Giubileo, ho potuto constatare la richiesta di formazione spirituale, prima che di impegno pastorale. In questo senso, già a partire dalle parrocchie viene chiesto a ogni comunità cristiana di diventare sempre più luogo di formazione e di crescita spirituale per tutti i cristiani, privilegiando il fondamento biblico-liturgico della propria vita e della missione che ogni comunità dovrà vivere.

L'anno giubilare potrebbe diventare come un prolungato corso di Esercizi Spirituali, non uscendo ma restando entro le proprie condizioni normali di vita, dove tutto è vissuto innanzitutto come cristiani, prima che come pastori, diaconi, preti, vescovi, laici impegnati. Si tratta di vivere la grazia del Giubileo come cristiani che pregano, ascoltano la Parola per sé (prima di predicarla agli altri), si confessano dei propri peccati, rinnovano con gioiosa memoria i propositi che hanno accompagnato le proprie scelte di vita. Le tappe di questo cammino di formazione e di crescita spirituale possono essere iscritte dentro gli eventi più significativi dell'anno giubilare: l'apertura dell'Anno Santo a Natale come gioioso inizio del cammino giubilare; il pellegrinaggio alla Cattedrale di tutte le comunità come segno della comunione e, attorno al Vescovo di tutte le comunità dislocate e talvolta isolate nel territorio; la visita, di singoli o di gruppo, alle Chiese della riconciliazione dove riscoprire e vivere il sacramento e altre forme della Penitenza (indulgenza, settimana del perdono) come l'entrare a far parte del cammino di conversione di tutta una comunità che si interroga sulla Parola di Dio, percepisce le implicazioni morali del Vangelo, prega come il padre della parabola per il ritorno del figlio prodigo. "Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1, 15).

Il Giubileo (anche per le sue origini storiche) interpella ciascuno di noi e le nostre comunità a dare segni di conversione, che si traducono nelle opere della giustizia, della misericordia e della pace. Nei mesi scorsi abbiamo visto le armi in azione a poche centinaia di chilometri da noi, e ancora vediamo, vicini o lontani, i segni delle ingiustizie, delle divisioni (anche tra cristiani), del crescente divario economico tra ricchi e poveri, delle antiche e nuove forme di schiavitù e sfruttamento dei popoli e delle persone più deboli. Non ci sarà Giubileo vero, senza una Chiesa e dei cristiani più conformi a Cristo mite e povero, fratello dei diseredati del mondo, che proclama e fa presente il regno della misericordia, della riconciliazione, della giustizia e della pace. Le diverse iniziative di carità, proposte per tutta la Chiesa e per la nostra diocesi, ma anche ciò che ogni comunità e ogni credente potrà e vorrà fare a questo riguardo, saranno il segno di un Giubileo vissuto con serietà e gioia, e mostreranno una Chiesa posta totalmente al servizio del regno di Dio che viene. Soggetti in prima persona, nessuno escluso, di questo cammino spirituale sono tutti quelli che compongono il popolo di Dio: laici, preti, diaconi, religiosi e consacrati, Azione Cattolica, associazioni, movimenti. Non sono da trascurare anche quelle fasce del popolo di Dio e categorie di persone che per età, condizioni di vita, di lavoro, di professione possono essere aiutate a riscoprire nel loro vissuto la spiritualità della testimonianza e la gioia di credere, promuovendo alcuni "Giubilei di categoria": Giubileo dei bambini, della gioventù, degli ammalati, delle persone consacrate, del Clero, della famiglia, del mondo del lavoro, delle carceri.

Obiettivo esemplare sarà la riscoperta del mandato ai laici e al clero come effettivo segno di conversione e rinnovamento spirituale nell'esercizio stesso della propria missione: valorizzare cioè la missione di tutti i battezzati, in particolare dei cristiani laici, sollecitando le loro competenze e affidando loro maggiori responsabilità, nell'esercizio dei ministeri laicali (nella catechesi, nella liturgia, nella carità), soprattutto in ordine alla animazione della società in senso cristiano (nella professione, nella cultura, nella politica).Troppo spesso il compito del laico si riduce a una sorta di hobby, scelto di propria iniziativa, a tempo determinato, senza più forza di rinnovarsi e coraggio di mettersi a servizio dove c'è più bisogno. Anche al clero, presbiteri e diaconi in prima persona, sono richieste scelte di conversione e di rinnovamento implicite nella stessa ordinazione, arrivando a una definizione e messa in opera di una organica formazione permanente e, in segno di fiducia in Dio e di disponibilità alla Chiesa, alla libertà di rimettere il proprio mandato nelle mani del Vescovo, anche per dare continuità alla scelta storica della nostra Chiesa che la vede in prima fila in missione e nello scambio con le Chiese sorelle del Madagascar, del Brasile e dell'India. Bisogna affrettarsi a consegnare il compito, prima che sia troppo tardi!

Un tempo per "progettare"
Nei vari incontri che ho tenuto nei Vicariati in preparazione al Giubileo, ho parlato del cammino giubilare come "prova di registrazione" di una proposta unitaria diocesana. Non mancano a questo proposito difficoltà e problemi, ma anche attese. Sono sotto gli occhi di tutti la vastità e diversità socio-culturale del territorio della Diocesi, le difficoltà di comunicazione di
alcune zone, come ad esempio la montagna, con il centro, l'allergia a uscire da vecchi schemi e rispettivi campanilismi, la stanchezza di taluni incapaci di reagire allo scoraggiamento. Per riacquistare fiducia nella dimensione diocesana, bisognerà approfondire alcuni atteggiamenti: l'accoglienza piena della comunione nello Spirito come fondamento dello stesso agire pastorale, la consapevolezza che la Chiesa prima di essere la chiesa dei problemi è la Chiesa dei doni che lo Spirito non lascia mancare anche in tempi difficili, la disponibilità non solo alla collaborazione ma anche all'ascolto reciproco nelle scelte pastorali, uno stile di comunicazione non a senso unico. Si tratta di ricominciare in quel "camminare insieme" che già l'itinerario sinodale della Chiesa reggiano guastallese (Sinodo vuol dire letteralmente "cammino insieme") aveva avviato negli anni '70-'80 e che chiede ora di diventare costituzione vissuta, non solo lettera scritta. Segni concreti e visibili di questo "ricominciare sinodale" dovranno essere offerti innanzitutto nei luoghi in cui vengono pensate, elaborate, verificate, a livello diocesano, le proposte pastorali: gli organismi di consultazione, il Consiglio presbiterale e pastorale, gli uffici pastorali e i loro responsabili, la Curia, la Consulta delle aggregazioni laicali.

Non sono da escludere, anzi da incoraggiare, alcune progettualità, in particolare in ordine a una pastorale diocesana più articolata e in dialogo con il territorio. La modalità di presenza della Chiesa nel territorio, oggi sempre più rilevante per l'agire e la corresponsabilità pastorale, coinvolge anche i Vicariati, che sono nati in altri tempi, e ora hanno bisogno di essere rivisti e rilanciati perché siano funzionali alle nuove esigenze pastorali. Ora è possibile ridefinire in modo più chiaro e tempestivo la funzione di un Vicariato: luogo di fraternità sacerdotale, ma più ancora strumento di comunione tra le comunità parrocchiali e le altre realtà ecclesiali presenti sul territorio. La parrocchia, in particolare la parrocchia in contesto urbano, non è un'isola felice per cui "tutto dentro la parrocchia, niente sopra la parrocchia, niente fuori della parrocchia". Sono noti i limiti oggettivi della parrocchia nel nuovo contesto civile, caratterizzato dalla dislocazione degli spazi esistenziali e in genere dalla facile mobilità locale circa lo studio, il lavoro, il tempo libero e la festa, perfino la malattia e la morte.

La collaborazione tra parrocchie di uno stesso Vicariato, e quindi la considerazione degli aspetti di vita civile che su scala cittadina o comunale trovano la loro espressione, consentirà di perseguire in forme più consapevoli, assidue e pensate le stesse iniziative missionarie sul territorio: iniziative di pastorale giovanile, scolastica; un più deliberato accostamento delle persone abitualmente lontane dalla pratica ecclesiastica del cristianesimo e sotto il profilo religioso più esposte ai messaggi confusi della cosiddetta "nuova religiosità" (New Age); la promozione di forme e di luoghi di dialogo e di pace con altre confessioni di fede, con le altre religioni, con gli stessi non credenti. Soltanto con riferimento a un raggio di orizzonte più ampio quale il territorio, è possibile pensare a una programmazione pastorale più attenta allo spazio effettivo di vita dei cittadini. I Vicariati non devono perciò essere troppo piccoli, perché questa funzione è passata alle unità pastorali, né troppo mastodontici, perché diventerebbero puramente formali e sterili. E anche le stesse unità pastorali andrebbero ripensate più in rapporto al territorio, perché non si riducano alla pur ovvia necessità di unire due parrocchie vicine semplicemente perché è venuto a mancare il parroco di una. Quanto basta per dire: "Giubileo sì, ma non solo Giubileo".


Conclusione
Conviene ritornare sullo spirito con cui abbiamo iniziato questa lettera pastorale: lo spirito di fiducia in Dio e nelle persone che compongono il popolo di Dio, suggerito dal Salmo 131.Pur comportando anche "diverse cose da fare", una lettera pastorale ha come obiettivo primario quello di intensificare, migliorare, correggere nel caso la comunione tra le persone.

"Prima della comunità vengono le persone: si trova il bene della comunità, se anzitutto si cerca e si persegue il bene delle persone che la compongono. Vi è invece il pericolo di preoccuparsi che la parrocchia sia efficiente, che il gruppo sia bene organizzato, che l'istituto sia pienamente adeguato alle sue opere, a scapito dell'attenzione alle persone... La comunità così rischia di trasformarsi in un'impresa: i superiori prendono l'aspetto di capi del personale, i sudditi innanzitutto vengono valutati per la loro capacità produttiva. Non è questo il senso della comunità evangelica, nella quale al contrario le energie migliori vanno spese non nell'approntamento dei quadri dirigenti e di quelli esecutivi, ma nella comprensione, nell'accoglimento, nella promozione umana e cristiana delle persone" (G. MOIOLI, Temi cristiani maggiori, Milano 1992, p. 41).

Affidiamo a Maria, la Madre che ha saputo conservare tutte queste cose meditandole nel suo cuore, ai Santi Patroni di questa nostra Chiesa San Prospero e San Francesco, a coloro che come Abramo hanno imparato a uscire dalla terra di esilio, a sognare come Paolo a Corinto il popolo numeroso che il Signore ha riservato a coloro che lo servono, a diventare come discepoli del Vangelo sale della terra e luce sopra il tavolo per tutti quelli che sono nella casa, i propositi che questa lettera avrà saputo suscitare presso ogni coscienza credente.


Adriano Caprioli vescovo

Reggio Emilia, 8 settembre 1999
Natività della B. Vergine Maria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LINEE OPERATIVE PER LA CELEBRAZIONE DIOCESANA DEL GIUBILEO

 

Si troveranno qui alcune considerazioni operative, derivate dalle precedenti riflessioni e raccolte negli incontri di Vicariato, per la vita delle nostre comunità nell'anno giubilare.

Preme innanzitutto sottolineare che la "prova di registrazione" consiste nel convergere concordi sulle proposte diocesane, ciascuno contribuendo con l'apporto del proprio specifico. Non tutti devono fare tutto; non intendiamo moltiplicare le iniziative, ma educarci al discernimento (ci sono proposte che riguardano la diocesi, altre le parrocchie, altre gli organismi diocesani), in vista di una pastorale di vera comunione missionaria, in obbedienza al Signore Gesù (cf. Gv 17,21-22).

Facciamo pure attenzione affinché le iniziative suggerite non siano compiute con lo spirito dell'attivismo. Le scelte, qui avanzate, hanno lo scopo di farci ritornare alla fede e alla testimonianza, di aiutarci a ritrovare le radici del nostro essere Chiesa, di darci il coraggio per affrontare alcuni nodi della pastorale e ripartire quindi dal primato della evangelizzazione.

Contro ogni tentazione di cadere nell'attivismo, occorre salvare a ogni costo, nella pastorale, il primato dello spirituale: prima di essere Chiesa che "fa" qualcosa, siamo Chiesa che loda Dio, ne riconosce il primato assoluto, sta davanti a lui in silenziosa adorazione.

Le indicazioni che seguono riguardano le scelte diocesane per il Giubileo; i documenti del Papa, in particolare la lettera Tertio millennio adveniente, la Bolla di indizione Incarnationis Mysterium e la lettera. Il pellegrinaggio ai luoghi legati alla storia della salvezza, rimangono i grandi testi di riferimento per aprirsi alla dimensione più propriamente "cattolica" del Giubileo del 2000.

 

PROPOSTE

I. Per camminare nella comunione

 

2. È tempo per riflettere

Questo comporta:

 

3. È tempo di conversione

La conversione è uno degli obiettivi primari del Giubileo. Le iniziative proposte al riguardo, in diocesi, sono:

 

4. È tempo di disponibilità

L'anno di grazia, che deve ispirarsi a Luca 4,16-19, deve essere una occasione per riscoprire il mandato, il ruolo e la corresponsabilità dei laici, il valore e il ruolo del ministero ordinato. Alcune priorità in merito sono:

 

5. È ancora tempo della carità

Alcuni segni e obiettivi:

 

6. È tempo per progettare

In particolare sarà necessario impegnarci su alcune urgenze:

 

7. È tempo di prossimità e ospitalità

Vorremmo che l'annuncio di questo Anno di grazia arrivasse a ogni famiglia, e la grazia del Signore entrasse in ogni casa. Il Vescovo chiede di entrare per primo in ogni famiglia. Lo farà con una lettera che cordialmente intende far recapitare a ognuna di loro, porta a porta, tramite la propria parrocchia. Il momento più opportuno è l'Avvento, tempo di vigilia e di preparazione immediata all'Anno santo, che sarà aperto in Cattedrale nel giorno di Natale. Seguirà poi la visita del Parroco, nei tempi e nei modi soliti per la benedizione alle case. Anche questa sarà una visita del Signore per impetrare il dono della pace e del suo Spirito. L'Ufficio diocesano per la Pastorale giovanile, insieme con l'Azione Cattolica giovani, sono impegnati a promuovere le diverse iniziative legate alla celebrazione della 15a Giornata mondiale della gioventù: anch'esse ci permetteranno di vivere l'esperienza dell'accoglienza, di inserirci nell'itinerario Giubilare di tutta la Chiesa, di offrire a tutti i giovani il dono di Gesù, unico Salvatore, e la parola del Vangelo come ragione di vita e fondamento di speranza.

 

8. Chiese diocesane per il Giubileo e la riconciliazione

Chiese e Santuari dove per tutto l'Anno santo è possibile lucrare l'indulgenza del Giubileo e accostarsi al sacramento della riconciliazione:

b) Chiese e Santuari disponibili alla riconciliazione per tutto l'Anno Giubilare, dove è possibile l'acquisto della indulgenza giubilare solo partecipando a momenti liturgici o pellegrinaggi particolari:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CALENDARIO DIOCESANO DELL'ANNO PASTORALE E GIUBILARE 1999-2000

 

Vengono indicate di seguito le date più importanti del calendario pastorale diocesano dell'Anno giubilare: è anche questo uno strumento Per favorire una pastorale di comunione sempre più intensa. Sono indicati gli appuntamenti diocesani più importanti già definiti al momento in cui va in stampa la Lettera pastorale, in rapporto con le principali celebrazioni dell'anno liturgico e con il Calendario dell Anno santo (al quale ci si rapporterà per le celebrazioni romane e i diversi "Giubilei di categoria ").

 

SETTEMBRE 1999
8, merc., FESTA DELLA NATIVITÀ DELLA B. V. MARIA
Inizio del nuovo anno pastorale

 

OTTOBRE 1999
3, dom. XXVII del T. 0.
Reggio Em., mattina: Assemblea diocesana di A. C.
pom.: pellegrinaggio famiglie e adulti alla B. V della Ghiara

4,
lun. FESTA DI S. FRANCESCO D'Assisi
Guastalla, ore
2 1: Eucaristia presieduta dal Vescovo

10,
dom. XXVIII del T. 0.
Giornata diocesana catechisti ed educatori; "mandato " diocesano

23, sab.: Veglia missionaria diocesana

24,
dom. XXX del T. 0. - GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE
Cattedrale di Reggio Em., ore
10.30: Eucaristia presieduta dal Vescovo in onore dei SS. Grisanto e Daria

25,
lun.: FESTA DEI SS. GRiSANTO E DARIA

 

NOVEMBRE 1999
1, lun.: TUTTI I SANTI

18, gio.: DEDICAZIONE DELLA CATTEDRALE

21, dom.: N. S. GESÙ CRISTO, RE DELL'UNIVERSO

24, merc.: FESTA DI S. PROSPERO Reggio Em., Basilica di S. Prospero, ore 11: Eucaristia presieduta dal Vescovo

28,
dom.: 1 dom. di Avvento, inizio del nuovo anno liturgico

 

DICEMBRE 1999
24, ven.: NATALE DEL SIGNORE
Roma, Basilica di
S. Pietro, Messa della notte: apertura della Porta santa e inizio del Giubileo

25,
sab.: NATALE DEL SIGNORE
Cattedrale di Reggio Em., ore
10.30: Eucaristia presieduta dal Vescovo, apertura del Giubileo in Diocesi

26, dom.:
FESTA DELLA S. FAMIGLIA
Reggio Em., Celebrazione giubilare per i carcerati

29, merc.
La diocesi prega in comunione con le Clarisse Cappuccine di Correeggio

31, ven. Cattedrale di Reggio Em., ore 18.30: Eucaristia e Te Deum presieduti dal Vescovo sera: Veglia per la pace e preghiera in preparazione al 2000

 

GENNAIO 2000
1, sab.: MARIA SS.MA MADRE DI DIO
La diocesi prega in comunione con le Mantellate Serve di Maria di Montecchio

5, merc.
La diocesi prega in comunione con le Carmelitane di Montegibbio

6, gio.:
EPIFANIA DEL SIGNORE
Celebrazione missionaria per i bambini

9, dom.:
FESTA DEL BAITESIMO DEL SIGNORE Cattedrale di Reggio Em., pomeriggio:
il Vescovo presiede la celebrazione del "Rito dell'elezione" dei catecumeni e incontra i cresimandi adulti

18-25:
SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI

29, sab.
Giornata di spiritualità per le persone impegnate in politica

 

FEBBRAIO 2000
da febbraio a giugno: pellegrinaggi vicariali alla Cattedrale

2, merc.:
FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
Giubileo della vita consacrata

7, lun.: B.
VERGINE DELLA PORTA
Festa del "I miracolo"

11, ven.:
GIORNATA DEL MALATO
Cattedrale di Reggio Em., ore 18.30: Giubileo degli Operatori sa
nitarì

13, dom. VI del T 0.
Nelle parrocchie: giornata di preghiera e sensibilizzazione per i malati

20, dom. VII del T 0.
Concattedrale di Guastalla: Solennità della Dedicazione

 

MARZO 2000
8, merc.: LE CENERI
Cattedrale di Reggio Em.: Processione penitenziale, imposizione delle Ceneri e confessioni

24, ven.: Celebrazione diocesana in memoria dei martiri missionari

25, sab.:
ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

26, dom. 111 di Quaresima
Giornata missionaria diocesana

 

APRILE 2000
9-16: Settimana del perdono

16,
DOMENICA DELLE PALME

20,
GIOVEDÌ SANTO
Cattedrale di Reggio Em., ore 9.15: S. Messa Crismale
S. Messa "in Cena Domini"

21,
VENERDÌ SANTO
Commemorazione della Passione del Signore

 

22, SABATO SANTO
Veglia Pasquale - Celebrazione dell'iniziazione cristiana degli adulti

23,
DOMENICA DI PASQUA - RISURREZIONE DEL SIGNORE

29, sab.
Reggio Em., B. V. della Ghiara, Commemorazione del "I miracolo"

 

MAGGIO 2000
9-10-11 : La croce della "Giornata mondiale della gioventù" in Diocesi

14, dom. IV di Pasqua - Giornata mondiale di preghiera per le Vocazioni
Cattedrale di Reggio Em.: Ordinazioni diaconali

28, dom. VI di Pasqua - Giornata diocesana del Malato
Reggio Em., Basilica della Chiara: Eucaristia presieduta dal Vesco
vo con gli ammalati

 

GIUGNO 2000
4, dom.: ASCENSIONE DEL SIGNORE

10, sab., Vigilia di Pentecoste
Cattedrale di Reggio Em.: Ordinazioni presbiterali

11, dom.:
PENTECOSTE
Giornata di preghiera per la collaborazione fra le diverse religioni

18, dom.:
SS.MA TRINITÀ

25, dom.:
SS.MO CORPO E SANGUE DI CRISTO

 

AGOSTO 2000
8-14: in diocesi, accoglienza dei giovani pellegrini

15-20 : a Roma, XV
GIORNATE MONDIALI DELLA GIOVENTÙ

 

SETTEMBRE 2000
8, ven.: FESTA DELLA NATIVITÀ DELLA B. V. MARIA
Inizio del nuovo anno pastorale

 

OTTOBRE 2000
8, dom.
Giornata diocesana catechisti ed educatorì, "mandato" diocesano

22, dom.:
GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE

25,
merc.: SS. GRISANTO E DARIA
Festa di "tutti i santi" della Chiesa reggiano-guastallese

31,
mar.: "Sacra rappresentazione" nella memoria dei santi reggiani

 

NOVEMBRE 2000
1, merc.: TUTTI I SANTI
4, sab., memoria di S. Carlo Borromeo Concattedrale di Guastalla: S. Messa in rito ambrosiano, presieduta dal Vescovo

18,
sab.: DEDICAZIONE DELLA CATTEDRALE

19, doni. XXXIII del T. 0.
Celebrazione diocesana giubilare dei lavoratori dei campi

24, ven.: FESTA DI S. PROSPERO Reggio Em., Basilica di S. Prospero, ore 11: Eucaristia presieduta dal Vescovo

26,
dom. N. S. GESÙ CRISTO, RE DELL'UNIVERSO

 

DICEMBRE 2000
3,
doni. 1 di Avvento, inizio del nuovo anno liturgico

8, ven.: IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA
Reggio Em., B. V
. della Ghiara: Vespri solenni

25,
lun.: NATALE DEL SIGNORE

31, doni.: FESTA DELLA S. FAMIGLIA Cattedrale di Reggio Em., ore 18.30: Eucaristia e Te Deum presieduti dal Vescovo
sera: Veglia per la pace e preghiera per il passaggio al nuovo millennio

 

GENNAIO 2001
1,
lun.: MARIA SS.MA MADRE DI DIO

5,
gio.: Vigilia della Solennità dell'Epifania
Reggio Em.:
Vespri solenni e chiusura del Giubileo in diocesi

6,
ven.: EPIFANIA DEL SIGNORE
a Roma,
chiusura della Porta Santa e del Giubileo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HO UNA COSA DA DIRVI

Lettera alle famiglie per il Giubileo del 2000

 

 

"QUALCUNO HA BUSSATO alla porta", grida il fratello maggiore, senza staccare lo sguardo dal televisore.

"Chi è?", chiede il più piccolo avvicinandosi alla porta... "Mamma, ha detto che è il vescovo!", spiega, correndo in cucina dalla mamma. "Mamma, ma chi è il vescovo?".

Permettete allora che mi presenti. lo, il vescovo Adriano, ho pensato bene di bussare al vostro cuore. Sarebbe bello bussare alla porta di casa vostra, ma non credo che ce la farei ad arrivare in tutte le case. Ho pensato perciò di farvi visita inviando qualcuno - il vicino di casa, un parrocchiano, magari lo stesso vostro parroco - a portarvi questa mia lettera. Non ho voluto né spedirla per posta, né farvela avere alla chetichella nella vostra buca delle lettere.

Perché? Perché si tratta di una lettera di quelle che si scrivono rare volte in vita. Ma prima di dirvi di che cosa si tratta, permettete che finisca di presentarmi fino in fondo. Anche se un vescovo è pur sempre un personaggio noto - e magari vi sarà capitato di vedermi in televisione o di incontrarmi in qualche visita alla vostra parrocchia - un vescovo in casa non è avvenimento di tutti i giorni.

Prima di essere mandato come vescovo qui a Reggio Emilia-Guastalla, ero parroco in una grossa cittadina del milanese, Legnano. Prima di Natale, come prevedeva la tradizione ambrosiana, ero abituato a girare per le case della parrocchia per la visita alle famiglie e la benedizione natalizia. Era un correre faticoso per arrivare in tempo a rispondere a tutte le attese, ma era anche l'esperienza che più mi metteva in contatto con la realtà della mia gente e la vita quotidiana della famiglia.

Le famiglie della mia parrocchia, con una popolazione di tredicimila abitanti, erano più di cinquemila, nelle situazioni più diverse: alcune arrivate da poco in città in cerca di lavoro, altre perché non avevano trovato casa nella vicina metropoli milanese e poi perché la vita là era troppo costosa e la città invivibile. Altre erano residenti da più generazioni, alcune ancora in qualche vecchio cortile dove tutto era in comune. Molti gli anziani e in crescita le persone sole in grandi condomini, aperti sul mondo solo attraverso l'antenna del televisore.

Oggi entrare in una casa sta diventando una cosa sempre più difficile. Non solo le porte assomigliano più a quelle di una camera blindata, ma il cuore di chi la abita esperimenta sempre più la paura, la diffidenza e il sospetto ad aprire. Vedo però che la vostra porta si è aperta e avete accolto i miei messaggeri. Vi ringrazio della cortesia e della fiducia che mi fa sentire subito a mio agio, come una persona di casa che vuole conoscere, ascoltare e dialogare con voi. Sì, perché "ho una cosa da dirvi" (cf Luca 7,40). Ma prima ascoltiamo insieme alcune conversazioni... in famiglia!

 

 

UN LUNEDI' SERA COME TANTI ALTRI

Un appartamento, uno dei tanti di un palazzo condominiale: Carla, la madre; Franco, il padre (e sua madre Antonietta, la nonna), Luca, un figlio universitario, fidanzato a una ragazza "di chiesa". Dalla TV arrivano notizie sui cantieri romani per il Giubileo: il Sindaco assicura che i lavori saranno terminati in tempo...

FRANCO - Giubileo! Altri soldi sbattuti via! Strade, chiese, alberghi: bel giro d'affari ha messo in piedi il Polacco!

ANTONIETTA - Un po' di rispetto, prego! Queste cose non le dicevi da ragazzo!

FRANCO - Mamma, sono cresciuto: ho aperto gli occhi.

CARLA - E lo Stato che gli va dietro! Invece di pensare alla scuola e alle pensioni, dà i soldi ai preti! Andiam proprio bene!

LUCA - Se non altro fanno dei lavori, che non avrebbero fatto senza Giubileo!

CARLA - (campanello) Han suonato! Va' a vedere!

LUCA - Dev'essere Gio'! lo esco! Torno più tardi!

CARLA - A che ora? Sai che stiamo in pensiero...

FRANCO - E falla salire un attimo! Non te la mangiamo! (alla madre) Con tutte le ragazze che ci sono in giro, tuo figlio va a pigliarsi una "chiesaiuola"!

CARLA - Al cuore non si comanda!

ANTONIETTA - (tra sé) Almeno lui si salva!

GIO' - Buona sera!

FRANCO - Ciao, Gio'! Siedi!

LUCA - Papà, gli amici ci aspettano.

FRANCO - Non sarà per cinque minuti! Volevo chiedere alla tua ragazza qualcosa su questa invenzione del Giubileo che il Papa ha fatto per tirar fuori i soldi dalle tasche a noi italiani. Per la verità, io non gliene ho dati, neppure con l'8 per mille...

GIO' - I soldi non sono solo degli italiani: sono arrivate offerte da tutte le parti del mondo! Le dirò di più: i vescovi italiani come gli altri vescovi dei paesi ricchi si sono impegnati con le loro comunità a contribuire per pagare il debito che i paesi poveri hanno nei confronti del mondo occidentale: ha assunto proporzioni tali da renderne praticamente impossibile il pagamento.

FRANCO - Ciò non toglie che buona parte vada in strade, alberghi, viaggi e restauri di chiese: una bella torta per chi lavora nel turismo e nell'edilizia.

LUCA - Papà, fai sempre questione di soldi! Almeno questi danno lavoro a tanti... E poi se molta gente

viene in Italia, è giusto che la trovino ordinata, con il suo patrimonio artistico unico al mondo... In troppi la conoscono solo come patria dei mandolini, degli spaghetti! e della mafia!

CARLA - A dire il vero, l'altra sera a me è piaciuta molto la trasmissione sulla Basilica di San Pietro rimessa a nuovo. È piaciuta anche a te, vecchio brontolone.

ANTONIETTA - Meno male che qualcosa piace anche a voi!

MANCO - Il bello è bello, mamma, ma potevano almeno risparmiare sui fuochi d'artificio. Con tutti i barboni che ci sono a Roma. Seimila, hanno detto i giornali! Pensa quante pizze e pastasciutte potevano mangiare!

GIO' lo non so cosa dire sui soldi... È vero che noi cristiani dovremmo essere coerenti; ma, se permette, vorrei correggere una sua affermazione di prima: il Giubileo non l'ha inventato Giovanni Paolo II.

CARLA - Questo lo so anch'io - lui dorme sempre davanti alla televisione quando ci sono programmi culturali! - il Giubileo è una tradizione medievale!

GIO' - Prima ancora, signora! Avevano cominciato gli ebrei!

FRANCO - Quelli c'entrano sempre!

LUCA - Papà, non fare il razzista!

FRANCO Che razzista! Li conosco bene io, li stimo gli ebrei io! Sono stato ad Auschwitz e so cosa hanno sofferto nella storia, anche dall'Inquisizione!

ANTONIETTA - (tra sé) Appena può, dà la botta! Ignorante, non sa che il Papa ha chiesto perdono...

GIO' - Gli Ebrei, ogni sei anni, avevano un anno sacro, detto sabbatico, in cui riposavano dai lavori manuali, liberavano gli schiavi e venivano condonati i debiti. Ogni sette anni sabbatici, festeggiavano l'anno giubilare...

FRANCO - Ti hanno indottrinata bene i tuoi preti!

CARLA - Questa è cultura! Lasciala parlare!

LUCA - lo vorrei andare! Se volete proprio sapere tutto, prendetevi un libro dalle Paoline, ma...

GIO' - Un attimo, vorrei dire ai tuoi come i papi hanno inteso il Giubileo cristiano: un anno di grazia, un anno cioè nel quale la gente si fa più umile, perché si rende conto dei suoi peccati; il mondo è chiamato ad aprire di più gli occhi su chi sta male; ci si sente incoraggiati perché siamo tutti chiamati a ricevere il perdono e a capire, a perdonare e stimare gli altri. È Giubileo del 2000, perché duemila anni fa è nato Gesù Cristo. È Gesù Cristo il cuore del Giubileo!

FRANCO - Altra bella invenzione dei preti!

ANTONIETTA - (sempre da sé) Perdonalo, Signore, ogni tanto straparla!

Gio' - Non credo che i preti abbiano una fantasia così grande da inventare un Dio che nasce da donna, che nasce povero e vive da emigrante, da operaio, che muore e risorge, un Dio che mentre è in croce, perdona chi lo sta uccidendo! Quando gli uomini hanno inventato un Dio, lo hanno fatto a loro misura: il dio della guerra, dei ladri, che ruba le donne agli uomini...

LUCA - (che ha fretta di uscire con la sua ragazza) Bene! Adesso gli hai detto tutto! Possiamo andarcene, tanto non serve a niente! Lui non vuole fare la fatica di ricercare la verità.

FRANCO - Perché, tu la stai facendo?

LUCA - Sto tentando di capire perché lei ci crede. Se devo vivere una vita insieme...

CARLA - Fai bene a tentare di capire, anche se io non condivido le idee della Gio': perdonare mi è difficile, ma anche chiedere perdono. '

FRANCO - Me ne sono accorto!

GIO' - Il perdono è di Dio, grande perché ha creato il mondo, ma più grande perché perdona sempre, dimentica e non rinfaccia mai.

FRANCO - Mah? A me sembra un discorso di donne, il tuo!

GIO' - Il Giubileo è chiamato anno santo, perché è anno di liberazione dal peccato, di perdono, che passa anche attraverso le indulgenze!

FRANCO - Alt, ci siamo! Le indulgenze! Non dormivo alla televisione quando ne hanno parlato: basta una sigaretta non fumata per guadagnarsi il paradiso. lo non fumo, come posso fare?

LUCA - Papà, non fare lo spiritoso. Andiamo Gio', il discorso sta scadendo!

GIO' - Non è come la pensa lei o tanti altri: che basta un piccolo sacrificio o un'offerta per scontare i peccati. Il perdono e la riconciliazione non sono un'operazione di banca. E poi...

LUCA - Non puoi rimandare a domani la lezione?

GIO' - Ma io volevo aggiungere...

LUCA - (campanello) Hanno suonato! Ci chiamano! Io vado a vedere! Ti aspetto giù!

GIO' - ... volevo aggiungere il Giubileo non è solo l'indulgenza. Io preferisco pensare al Giubileo come pellegrinaggio: al pellegrino che si mette in viaggio perché cerca qualcosa che gli manca, e la cerca anche a costo di lasciare casa e comodità. Il pellegrino cerca Dio, perché sente che è un bene sempre da scoprire... E mentre cammina si accorge cosa significa vivere fuori casa, avere la famiglia lontana, avere bisogno degli altri, adattarsi ad espedienti... Altro che turismo alle Maldive o Roma "by night"!

FRANCO - Si vede che studi legge: non ti mancano le parole. Ma io non ho bisogno di Dio e tanto meno di queste cose. Abbiamo già provato prima di voi cosa significa lavorare arrostiti sotto il sole, arrivare a casa stanchi con uno stipendio da fame. Vi abbiamo fatto studiare perché non cí siamo goduti niente... Per fortuna la morte mette pari tutti.

GIO' - lo prego perché la vita vinca la morte, come ha fatto con il Signore Gesù. Per Natale, inizio dell'anno santo, le regalerò il Vangelo, perché vorrei che anche il mio "futuro suocero" possa sperare con me. Buona sera, arrivederci! Si ricordi che il Giubileo è per tutti, anche per lei!

CARLA - Però, ti ha messo a tacere!

FRANCO - A tacere no... beh, insomma! Certo che... forse accetterò il suo regalo. Un dubbio tuttavia me l'ha tolto: in quella casa certamente non comanderà tuo figlio!

 

 

UNA DOMENICA DEL 1999

Domenica, dopo la Messa della parrocchia: tutti lì davanti alla chiesa, come al solito: papà Antonio a organizzare il pomeriggio, la moglie Paola a concordare gli incontri in parrocchia, Giacomo (il figlio più piccolo) in edicola ad acquistare i suoi giornali preferiti, mentre Elena, ormai adolescente, programmava l'uscita pomeridiana con le amiche. Poi, non senza sforzo, si erano ritrovati a casa per il pranzo. Sentivano la mancanza di Barbara, la figlia più grande: sposata da qualche mese, abitava orinai in un'altra parrocchia...

MAMMA - È pronto, andiamo a tavola! Avanti, Giacomo, spegni il televisore, lavati le mani e mettiti a tavola.

GIACOMO - Oggi era piena di gente la chiesa, vero?

PAPA - Sì, e voi ragazzi siete stati tutti il tempo distratti. Andate in parrocchia tutti i giorni e poi state a Messa come foste allo stadio.

GIACOMO - Dài, papà, non brontolare! Non è detto che non siamo stati attenti a quello che diceva il don.

PAPA - Ah, sì? E allora vediamo se ti ricordi qualcosa della sua predica.

GIACOMO - Ha detto che da oggi è aperto l'Oratorio, che i ragazzi ci potranno andare anche tre pomeriggi alla settimana...

PAPA - Ma questi sono gli avvisi, Giacomo: io dicevo... qualcosa detto prima, dopo il vangelo, ricordi?

ELENA - Sì, ha parlato del Giubileo del 2000: anno del perdono. Dio Padre ama i perduti.

MAMMA - Dio ama tutti, non solo i perduti. Non essere di parte.

PAPA - Certo è sconvolgente un Dio che si è fatto uomo, che ci ama anche se siamo peccatori e ci attrae nell'abbraccio della croce, per presentarci al Padre.

GIACOMO - Papà, non farci un'altra predica... Parli più difficile del don. L'ho sentito anch'io che parlava del Giubileo, di Roma, del Vescovo che ha scritto una specie di lettera e della diligenza...

ELENA - Ma che diligenza, "indulgenza", si dice.

MAMMA - E allora sentiamo cos'è l'indulgenza, signorina catechista.

ELENA - È una specie di sconto, di offerta speciale, tipo quelle che fanno ai supermercati.

PAPA - Ma cosa dici? L'indulgenza equivale a togliere quei giorni di lontananza dal Signore, che accumuliamo a causa dei nostri peccati.

ELENA - Ma scusate: quando ci confessiamo, Dio non ci perdona del tutto?

PAPA - Ti faccio un esempio: quando tu o tuo fratello rompete un piatto in casa, noi vi perdoniamo, ma il piatto rimane rotto: c'è un danno che rimane, e che va riparato. Quando facciamo un peccato, creiamo un danno, a noi e anche agli altri. L'assoluzione ci dà il perdono di Dio, e la penitenza ci aiuta a "riparare" il danno e a fare in modo di non fame altri...

ELENA - E cosa c'entra l'indulgenza?

PAPA - Sostituisce la penitenza: per esempio, io non ti faccio pagare il piatto rotto, ma ti chiedo di aiutare a rimettere in ordine in cucina... e così impari anche a stare più attenta alle cose. L'indulgenza è un po' così: "sconta" la penitenza, ma per farci conoscere ancora di più Dio e il suo amore e vivere sul serio la vita cristiana...

GIACOMO - Sì, va bene, ma a parte questa cosa dell'indulgenza il don ha parlato anche del 2000, del Giubileo, che bisogna aspettare l'avvento della rivelazione... Ma non è un po' presto, per Natale?

MAMMA - Ma no, Giacomo, voleva dire avvento come tempo di attesa: tutta la Chiesa sta aspettando il Giubileo, per riscoprire Gesù, per metterlo al centro della nostra vita, per conoscerlo, amarlo, innamorarsi di Lui...

GIACOMO - Come Elena con Marco?

ELENA - Piantala, Giacomo ...

GIACOMO - No, ma se è così, non è mica una cosa da poco...

PAPA - Hai ragione: conoscere Gesù, convertirsi a lui, non è facile. Durante il Giubileo possiamo incominciare con qualche gesto piccolo, ma concreto. io e la mamma abbiamo pensato di renderci disponibili per accogliere i pellegrini che passeranno nella nostra città.

GIACOMO - Tutti?

PAPA - Ma no! Possiamo accoglierne qualcuno, offrire da mangiare, da dormire per qualche giorno.

GIACOMO - E se ne arrivano tanti?

PAPA - Chiederemo a qualche amico di fare altrettanto; e poi potremo usare anche la casa della nonna, che da quando è morta è rimasta vuota.

ELENA - Quella sarebbe anche ora di, affittarla a qualcuno che è senza casa, magari non gratis, ma neanche con un affitto esagerato. Sai quanta gente c'è che cerca casa?

PAPA - Questa sì che è una buona idea: brava Elena! Passato il Giubileo potremmo proprio fare così.

MAMMA - A proposito di pellegrini, che ne dite se il prossimo anno si va tutti a Roma?

GIACOMO - Sì, dài: non ci sono mai stato, a Roma!

MAMMA - Ma a Roma ci si va a fare i pellegrini, mica i turisti. Ci pensa già la televisione a parlare del Giubileo come spettacolo, delle orde di turisti, dei cantieri... L'ha detto anche il don, no?, che anche se si fa un pellegrinaggio parrocchiale, il vero pellegrinaggio è quello del cuore, per riscoprire la nostra fede, per essere cristiani un po' più sul serio...

GIACOMO - Ma allora, a Roma, ci si va, o no? Mi piacerebbe vedere il Papa...

PAPA - Sì, ci possiamo andare: ma non è indispensabile, per vivere il Giubileo: Dio lo incontriamo anche qui, possiamo ascoltarlo anche qui, e provare a cambiare un po' la nostra vita. Tutti i giorni dell'anno santo sono buoni per migliorare: e il Giubileo c'è per tutti, anche per quelli che Roma non vogliono o non possono andarci. E poi, il festeggiato non è mica il Papa: lui stesso ce l'ha ricordato: è Gesù Cristo il festeggiato, è il suo duemillesimo compleanno...

ELENA - E come si fa a farlo sapere a tutti, anche a quelli che pensano che il Giubileo sia solo far dei cantieri a Roma, o anche a quelli che proprio non se ne interessano? Bisognerebbe parlarne in TV, per radio...

MAMMA - Il vescovo, per farlo sapere, ha scelto un altro modo: ha scritto "una specie di lettera", come diceva Giacomo, a tutti, per invitare tutti a celebrare il Giubileo...

GIACOMO - E arriverà anche a noi?

MAMMA - È già arrivata: ce n'è un pacco intero, di là, ce l'ha fatto avere il don... Perché il vescovo ha chiesto a tutte le famiglie delle parrocchie di fare i "postini", e di portare a tutti questa lettera. Tocca anche a noi portarle, a cominciare dal nostro condominio.

GIACOMO - E al don, chi gliela porta? L' arcangelo Gabriele?

ELENA - Come sei spiritoso... Magari lui la sta già portando agli ammalati, alle persone sole... Toccherebbe a noi!

PAPA - Intanto incominciamo da casa nostra: ce la leggiamo bene, e poi via! Portineria e piano terra, ci pensa la mamma, io salgo al primo e al secondo piano, e voi al terzo e al quarto... Un tocco al campanello, un bel sorriso e: "Buona sera, sono qui a nome del Vescovo... Ho una lettera sua personale: posta prioritaria, raccomandata a mano... per lei e la sua famiglia".

ELENA - E se chiedono spiegazioni?

MAMMA - Gliele daremo.

ELENA - Di questo passo, non finiremo più...

PAPA - Chissà? Forse è un'idea che lascerà il tempo che trova... o forse sarà una ventata d'aria nuova per il condominio: aria di Vangelo: certamente non farà del male a nessuno.

 

 

QUELSABATO A NAZARET

La sera di un sabato, qualche tempo prima dell'anno 30 dell'era cristiana, in una casa di Nazaret: Jacob, il padre; Esther, la madre; e i figli, Benjamin e Judit.

BENJAMIN - E volevate ucciderlo, buttarlo giù dal precipizio?

JACOB - lo no, non l'ho neppure toccato; ma gli altri erano fuori di sé: gli sono saltati addosso e l'hanno trascinato via gridando...

JUDIT - Come ha fatto a scappare?

JACOB - Non lo so. Erano quasi arrivati in cima allo strapiombo, io ero rimasto indietro e non ho capito bene cosa stesse avvenendo. L'ho visto passare in mezzo a loro e andarsene per la sua strada, senza che nessuno osasse fermarlo...

JUDIT - Ma cosa ha fatto per trattarlo così? Padre, racconta. In paese non si parla d'altro, ma a noi piccoli nessuno dice niente... Neppure la madre ce ne vuol parlare.

BENJAMIN L'abbiamo chiesto ai cugini, i figli dello zio Eleazar, ma lo zio non è andato alla preghiera, costretto a letto da forti febbri. Cosa è successo?

JACOB - È tardi adesso, si è fatto buio, dobbiamo chiudere la casa e prepararci per la notte.

JUDIT - Sii buono, padre, parlaci di Gesù e di quello che è accaduto questa mattina...

JACOB - Nulla di strano... o, almeno, era incominciato tutto come ogni altro sabato: eravamo in sinagoga, seduti nei nostri seggi, mentre le donne erano nello spazio riservato a loro. è venuto Gesù, come faceva sempre, anzi come aveva fatto sempre, perché da qualche mese non lo si vedeva più in paese...

ESTHER - Dicono d'averlo visto dalle parti di Cafarnao e che abbia passato qualche mese da solo nel deserto...

JACOB - Questa mattina c'era, anzi si era alzato per leggere, dopo le pagine della nostra santa Legge, il testo del Profeta... Non so se abbia letto il testo previsto per oggi o se ha cercato volutamente un altro passo delle Scritture. Ad ogni modo ha proclamato a viva voce quelle frasi di Isaia, che si trovano verso la fine del libro: "Lo spirito del Signore è su di me...

JUDIT - ... perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione, mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati...

BENJAMIN - ... a proclamare la liberazione degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta del nostro Dio"

JACOB - E voi come lo sapete?

JUDIT - Ce l'ha fatto imparare a memoria il maestro alcuni giorni fa a scuola.

JACOB - Bravi! Però sono sicuro che Gesù quell'ultima frase, che parla del "giorno di vendetta", non l'ha detta, tanto è vero che il vecchio Johanan, seduto vicino a me, ha borbottato perché la lettura era rimasta incompleta.

ESTHER - Secondo me l'ha fatto apposta. Questo uomo non parla dell'Altissimo - sia benedetto - come fan tutti.

JACOB - Eh già, voi donne, avete un occhio particolare per lui...

BENJAMIN - Padre, cosa intendeva il profeta per "anno di misericordia"?

JACOB - Alcuni dicono che sia l'anno dello yobel di cui parla la Torah: l'anno della liberazione degli schiavi, l'anno che deve essere considerato "santo"...

JUDIT - Come mai non ci avete mai parlato di quest'anno santo?

JACOB - Perché si celebra ogni cinquant'anni, anzi oggi non lo si celebra più, ormai siamo tutti degli schiavi, senza che nessuno venga a liberarci. Mio padre mi raccontava che il padre di suo padre, che visse all'epoca del sommo sacerdote Giovanni, gli aveva parlato di come i figli di Israele, dopo le persecuzioni, avevano celebrato l'anno dello yobel e l'anno sabbatico... Ad ogni modo sono cose che appartengono a un passato molto lontano.

ESTHER - È proprio questa la cosa strana... nella sinagoga, mentre parlava, si era creata un'atmosfera insolita, inusuale...

JUDIT - Continua, madre, te ne prego.

ESTHER - Mentre Gesù leggeva, il silenzio era più profondo del solito e quando si è seduto, nessuno fiatava. Anche gli uomini lo guardavano fisso, come se aspettassero qualcosa...

JACOB - Ci aspettavamo che commentasse la Scrittura, come vuole la Tradizione.

ESTHER - ... Era come se le parole del profeta, che anche i bimbi ripetono a memoria, le ascoltassimo per la prima volta.

JACOB - Quel suo commento ci ha messo tutti in agitazione!

BENJAMIN - Che cosa ha detto, padre?

JACOB - Non ha detto molto, solo con grande forza ha gridato: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura, che voi avete udita con i vostri orecchi".

JUDIT - Oggi si è adempiuta questa Scrittura... Si è adempiuta in Gesù?

ESTHER - Non lo so, figlia, non so cosa Gesù volesse dire...

JACOB - A me non sembra il profeta che attendiamo da sempre, il rabbi che possa cambiare qualcosa

ESTHER - Sei anche tu come gli altri. Mentre parlava, lo ascoltavate a bocca aperta, sembravate tutti pronti a seguirlo, ad alzarvi per diventare suoi discepoli... Poi, noi donne, vi abbiamo sentito mormorare sottovoce: "Chi è costui? Non è Gesù, il figlio di Giuseppe, l'artigiano? L'abbiamo visto per tanti anni in mezzo a noi e adesso cosa viene a raccontarci? Chi pretende di essere?" E se n'è accorto anche lui...

JACOB - Cosa ti aspettavi? Che gli credessimo sulla parola? Dicono che a Cafarnao abbia fatto opere straordinarie, abbia risanato paralitici, storpi, ciechi... Se è vero, perché non fa le stesse cose anche da noi? Gli avremmo creduto!

BENJAMIN - Padre, avrà avuto qualche motivo.

JACOB - Scuse, solo scuse! Ha citato - a sproposito, naturalmente - i testi sacri che parlano di Elia e Eliseo, affermando che i profeti non sono ben accolti nella loro patria. Non c'è da stupirsi che molti si siano arrabbiati: paragonarsi a un profeta e accusarci di rifiutare i profeti inviati dall'Altissimo!... E stato allora che gli sono saltati addosso; e l'hanno portato fuori, verso il precipizio, decisi a buttarlo giù...

ESTHER - ... e così avete cacciato via colui che veniva ad annunciare il giubileo, l'anno della misericordia, della liberazione, del perdono, della gioia...

JACOB - Cosa dici, donna? Quanti falsi profeti abbiamo visto in mezzo a noi! Quante promesse andate a vuoto! Quante speranze vane! Non ti ricordi di Teuda, di quell'altro galileo - mi pare si chiamasse Giuda - al tempo del censimento? Sembrava che volessero cambiare la nostra storia, e invece...

ESTHER - Ma Gesù ...

JACOB - Non è migliore degli altri. Perché proprio lui dovrebbe farci compiere un giubileo, che nella storia non siamo mai riusciti a celebrare sul serio? Perché nutrire speranze inutili, destinate a svanire nel nulla? Andiamo a dormire, via, si è fatto tardi, i nostri vicini hanno già spento le loro lampade.

Più tardi, mentre la luna sta illuminando le tenebre della notte.

JUDIT - Padre ...

JACOB - Che c'è ancora?

JUDIT - Mi è venuta in mente un'altra parola del profeta. Il maestro ce l'ha spiegata qualche giorno fa: "Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?"

BENJAMIN - Padre...

JACOB - Dormite, adesso.

 

 

"APRITE LA PORTA A CRISTO"

HO ASCOLTATO anch'io, con voi, le conversazioni che hanno impegnato tre diversi ambienti familiari. Una notizia come quella del Giubileo incontra le reazioni più diverse. Nessuna meraviglia! è una storia vecchia questa della diversità tra le famiglie, e magari tra le stesse persone di casa, soprattutto in campo religioso. Ed è anche il bello di una famiglia dove ancora si riesce a valorizzare le persone, senza paura delle loro differenze.

L'intento di questa mia lettera è precisamente quello di arrivare a tutte le famiglie e a tutte le persone, non solo quelle che frequentano la parrocchia e vanno ancora in chiesa, ma anche a quelle che vivono lontane dalla pratica religiosa e, forse, sono diventate indifferenti, anche se non ostili al messaggio religioso. Il Giubileo è avvenimento pubblico e la Chiesa non può certo ignorare che, a torto o a ragione, tutti ne parlino e se ne parli anche nella vostra famiglia.

Il desiderio però che più mi ha spinto a scrivervi questa lettera non è tanto di farvi giungere una mia opinione sul Giubileo e su altre cose di Chiesa, ma è innanzitutto quello di annunziarvi Gesù Cristo. "Guai a me se non predicassi il vangelo" (1 Corinti 9,16). Per questo il vangelo mi è stato posto in testa alla Ordinazione episcopale e al mio ingresso in diocesi mi sono impegnato "perché la Parola di Dio si diffonda per tutta la regione" (Atti 13,49).

Il Giubileo è infatti l'anniversario della nascita del Figlio di Dio in questo mondo; è il compleanno di Gesù; è l'invito a riconoscere il Signore Gesù come centro della propria vita e della storia. Forse, non c'è nella vostra casa chi, come nella sinagoga di Nazaret, arriva a rifiutarlo. Più spesso Gesù è ignorato. Capita alle volte di parlare con giovani che si preparano a sposarsi: interrogati sulla fede, parlano con nostalgia e anche con rimpianto degli anni in cui credevano e pregavano. Ma quel Signore a cui parlavano ora non lo trovano più. Il Signore di un tempo, degli anni dell'infanzia, della Prima Comunione e, ancora più avanti, degli anni dell'adolescenza, non c'è più. è sepolto nei ricordi, come agli occhi della Maddalena il mattino di Pasqua: "Hanno portato via il mio Signore, e non so dove lo hanno posto" (Giovanni 20,13). Ignorare Cristo è ignorare la vera ragione del Giubileo; sarebbe un fare festa dimenticandosi del festeggiato.

L'intento di questa lettera è inoltre quello di aprire un dialogo con voi, di tenere una porta aperta tra le case, di testimoniare il volto di una Chiesa vicina alla vita della gente. Sì, perché il Giubileo già dalle origini non è avvenimento estraneo alla vita di famiglia.

Non è un caso che Dio nel suo farsi vicino all'uomo abbia incominciato dalla famiglia, come ci richiama San Paolo: "Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna" (Galati 4,4). E c'è chi ha pensato di tradurre l'espressione con cui inizia il vangelo di Giovanni "Il Verbo si è fatto carne" (Giovanni 1,14), con "Il Verbo si è fatto famiglia".

Parlare dunque del Giubileo alle famiglie è anche un parlare del Giubileo della famiglia.

Ma, se parlare di Giubileo è motivo di gioia e di festa per la nascita del Figlio di Dio, quali motivi hanno oggi le nostre famiglie per rallegrarsi e fare festa? Che senso ha parlare di Giubileo alle famiglie, se appena appena si guarda alla realtà? Tutte le volte che si parla della famiglia c'è il rischio di abbandonarsi a toni celebrativi, alle belle parole. Belle, ma un po' irreali. La famiglia è il valore più alto... la famiglia è la scuola dell'amore... la famiglia è la cellula prima della società... Chi non ha sentito questi discorsi?

Il Vangelo, però, non autorizza questi discorsi "liricheggianti". Nel Vangelo si parla di famiglie con molto realismo. Ci sono famiglie per modo di dire: quella per esempio della samaritana. Ci sono famiglie in crisi, come quella dell'adultera. Ci sono famiglie in pena, come quella del figliol prodigo. Si parla di genitori che non riconoscono il figlio, come nel caso del cieco nato. Si parla perfino di un bambino che a dodici anni prende le distanze dalla propria famiglia, e quel bambino era Gesù.

Perché fare la poesia della famiglia, dimenticando questa realtà? Ci sono anche oggi famiglie per modo di dire, senza dire che anche là dove tutto sembra regolare, le situazioni nascoste possono essere diverse dall'immagine ufficiale. Ci sono anche famiglie in tensione, dove la guerra è continua, guerreggiata ogni giorno. E ci sono famiglie in cui si respira l'aria del ''familismo'', quella ideologia della famiglia che la fa una realtà chiusa, autosufficiente, appartata, separata.

Mi direte: è una realtà che conosciamo troppo bene.

Ciò che conta è una parola di salvezza. E di quale salvezza ha bisogno la famiglia oggi? Per risolvere i problemi familiari qualcuno ha scritto, peraltro con apprezzabile buon senso, L'arte di amare. Gli americani sono specialisti in questo. Per ogni problema propongono facili manuali dal titolo accattivante: "L'arte di... lavorare, costruire, fare soldì", e anche di... "amare". Si pensa di offrire una tecnica per risolvere le situazioni. Ma non basta.

Anche la famiglia, come tutte le realtà umane, ha bisogno di essere salvata. La salvezza cristiana non riguarda solo gli individui presi separatamente gli uni dagli altri, ma riguarda le persone concrete nel loro vissuto relazionale, amicale, professionale, innanzitutto familiare. C'è un Vangelo che riguarda dunque anche la famiglia e c'è un messaggio di speranza anche per le famiglie in difficoltà. Il Giubileo può essere una grazia e un compito offerto alla famiglia per ricominciare a riscoprire alcuni suoi tratti.

Si potrebbe ricominciare:

* ad aprire la porta a Dio, quale ospite gradito, lasciandosi visitare, interpellare, guidare da Lui. La sua Parola, Gesù, risuoni nella vostra casa e illumini le scelte importanti della famiglia;

* a tenere a portata di mano il Vangelo: particolarmente opportuno nell'anno giubilare è il vangelo di Marco, breve e popolare nel suo racconto, pieno di stupore per la figura e l'opera di Gesù (cf. Marco, Il vangelo di Gesù il Messia, ed. Piemme, 1999);

* a ripensare alla famiglia come al luogo del gratuito, non solo del dovuto, particolarmente significativo in una società che non muove un dito se non è

pagata;

* a ritrovare la famiglia come luogo del dialogo, spegnendo opportunamente il televisore, imparando a dare del tempo all'altro e accettando la sfida della sua presenza;

* a fare l'esperienza della famiglia come luogo del perdono e della pace, non gettando subito la spugna ma scoprendo che c'è anche il tempo del silenzio, della riflessione, della pacatezza, della umiltà, della ritrovata fiducia;

* e - perché no? - a riprendere qualche momento di preghiera insieme, ad esempio con la tradizionale Preghiera dell'Angelo che troverete allegata a questa mia lettera.

Dirò dì più. Amo pensare alla famiglia come a una grande risorsa per la vita stessa della Chiesa e della società. Non c'è bisogno di accentuare ancora la distanza tra Chiesa e famiglia. C'è bisogno di ritrovare un più positivo e costante dialogo tra famiglia e Chiesa, tra le case della stessa parrocchia. Non è la parrocchia letteralmente intesa la comunità 'tra le case"? Anche la parrocchia tradizionale ha bisogno di ricominciare a respirare più aria di famiglia.

All'incontro tra famiglia e Chiesa viene propizio il Giubileo, con alcuni appuntamenti che mi piace ricordare, come:

* il Giubileo dei bambini il prossimo 6 gennaio, festa dell'Epifania;

* la Giornata del malato, l'11 1 febbraio, con il Giubileo degli operatori sanitari in Cattedrale; domenica 13 febbraio con la giornata di preghiera e di sensibilizzazione per i malati nelle parrocchie; domenica 28 maggio, infine, la celebrazione con gli stessi malati, nella Basilica della Ghiara;

* i cosiddetti caminetti del vescovo in Quaresima con cui vivere in famiglia momenti di ascolto e di testimonianza;

* il pellegrinaggio delle famiglie alla Cattedrale, il 15 ottobre del 2000.

Grazie ai vostri preti e diaconi, ai laici incaricati, alle famiglie vicine ho potuto farvi arrivare questa mia lettera. Sarebbe bello se a questa visita potessero seguire altri incontri e più stretti rapporti tra le case del vicinato e tra le famiglie della stessa parrocchia, condividendo momenti comuni di fede, di ascolto della Parola di Dio, di accompagnamento ai sacramenti e di vita familiare con la riconoscente accoglienza della vita la lieta condivisione di feste di anniversario e di compleanno, la solidarietà nella malattia, la speranza nella morte.

Vi ringrazio dell'attenzione accordata a questa mia singolare visita nella vostra casa. Mi piacerebbe se a questa mia lettera potessero seguire tante altre lettere con cui possiate comunicarmi le vostre impressioni, segnalare le vostre preoccupazioni, condividere la fatica, il dubbio, ma anche la gioia di credere.

 

 

Nell'anno del Giubileo

dalla Nascita di Gesù

25 dicembre 1999 

 

Saluto tutti con molto affetto

Buon Giubileo

Adriano Caprioli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RITORNO ALLA MISSIONE
(Campagnola, 20 gennaio 2000)


Introduzione

Aspettavo questo momento già dal primo giorno del mio ritorno dalla missione in Rwanda. Bisognava aspettare il rientro di tutti dalla missione per ritrovarci tutti ancora insieme. Vedo qui don Candido con il gruppo Rwanda - Padre Tiziano, Marco di ritorno dalla casa di Kabarondo, don Remigio e don
Gino dalla missione in terra malgascia, p. Guerra (Sierra Leone) e p. Morini (Indonesia); ho poi incontrato ieri il diacono Stefano di ritorno dal Brasile e fratel Luca dall'India, infine il diacono Ferretti dall'Albania. Che cosa vuol dire ritrovarci qui stasera, più numerosi del solito?

La folla dei bisogni

Piace il Gesù del Vangelo di Marco. Piace e nello stesso tempo non smette mai di sorprenderci. Dice il Vangelo che abbiamo ascoltato che Gesù, dopo un periodo di intensa attività missionaria nei villaggi attorno al mare di Galilea, sentì il bisogno di ritirarsi con i suoi discepoli in un luogo più
adatto per riprendere fiato.

Piace questo Gesù che di fronte alla stanchezza dei suoi discepoli e - perché no? - anche alla sua stanchezza, sente il bisogno di uno stacco, come a dire: c'è un tempo per agire e c'è un tempo per sostare, così da ritrovare la freschezza del corpo e dello spirito.
Non solo: non bisogna mai sentirsi indispensabili, quasi che tutto dipenda da noi e niente sia lasciato all'azione provvidenziale del Padre.

È chiaro che questo modo di agire di Gesù vale anche per noi, quando ci lasciamo prendere da troppi impegni tanto da non avere più il tempo di far riposare il corpo, la mente e il cuore. Per essere disponibili verso gli altri, bisogna prima, in qualche modo appartenersi. Per poter dare bisogna
prima ricevere quella ricchezza che viene dalla preghiera e dal silenzio.

Questo duplice ritmo trova la sua espressione più significativa nella celebrazione del banchetto eucaristico - nel gesto che noi compiamo questa sera - che in un primo momento è come un ³venire in disparte² in un luogo dove sostare, stare con il Signore e tra i propri amici, ma poi è un ³andare in missione², ciascuno portando ad altri sulle strade del mondo quella pienezza di vita che, attraverso la comunione con Cristo, tutti abbiamo ricevuto.
Piace questo Gesù del Vangelo di Marco che ama programmare momenti di sosta, ma poi non smette mai di sorprenderci, perché alla fine né lui né i suoi discepoli riescono a sottrarsi come vorrebbero alla folla dei bisogni che li circondano e quasi finiscono per schiacciarlo al punto che prega i suoi discepoli di trovargli una barca per non affogare nel mare dei bisogni.
Badiamo: non chiede una barca per sfuggire alla folla dei bisogni, per prenderne le distanze, al contrario per misurarne tutta l'ampiezza e la portata. Se anche momentaneamente prende le distanze, è però per rientrarvi con una generosità ancora maggiore.

Ritorno alla missione

Ed è quello che succede anche oggi alla nostra Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla. È venuto a casa Marco dal Rwanda, lasciando la casa di Kabarondo con la sua ventina di ospiti, in particolare bambini orfani o abbandonati dopo il terribile genocidio che ha decimato le famiglie. Chi prenderà il posto di Marco vicino a quei bambini che, come ti vedono, ti saltano addosso in cerca di affetto? E quando Erica e Marzia, che restano a portare avanti il progetto Amahoro ritorneranno, perché terminato il loro
mandato, chi prenderà il loro posto?

Ho ricevuto proprio in questi giorni una lettera da un vescovo del Venezuela portatami a mano da una giovane volontaria della nostra diocesi che ha prolungato di sei mesi la sua permanenza in una casa di accoglienza rimasta senza figure di accompagnamento, alla quale ho dovuto rispondere che, almeno
per i prossimi dieci anni, non se ne parla. Abbiamo bisogno però di continuare a parlarne qui, da noi.

Abbiamo bisogno di rilanciare la missione, di ripopolare il ³pianeta missione². Di dire che c'è ancora il volontariato missionario, di dedicare un pezzo della propria vita in un servizio gratuito (a certe condizioni, ora è possibile svolgere il servizio civile obbligatorio anche all'estero nei territori di missione). C'è bisogno ancora di giovani capaci di scelte coraggiose come quella di partire per andare lontano, in un paese straniero, e accorgersi di essere lui estraneo a certe sofferenze ma anche a certi
valori che altri magari più poveri di noi hanno, non appena si riesce a condividere la vita.
Andare, partire, e magari sentirsi giudicati un po' folli agli occhi degli altri, dei compagni e, forse, degli stessi familiari. E sentirsi dire: ³È giovane... ha voglia di perdere tempo... è ancora in tempo a rimediare,
quando ritornerà!²

C'è bisogno di animazione, di formazione delle coscienze e di figure di accompagnamento, come sono state figure di preti come don Gigi Guglielmi, don Gualdi, don Mario Prandi, per citare solo alcuni nomi che non possono più arrossire. Non mancano tante iniziative missionarie nelle nostre comunità, parrocchie e gruppi, che moltiplicano mercatini vari, mostre diverse, per raccogliere fondi a sostegno delle opere missionarie. Il bilancio qui è attivo e la voce ³sopravvenienze attive² è rilevante a questo
proposito.

È però più facile dare qualcosa che non dare se stessi; decidere di fare un'offerta, che non decidere di sé, del proprio tempo, della propria vita. Quelli che ancora frequentano i giovedì missionari nella chiesa di S. Girolamo e prolungano nella preghiera di adorazione la loro sosta settimanale o mensile davanti al Signore, dicono che sono in calo rispetto agli anni passati. Per ritornare alla missione c'è bisogno di riscoprire la preghiera, non solo la preghiera di gruppo che a volte va avanti anche senza di noi, ma la preghiera personale: la capacità di sostare davanti al Signore, sentire la sua chiamata, imparando a scoprire che si è chiamati a giocare in prima persona la propria vita.

Dice una bella preghiera: ³Noi siamo davanti a te, Signore Gesù, come i sette pescatori sfortunati che, ripetendo il gesto di tirar su la rete, se la trovano vuota. Eppure, ancora una volta, sono pronti, sul tuo comando, a ripetere il gesto. Ordinaci, Signore, di gettare ancora la rete².

 



 

 

 

 

 

 

GIUBILEO: 
CRISTO ALLE PORTE DI CASA 

 


Cinque incontri radio-televisivi guidati dal vescovo Adriano trasmessi 
il giovedì alle ore 21.00 da teletricolore e da radio pace redazione reggiana 
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Per sintonizzarsi 
  
Radio Pace Redazione Reggiana -frequenze (MF)   
MF 90.500 - Reggio città, pianura, Sassuolo e Modena 
MF 91.900 - Montagna 
MF 97.400 - Val d'Enza 
MF 89.700 - Valle del Secchia 
  
Teletricolore - canali (CH) 
  
CH 41 - Reggio città, pianura 
CH 46 - Castelnuovo Monti 
CH 30 - Sassuolo, Castellarano 
CH 29 - Appennino 
CH 27 - S. Polo, Val d'Enza 
  
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Presentazione del Vescovo 
  
Carissimi, siamo entrati nel cammino quaresimale. Dopo quello del Natale, ancora un tempo "Forte", in questo anno di grazia che è il Giubileo. Allora, per mezzo degli inviati parrocchiali, mi ero presentato alle porte di casa vostra con la Lettera alle famiglie. Molti di voi mi hanno accolto ed è iniziato un dialogo a distanza ravvicinata. Ve ne sono davvero grato. 
  
Ora, in tempo di Quaresima, sono ancora qui a bussare, con queste trasmissioni radio - televisive. "Sto alla porta e busso", dice il Signore nel testo dell'Apocalisse. L'invito è quello più tipico del Giubileo 2000: "Aprite la porta". Se ricordate, ce lo disse con forza il Papa il primo giorno del suo ministero pontificio, in quel 22 ottobre 1978: "Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!". 
  
E' Lui il Festeggiato di questo solenne anniversario, festa grande della Chiesa e dell'umanità intera. Questi nostri cinque appuntamenti sono incontri con Lui. Le famiglie, i giovani, gli anziani, i poveri, la Chiesa tutta di Dio sono come le tappe del percorso. 
Ci mettiamo così in cerchio attorno a Lui Nelle nostre case, nei nostri centri di ascolto, è su di Lui che fissiamo lo sguardo. Come nella sinagoga di Nazaret. Ricordate il testo? 
Si recò a Nazaret, dove era stato allevato, e entrò, secondo il suo solito nei giorni di sabato, nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aperto il rotolo trovò il passo dove era scritto: "Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato, per annunciare la buona novella ai poveri mi ha inviato, predicare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, mandare gli oppressi in liberazione, predicare l'anno di grazia del Signore". Arrotolato il volume, lo diede all'inserviente e sedette; e gli occhi di nella sinagoga erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: "Oggi si è adempiuta questa scrittura che avete udito con i vostri orecchi" (Luca 4,16-21). 
E' ancora Lui che, aperto il rotolo, ci proclama la sua Parola. Io non sono altro che il suo prestavoce. Se il suo Vangelo passerà per le nostre mani e nei nostri cuori, ne riceveremo calore e colore, gioia e vita. 
  
  
  
*** 
  
  
Per le trasmissioni e gli incontri. 
  
l. Da casa o in viaggio, dai luoghi della sofferenza o della solitudine, da soli o coi familiari: ciascuno seguirà come potrà; nessuno si faccia sensi di colpa per le distrazioni o le interruzioni La Parola del Signore dirà comunque molto a ciascuno. 
2. Per i centri di ascolto: la figura - guida avrà in mano questo opuscolo. Qualche minuto prima dell'inizio aprirà l'incontro con una breve preghiera, preannuncerà il tema (v. introduzione) e il passo evangelico della trasmissione e anticiperà i passaggi della riflessione del Vescovo. Darà poi inizio alla riflessione comune, riprendendo l'interrogativo proposto, favorendo poi l'intervento di tutti e riportando costantemente sul tema della serata la riflessione. Se sarà possibile, raccoglierà qualche spunto della discussione, qualche dubbio o riserva. La volta dopo potrà portare qualche breve chiarimento. 
L' incontro si concluderà con la preghiera inserita nell'opuscolo (e nella trasmissione) o altra adatta, seguita dal Padre nostro. 
Chi vorrà, potrà scrivermi. Sarà l'avvio o la prosecuzione dì un dialogo a cui tengo in modo particolare. Risponderò a ciascuno, appena potrò. Forse già dalla trasmissione successiva. 
Ed ora benedico tutti di cuore. La Quaresima del Giubileo ci porti a incontrare la persona santissima di Cristo, nostro unico Salvatore, nel mistero della sua passione, morte e resurrezione. 

Reggio Emilia, 8 marzo 2000 
Mercoledì delle Ceneri 
  
+ Adriano Caprioli, Vescovo 
   
  
  
  
I. IL GIUBILEO IN FAMIGLIA 
  
  
  
i. Introduzione. 
  
Il nostro percorso giubilare inizia dalla famiglia. E' un cammino che il Vescovo ha già avviato con la Lettera alle famiglie fatta recapitare in occasione dei Natale. Ora riprende il dialogo. 
La famiglia fa fatica, oggi, a vivere i momenti dello stare insieme. Anche a vivere insieme il giorno del Signore. Ognuno ha i suoi impegni, i suoi progetti, anche per la domenica. Il brano del Vangelo di Luca ci dice che per la famiglia di Nazaret c'è un primato, nella gestione del tempo: la festa, la Pasqua, da celebrare insieme; e, fra le diverse occupazioni, il piccolo Gesù ci indica il primato delle "cose del Padre ". 
Si tratta dunque di fare sosta insieme, di fare economia di tempo (v. Saint-Exupéry) per accostarci "adagio adagio" alla fonte - la preghiera, la Parola di Dio, l'assemblea eucaristica.... - e riprendere la vita di ogni giorno con un modo nuovo di incontrarci e di incontrare gli altri.    
2. Lettura evangelica. 
  
Luca 2, 41-52 
 I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo, secondo l'usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: "Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo". Ed egli rispose: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?". Ma essi non compresero le sue parole. 
Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. 
   
3. Riflessione del Vescovo. 
 Va riaffermata la necessità di un tempo per la famiglia per: 
recuperare la bellezza dello stare insieme, tra i membri della famiglia, sospendendo le rispettive attività; 
partecipare alla vita della comunità ecclesiale, rinnovando il cammino dei proprio Battesimo, ripreso con la domanda del Battesimo mo per i propri figli; 
rientrare a casa più aperti ai vicini, alla condivisione della fede, delle gioie e dei dolori con gli altri (la famiglia nella sua dimensione missionaria). 
   
4. Testimonianze. 
  
4. 1. Luigi Accattoli, giornalista cattolico, così parla della domenica della famiglia cristiana, in un libro divenuto ormai famoso: 'Io non mi vergogno del Vangelo": 
 Il cristiano è geloso della domenica, "giorno di gioia e di riposo" (Sacrosanturn Concilium). Deve esserne geloso. Ma attenzione: non tanto della domenica come giorno libero, riposo collettivo, festa di popolo, ma soprattutto della domenica come "giorno del Signore", cioè come giorno dell'assemblea eucaristica, da cui parte e verso cui converge tutta la vita cristiana. Gli altri aspetti della domenica vengono dopo: sono importanti, ma non essenziali. là necessaria. al cristiano, l'assemblea eucaristica E deve organizzare la sua vita, deve educare sé e i suoi figli in modo da poter dare a quell'assemblea - sempre - la precedenza su ogni altro impegno. La domenica non era giorno festivo prima di Costantino, ma era già il "giorno del Signore" e tale è restata nei regimi che l'hanno abolita come giorno di riposo e tale deve restare nella nostra civiltà del "fine settimana", che l'ha profondamente trasformata. Questo è il tempo in cui noi occidentali ci stiamo giocando la domenica come eredità storica: all'Est l'hanno appena recuperata, all'Ovest la stiamo vendendo per trenta denari. 
Il cristiano non ha - per la domenica - i divieti che l'ebreo ha per il sabato. Egli può accettare che gli vengano chieste prestazioni di varia natura in giorno dì domenica, ma non può in alcun modo accettare che gli venga impedita la partecipazione all'assemblea eucaristica. Per una piena garanzia da tale impedimento egli difende - per quanto può - la domenica come giorno festivo e noia solo in campo politico e Legislativo, ma anche nell'organizzazione della vita privata: la difende contro l'industria del lavoro, dello sport e delle vacanze, non la monetizza, non la scambia con nessun altro bene. La gelosia deve scattare soprattutto nei confronti del lavoro, che è la tentazione più forte (e qualche volta può essere una necessità il lavoro domenicale è pagato il doppio, ma ci toglie assai di più. I! idolo del lavoro e del guadagno può toglierci la libera e festosa partecipatone all'assemblea eucaristica, nella triplice dimensione personale, famigliare e di popolo. Ha detto una volta il Papa che la sosta nel lavoro dovrà essere "'possibilmente contemporanea per tutti i membri della famiglia". La famiglia, chiesa domestica, la domenica si unisce alla Chiesa madre che celebra l'eucaristia. E possibilmente si presenta a quest'appuntamento con tutti i suoi membri. 
   
4.2. Antoine de Saint-Exupéry aviatore e scrittore notissimo, nel suo libro più letto, 'Il piccolo principe ", ci offre questa preziosa parabola:  "Buon giorno", disse il piccolo principe. 
"Buon giorno", disse il mercante. 
Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere. 
"Perché vendi questa roba?" disse il piccolo principe. 
"è una grossa economia di tempo", disse il mercante. "Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatrè minuti alla settimana 
"E che cosa se ne fa di questi cìnquantatré minuti?,,. 
"Se ne fa quel che si vuole…". "Io", disse il piccolo Principe, "se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana ... ". 
    
5. Domanda per la riflessione. 
 
La famiglia è ancora capace di fare festa insieme? Che significato ha la festa cristiana? La domenica è un bene anche per la società civile? 
   
6. Preghiera conclusiva. 
  
0 Dio, dal quale proviene ogni paternità in cielo e in terra, fa' che ogni famiglia umana sulla terra diventi un vero santuario della vita e dell'amore. Fa' che la tua grazia guidi i pensieri e le opere dei coniugi verso il bene delle loro famiglie. Fa' che l'amore, rafforzato dalla grazia del Sacramento del matrimonio, si dimostri più forte di ogni debolezza e di ogni crisi. 
Figlio di Dio, venuto fra noi nel calore di una famiglia, concedi a tutte le famiglie di crescere nell'amore e di collaborare al bene dell'intera umanità mediante l'impegno dell'unità fedele e feconda, mediante il rispetto della vita e la ricerca della solidarietà con tutti. Disponi le menti dei genitori affinché con carità sollecita e cura sapiente siano per i figli guide sicure verso i beni spirituali ed eterni. 
(Giovanni Paolo II) 
  
  
  
  
2. IL GIUBILEO TRA I GIOVANI 
  
  
  
I. Introduzione. 
 I giovani sembrano oggi oppressi più di ieri da un senso di smarrimento profondo, dalla mancanza di riferimenti sicuri, di un progetto vita, di un maestro cui legare la propria esistenza. L'invito di Cristo ai discepoli di Giovanni è rivolto anche a loro: "venite e vedrete". 
E' l'invito a superare l'indifferenza, il silenzio, talora la presunzione di superiorità con cui oggi la cultura dominante sembra voler liberarsi della figura di Cristo, è l'invito a incontrarlo di persona, sostando presso di Lui, nella preghiera e nell'ascolto della sua Parola; a giungere a quella confidenza che consente loro, come all'apostolo Giovanni nell'ultima cena, di posare il capo sul Suo petto. E a testimoniare ad altri la ricchezza dell'incontro. 
Le Giornate del Giubileo dei giovani a Roma saranno una formidabile esperienza di questo dimorare presso di Lui. Poi si ritornerà a casa, per condividere con altri l'entusiasmo e chiamare anch'essi al Signore. 
  
 2. Lettura evangelica. 
 Giovanni 1, 29-46 
Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: "Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto, conoscere a Israele". Giovanni rese testimonianza dicendo: "Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. lo non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e: ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio". 
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: "Che cercate?". Gli risposero: "Rabbi (che significa maestro), dove abiti?". Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 
   
3. Riflessione del Vescovo. 
 "Cristo sì, Chiesa no" era lo slogan della stagione calda della contestazione. Oggi chi è Cristo, per il mondo dei giovani? 
uno sconosciuto; un grande personaggio del passato, da ricordare per la sua bontà; uno dei tanti profeti. inascoltati; uno sul quale vale la pena di giocare la vita... 
   
4. Testimonianze. 
 4. 1. Charlie Chaplin, per un film che non riuscì mai a realizzare, aveva immaginato una sceneggiatura di questo tipo: 
 In un night decadente con una pista da ballo viene rappresentata la passione di Cristo. Attorno, ai diversi tavoli gente distratta a parlare di menu o di affari. A un certo punto un ubriaco, solo a un tavolo, scoppia a piangere, si alza e grida: "Guardate, lo crocifiggono! E tutti se ne infischiano. Che bravi cristiani!". 
Subito dopo viene buttato fuori perché disturba lo spettacolo. 
 4.2. L'incontro con Cristo produce effetti sorprendenti nei giovani. Il leader socialista Filippo Turati così si espresse su Pier Giorgio Frassati, nei giorni successivi alla sua morte: 
 Era veramente un uomo, quel Per Giorgio Frassati che la morte a 24 anni ghermì... Ciò che si legge di lui è così nuovo e insolito che riempie di riverente stupore anche chi non condivide la sua fede. Giovane e ricco, aveva scelto per sé il lavoro e la bontà. Credente in Dio, confessava la sua fede con aperta manifestazione di culto, concependola come una milizia, come una divisa che si indossa in faccia al mondo, senza mutarla con l'abito consueto per comodità, per opportunismo, per rispetto umano. Convintamente cattolico e socio della gioventù cattolica universitaria della sua città, disfidava i facili schemi degli scettici, dei volgari, dei mediocri, partecipando alle cerimonie religiose, facendo corteo al baldacchino dell'Arcivescovo in circostanze solenni. 
Quando tutto ciò è manifestazione tranquilla e fiera del proprio convincimento e non esibizione ostentata per altri scopi, è bello e onorevole. 
Ma come si distingue la "confessione" dalla "affettazione"? Ecco, la vita è il paragone delle parole e degli atti esteriori, che valgono poco più delle parole. Quel giovane cattolico era anzitutto un credente... 
Tra l'odio, la superbia e lo spirito di dominio e di preda, questo "cristiano" che crede, e opera come crede, e parla come sente, e fa come parla, questo "intransigente" della sua religione, è pure un modello che può insegnare qualcosa a tutti. 
   
5. Domande perla riflessione.  
Come suscitare l'interesse nei giovani e affascinarli alla ricerca della Verità? 
Dove i giovani possono incontrare oggi la persona di Gesù e il suo Vangelo? 
  
6. Preghiera conclusiva. 
"Seguirmi" 
Signore, anche a me hai detto: seguirmi. È, una parola che ho già ascoltato, alla quale altre volte ho risposto di sì ma tu la ripronunci come parola per l'oggi, per indicarmi quella sequela, quel modo di seguirti, quel modo di aderire alla tua volontà, di imitarti, che tu vedi urgente per adesso, che mi vedi urgente per la nostra Chiesa oggi. Donami di ascoltare la risonanza sconvolgente di questa parola: Seguirmi, che tu dici a ogni uomo e a ogni donna che apre l'orecchio al tuo Vangelo. Donami di tradurla in opere di imitazione di te, che siano opere vere. Signore Gesù, dall'alto della croce tu ripeti: Seguirmi. Che cosa vuol dire questo seguirti? Che cosa posso fare per te, mio Signore e mio Dio? Che cosa posso fare nella mia famiglia, nel mio lavoro, nella mia parrocchia? E ora, insieme con tutta la Chiesa sparsa nel mondo, vogliamo pregarti per il tuo Vicario, Giovanni Paolo H: accresci in lui la fede, la speranza, la carità. Donagli fortezza, prudenza, temperanza, pazienza, saggezza, giustizia: rendilo pastore intrepido della tua Chiesa, fa' che la sua parola risuoni nei nostri cuori. Per lui e per tutta la Chiesa sparsa nel mondo, 
per tutti coloro che hanno bisogno della tua pienezza, noi vogliamo dire la parola che tu ci hai insegnato e che con noi pronunci dall'alto della croce: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venda il tuo Regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. E non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male. 
 (Carlo Maria Martini) 
   
  


3. IL GIUBILEO CON GLI ANZIANI 
  
  
  I. Introduzione 
 L'immagine dei due anziani del testo evangelico, Simeone ed Anna, ci guida nel considerare l'età anziana non soltanto come un tempo di stanchezza, solitudine, infermità e abbandono, ma soprattutto come una risorsa per la famiglia, per la società e per la Chiesa. 
Da loro la Chiesa può imparare il tempo prolungato della preghiera, la testimonianza della fede vissuta, la saggezza della parola e il silenzio dell'attesa. E, quando l'ora sarà giunta, l'offerta della sofferenza paziente e del sacrificio accettato. 
Il mondo, preso della cultura dell'efficienza e delle cose, pare non saperlo, ma di questi tesori spirituali ha un bisogno estremo: gli anziani, come il nonno della testimonianza di questa sera, sanno esserne generosi dispensatori. 
   
2. Lettura evangelica 
 
Luca 2, 22-40 
Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro, al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. 
Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato dì Dio, che aspettava il conforto d'Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: "Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele". 
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima". 
C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava dei bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. 
Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. n bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui. 
  
3. Riflessione del Vescovo 
Anche l'età in declino e la condizione anziana possono diventare luoghi di incontro: ovviando alla solitudine dell'anziano: estraniato dagli altri? o è lui stesso che si estranea? favorendo la preghiera dell'anziano come: incontro profondo con il Signore, desiderio di pace, di amicizia, di benevolenza; tenendo vivo il desiderio di imparare e di rendersi utili: l'età anziana come età profetica, età del discernimento (in famiglia, nella società, nella Chiesa); il ruolo dell'anziano nella trasmissione della fede in famiglia; l'anziano primo amico dei giovani.. 

4. Testimonianze 
4. 1. Intervista a nonno Guglielmi, 91 anni, che parla lucidamente e serenamente della morte della moglie e del desiderio di rivedere i figli, padre Tiziano e don Luigi... 
4.2. Il Papa riconosce, nella sua Lettera agli anziani (1 ottobre 1999, n. 13), il ruolo che gli anziani possono svolgere per la Chiesa e per l'apostolato: 
La comunità cristiana può ricevere molto dalla serena presenza di chi è avanti negli anni. Penso, soprattutto, all'evangelizzazione: la sua efficacia non dipende principalmente dall'efficíenza operativa. In quante famiglie i nipoti ricevono dai nonni i primi rudimenti della fede! Ma sono molti altri i campi a cui può estendersi il benefico apporto degli anziani- Lo Spirito agisce come e dove vuole, servendosi non di rado di vie umane che agli occhi del mondo appaiono di poco conto. Quanti trovano comprensione e conforto in persone anziane, sole o ammalate, ma capaci di infondere coraggio mediante il consiglio amorevole, la silenziosa preghiera, la testimonianza della sofferenza accolta con paziente abbandono! Proprio mentre vengono meno le energie e si riducono le capacità operative, questi nostri fratelli e sorelle diventano più preziosi nel disegno misterioso della Provvidenza...  A mano a mano che, con l'allungamento medio della vita, la fascia degli anziani cresce, diventerà sempre più urgente promuovere questa cultura di una anzianità accolta e valorizzata, non relegata ai margini... 
Carissimi anziani, ... la Chiesa ha ancora bisogno di voi. Essa apprezza i servizi che ancora vi sentite di prestare in molteplici campi di apostolato, conta sul vostro apporto di prolungata preghiera, attende i vostri sperimentati consigli, e si arricchisce della testimonianza evangelica da voi resa giorno dopo giorno. 
  
5. Domande Per la riflessione 
 L'anziano: peso o risorsa? in che senso, in che direzione? Come l'anziano vive il tempo che passa: con nostalgia? o in attesa... ? 

6. Preghiera conclusiva 
Signore, insegnami a invecchiare 
Signore, insegnami a invecchiare! Convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me, se mi va esonerando da responsabilità. Se ha indicato altri a subentrare al mio posto. Togli da me l'orgoglio dell'esperienza fatta e il senso della mia indispensabilità. Che io colga, in questo graduale distacco dalle cose, unicamente la legge del tempo e avverta, in questo avvicendamento dì compiti, una delle espressioni più interessanti della vita che si rinnova sotto l'impulso della Provvidenza. Fa', o Signore, che io riesca ancora utile al mondo, contribuendo con l'ottimismo e la preghiera alla gioia e al coraggio di chi è di turno nelle responsabilità, vivendo uno stile di contatto umile e sereno con il mondo in trasformazione, senza rimpianti sul passato, facendo delle mie sofferenze un dono di riparazione sociale. Che la mia uscita dal campo d'azione sia semplice e naturale come un felice tramonto di sole. Perdona se solo oggi, nella tranquillità, riesco a capire quanto tu mi abbia amato e soccorso. Che almeno ora io abbia viva e penetrante la percezione del destino di gioia che mi hai preparato e verso il quale mi hai incamminato dal primo giorno di vita. Signore, insegnami a invecchiare così. Amen. 
 (Giacomo Perico) 
  
 All'ultimo momento 
 Quando sul mio corpo (e ben più sul mio spirito) comincerà a mostrarsi l'usura degli anni, 
quando si abbatterà su di me, dal di fuori, o nascerà in me dal di dentro, il male che sminuisce o porta via, 
nell'istante doloroso in cui prenderò coscienza che sono malato o che sto diventando vecchio, 
il quell'ultimo momento, soprattutto, quando sentirò di sfuggire a me stesso, assolutamente passivo in mano 
a grandi forze sconosciute che mi hanno formato, 
in tutte quelle ore buie, donami, mio Dio, di comprendere che sei tu (ammesso che la mia fede sia così grande) 
che separi dolorosamente le fibre del mio essere per penetrare fino al midollo della mia sostanza e trascinarmi a te. 
(Pierre Teilhard de Chardin) 
  
  
  
4. IL GIUBILEO TRA VECCHIE E NUOVE POVERTA' 
 
  
I. Introduzione 
Dei poveri si è detto quasi tutto. Due aspetti vanno ancora sottolineati. 
I. La povertà in sé non è beatitudine. Ma il Vangelo, nel suo complesso, ci dice che Cristo si è fatto povero per scelta, per fare capire a noi tutti, poveri per il peccato, quale grande amore ha per noi il Padre misericordioso. Beati sono dunque i poveri, gli oppressi, gli emarginati, perché ad essi si è fatto più vicino il Figlio di Dio, rivelando a loro per primi il Volto del Padre. 
2. Giubileo vuol dire liberazione dall'oppressíone, dalla schiavitù, dal peccato. Non solo sul piano personale, ma anche sul piano sociale e mondiale. E questo è possibile con una conversione di vita, personale e comunitaria, come sollecita l'iniziativa del condono del debito dei paesi poveri. 
  
2. Lettura evangelica 
Matteo 5, 1-12a 
Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: 
"Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 
Beati gli afflitti, perché saranno consolati. 
Beati i miti, perché erediteranno la terra. 
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. 
Beati i puri di cuori, perché vedranno Dio. 
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regni dei cieli. 
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia". 
  
  
3. Riflessione del Vescovo 
  
Che cosa vuole annunciare Gesù con il Vangelo delle Beatítudini? 
un programma di vita? 
un'esortazione morale? 
una promessa di liberazione e di gioia9 
  
Ogni risposta è legittima, a patto di non dimenticare che l'intenzione prima di Gesù è quella di rivelare il Volto del Padre, che in Gesù "da ricco che era di è fatto povero, mite, misericordioso..."; come a dire: "Beati voi, poveri, perché c'è Chi si occupa di voi". 
E circa la testimonianza cristiana nella società civile: 
la pratica della gratuità; il senso della giustizia, senza perdere il senso della pietà cristiana; il contributo alla remissione del debito estero dei paesi poveri; lo stile di sobrietà di vita personale, familiare e comunitaria... 
  
4. Testimonianze 
4. L Lo scrittore tedesco Joseph Roth, autore della celeberrima Leggenda dei santo bevitore, così conclude, in un altro libro di successo, Fuga senza fine, la storia senza senso, senza speranza, di Franz Tunda, il protagonista: 
Era il 27 agosto 1926, alle quattro del pomeriggio, i negozi erano affollati, nei magazzini le donne facevan ressa, nelle case di moda le mannequins giravano su se stesse, nelle pasticcerie chiacchieravano gli sfaccendati, nelle fabbriche sibilavano gli ingranaggi, lungo le rive della Senna si spidocchiavano i mendicanti, nel Bois de Boulogne le coppie d'innamorati si baciavano, nei giardini i bambini andavano in giostra. Franz Tunda, trentadue anni, sano e vivace, un uomo giovane, forte, dai molti talenti, era nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo, e non sapeva cosa dovesse fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c'era nessuno al mondo. 
Pur nella disperazione del lager, nella mancanza di tutto, la testimonianza di Mario Rigoni Stern appare ben più ricca di significato di libertà e valori interiori (in: Luigi Accattoli, Cento preghiere italiane di fine millennio): 
Nel giorno di Ognissanti del 1943, con tanti altri compagni, mi trovavo in un grande Lager in una landa lontana e tristissima. Nello spazio fra le baracche, sotto un cielo plumbeo e nevoso, il cappellano padre Marcolini che aveva voluto restare con noi come semplice prigioniero, ci raccolse a messa e al Vangelo ci lesse le beatitudini. Lentamente, senza commento, nel più assoluto silenzio e sotto lo sguardo delle guardie che dall'alto delle torrette ci tenevano. puntate le mitragliatrici. 
Noi eravamo come la grande folla ai piedi del monte delle be­atitudini: ogni parola entrò nel nostro cuore e ci sentimmo immensamente più liberi delle nostre guardie. 
  
4.2. Dal discorso del Papa a Reggio (Chiostro della Basilica della Ghiara) nell'incontro con gli imprenditori e gli operatori del mondo economico reggiano (6 giugno 1988): 
La Chiesa ha sempre una predilezione per i poveri, predilezione non tanto nel senso affettivo, ma nel senso effettivo: essa vuole aiutare i poveri. E per aiutare i poveri fa appello ai ricchi, non solamente come persone ma anche come società, nazioni, mondi. 
La natura umana è così: è aperta agli altri e si arricchisce tramite gli altri. Anzi, il Vangelo ci insegna che i poveri sono quelli che fanno ricchi i ricchi. E' un paradosso, un paradosso evangelico; ma esiste un bisogno della povertà nel senso evangelico, nel senso spirituale, per scoprire altre ricchezze. Allora per non lasciarsi limitare da un visione del mondo, da una prosperità economica -questo è un grande pericolo per il mondo occidentale oggi, e noi viviamo in questo mondo occidentale - bisogna aprirsi. Così i poveri sono i benefattori dei ricchi in questa relazione, in questa interdipendenza e in questa solidarietà.   
5. Domanda per la riflessione 
 Quali povertà interpellano i cristiani, personalmente e come comunità cristiana, nell'anno del Giubileo? 
   
6. Preghiera conclusiva 
Signore, quando ho fame, 
dammi qualcuno che ha bisogno di cibo; quando ho sete, 
mandami qualcuno che ha bisogno di una bevanda; quando ho freddo, 
mandami qualcuno da scaldare; quando ho un dispiacere, 
offrimi qualcuno da consolare; quando la mia croce diventa pesante, 
fammi condividere la croce di un altro; quando sono povero, 
guidami da qualcuno nel bisogno; quando noni ho tempo, 
dammi qualcuno che io possa aiutare per qualche momento; quando sono umiliato, 
fa' che io abbia qualcuno da lodare; quando sono scoraggiato, 
mandami qualcuno da incoraggiare; quando ho bisogno della comprensione degli altri, 
dammi qualcuno che ha bisogno della mia; quando ho bisogno che ci si occupi di me, 
mandami qualcuno di cui occuparmi; quando penso solo a me stesso, 
attirala mia attenzione su un'altra persona. 
Rendici degni, Signore, di servire i nostri fratelli che in tutto il mondo vivono e muoiono poveri e affamati 
Da' loro oggi, usando le nostre mani, 
il loro pane quotidiano; e da' loro, per mezzo del tuo amore comprensivo, 
pace e gioia. 
 (Madre Teresa di Calcutta) 
  
  
  
 
5. IL GIUBILEO DEL POPOLO DI DIO 
  
   
I. Introduzione 
 Uno dei segni del Giubileo del popolo di Dio è la porta santa. Cristo, unico Salvatore, è la Porta: non da altre suggestioni religiose, non da altri maestri e profeti, ma solo da Lui giunge a noi la salvezza. 
Cristo dunque è la porta. Non solo per entrare. E' la porta da cui si esce per incontrare un mondo assetato di salvezza: a questo mondo la Chiesa, i cristiani sono chiamati a portare il Vangelo della salvezza, la Parola di quella liberazione che trova nel Giubileo il tempo più propizio. 
  
2. Lettura evangelica 
Giovanni 10, 1-16 
t'In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore le seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei". Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: "In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. lo sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. lo sono il buon pastore. 19 buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le capisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. lo sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore". 
   
3. Riflessione del Vescovo 
Oltre il Giubileo e il pellegrinaggio, il cammino della Chiesa nei prossimi anni continua attorno a queste mete: 
mettere al centro il Vangelo, rinvigorendo la fede in Gesù Cristo unico Salvatore, a partire da quelli che si dicono cristiani e magari sono tentati di assaggiare i rivoli di vecchie e nuove devozioni, nuovi culti e movimenti religiosi; 
riscoprire la realtà profonda della Chiesa, in particolare la nota della sua "unità": una comunione più profonda e solidale, nella vita interna delle comunità parrocchiali, promuovendo la formazione spirituale, la corresponsabilità laicale, la pastorale di insieme. 
  
 4 Testimonianze 
Da una riflessione del filosofo e teologo Romano Guardini, "11 Portale ": 
Spesso siamo entrati per esso in chiesa ed ogni volta esso ci ha detto qualcosa. L'abbiamo invero percepito? 
Il portale sta tra l'esterno e l'interno; tra ciò che appartiene al mondo e ciò che è consacrato a Dio. E quando uno lo varca, il portale gli dice: "Lascia fuori quello che non appartiene all'interno pensieri, desideri, preoccupazioni, curiosità, leggerezza. Tutto ciò che non è consacrato, lascialo fuori. Fatti puro, tu entri nel santuario". 
Non dovremmo varcare così frettolosamente, quasi di corsa, il portale! In raccolta lentezza dovremmo superarlo ed aprire il nostro cuore perché avverta quello che il portale gli dice. Dovremmo, anzi, prima sostare un poco in raccoglimento perché il nostro avanzare sia un avanzare della purezza e del raccoglimento. 
Ed il portale introduce l'uomo a questo mistero. Esso dice: "Deponi ciò ch'è meschino. Liberati da quanto è gretto ed angustiante. Scrolla quanto t'opprime. Dilata il petto. Alza gli occhi, Libera l'anima! Tempio di Dio è questo, ed una similitudine di te stesso. Poiché tempio del Dio vivente sei proprio tu, il tuo corpo e la tua anima. Rendilo ampio, rendilo libero ed elevato?". 
"Alzatevi, chiusure! Apritevi, o porte eterne, che il Re della gloria entri!", così s'invoca nella Sacra Scrittura. Presta ascolto a questo grido. A che ti giova la casa di legno e di pietre, se non sei tu stesso una casa vivente di Dio? A che ti giova che i portali alti s'incurvino ed i pesanti battenti si schiudano, se in te non s'apre alcuna porta ed il Re della gloria non può entrare? 
  
5. Domanda per la riflessione 
Quali muri devono ancora crollare e quali porte si devono ancora aprire perché la comunità cristiana diventi più unita nell'incontro con Cristo e nella testimonianza della vita? 
  
6. Preghiera conclusiva 

Cristo, fine della Chiesa 
Ti preghiamo, Signore, metti nel nostro cuore l'intuizione del fine della Chiesa. Questo fine, nel suo termine, sei tu stesso nella tua pienezza, è il Regno di Dio consegnato a te. Ed è la tua pienezza, Signore della gloria e della storia, che ci attrae irresistibilmente. Troppo spesso noi abbiamo dimenticato te e non siamo perciò degni del tuo dono. Ci siamo accontentati Della gestione e degli equilibri quotidiani senza lasciarci attrarre da te, dal fine della Chiesa che ci squilibra continuamente perché ci porta fuori di noi. Ma noi, Signore, confessiamo il nostro peccato! Se tu infondi questo fine nel nostro cuore, noi saremo nella pace e potremo intendere il significato delle cose che ci avvengono; potremo intendere che cosa, in ciò che ci capita, porta al fine della Chiesa e ciò che, invece, vi si oppone. Chiamandosi ad essere tuoi fedeli, Signore, ci hai chiamati ad accogliere l'istanza del fine della Chiesa ed a lasciarla scaturire abbondantemente dal tesoro dello Spirito che ci hai dato. Volgi il tuo sguardo verso di noi e guarda al nostro desiderio! Sii Tu nel nostro cuore, nella nostra mente, sulle nostre labbra e nelle nostre mani perché questo fine si realizzi anche per mezzo nostro. Te lo chiediamo per intercessione di Maria, madre tua e madre nostra, che è l'icona del fine della Chiesa. 
  
(Carlo Maria Martini) 

 

 

 

 

 

 

RICOMINCIARE DAL VANGELO

 

 

Indice

 

 

Introduzione

            Il Vangelo ai piedi   

            Scambiarsi il Vangelo           

            Ritorno a casa

            1 due discepoli di Emmaus

            L'uomo a corto di speranza

            li nostro compito

                                            

I. Il Giubileo, fine o inizio? 

            Il Dio vicino

            La buona notizia  

            Ripartire da Nazareth

            Nel vissuto quotidiano

   

Il. Verso quale Chiesa?

            Chiesa e vita cristiana

            Verso un'immagine comunitaria di Chiesa

            Le linee di forza di un progetto comune

   

III. la Chiesa sotto la Parola di Dio: comunità di fede

Un'icona di partenza

Accogliere e annunciare la Parola

Destinatari

Lontani o allontanati?

Il modello di una comunità credente

Alcuni interrogativi 

 

IV Quali passi avviare per primi? Proposte concrete

            Un libro biblico

            Una scuola di preghiera

            I consigli pastorali parrocchiali

 

In cammino

            Convergere sull'essenziale

            Maria, donna di fede

 

 

 

*** 

 

 

Introduzione

 

Il vangelo ai piedi

I. Ho ancora vivo alla memoria il momento in cui all'ordinazione episcopale, secondo il rito, mi è stato posto il Vangelo sulla testa, mentre veniva proclamata la grande preghiera di consacrazione. In quel momento solenne mi è venuto spontaneo il pensiero al Concilio Vaticano Il, là dove parla della Chiesa "sottomessa alla Parola di Dio" (cf. Dei Verbum, 21). Della Parola di Dio il vescovo, infatti, non è padrone, ma servo.

Una scena analoga si è ripetuta all'ingresso in diocesi. Mettendo piede per la prima volta davanti al Santuario cittadino della Madonna della Ghiara, nel mio primo saluto ai giovani che mi avevano accolto e invitato a camminare con loro lungo le vie della città verso la Cattedrale, confidavo loro che quel Vangelo, che all'ordinazione mi era stato messo in testa, ora andava messo anche ai piedi, perché "la Parola faccia la sua corsa in mezzo a noi".

Eravamo in tanti, durante quest'anno giubilare, nei pellegrinaggi alla Cattedrale provenienti dalle varie zone della Diocesi. Dal più sperduto paesino di montagna al più inosservato caseggiato di città, il pellegrinaggio giubilare ha voluto risvegliare una memoria: la memoria della Nascita del Signore Gesù che dopo duemila anni ancora è capace di mettere in Cammino tutta una Chiesa. Cantando e pregando, siamo entrati in Cattedrale, la madre di tutte le chiese, tenendo alto il Vangelo e mettendolo poi al centro della nostra assemblea, perché, come lampada, facesse luce a tutti quelli che sono nella casa.

Scambiarsi il Vangelo

2. Così pure erano tanti i giovani - dicono più di due milioni - provenienti da tutto il mondo, convenuti a Roma per la XV Giornata mondiale della Gioventù. Come già a Parigi, Giovanni Paolo Il ha voluto entrare sulla spianata di Tor Vergata, varcando simbolicamente la Porta santa, stringen­dosi per mano ad alcuni giovani rappresentanti delle varie parti del mondo. Vedendolo, mi domandavo: è il vecchio Papa che ha ancora la forza di accompagnare i giovani verso la soglia del Terzo Millennio? Oppure sono i giovani che an­cora, credendo in Gesù Cristo e familiarizzando con il Van­gelo, quasi accompagnano la Chiesa a entrare con più spe­ranza nel nuovo Millennio?

Non è un caso che, durante la Veglia, sia stato fatto l'invito a scambiarsi con il vicino una copia del Vangelo di Marco, donata dal Santo Padre a ciascuno dei presenti, e accompagnandone il dono con una dedica personale. Anch'io mi sono trovato a scambiare la mia copia con un confratello vescovo, improvvisando la seguente dedica: "A noi il Vangelo è stato posto all'ordinazione sulla testa; ora ci tocca metterlo ai piedi, imparando a camminate con questi giovani sulle vie del Vangelo".

 

Ritorno a casa  

3. Non sarà un cammino facile. Era questa la domanda che alla catechesi del giorno prima, nella chiesa di S. Luigi Grignion de Montfort, un giovane mi aveva rivolto: "Qui è bello! Alla Giornata mondiale della gioventù siamo in tanti. Ma perché, ritornati alle nostre parrocchie, restiamo in pochi?".

Dietro a una domanda così, si celano forse altri interrogativi: perché la vita delle persone si lascia contagiate così poco dalla forza e dalla bellezza del Vangelo? perché la Chiesa riesce a "fare notizia", ma non altrettanto a plasmare con l'annuncio di Cristo le scelte, le convinzioni, la cultura della nostra società?

Perché si crede così poco alla Parola che salva, e si è così creduloni nei confronti delle mille opinioni e convinzioni che continuamente si trasformano e si sostituiscono l'una con l'altra?

Davvero "di ciò di cui non si può parlare si deve tacere"? e di che parleremo, se non potremo interrogarci sulla vita e sulla morte, sull'amore e sulla sofferenza, sulle speranze e sui dubbi che si agitano nel cuore dell'uomo?

Il Giubileo che abbiamo celebrato, lascerà solo il ricordo di qualche "evento religioso" sensazionale, o potrà riproporre con forza la questione dei Vangelo, di Gesù Cristo, della fede e della vita in lui, anche per la donna e l'uomo della nostra terra insieme così ricca e smarrita?

Me lo chiedevo già alla vigilia stessa del Giubileo: "Il Giubileo passa! Che cosa resterà?" "Ed è subito sera!", verrebbe da dire amaramente con il poeta.

 

I due discepoli di Emmaus

4. Quella dei due discepoli di Emmaus, di ritorno a casa all'indomani della Pasqua di Gesù, è un'immagine significativa della condizione dell'uomo d'oggi: "Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele" (Lc 14,21).

Se si volesse dare una definizione per il tipo di uomo che prevale nella nostra società, si potrebbe parlare di uomo a corto di speranze. Se torniamo indietro negli anni, anche di poco, troviamo che la situazione era diversa. Ancora negli anni Sessanta le grandi ideologie esercitavano un'attrazione profonda con la promessa di un mondo nuovo. Mettevano in moto - secondo le parole di un sociologo - una sorta di "innamoramento collettivo".

Ma da allora la speranza non ha fatto che subire smentite e umiliazioni. Chi oggi crede ancora nelle promesse dettate dai grandi profeti di un'utopia politico-sociale? Chi si aspetta qualche novità sostanziale in grado di cambiare in senso costruttivo le strutture del mondo e la condizione dell'uomo? Sono pochi ormai quelli disposti a sacrificarsi per preparare - come ebbe a dire un martire della Resistenza - dei "domani che cantano".

Questa frustrazione della speranza, che all'inizio è stata patita da molti con notevole scoramento, a poco a poco si è tramutata in una forma di rassegnazione inerte e fatalista. Si è passati da una disperazione consapevole, gridata, a una disperazione inconsapevole, soffocata dentro il rituale anestetizzante della società consumistica.

Gli orizzonti della vita hanno subito una decisa riduzione: da Dio all'uomo, dalla collettività al proprio io, dall'eternità al "qui e adesso" e al "tutto e subito", dalle speranze a lungo termine alle speranze che non vanno oltre la soglia del domani. Si potrebbe dire che le speranze quantitative (riguardanti l'avere) hanno sostituito le speranze qualitative (riguardanti l'essere). Non si spera qualcosa di diverso, ma qualcosa di più.

 

L'uomo a corto di speranza

5. Mi limiterò a indicare alcuni volti del tipo d'uomo a corto di speranze che si può osservare nella società attuale:

* violenza: perché è così diffusa oggi? Tra le tante spiegazioni può essere utile fermare l'attenzione sulla risposta che è suggerita dalla psicologia: l'aggressività è un modo per reagire alla disperazione: l'istinto di morte, invece di agire all'interno, operando la sua disgregazione nel soggetto, si proietta all'esterno;

* droga: in una società che non sa offrire alcuna meta e alcun significato, il "viaggio" della droga è un tentativo di sottrarsi alla mortificazione di una vita arida e insieme una fatalistica accettazione della morte. "Ormai non spero più di riuscire a vivere come vorrei, e allora, per lo meno, vorrei morire come mi pare", così scriveva un giovane in una lettera inviata a un giornale.

* denatalità: mettere al mondo figli diventa sempre più problematico. Secondo il sociologo Acquaviva, ciò che salta agli occhi, passando per le strade delle nostre città, è il fatto che non si vedono più in giro bambini. Si capisce: il bambino è un progetto per una vita intera, mentre oggi non si è più disponibili per progetti impegnativi, proiettati in un futuro lontano.

 

Il nostro compito

6. Viviamo in un mondo che, mentre tenta in ogni modo di esorcizzare il pensiero della morte, ne subisce profondamente l'attrazione. La speranza, - Péguy diceva: "La mia piccola Speranza è quella che tutte le mattine ci dà il buongiorno" - la incrociamo sempre più difficilmente sul nostro cammino.

In questa situazione noi credenti abbiamo una grande responsabilità. Siamo comandati a sperare. Siamo chiamati ad essere uomini e donne di speranza. Ce lo ricorda l'apostolo Pietro: "Dovete essere sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt 3,15). E, "avendo conosciuto una vivente speranza" (1 Pt 1,3) dobbiamo camminare "lieti nella speranza" (Rom 12,12). La nostra fede perciò deve prendere il volto della speranza.

Il nostro essere cristiani si misura non solo sulla domanda: che cosa credi? Ma anche su quella: che cosa speri? In un mondo che ha smarrito il senso della speranza, possiamo essere significativi e comunicativi "soltanto se ci facciamo - come diceva La Pira di se stesso - venditori di speranza".

Avviandoci verso la conclusione dell'anno giubilare, sono queste le domande che non vorremmo lasciare cadere:

* il Giubileo, fine o inizio?

* verso quale immagine di Chiesa camminare?

* quali passi avviare per primi?

 

 

 

I

Il Giubileo, fine o inizio?

 

Il Dio vicino

7. Per tentare di dare a queste domande una prima risposta, che affido alla meditazione dei singoli e delle comunità, vorrei ritornare per un momento sul significato fondamentale del Giubileo, in quanto celebrazione dei 2000 anni dell'Incarnazione del Signore Gesù Cristo. Ripetiamolo ancora una volta: l'evento che ha cambiato il corso della storia è la venuta fra noi del Figlio di Dio; la novità inaudita è questo "farsi prossimo" di Dio stesso, nel suo Figlio che si è fatto uomo e si è donato a noi fino a morirne.

Ci può essere qualcosa di più radicale e decisivo di questa prossimità senza confini, in virtù della quale Dio, in Gesù Cristo, si è rivelato definitivamente (cf. Gv 1,18) come il "Dio Con noi", il "Dio per noi"? E ci può essere parola più significativa da dire, di quella che ripetiamo accogliendo la testimonianza apostolica: "La vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi" (1 Gv 1,2)?

Paradossalmente, il primo e più importante risultato di un evento straordinario come il Giubileo dovrebbe essere la riconferma lieta, tranquilla e indiscussa della fede di sempre: Gesù di Nazareth è il Figlio di Dio; in lui, Dio si è fatto nostro prossimo, si è accostato a noi, poveri, nudi e feriti a morte (cf. Lc 10,30); divenuto lui stesso povero per noi (cf. 2 Cor 8,9), fino a essere denudato e messo a morte, ci ha preso tra le sue braccia aperte in croce, per condurre la nostra esistenza fino alla gloria della risurrezione, di cui è pegno e garanzia lo Spirito, che Egli ci ha dato (cf. Ef 1,3-14).

Si: il Giubileo, che ancora stiamo vivendo, celebra l'amorosa venuta di Dio all'uomo, resa concreta e trasparente, per chi crede, nell'esistenza di Gesù Cristo: in un uomo, cioè, per il quale la misericordia benevolente di Colui che egli chiama Abbà, "Padre mio", è la sola realtà capace di dare pienezza a tutto il suo vivere, fino al punto che a questa realtà, e al progetto di salvezza e di vita che ne scaturisce per l'umanità intera, Egli consacra tutto se stesso, la sua vita e la sua morte.

 

La buona notizia

8. Come i discepoli dopo l'incontro imprevisto, sorprendentemente, con il Risorto sulla via per Emmaus, culminato nello spezzare del pane, anche noi ci rimettiamo in cammino, lieti e quasi increduli per il dono straordinario che abbiamo ricevuto, consapevoli di dover anche noi riferire agli altri "ciò che è accaduto lungo la via" (cf. Lc 24,35) del nostro Giubileo, di dovere raccontare che l'abbiamo incontrato, che ha mangiato con noi e ci ha detto parole di perdono e di vita.

Si parla sempre più spesso, nella Chiesa, di "comunicazione della fede", di "nuova evangelizzazione", di "missione" in un territorio che sono le nostre stesse terre nelle quali l'annuncio del Vangelo, avvenuto da secoli, appare sempre più lontano e incomprensibile. Non è inutile ricordare qui che la radice di ogni missione non può che essere la fede semplice e radicale in Gesù Cristo, "lo stesso ieri, oggi e sempre" (cf. Eb 13,8), lui, nel quale Dio ha voluto essere, definitivamente, il "Dio con noi".

"Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore", ricorda Paolo; e continua sottolineando che il ministero apostolico lo rende servo dei fratelli "per amore di Gesù" (2 Cor 4,5). Ma questa, non altra, è la ragion d'essere di tutta la Chiesa: "Chiesa che annuncia Cristo Signore, il suo messaggio di carità", come cantiamo qualche volta nelle nostre liturgie: perché siamo Chiesa che vive di Lui, del suo Spirito di Risorto, in virtù del suo Corpo donato e del suo Sangue versato. È evidente che il Giubileo non può che riportarci a questo.

 

Ripartire da Nazareth

9. A partire da questo centro, che non mi è sembrato inutile richiamare sinteticamente, vengono fuori naturalmente altre riflessioni e domande. Vorrei svilupparne brevemente due. 

* La prima: come rendere "trasparente, oggi, l'annuncio della prossimità di Dio in Gesù Cristo?

* E la seconda: quale Chiesa ci è chiesto di edificare, nella grazia dello Spirito, in vista di questa missione?

Per rispondere alla prima domanda, occorre tornare al "luogo" della trasparenza originaria e insuperabile del Vangelo cristiano: che è la stessa esistenza storica di Gesù di Nazareth. È in essa che Dio si è reso visibile e ha manifestato la sua gloria; è nel volto di Gesù che si riconosce il volto dei Padre (cf Gv 14,9). Se c'è un "luogo" nel quale è possibile cogliere in tutta la sua evidenza (che si dischiude alla fede) la radicale vicinanza di Dio all'uomo e alla sua vicenda, questo è dato di trovarlo proprio "nei giorni della carne" (cf. Eb 5,7) di Gesù, ossia - come ben traduce la versione italiana della CEI - nei giorni della sua vita terrena.

E mi piace ricordare che fra quei giorni devono essere inclusi anche quelli "oscuri" e silenziosi - e sono i più - che egli passò nel nascondimento del suo piccolo e irrilevante paese: perché quei giorni non sono una sorta di "prologo" alla prossimità di Dio all'uomo rivelata da Gesù, ma ne costituiscono già il cuore e la realizzazione radicale. 1 giorni di Gesù a Nazareth sono significativi, perché anche di essi si può e si deve dire: Dio è lì, nelle giornate monotone e "insignificanti" che un uomo vive in un oscuro paese della Galilea; Dio è lì, presente e prossimo all'esistenza umana più ordinaria che si possa pensare: la casa, la famiglia, il lavoro, i vicini... Dio è lì, e manifesta il suo Volto attraverso l'esistenza di un uomo capace di dirgli Abbà in un modo unico, e che fa del Padre suo il centro insostituibile di tutta la sua vita.

Dio è li, radicalmente presente, e - se così possiamo dire - non particolarmente preoccupato di farsi notare; al punto che quando Gesù, iniziata la sua vita "pubblica", ritorna al suo paese, il suo insegnamento e le sue attività suscitano stupore e sorpresa (cf. Mc 6,1-3). Verranno, certo, anche i giorni "pubblici": eppure, si direbbe che Dio non abbia ritenuto inutile che il suo Figlio vivesse la maggior parte dei "giorni della sua carne" mescolato all'esistenza ordinaria di tutti gli uomini: perché, a pensarci bene, quei giorni rientrano pienamente nella "logica" paradossale che poi si manifesterà ancora, nella vita di Gesù: come quando egli si accosta al battesimo di Giovanni, senza pretendere di distinguere la sua santità rispetto alla miseria peccatrice del suo popolo; e, soprattutto, quando egli affida all'ignominia stolta e drammaticamente "debole" della croce il compito di manifestare pienamente il volto del Padre.

 

Nel vissuto quotidiano

10. Cosa concludere da queste osservazioni? Che la testimonianza che anche noi siamo chiamati a rendere al Padre, che nel suo Figlio Gesù salva e dona vita al mondo, ha come suo luogo primo e decisivo le condizioni ordinarie della nostra esistenza di uomini e donne nel mondo; che il Vangelo perde il suo sapore, se non gli permettiamo di trasfigurare ciò che viviamo ogni giorno, dal mattino alla sera; che la prossimità di Dio al mondo, perfettamente realizzata in Cristo, attende di essere comunicata anche oggi, attraverso l'esistenza di uomini e donne che, come Cristo, la dicono anche silenziosamente, anche "di nascosto", ma lasciando che l'amore del Padre diventi il centro insostituibile della loro vita, nella famiglia e nelle professioni, nelle realtà sociali e culturali, nella festa e nel tempo libero.

Poi, certo, non dovranno mancare le occasioni pubbliche e specifiche per testimoniare e proclamare la fede; non ci si potrà sottrarre alla sfida che pongono oggi le nuove condizioni della comunicazione di massa, a livello addirittura planetario; eppure, se un frutto specifico dobbiamo cercare di cogliere da questo Giubileo dei 2000 anni dall'Incarnazione del Signore, mi sembra che debba essere questo: l'invito a "incarnare" ancora oggi, attraverso la nostra esistenza di credenti, la inaudita prossimità di Dio all'uomo e alla sua vita di ogni giorno: senza troppo preoccuparci di fare degli adepti; offrendo invece a tutti, gratuitamente, gioiosamente, la testimonianza della bellezza della vita in Cristo, della preziosità del Vangelo in quanto esso modella la "normale" esistenza di una donna e di un uomo nel mondo.

Ricordo che nel 1993, all'incontro dei nuovi parroci della Diocesi di Milano - c'ero anch'io appena nominato parroco a Legnano - l'Arcivescovo sorprendentemente ci aveva invitato a riflettere sul ministero pastorale del parroco presentandoci la figura della beata Gianna Beretta Molla, una donna diventata santa restando dentro le condizioni comuni di vita: sposata, madre di quattro figli; da giovane universitaria aveva educato all'Oratorio di Magenta generazioni di giovanissime, colpendo con la sua "fede gioiosa e comunicativa". Svolgendo la sua professione di pediatra aveva imparato a mettere al primo posto la vita dei più deboli, testimoniando con la sua stessa morte la sua coerenza. "Una santa di parrocchia", come ebbe a dire il Card. Martini, e per questo un modello di vita cristiana nella parrocchia e per gli stessi parroci. Di queste figure di santità popolare ha bisogno la Chiesa di oggi.

   

 

II

  Verso quale Chiesa?

Chiesa e vita cristiana

11. La presenza nel mondo di uomini e donne che vivono in mezzo agli altri le condizioni ordinarie della vita, lasciandosi modellare dallo Spirito di Cristo morto e risorto, perché attirati dalla bellezza del Vangelo, è il "punto generatore" della Chiesa: comunità dei discepoli di Gesù Cristo, riunita nello Spirito e posta nel mondo per esservi sacramento della salvezza che Dio offre all'umanità. "Essere Chiesa" e testimoniare la vicinanza salvifica di Dio nelle condizioni ordinarie dell'esistenza umana, non sono due realtà in contraddizione. È evidente: se identifichiamo la Chiesa con le forme più propriamente "ecclesiastiche" della sua vita (p. es. con le attività di una parrocchia, o con la "gerarchia", o con le istituzioni ecclesiali, o con ciò che, con espressione davvero infelice, si suole chiamare la "Chiesa ufficiale"), la contraddizione appare: e non è raro trovare anche dei bravi cristiani che pensano la Chiesa solo in questi termini.

C'è un esame di coscienza da fare, al riguardo: proprio anche da parte di chi - vescovo, preti, diaconi, fedeli e laici impegnati - ha un compito di guida e di promozione della vita di Chiesa: non è un po' anche colpa nostra, se la vita cristiana viene pensata in termini prevalentemente "ecclesiastici"? Se, cioè, proponiamo ai cristiani una forma di impegno che consiste soprattutto nel contribuire alla vita "istituzionale" della Chiesa e meno, invece, nell'attestare attraverso la vita di ogni giorno quella straordinaria prossimità di Dio all'uomo, di cui si diceva?

Proprio perché, come ho già detto, le due dimensioni non sono in contrapposizione, non si deve poi cadere nell'estremo opposto: ignorare, cioè, che la Chiesa vive anche in quelle forme istituzionali, e che esse sono affidate, con doni e in modi diversi, a tutti i battezzati. Forse, però, abbiamo bisogno di un "ricentramento", che consiste nel dare più decisamente il primato dell'attenzione e dell'impegno alla vita cristiana nelle sue condizioni quotidiane; di sostenere in questa linea, e con questa finalità, la formazione spirituale dei cristiani; di non appesantire troppo la nostra vita di Chiesa di strutture e iniziative che sono poi da mantenere e gestire, per essere invece più attenti alle persone e alla vita in Cristo che sono chiamate a vivere.

 

Verso un'immagine comunitaria di Chiesa

12. Paradossalmente, ciò domanda un impegno ancora più assiduo nell'attenzione ai "luoghi" dove poi si plasma la vita in Cristo. Penso per esempio alla parrocchia, che vedo sempre più affannata dietro le varie esigenze della pastorale, con il rischio di perdere di vista il "poco" di cui c'è bisogno: un autentico contatto con la Parola di Dio; l'esperienza della vita in Cristo a partire dalla vita liturgica e sacramentale; le condizioni per sperimentare la fraternità in Cristo, nell'accoglienza reciproca (cf. Rom 15,7-13) e nell'attenzione ai più poveri (cf. Gc 2,1-13). Non è di qui che dovremmo ripartire?

Nella Lettera Pastorale La grazia e il compito di ricominciare, avevo dedicato il II capitolo a indicare le dimensioni di fondo di una "Chiesa comunitaria", capace di far superare la visione sociologica di Chiesa, che ancora sembra prevalente e di restituire l'immagine di una comunità di credenti, radunata intorno a Cristo e vivente di Lui.

L'itinerario era abbozzato secondo tre orientamenti, peraltro classici:

Ritengo che su questi orientamenti generali si potrà costruire un itinerario di riflessione e di impegno pastorale per la nostra Chiesa diocesana, e per le sue diverse articolazioni, nei prossimi anni: itinerario la cui finalità - trovo necessario ribadire - resta quella primaria di offrire a ogni cristiano le condizioni, quasi l'humus vitale, per quella "vita in Cristo", che ciascuno è chiamato ad attuare nelle condizioni comuni del vivere umano.

 

Le linee di forza di un progetto comune

13. Il desiderio di molti è quello di avere tra le mani un vero e proprio progetto pastorale. È questo l'obiettivo che la Lettera intende perseguire, almeno come punto di arrivo di un cammino. Un progetto pastorale, infatti, è anche qualcosa che si costruisce strada facendo, nel momento in cui ci si pone in cammino come Chiesa, secondo alcuni orientamenti comuni, e si rimane aperti a discernere con attenzione di fede, e insieme piena di simpatia, ciò che accade nel nostro mondo così mutevole. Il progetto, però, non lo dà il Vescovo da solo: è anch'esso espressione e frutto di una Chiesa‑comunione, che cerca di rispondere con fedeltà all'invito di Dio. In questa prospettiva ritengo importanti alcune linee di forza della vita della nostra Chiesa nei prossimi anni; linee di forza sulle quali mi sento di chiedere una vera convergenza di tutti, ben consapevole che, peraltro, la varietà delle situazioni pastorali che caratterizzano la nostra Diocesi domanderà poi intelligenti adattamenti e realizzazioni concrete assai variegate; proprio l'esperienza del Giubileo, del resto, mi ha confermato nella convinzione che è possibile convergere in una più visibile comunione, nel cammino della nostra Chiesa: e mi auguro che l'orientamento avviato nell'anno giubilare si consolidi sempre più.

Le linee di forza che verranno indicate, per di più, non pretendono di esaurire tutta la normale attività pastorale; a questa attività, alla quale da sempre dedichiamo zelo, è chiesto però di orientarsi e organizzarsi secondo quelle linee di forza: in modo che esse non diventino un "di più" da fare, ma siano come un alveo, che permette di far scorrere meglio tutta la pastorale, evitandole una eccessiva dispersione.

Ed ecco ora una presentazione sintetica del cammino che propongo alla Chiesa reggiano-guastallese per i prossimi sei anni pastorali - se Dio vorrà - e cioè da questo nuovo anno pastorale 2000-2001 fino al 2005-2006; l'ossatura dell'itinerario è data dai tre temi enunciati sopra, e che riprendono il II cap. della Lettera Pastorale La grazia e il compito di ricominciare; a ciascuno dei tre temi chiedo di dedicare un'attenzione particolare per un biennio, in modo che vi sia un tempo ragionevolmente ampio per assimilarlo e incominciare a tradurlo sempre meglio nella vita delle nostre comunità.

Questo dunque il programma: 

La vicenda dei discepoli di Emmaus, rievocata prima, può aiutarci a tenere il filo conduttore dell'itinerario: come i due pellegrini, anche per noi si tratta prima di tutto di ascoltare di nuovo, in tutte le Scritture, ciò che si riferisce a Cristo; per poi metterci a tavola con Lui e riconoscerLo nella frazione del pane; e trovare in questo incontro, che si rinnova ogni settimana nel Giorno del Signore, la forza per ricominciare un cammino che conduca verso i fratelli.

Nulla di nuovo, in un certo senso: ma riscoprire e rimettere a fuoco, nel nostro contesto attuale, le ragioni di ciò che facciamo sempre, perché lì sta il cuore della nostra vita di Chiesa e di ciò che siamo chiamati a testimoniare e offrire al mondo. Si tratta di ritornare alla figura dello scriba evangelico, il quale nell'ascolto del Maestro impara a trarre dal tesoro delle Scritture "cose antiche e cose nuove" (cf. Mt 13,52), cioè cose antiche in modo nuovo.

 

 

III

La Chiesa sotto la Parola di Dio: comunità di fede

 

  Un'icona di partenza

14. So di essere l'ultimo arrivato nel cammino della Parola nella Chiesa reggiano-guastallese. Prima di me altri hanno incominciato a familiarizzarsi e a familiarizzare alla Parola di Dio come sorgente perenne di vita spirituale. Penso, per fare qualche nome, a mons. Leone Tondelli, stimato esegeta dei Vangeli e iniziatore dei gruppi di Vangelo presso la Biblioteca capitolare della Cattedrale; a don Giuseppe Dossetti, tra i primi a frequentare i suddetti gruppi di Vangelo e poi, come monaco, a darsi un vero e proprio metodo di lettura spirituale della Bibbia; da ultimo a don Luciano Monari, attuale Vescovo di Piacenza-Bobbio, stimato animatore delle scuole della Parola.

Nel suo intervento in occasione dell'ottantesimo genetliaco di don Dossetti, il biblista Card. Carlo Maria Martini aveva avanzato, come icona di partenza di una Chiesa sottomessa alla Parola, quella del "bambino svezzato in braccio a sua madre", come ricorda il Salmo 131, esortando e incoraggiando a "tenere davvero la Scrittura come un bambino in braccio, con affetto e riverenza, affinché la Parola sia sempre "lampada per i nostri passi e luce per il nostro cammino" (Salmo 119,105).

È una bella immagine, che suggerisce senso di abbandono, fiducia e pace. Ed esprime molto bene l'atteggiamento di familiarità, e insieme di riguardo e di amore con cui la Chiesa deve tenere tra le braccia la Scrittura, proprio come se avesse tra le mani il bambino Gesù. Di fatti, come richiama il Concilio, "è Gesù stesso che parla e si fa presente attraverso le Scritture" (cf. SC 7).

Origene, grande innamorato delle Scritture, esortava i suoi ascoltatori a non lasciar cadere nessuna briciola della Parola di Dio con la stessa attenzione con cui si preoccupavano di non lasciar cadere dalle mani neanche una briciola del Pane eucaristico andando alla comunione. Era anche questo un modo per sottolineare l'abbinamento sostanziale fra Parola di Dio e Eucaristia.

 

Accogliere e annunciare la Parola

15. "Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo an­che a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1 Gv 1,3).

Non è questo solo il testo che ha ispirato un noto canto di comunione. E' anche il messaggio in cui può essere racchiusa tutta la dinamica del primo biennio post‑giubilare, per la nostra Chiesa. Ed è dinamica missionaria, perché la Chiesa non può fare altro che annunciare la "buona notizia"; ma, per fare questo, essa ha bisogno di rimettersi in ascolto di questa buo­na notizia, che non è semplicemente ricordo del passato, ma realtà presente.

Bisogna dunque "ricominciare dalla Parola", per una prima ragione fondamentale. Sempre la Chiesa si genera accogliendo la Parola "non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale Parola di Dio, che opera in voi che credete" (1 Ts 2,13). La Chiesa non sa evangelizzare, se non si lascia prima evangelizzare, come ricorda Paolo VI nella sua ancora attua­le enciclica Evangelii nuntiandi (cf. EN 15). I due momenti ‑ quello dell'ascolto e quello dell'annuncio ‑ sono strettamente uniti. E la gente stessa che ascolta le nostre catechesi e omelie, in particolare i giovani, si accorgono e talvolta lo manifestano se chi parla è lui stesso "dentro" alla parola che annuncia. La Parola che Pietro proclama alla folla di Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste, "trafigge il cuore" e spinge alla conversione (cf. At 2,37s); purché, s'intende, la Chiesa e ciascuno di noi si lasci "evangelizzare mediante una conversione e un rinnovamento costanti, per evangelizzare il mondo con credibilità" (EN 15).

C'è una seconda ragione che mi spinge a chiedere alla Chiesa reggiano‑guastallese di ricominciare dal Vangelo. È già stato sottolineato: la dinamica dell'Incarnazione a cui ci ha richiamato l'evento del Giubileo, ci porta a riconoscere al cuore della fede cristiana l'inaudita prossimità di Dio all'uomo, resa visibile nella vita e nella morte di Gesù di Nazareth. Questo è ciò che ogni credente è chiamato a testimoniare, anzitutto con la sua vita "santa", cioè liberata dal peccato e conformata dallo Spirito a quella di Cristo, al punto che Paolo può dire dei credenti che "noi abbiamo il pensiero di Cristo" (1 Cor 2,16), cioè ragioniamo come Lui, sentiamo come Lui, vogliamo come Lui... e proprio per questo possiamo essere suoi testimoni.

È chiaro che il "pensiero di Cristo" non si forma in noi se non in virtù di un'assidua contemplazione di Lui, in un continuo ascolto della sua Parola, dei suoi gesti, di tutta la sua vita, quale ci è trasmessa dalla testimonianza apostolica e dalla sua meditazione di "tutte le Scritture", che conducono a Cristo. "Ignorare le Scritture è ignorare Cristo", ammoniva S. Girolamo. Ritorniamo alle Scritture, dunque. È meditandole con assiduità che si forma in noi, per dono dello Spirito, il "pensiero di Cristo". È a partire di lì che nasce ogni testimonianza.

E poi c'è una terza ragione: la Parola "cresce e si moltiplica" (At 6,7; 12,24; 19,29). Così accade nelle prime comunità cristiane, nonostante tutti i limiti e gli ostacoli di cui leggiamo negli Atti degli Apostoli. Del resto è Gesù stesso che nelle sue parabole del regno paragona l'annuncio al "seme" che, sparso generosamente, si perde e quasi viene "sprecato", eppure è capace di produrre frutti con abbondanza inaspettata (cf. Mc 4,8; Le 13,19). E questa sovrabbondanza è per noi motivo di consolazione e di coraggio, perché ci fa capire che anche di fronte a terreni ingrati, che sembrano quelli del nostro tempo, vale la pena di continuare a spargere il seme della Parola. "La Parola di Dio non è incatenata" (2 Tim 2,9). Lasciamoci afferrare dalla sua forza, perché si compia il miracolo della nuova evangelizzazione.

 

Destinatari

16. Mi sembra decisivo sottolineare che è l'uomo d'oggi il destinatario dell'annuncio; non si può sognare un uomo che non esiste più o non esiste ancora. È l'uomo di oggi con tutte le sue ansie e contraddizioni, che deve essere accettato per quello che è. Questo richiede che l'azione evangelizzatrice maturi una grande capacità di ascolto e di inculturazione, che oggi si presenta difficili a causa delle cangianti condizioni della società attuale.

A riportare la Chiesa alla Parola di Dio è perciò il contesto in cui la Chiesa ascolta e annuncia la Parola. Elevando forte la sua voce al convegno di Palermo, Giovanni Paolo 11, l'ideatore dell'istanza di nuova evangelizzazione che sollecita la Chiesa oggi, osservava: "Cari fratelli e sorelle, questa nostra Italia ‑ consentitemi di chiamarla 'nostra' perché la sento come la mia seconda patria ‑ sta vivendo un momento di crisi, che non tocca solo gli aspetti più appariscenti e immediati della convivenza civile, ma raggiunge i livelli più profondi della cultura e dell'ethos collettivo".

Più di una voce ha messo in risalto come anche la Chiesa, che cammina nella storia degli uomini, stia vivendo un'epoca infinitamente più complessa. La Chiesa che per due millenni si è confrontata con gli avversari ideologici, oggi ha di fronte a sé un uomo dei tutto indifferente ai valori, assolutamente agnostico. Quest'uomo - l'ultimo uomo, come lo chiamava Nietzsche - è il vero nemico dell'evangelizzazione. Di fronte a questo uomo indifferente ai valori, assolutamente agnostico, è difficile combattere, perché è come combattere con il niente, contro un muro di gomma.

"In effetti - come richiama il Card. C. Ruini - i processi di affermazione della centralità e dell'autonomia dell'uomo si sono rivelati storicamente assai ambigui e portati a ritorcersi contro l'uomo stesso. Il problema forse più radicale è costituito dalla tendenza, ormai plurisecolare e ancora in via di espansione, a concepire e realizzare la convivenza nella libertà in termini di neutralizzazione delle questioni della verità, della religione e dell'etica a livello sociale, confinandole nella sfera del personale e del privato. Di qui la spinta a considerare tali questioni come irrilevanti anche sul piano della vita personale, con sbocchi nichilistici e disumanizzanti" (Il Vangelo nella nostra storia, p. 17).

Nei confronti di quest'uomo, occorre un atteggiamento culturale assai attento. Certo la Chiesa resta sempre chiamata a dare testimonianza di una Parola e di una Verità di cui la Chiesa stessa non è padrona, ma serva; al tempo stesso, è chiamata a dare testimonianza della qualità libera dell'assenso di fede di ciascuno, risvegliando la bellezza e la gioia di credere all'interno delle potenzialità, ma anche delle contraddizioni, delle incertezze, delle inquietudini del reale e del sociale, E stata questa,  se ricordo bene, la reazione di un ascoltatore del Vangelo di Marco riproposto con efficacia persuasiva dal biblista Ravasi in quest'anno giubilare: "Non è facile vivere coerentemente al Vangelo, però è bello!".

 

Lontani o allontanati?

17. Molte pagine della Bibbia ci presentano dei forestieri, dei pagani, degli esclusi, che però diventano dei destinatari privilegiati della Parola di Dio. È il caso del centurione pagano (cf. Mt 8,5-13), della donna cananea (cf. Mc 8,24-30), dei greci che chiedono di vedere Gesù (cf. Gv 12,20-21). Negli stessi ascendenti della famiglia di Gesù sono ricordati uomini e donne non certo encomiabili per la loro vita (cf. Mt 1,1-16). E come dimenticare gli abitanti di Ninive, questi "pagani" e nemici di Israele, che si dimostrano più pronti ad accogliere la parola della conversione dello stesso profeta che la annuncia (cf. Giona 3)?

Nessuna meraviglia che vicino a noi, nelle nostre case, dentro le nostre stesse famiglie incontriamo dei "lontani". Sono persone magari battezzate che non vivono regolari rapporti con la comunità cristiana, le sue celebrazioni, predicazione e iniziative, per le cause più diverse: insufficiente cura educativa nella adolescenza e giovinezza, difficile impatto con il mondo della scuola e del lavoro, illusioni e delusioni della società del benessere, intolleranza per le lacune della testimonianza cristiana... C'è da chiedersi perciò se, alle volte, quelli che chiamiamo "lontani" non siano, forse, più degli "allontanati" o dei "tenuti lontani".

Particolarmente in difficoltà ad ascoltare la nostra predicazione sono i giovani, quando la nostra presentazione della fede cristiana dà per scontate alcune cose che invece richiedono riflessione critica, quando ricorre a un linguaggio ripetitivo, logorato dall'uso, finendo per offrire un'immagine sfocata del messaggio di Gesù. E tuttavia, come hanno sorprendentemente richiamato gli incontri con Giovanni Paolo II, le scuole della Parola di vari vescovi, i giovani si avvicinano quando chi parla loro è "dentro" lui stesso al messaggio che propone.

Occorre perciò sperimentare pazientemente e confrontare tra loro diversi itinerari di annuncio della fede, valorizzando alcune occasioni di incontro che i "lontani" hanno con la comunità cristiana o creandone di nuove: catechesi prematrimoniale, incontri battesimali per i genitori, predicazione per i funerali, visita missionaria alle famiglie o a gruppi di famiglie da parte di persone ben preparate, possibilità di sereni colloqui con il sacerdote e con laici disponibili e capaci, scuole organiche di introduzione alla fede, a livello diocesano e vicariale, alle quali inviare quelle persone che talvolta si presentano per chiedere seriamente un aiuto nella riscoperta della fede.

L'efficacia della Parola di Dio può essere ulteriormente evocata, mettendola a confronto con tanti momenti bui e angosciosi della vita personale e sociale: sofferenze di persone a noi vicine, tragedie sociali che fanno toccare con mano l'impotenza delle parole umane. Anche in queste occasioni "la luce splende nelle tenebre" (cf. Gv 1,5).

 

Il modello di una comunità credente

18. Vivere "della Parola" e "sotto la Parola" è ciò che fa delle nostre comunità cristiane vere "comunità di fede". Vorrei indicare qui un modello, riferendomi ancora agli Atti degli Apostoli. Pietro e Giovanni, dopo essere stati arrestati a seguito della guarigione dello storpio (cf. At 3,1ss), e dopo essere stati precettati con minacce di non continuare a parlare "nel nome di Gesù", se ne tornarono alla comunità, raccontando ai fratelli ciò che era accaduto (At 4,23ss).

Alla notizia, la reazione della comunità è significativa: l'accaduto viene letto alla luce del Salmo 2, che già rievocava l'opposizione dei potenti del mondo contro il Messia (vv. 24-26), applicando quanto era successo a Cristo e alla comunità associata a Lui nella persecuzione. Il tutto ha luogo in un contesto di preghiera che si conclude con la richiesta a Dio che i cristiani possano "annunciare con tutta franchezza la Parola" e che "segni potenti" compiuti nel nome di Gesù la confermino (cf. vv 27-30). Il racconto termina con l'effusione di Spirito come per una "nuova Pentecoste", che viene così a confermare l'esaudimento della preghiera: "Tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la Parola di Dio con franchezza" (v. 31).

Mi piace rilevare alcuni punti significativi di questo episodio: 

Quasi anticipando questo volto di comunità che ascolta e annuncia la Parola in un contesto di preghiera e di missione, Luca negli Atti scrive: "Essi ascoltavano con assiduità l'insegnamento degli Apostoli, vivevano insieme fraternamente, spezzando il pane e pregando insieme" (At 2,42).

 

Alcuni interrogativi

19. Mi pare che si possa individuare qui un primo modello di Chiesa quale "comunità di fede", che vive della Parola di Dio e a partire da essa orienta il proprio cammino. Senza la pretesa di sviluppare in modo esaustivo le implicazioni di questo testo, vorrei proporre alcuni interrogativi, che posso­no sollecitare la nostra riflessione personale e comunitaria:

 * la familiarità con la Parola di Dio, quale ci è data anzitutto nella Sacra Scrittura, accolta nella vivente Tradizione della Chiesa:

* la vita di preghiera, quale ci è data sia dalla preghiera liturgica sia dalla preghiera personale: 

 * il discernimento personale e comunitario, in ordine sia al proprio essere spirituale sia all'agire pastorale, sia alla presenza attiva nelle realtà culturali e sociali del nostro tempo, deve essere illuminato dalla Parola di Dio:

 * le occasioni di annuncio, che il Signore ci apre nella vita delle comunità e delle persone:

La vita dei Santi è segnata dalla familiarità con la Parola di Dio. Per Antonio, che sarà poi l'eremita del deserto, entrare un giorno in chiesa e sentire proclamare nel Vangelo l'invito di Gesù al giovane ricco "Va', vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, e poi vieni e seguimi" (cf. Mt 19,21), bastò per sentirsi personalmente interpellato da quella Parola per decidersi a cambiare vita. Agostino, già assiduo frequentatore alla predicazione del vescovo Ambrogio di Milano, e tuttavia ancora indeciso sulla sua scelta di vita, aperto un giorno il libro delle Scritture alla pagina dove Paolo esorta i cristiani ad astenersi da "impurità, ubriachezze e orge, per rivestirsi della grazia di Cristo" (cf. Rom 13,13-14), ritenne rivolta a sé quella Parola e fu l'inizio della sua conversione.

Non solo la vita dei Santi, ma anche l'esistenza del cristiano è caratterizzata da forme e scelte di appropriazione della Parola di Dio: così è stato per l'abbé Pierre, noto amico dei poveri, nella recente intervista rilasciata ad Avvenire, la vigilia dell'incontro dei giovani con il Papa per la Giornata della Gioventù: "Qualunque cosa avete fatto ad uno di questi piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40). È la stessa Parola che, nell'incontro che l'anno scorso ebbi con alcune novizie delle Case della Carità in Madagascar, mi veniva ripetuta come il messaggio ispiratore della loro scelta vocazionale a favore dei piccoli.

 

 

 IV

Quali passi avviare per primi? Proposte concrete

 

Alcune proposte concrete possono già qui essere indicate, per questo primo anno di cammino della nostra Chiesa e delle varie realtà ecclesiali "sotto" la Parola di Dio; alle comunità parrocchiali, all'Azione Cattolica e alle aggregazioni laicali e a ogni realtà e persona della nostra Chiesa il compito di arricchirle e adattarle alla varietà delle situazioni e delle attese e necessità.

 

Un libro biblico

20. Come segno di convergenza nella vita della nostra Chiesa, ritengo utile porre l'accento, per ogni anno pastorale, su di un libro biblico, che offra una sorta di percorso‑guida alle diverse attività: un libro da approfondire nei centri di ascolto, in corsi di S. Esercizi e Ritiri spirituali, da valorizzare nella meditazione personale, da ascoltare nei momenti significativi della vita diocesana e parrocchiale, di gruppi e di associazioni.

Per il primo anno del biennio 2000-2002, incentrato sul tema della Parola di Dio, la scelta cade da sé sull'opera lucana: il Vangelo di Luca, che è anche il Vangelo del prossimo anno liturgico, sarà il libro che seguiremo in questo primo anno. Ci aiuterà a riconoscere in Gesù il primo "evangelizzatore della buona notizia" (cf. Lc 4,18-21), Colui che "spiega le Scritture" con una parola che parla alla mente senza inaridire il cuore (cf 24,27.44-45), e ci chiama a vivere la beatitudine promessa a coloro che "ascoltano la Parola di Dio e la osservano" (cf. 11,28).

Nell'anno successivo 2001‑2002, l'attenzione si fermerà invece sugli Atti degli Apostoli, grazie ai quali potremo contemplare sempre meglio il modo con cui la Parola di Dio plasma la vita delle comunità cristiane e le spinge alla missione. Già Lutero scriveva che "con questo libro Luca istruisce la cristianità fino alla fine dei secoli".

Entro l'inizio dell'anno liturgico, giungeranno alle diverse comunità alcune schede di lettura, che facilitino l'accostamento al Vangelo di Luca e aiutino a contestualizzarlo nella nostra situazione. E, a Dio piacendo, nel periodo estivo del 2001, si potrà proporre una settimana Idillica diocesana che permetta, a chi lo desidera, di approfondire meglio entrambi i libri biblici proposti nel biennio.

Ancora da scoprire, in diverse parrocchie e realtà ecclesiali, è la pratica della lectio divina. Essa propone un accostamento personale alle Sacre Scritture, non tanto ai fini di studio o di esegesi scientifica, ma in atteggiamento di meditazione e di preghiera con la Parola di Dio, memori che leggendo la Bibbia il Signore parla personalmente.

Una iniziazione alla lectio divina e, quasi, un apprendistato comunitario alla meditazione personale della Bibbia è la scuola della Parola che, secondo le opportunità e la maggior efficacia, può essere realizzata ai vari livelli: parrocchiale, vicariale, diocesana, a partire magari dai giovani.

Infine, anche la breve omelia quotidiana alla celebrazione eucaristica nei giorni feriali può offrire opportunamente, pur nella fatica di chi la deve preparare, una piccola Scuola della Parola, orientando la preghiera e sostenendo, come pane fresco, il cammino di fede negli impegni quotidiani di vita.

 

Una scuola di preghiera

21. E' noto che Luca è l'evangelista della preghiera (cf. soprattutto Lc 11,1-13 e 18,1-8). Ritengo che, sul filo del suo Vangelo, il 2000-2001 potrà essere un anno particolare di formazione alla preghiera, personale e comunitaria. Dovremo far crescere "scuole della Parola" che siano anche, insieme, "scuole di preghiera", nelle quali educarci all'ascolto orante della Parola di Dio e a una preghiera non superficiale, sostanziosa, insieme radicata nell'intimo della persona e aperta ad un orizzonte universale; una preghiera modellata su quella filiale di Gesù, e per questo aperta all'azione dello Spirito.

Luogo irrinunciabile del cammino di preghiera è anzitutto il mistero della persona. Ne consegue che ogni persona è prota­gonista di ogni preghiera. Pregando, si è chiamati a giocare in prima persona la propria vita: la preghiera, anche quando è comunitaria, liturgica, o comunque associata, riceve verità e valore solo se trova la sua costante ispirazione nel mistero personale e concreto della propria adesione di fede, speranza e carità. A questa consapevolezza del valore personale di ogni preghiera non si arriva senza una educazione progressiva e una iniziale esperienza. Non mancano luoghi adatti a tale scopo, come case di preghiera, centri di spiritualità che devono essere meglio valorizzati. A pregare, infatti, si impara pregando, come canta una canzone in dialetto milanese che andava di moda un po' di tempo fa: "Sun mi, sun mi, Signur, che devi pregà".

Luogo naturale per una iniziale esperienza di preghiera è anche la famiglia. Certo, anche in casa, in particolare nei moderni appartamenti di condomini di città, non è facile avere tempi e spazi di silenzio e di raccoglimento. E tuttavia anche qui si radicano taluni momenti significativi della vita di ogni giorno e lungo l'arco dell'esistenza: pranzo, cena, festa, nascita, compleanni e onomastici, malattia e guarigione, morte. La famiglia è luogo di sentimenti e di affetti, di rapporti personali profondi: può e deve essere un ambito privilegiato per costituire il terreno propizio per la preghiera d'insieme. Certamente, è anche il luogo delle tensioni e delle incomprensioni che la preghiera può aiutare, se non a risolvere, ad affrontare con animo più disposto. Sarà perciò opportuno offrire lungo l'anno itinerari concreti di preghiera familiare collegati con i tempi e le risorse dell'anno liturgico della Chiesa.

Infine, luogo di iniziazione alla preghiera è la liturgia. L'esperienza insegna che là dove è calata o scomparsa la preghiera personale è venuta meno anche la preghiera liturgica. Magari si va ancora a Messa alla domenica, ma senza riuscire a fare ogni volta una vera esperienza di preghiera. Anche la preghiera liturgica non va da sé e ha bisogno di accompagnamento. Pregare nella liturgia è entrare in uno spazio e in un tempo "diverso" rispetto a quelli che caratterizzano la vita normale. A fare la differenza è anzitutto la capacità, già subito entrando in chiesa, di "fare silenzio", di mettersi in ascolto, di "elevare la mente in Dio". È la piazza, opportunamente, il luogo della conversazione, prima e dopo la liturgia. Non la chiesa.

Occorre, perciò, uno stile di celebrazione capace di coinvolgere subito lo sguardo e l'attenzione della mente e del cuore di chi entra in chiesa per partecipare alla liturgia. Ma per essere coinvolgente, una celebrazione ha bisogno di essere preparata, non improvvisata all'ultimo momento, magari da chi è chiamato a svolgere un ruolo ministeriale (lettori, cantori, addetti al servizio ... ).

Nella mia recente visita alle missioni diocesane del Brasile, mi ha particolarmente colpito nelle vivaci celebrazioni liturgiche l'accoglienza dei libro della Parola con la processione in mezzo all'assemblea: i gesti come accompagnare le Scritture con delle fiaccole, con l'aspersione sull'assemblea ("la Parola è come pioggia che irriga"), le danze e i canti coinvolgenti fino ad arrivare all'applauso quando si mostrava il libro all'assemblea! Era immediatamente facile pensare ad un popolo in cammino, desideroso di mettersi in ascolto del suo Signore.

Occorre infine distanziare le Messe domenicali e non moltiplicarle se questo dovesse comportare una minor cura della celebrazione stessa, della sua preparazione e dei ministeri liturgici richiesti. Chiedo perciò che, soprattutto nelle parrocchie, ci si preoccupi di come formare alla preghiera, a partire da una degna celebrazione della liturgia domenicale, che dovrebbe diventare la prima scuola di preghiera della comunità.

Troppo spesso abbiamo pensato che la riforma liturgica, fortemente voluta dal Vaticano li, significasse riformare i riti, cambiare i testi delle preghiere, introdurre segni nuovi. Meno pensiamo alla liturgia come soggetto e non oggetto di riforma: sono infatti le celebrazioni liturgiche il luogo privilegiato della riforma della vita del cristiano. Come troviamo in un testo post‑conciliare: "... non soltanto quando si legge ciò che fu scritto per la nostra istruzione (cf. Rm 15,4), ma anche quando la Chiesa prega o canta o agisce, la fede dei partecipanti è alimentata, e le menti sono sollevate a Dio, per rendergli un ossequio ragionevole e ricevere con più abbondanza la sua grazia" (OLM 44).

 

I Consigli pastorali parrocchiali

22. Luogo primario per vivere esemplarmente l'esperienza della parrocchia quale comunità di fede e sollecitare tutta la comunità ad un cammino in questa direzione è il Consiglio pastorale. Il "consigliare" nella Chiesa non è facoltativo, ma è necessario per il cammino da compiere e per le scelte pastorali da fare. Il Consiglio pastorale è uno strumento per l'esercizio effettivo del principio di corresponsabilità.

Questo obiettivo non può dipendere esclusivamente da meccanismi istituzionali (quali ad es.. la scelta dei candidati, le votazioni ... ), ma esige anzitutto una coscienza ecclesiale da parte dei suoi membri, uno stile di comunicazione fraterna e la comune convergenza su di un progetto pastorale, infine una buona presidenza alla quale non manchi disponibilità all'ascolto, finezza nel discernimento, pazienza nella relazione. A tutti, indistintamente, chiede perciò l'attitudine al dialogo, l'argomentazione delle proposte, prima di tutto la familiarità con il Vangelo e la comunione con la dottrina e la disciplina ecclesiastica in genere.

Chiedo che nei Consigli pastorali parrocchiali, continuando la riflessione già proposta con le due trasmissioni radiofoniche del novembre 1999 e del maggio 2000, ci si impegni in modo particolare per mettere a fuoco il servizio a cui è chiamato il Consiglio pastorale stesso e il suo modo di lavorare, mettendo l'accento sopratutto sul Consiglio pastorale parrocchiale come luogo nel quale compiere una lettura credente, ispirata alla Parola di Dio, della realtà della parrocchia, e un itinerario pastorale che aiuti la parrocchia stessa a muoversi secondo le linee suggerite in questa lettera. A questo scopo sarà mia premura predisporre una équipe diocesana preparata e disponibile ad accompagnare esperienze e cammini di discernimento pastorale presso i Consigli parrocchiali, anche in vista della visita pastorale che intendo avviare dopo l'anno giubilare.

 

 

In cammino

 

Convergere sull'essenziale

23. Camminando in montagna, lì dove i sentieri sono confusi o cancellati, è utile avere dei punti di riferimento: qualche albero, una roccia caratteristica, un fiume, possono aiutare il viandante a non perdersi, mentre procede verso la vetta che si distingue in lontananza. Mi piace vedere questa Lettera come l'indicazione dei punti di riferimento, sul quale orientarci tutti insieme. Non è mia intenzione indicare tutti i singoli passi del cammino; individuarli e percorrerli pazientemente, è compito non del Vescovo da solo, ma di tutta la Chiesa diocesana, nei mesi e anni che Dio ci darà. Abbiamo chiara, davanti a noi, la meta, dischiusa dalla Pasqua di Gesù Cristo. Affidandoci allo Spirito, e impegnando le nostre capacità e i doni diversi e molteplici che arricchiscono la nostra Chiesa reggiano‑guastallese, corriamo insieme "verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù" (Fil 3,14).

Mi spiacerebbe, invece, che l'orientamento qui indicato venisse inteso come un peso in più da portare. Non è così. "Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero" (Mt 11,30), ebbe a dire un giorno Gesù, invitando i suoi a "sostare" con Lui. L'intento, se mai, è quello di convergere sull'essenziale, che meritò a Maria, la sorella di Marta, l'elogio di Gesù, sedendo ai suoi piedi in ascolto (cf. Lc 10,38­42).

 

Maria, donna di fede

24. Affido i primi passi di questo cammino post-giubilare a Maria, Vergine dell'ascolto, colei che, secondo il Vangelo di Luca, ha saputo "conservare tutte queste cose, meditandole nel suo cuore" (Lc 2,51). Di lei, il vescovo Ambrogio diceva che "prima di concepire nel corpo, Maria ha concepito nella fede". Non è un caso che in talune Annunciazioni Maria sia rappresentata al momento dell'annuncio dell'Angelo in lettura della Parola di Dio e insieme con evidenti segni della maternità.

Ci doni il Signore, per intercessione della Vergine Maria, di tenere davvero la Scrittura come un bambino in braccio, con affetto e riverenza, affinché la sua Parola sia sempre lampada per i nostri passi e luce per il nostro cammino" (Sal 119,105).

 

 

 

ADRIANO CAPRIOLI, vescovo

 

Nella festa della Natività di Maria, 8 settembre 2000,

dal santuario della B. Vergine della Ghiara.


 

 

 

 

 

 

 

 

LETTERA DEL VESCOVO PER LA CONCLUSIONE DELL'ANNO GIUBILARE

 

 

Il 5 gennaio 2001 pomeriggio a Reggio si celebrerà la conclusione diocesana del Grande Giubileo (mentre la conclusione "universale" sarà a Roma il 6 gennaio). Per questo avvenimento e per parteciparvi come diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, il vescovo ci invia la seguente lettera -  ndr.

 

Carissimi fratelli e sorelle, vi invito con tutto il cuore alla solenne liturgia di conclusione dell'Anno Giubilare che in tutte le diocesi del mondo viene anticipata ai primi vespri della Epifania.

Appena un anno fa vi ho invitati all'apertura di un Anno di Grazia. Allora l'invito era carico di attese. Il tempo è passato in fretta, ma speriamo carico di frutti e di promesse. Oggi l'invito si fa più caloroso perché vuole diventare mandato: impegno comune a vivere nello Spirito la quotidianità, santificando la professione, la vita di famiglia, la presenza nel mondo, la propria vocazione e diventando sempre più sinceri e gioiosi testimoni di quel Vangelo che più volte vi ho chiesto di "mettere ai piedi".

Non lo facciamo solo per noi, ma per tutti: abbiamo tutti bisogno di speranza e noi non possiamo tacere che la Parola del Signore può davvero assicurarla.

Ho pensato anche a due "Segni" concreti da portare alle vostre case e nelle vostre comunítà:

Venerdì 5 gennaio alle ore 15,30 vorrei che davanti alla Cattedrale si radunasse tutta la diocesi. Aspetto sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, accoliti, lettori, ministri straordinari della S. Comunione, Gruppi dei Ministranti, Associazioni e Movimenti, Case della Carità, Consigli Pastorali e fedeli rappresentanti di ogni Parrocchia, ciascuno con il proprio abito liturgico o il proprio distintivo e tutti con la medesima gioia dell'unità e della fede.

Nella liturgia di conclusione vi chiedo di esserci insieme come unico corpo e di lasciarvi distinguere nel vostro ruolo, per dire all'altro che "io ci sono e puoi contare su di me": tutti, ciascuno con il proprio servizio e il proprio carisma, intendiamo aiutarci nella santificazione di questa Chiesa locale di cui siamo membra.

Concludendo in Ghiara con la solenne concelebrazione abbiamo un motivo ulteriore per sospendere altre Messe vespertine e convergere in una comunione ecclesiale significativa.

Vi benedico di cuore e vi aspetto per deporre ai piedi della Madonna della Ghiara. le nostre fatiche e i nostri propositi.

 

+ Adriano Caprioli

vostro Vescovo

 

 

 

 

 

 

 

 

C'E' QUALCUNO IN CASA?

(lettera alle famiglie)

 

 

INDICE

 

Ancora una lettera

A Sara e Luca, fidanzati

A Luisa e Renato, giovani sposi

Dialogo con Franco e Patrizia, rísposati civilmente

A Paola e Alberto, genitori di una ragazza che ha deciso di farsi suora

A Lorenzo, diacono permanente, e a Francesca, sua moglie

A Vincenza, che è rimasta vedova

Conclusione

Il Vangelo della famiglia

 

*** 

 

Ancora una lettera.

"Papi - spiega Elena, appena rientrata in casa dall'incontro di catechesi per la prima Comunione -, in parrocchia mi è stata consegnata questa lettera del Vescovo per la nostra famiglia".

"Ancora una lettera del Vescovo? Ma il Giubileo non è già finito?", sbotta il papà, alzando appena gli occhi dal giornale.

'"La voglio io... ", interviene il fratellino più piccolo, riuscendo a strappare di mano la lettera alla sorella: "Voglio vedere i disegni!".

Anche quest'anno vengo a bussare alla vostra porta. È vero, il Giubileo è finito o sta per finire, ma non vorrei che un'occasione di incontro come questa della lettera del Vescovo alle famiglie rimanesse un fatto straordinario. Aspettare a farlo al prossimo Giubileo del 3000, appare improbabile. A meno di ridurre il Giubileo a una sorta di comparsa della cometa di Halley, che solca il cielo e se ne va senza più lasciare traccia, anche un evento straordinario come il Giubileo chiede di tradursi nella vita quotidiana. Del resto la vita di famiglia continua, così come continua la vita della Chiesa.

A incoraggiare questo proposito di tenere aperto un dialogo con le famiglie è stata l'accoglienza che ha avuto la precedente lettera Ho una cosa da dirvi. Ho ricevuto varie lettere di risposta che mi hanno segnalato la gratitudine di diverse persone all'iniziativa, sollecitandomi a continuare. "Grazie perla sua lettera alle famiglie: parole cordiali, facili, incoraggianti, prive di enfasi e di retorica. Grazie per la sua disponibilità ad aprire un dialogo con noi, a essere vicino alla vita della gente", così mi scriveva una signora. Sono sincero. Da alcune risposte è emerso anche quello che non va nella Chiesa e nel mondo.

A consegnare la lettera erano state invitate le parrocchie, che nella maggior parte dei casi hanno risposto, presentando l'iniziativa alla comunità e accompagnandola con l'invio di "messaggeri" in una sorta di "porta a porta", verso i quali raramente l'atteggiamento è stato di rifiuto, più frequentemente di normale cortesia e, sia pure in minore proporzione, di interesse e di gratitudine per i contenuti della lettera. Non sono mancate anche fatiche, titubanze e difficoltà nel trovare in casa la gente, nel continuare un dialogo al di là della iniziativa.

Sono convinto, tuttavia, che a dare il volto alla parrocchia di comunità di vicinato è la pratica della ospitalità. L'ospitalità è un'attenzione a ricostruire il tessuto tra casa e casa, tra rione e rione, affinché la vita cristiana non sia solo un convergere verso la comunità, ma la parrocchia si dilati verso gli spazi della vita quotidiana, anzitutto verso la famiglia.

Considerando il senso di estraneità iniziale che vige nei rapporti tra famiglie dello stesso condominio, tra caseggiati dello stesso rione, in particolare nei confronti di famiglie appena arrivate in parrocchia, credo che anche la lettera del Vescovo, come la tradizionale visita e benedizione delle case, possa aiutare a dare alla Chiesa il suo carattere popolare e alla comunità parrocchiale il suo volto di una comunità ospitale, l'immagine di una Chiesa che ti cerca, senza pretendere nulla.

Anche quest'anno non ho una cosa diversa da dire, se non la novità inaudita del farsi prossimo di Dio stesso, nel suo Figlio che si è fatto uomo e si è donato a noi fino a morirne. Rileggendo la lettera dell'anno scorso mi sono accorto che questa "buona notizia" occorre sminuzzarla, adattarla alla situazione della famiglia di oggi, calarla in vissuti familiari anche diversi.

Sono nate così queste pagine, che affido a ciascuna famiglia, ai vicini di casa, ai cristiani che hanno imparato a farsi carico della fede degli altri, ai vostri sacerdoti, diaconi e ministri che busseranno alla vostra porta per la tradizionale visita e benedizione, perché se ne facciano non solo portatori, ma interpreti con voi e rendano ancora più personali e diretti questi dialoghi che qui ho appena abbozzato.

Il vostro vescovo

Adriano Caprioli

 

A Sara e Luca, fidanzati

Carissimi Sara e Luca,

incontrandovi insieme con altri giovani nella vostra parrocchia, qualche settimana fa, mi avevate chiesto che cosa ha da dire un Vescovo a due fidanzati di oggi. Avevo risposto "a braccio", promettendo che avrei cercato di pensarci su con calma, per mandarvi poi una risposta scritta. Lo faccio ora, cercando di ricordare la vostra fisionomia, ma vedendo, insieme con voi, le molte coppie di ragazzi e ragazze che mi capita di osservare, mentre camminano mano nella mano o incrociano teneramente i loro sguardi.

Ho pensato a un testo di R. Musil, l'autore de L'uomo senza qualità: vi si parla così degli innamorati: "Vi sono innamorati che guardano nell'amore come nel sole, e divengono semplicemente ciechi; mentre ve ne sono altri che con stupore scoprono per la prima volta la vita quando l'amore li illumina" Mi sono chiesto: "Cos'è che rende ciechi quegli innamorati? E cosa vorrà dire scoprire la vita con la luce dell'amore?". Provo a rispondermi coinvolgendo anche voi in questi miei pensieri.

Per molti giovani che "stanno insieme" è difficile, oggi, legare con facilità e naturalezza la loro situazione di coppia a un futuro matrimonio. Amarsi e sposarsi non sono più considerate condizioni necessariamente collegate: ci si può amare anche senza sposarsi. So che in questa situazione entrano motivi diversi: p. es. la mancanza o la precarietà del lavoro, la scarsità di abitazioni disponibili a prezzi abbordabili, il pendolarismo lavorativo...

Voi stessi mi avevate ricordato alcune di queste difficoltà, certo da non sottovalutare. Ma l'allungarsi dei tempi di decisione, l'eccessiva prudenza riguardo alla scelta di sposarsi, il calo sostanziale dei matrimoni, sia religiosi che civili, il ricorrente rifiuto della paternità e della maternità, non dipendono solo da queste obiettive difficoltà. Più radicale e diffusa è la fatica di aprirsi a un progetto di amore, che si esprime nel matrimonio.

"Altri con stupore scoprono per la prima volta la vita quando l'amore li illumina": è così che mi piace pensare agli innamorati. L'incontro tra due vite dà all'amore l'occasione di manifestarsi; e ci aiuta a capire che l'amore è qualcosa che ci aspetta e ci invita - e così l'innamorarsi può anche essere scoperta o approfondimento dell'amore stesso di Dio, che è all'origine di ogni amore vero.

C'è qualcosa di magico in ogni nuovo incontro di coppia; richiama alla memoria lo stupore originario di Adamo, quando per la prima volta conosce la donna: "Questa è carne dalla mia carne e ossa dalle mie ossa" (Genesi 1,23). E' il riconoscere nell'altro una parte di sé.

È abbastanza naturale, dunque: si vorrebbe che il "momento magico" non finisse mai; si coltiva un'immagine ideale dell'altro perché questo coincide con i propri desideri, fa sentire importanti, esclusivi, aiuta a rimandare la fatica di una decisione che impegna la vita. Mi è capitato di sentirlo dire da qualche innamorato: "Il fatto è che forse abbiamo paura che questo cambiamento di stato cambi anche l'amore che c'è tra noi. Adesso siamo così innamorati, dopo, quando saremo sposati, come sarà?".

Ma vorrei che voi, che tutti i fidanzati si chiedessero, prima o dopo: stiamo amandoci sul serio? o crediamo di amarci, e invece siamo solo innamorati? E come passare dall'innamoramento all'amore?

È così che vedo il cammino di due fidanzati: una strada che va dall'emozione al progetto, dalla "magia" di ciò che vi ha sorpreso quasi vostro malgrado alle conferme progressive, arricchite di elementi di razionalità, di criticità, di realismo, di progettualità, appunto.

E come fare? So che i fidanzati amano parlare molto, tra di loro: quando sono vicini, e anche quando sono lontani. Mi chiedo se e come tutto questo parlare possa diventare un dialogo autentico, fatto di verità e carità, all'interno del quale costruire un progetto di vita. Dovrete pur mettere a confronto le diversità di ognuno e il modo differente di vedere le vostre vite: il modo di usare i soldi, i rapporti con le famiglie di origine, le scelte educative nei confronti dei figli, l'impegno nel lavoro, il valore del tempo libero e di quello occupato, la possibile diversità di fede e pratica religiosa...

Così intendo la storia di una coppia: come un cammino che fin dalle sue prime battute valorizza tutti gli aspetti, tutte le differenze più squisitamente umane, per aprirsi a un progetto di vita e arrivare così alla scoperta che a questo progetto siamo chiamati; sì, chiamati da Colui che da tutta l'eternità ci chiama nell'amore e all'amore. Per voi, che frequentate la parrocchia e vivete nella fede, ciò non dovrebbe essere una sorpresa; e voi potreste testimoniare anche agli altri vostri amici, anche a quelli che in chiesa non si vedono molto, che la fede non è una complicazione o un ostacolo, per scoprire e vivere l'amore.

Eccovi dunque un augurio finale: che Dio, con la sua Parola, con i sacramenti, con la compagnia offerta dalla comunità cristiana, sostenga e incoraggi il cammino che avete intrapreso, e lo arricchisca di tutti i suoi doni.

A Lui che legge nei vostri e nei nostri cuori, mi affianco e affido il vostro amore, certo che la luce dell'amore vi farà scoprire la vita.

 

A Luisa e Renato, giovani sposi

Carissimi Luisa e Renato,

vi ringrazio per avermi reso partecipe della gioia per la nascita della vostra prima figlia. Dopo l'attesa silenziosa dei nove mesi, è arrivato chi da adesso in poi vi lascerà sempre meno tempo. Ma so già che la gioia per questa nuova vita è più grande delle trepidazioni e delle ansie che certamente affollano il vostro cuore.

Nel biglietto che mi avete inviato, insieme con la foto della vostra Katia, mi è parso di cogliere anche una domanda, un'inquietudine: riusciremo a essere dei buoni genitori, e dei genitori cristiani?

E' chiaro che un Vescovo difficilmente potrà insegnarvi il "mestiere" di genitori! Immagino che vi ci vorrà un po' di tempo per riorganizzare la vostra vita a due, ora che siete in tre. Già in questi primi anni di matrimonio vi siete resi conto che la vita insieme richiede disponibilità al cambiamento, ad accogliere l'altro per quello che è. Sono convinto che a tutto questo vi siete preparati durante il fidanzamento e il sacramento che vi ha unito ha suggellato una scelta ben ponderata e che giorno

per giorno chiede di essere verificata. La vostra fede, inoltre, vi aiuta a rispondere al Signore che vi chiama a essere piccola chiesa.

Naturalmente il vostro impegno in parrocchia è stata un'ottima occasione per arricchire il vostro progetto che ora accoglie una nuova vita. È, questa, una responsabilità in più, che voi avete cercato e voluto con gioia e si delinea già come una tappa in avanti nel vostro cammino di coppia. Siate sempre riconoscenti al Signore di questo dono, di questa speranza che bussa alla porta della vostra casa. È una scommessa sul futuro vostro e di tutta l'umanità. E mi piace sapere che questo grande progetto passa per la semplicità del vostro amore, della vostra famiglia. Con questa mia lettera voglio testimoniarvi quindi la prossimità, la vicinanza della Chiesa, la grande famiglia dei figli di Dio.

Ora per voi si presenta la celebrazione del battesimo. Insieme con il dono della vita, carissimi Renato e Luisa, volete trasmettere alla vostra bambina la fede nella quale siete cresciuti, l'esperienza della paternità di Dio che accompagnerà i suoi passi nel cammino della vita.

È una scelta che oggi non è più scontata e che non può essere fatta solo per tradizione; chiama in causa la vostra responsabilità, il vostro generare alla vita, non solo quella terrena, ma addirittura alla vita in Cristo.

La celebrazione del battesimo della vostra bambina è l'occasione per rinnovare la fede nella quale vivete: siamo sempre discepoli alla scuola della grazia che Dio Padre ci ha rivelato nel suo Figlio divenuto uomo per noi, per la salvezza di tutti gli uomini.

"Battesimo" significa essere immersi, lasciarsi coinvolgere nella grazia di Gesù Cristo, rivestirsi del suo amore. A questo fanno riferimento i segni del battesimo: l'acqua, il crisma, la candela, la veste bianca. È un rito suggestivo, quello del battesimo, anche perché penso che lo celebrerete nella vostra comunità. Sarà non soltanto la festa per la vostra figlia, ma anche per voi, che in quel giorno, a suo nome e ancor di più a vostro nome, rinnoverete la vostra professione di fede. So che alcuni genitori preferiscono aspettare che il figlio sia grande, che decida da solo: ma la fede è un dono che si trasmette con gioia, un annuncio che non può essere taciuto. D'altronde l'educazione che le impartirete, le scelte che farete per lei e a suo nome chiamano in causa la vostra responsabilità, il vostro essere genitori.

Con il battesimo inizia per la vostra bambina il cammino cristiano. E al suo fianco ci siete voi, con i padrini che avrete scelto per lei; ma poi c'è tutta la comunità, la vostra parrocchia, la Chiesa tutta, della quale voi siete pietre vive ‑come lo sarà, un domani, anche la vostra bambina.

Alla parrocchia potrete chiedere la preghiera per voi, l'aiuto per dare a vostra figlia una testimonianza coerente di fede, l'esservi vicino soprattutto nei momenti più difficili.

Non mi resta, carissimi Renato e Luisa, che chiedere al Signore per voi e per la vostra bambina tutte le grazie necessarie perché sappiate essere riflesso della famiglia di Nazareth, nella quale Gesù "cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" (Luca 2,52).

La mia preghiera accompagnerà il cammino vostro e di ogni famiglia della diocesi e si unisce al grazie di ogni genitore per il dono dei figli.

 

Dialogo con Franco e Patrizia, risposati civilmente

FRANCO        Benvenuto! Che sorpresa! È una visita proprio inaspettata; sa, finora abbiamo dovuto noi    andare a bussare alle porte altrui. Si accomodi.

VESCOVO      Grazie. Sono contento di trovarvi in casa.  ...Buona sera anche a te, Patrizia.

PATRIZIA       Buona sera. Ma ci siamo già conosciuti?

VESCOVO      Credo di no; ma conosco i vostri nomi, e so qualcosa della vostra situazione. So che tu, Franco, circa dieci anni fa ti eri sposato con Giulia, ma poi vi siete lasciati, e dopo il divorzio ti sei risposato civilmente con Patrizia...

PATRIZIA       Eh già, visto che la Chiesa non ci ha vo­luti...

FRANCO        Eppure, alla nostra condizione di cristia­ni ci teniamo; ma questo fa nascere mille domande, fino al punto di chiederci se lo siamo ancora, dei cristiani, in questa situazione.

VESCOVO      Lo siete, non c'è dubbio! È il battesimo che vi ha resi tali, e il battesimo non si cancella. Siete parte del corpo di Cristo, della sua famiglia; la vostra situazione è un po' come se un membro del corpo fosse ammalato, sofferente: continua a far parte del corpo, e conserva una sua funzione...

PATRIZIA       Intanto, però, le cose che facevamo prima nelle nostre parrocchie non le possiamo fare più.

VESCOVO      Ma non viene meno, per voi, la possibilità di pregare, di leggere il Vangelo, di partecipare alla Messa e agli altri momenti di preghiera della parrocchia; siete chiamati a educare nella fede i vostri figli, a praticare la carità, a dare testimonianza nel mondo da cristiani, nella vostra vita di ogni giorno...

PATRIZIA       … possiamo perfino ricevere la visita di un Vescovo!

VESCOVO      ... ma anche quella del sacerdote nella visita annuale alle famiglie; e ci sono diversi modi di sostenere la vita della parrocchia. Insomma, non dovreste sentirvi Il tagliati fuori"...

PATRIZIA       Ma non possiamo ricevere l'assoluzione se ci andiamo a confessare, e non possiamo fare la Comunione... E questo non è essere "tagliati fuori"? lo, del resto, non sono neanche una divorziata...

VESCOVO      SI, certo... Mi chiedo, qualche volta, se chi si trova in questa vostra condizione riesce a percepire che la sofferenza non è solo vostra, ma anche di tutta la comunità, di tutta la Chiesa. "Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme...": forse vi ricordate di questa parola di Paolo; forse dovremmo ricordarcene un po' di più tutti noi, tutta la Chiesa.

FRANCO        Ma è poi utile, questa sofferenza? La si potrebbe anche accettare meglio, se servisse a qualcosa...

VESCOVO      Hai ragione; e penso che qualche frutto possa nascere anche da questa sofferenza: in rapporto al tuo primo matrimonio e al suo fallimento, come cammino penitenziale; ma anche come testimonianza del significato del matrimonio anche per quelli che vi si stanno preparando; e poi per tutti noi, comunità cristiana, e anche per me, Vescovo, perché possiamo riconoscere nell'Eucaristia il dono inestimabile di Dio che ci impegna in una vita da donare. Neppure io, Vescovo, potrò più fare la comunione senza pensare a voi!

PATRIZIA       Ma non è che poi tutti questi bei discorsi rimangono un po' in aria, e anche contraddetti dalla Chiesa stessa? Perché due come noi non possono sposarsi in chiesa, mentre poi c'è tanta gente che si fa annullare il matrimonio e dopo può risposarsi?

VESCOVO      Voi sapete che la Chiesa non "annulla" niente...

FRANCO        Ma non si dice sempre che la Rota può annullare i matrimoni?

VESCOVO      Non è proprio così; e di solito non è la Rota (che è solo una specie di tribunale di appello), ma sono i tribunali delle varie diocesi o regioni, che valutano se un matrimonio è stato celebrato con tutte le condizioni che lo rendono valido; in caso contrario, il tribunale riconosce che esso è nullo. È una cosa ben diversa rispetto a "annullare" un matrimonio.

FRANCO        In ogni caso, noi pensiamo che la via intrapresa sia quella buona, e vorremmo che non cambiasse. Speriamo piuttosto che sia la Chiesa a cambiare la sua posizione...

VESCOVO      Ma io credo che vi rendiate conto che la Chiesa è chiamata a restare fedele a Gesù Cristo e al suo vangelo, anche per quan­to riguarda il matrimonio. Certo, c'è una cosa che noi (e voi), come Chiesa, pos­siamo fare: possiamo crescere nella fede e convertirci sempre più a Dio...

PATRIZIA      Ci basterebbe essere guardati un po' meno di traverso dagli altri cristiani!

VESCOVO      Hai ragione; e proprio questo sarebbe un bel passo di conversione: imparare ad ac­coglierci l'un l'altro, anche quando non si può approvare una situazione oggettivamente negativa; accogliere un fratello e una sorella che, dopo un'esperienza sbagliata, non vogliono arrendersi, ma continuare a camminare nella fede e dare qualcosa di buono ai figli, al mondo e alla Chiesa.

FRANCO        Se poi, qualche volta almeno, ci fosse un prete che potesse aiutarci e consigliarci... ci sentiremmo meno soli.

VESCOVO      Ma certo! Ed è quello che vi auguro.

FRANCO        Grazie per questa visita; mi sento un po' meglio. Promette di tornare a chiacchierare con noi?

VESCOVO      Ci posso provare; intanto, però, incominciate a farlo con il vostro parroco e la vostra comunità!

 

A Paola e Alberto, genitori di una ragazza che ha deciso di farsi suora

Carissimi Paola e Alberto,

ho davanti a me la lettera, rispettosa ma ferma, con la quale esprimete tutto il vostro disappunto per la scelta fatta da Chiara, vostra figlia maggiore, di diventare suora. "Chiara ‑mi scrivete ‑ ha 22 anni, e ha deciso improvvisamente di piantare lì famiglia, Università, amici, parrocchia, per farsi suora. Noi ci siamo rimasti molto male; siamo cristiani, l'abbiamo educata noi da cristiana, ci abbiamo sempre tenuto a che frequentasse la parrocchia; ma pensavamo (e lo pensiamo ancora) che potesse diventare una brava professionista, e una brava sposa e mamma: qualche volta non dice anche Lei, Eccellenza, che ce n'è tanto bisogno?... Secondo noi, Chiara si è lasciata suggestionare da qualcuno; dopo tutto, è ancora giovane.. Facendosi suora, finirà per sprecare le sue risorse, la sua intelligenza e bellezza...

Queste, dunque, alcune delle vostre obiezioni; ritengo importante tenerle presenti e soppesarle; e anche se vi conosco solo attraverso la lettera che avete voluto inviarmi, cerco di capire tutta la fatica

e lo sconcerto che due genitori, anche bravi come intuisco che siate voi, possono sentire quando una figlia si incammina su una strada così inattesa, così "fuori del normale", almeno oggi.

Potrei riprendere una per una le vostre obiezioni e tentare di rispondere; preferisco però invitarvi a riflettere con me su ciò che è stato (ed è ancora, non solo per gli altri vostri figli, ma anche per Chiara) il vostro compito di educatori: perché forse è lì che bisogna cercare almeno alcune delle ragioni per le quali Chiara ha fatto questo passo.

Sì, io penso che Chiara abbia potuto scorgere in voi quello che ogni figlio, in modo forse confuso, si aspetta di vedere in coloro che l'hanno chiamato alla vita: e cioè l'assicurazione, o piuttosto la promessa, che la vita è una cosa buona e che vale la pena di lanciarsi in questa avventura, alla quale ciascuno di noi si trova invitato senza averlo potuto decidere. Non penso che abbiate mai avuto l'occasione di parlare in questi termini ai vostri figli; credo, piuttosto, che essi abbiano letto questa promessa nei gesti con i quali avete accompagnato ogni momento della loro crescita: prendendovi cura di loro quando erano piccoli, incominciando a gioire dei loro sorrisi, delle prime parole pronunciate, dei passi compiuti sui sentieri dell'esperienza e della conoscenza... e anche, certo, angustiandovi quando stavano male, soffrendo delle loro crisi di crescita, rimanendo perplessi di fronte ad atteggiamenti o scelte che giudicavate sbagliate...

Sempre, credo, si sono trovati accanto la vostra presenza, a volte esplicita e diretta, spesso discreta e silenziosa, talora anche in disaccordo. In questa presenza, nei vostri sì, nei vostri no, e anche nei vostri silenzi, essi hanno percepito il vostro continuo incoraggiamento: dai, vai avanti; non ti fermare, c'è qualcosa di grande e di bello che ti attende e che sei chiamato a scoprire, ad accogliere e costruire; siamo qui per aiutarti, perché tu possa fare la tua strada, perché tu possa scoprire che la promessa che ti abbiamo fatto, chiamandoti alla vita, non è vana, non è inutile...

Ripeto che, probabilmente, non avete mai pronunciato esplicitamente parole di questo genere. Ma è ciò che sta scritto dentro il vostro essere 'genitori', coloro cioè che generano alla vita, e certo non solo alla vita biologica. Perché, del resto, avete voluto educare Chiara e gli altri vostri figli alla fede cristiana? Non è forse perché la promessa di una vita buona e felice, che voi avete fatto ai vostri figli chiamandoli all'esistenza e aiutandoli a crescere in essa, è parabola e segno di quell'altra promessa di vita in pienezza, che viene da Dio stesso e che si rivela a noi nel vangelo di Gesù Cristo? Dischiudere ai figli il cammino promettente della vita, e educarli a conoscere e amare Dio, attraverso l'incontro con Cristo e vivendo nella sua Chiesa, non sono due cose diverse: da genitori cristiani, credo che lo comprendiate benissimo.

Ora, miei cari Paola e Alberto, nella scelta per voi sconcertante di Chiara, che vuole diventare suora, penso che dovreste riconoscere un frutto particolarmente bello (forse proprio perché sorprendente e inatteso) del vostro lavoro educativo. Avete insegnato a Chiara che la vita non è calcolo prudente né ricerca di assicurazioni contro gli infortuni possibili; è invece uscita da sé, partenza per un viaggio, coraggio di scelte grandi e rischiose; le avete insegnato che vivere è credere a una Promessa, grande e sempre sorprendente, e ad essa consegnare se stessi, con lieta fiducia: del resto, è così che, con Abramo, incomincia quella storia della fede, che arriva fino a noi.

È da voi che Chiara ha imparato tutto questo; la sua scelta non è l'esito di un errore, o di un condizionamento che avrebbe subito. Non rammaricatevi, dunque, per la decisione che ha preso, anche se per ora non riuscite a vederne pienamente il senso; piuttosto, continuate a esserle vicino, perché possa sempre meglio riconoscere in voi coloro che le hanno insegnato a fare della vita un dono, rispondendo a Colui che l'ha chiamata e che per lei come per voi - è fedele alle sue promesse.

  

A Lorenzo, diacono permanente, e a Francesca, sua moglie

Carissimi Lorenzo e Francesca, sento il bisogno di continuare con voi gli incontri avuti in questo anno giubilare. Non tanto nell'ufficialità dei servizi, quanto nell'intimità della famiglia.

È abbastanza insolito che il vostro Vescovo vi scriva come famiglia e non solo a te, caro Lorenzo, diacono della nostra chiesa. Tu, Francesca, hai condiviso la decisione di tuo marito; insieme avete intrapreso il cammino che ha portato lui al servizio diaconale: ogni giorno condividete la gioia e la responsabilità di questa scelta. Questa particolare consacrazione si è innestata sul sacramento del matrimonio che già avevate ricevuto e che vi ha reso una sola cosa; si può pertanto dire, in qualche modo, che la vostra coppia è diventata "diaconale": Lorenzo, attraverso il servizio alla Parola, all'Eucaristia e alla Carità; e tu, Francesca, attraverso la dedizione alla famiglia, ora più intensa, e il servizio caritativo, ora più generoso e aperto, a partire dal cammino di conformazione a Cristo che l'ordinazione diaconale vi ha chiesto.

So che non è facile vivere il diaconato facendo attenzione alle esigenze della famiglia e alle diverse attese che vengono dalla Chiesa. Non mi sembra inutile ricordarvi che i primi luoghi di testimonianza sono proprio la vostra coppia e l'ambiente nel quale siete chiamati a vivere la vostra professione. Lì voi potete testimoniare in maniera diretta e più credibile che si può essere di Cristo nelle occupazioni quotidiane: che, anzi, è proprio l'avvenimento di Cristo che dà senso e significato a tutte le cose. D'altronde, nel servizio all'altare, che Lorenzo è chiamato a svolgere, dovete vedere l'origine stessa di questa testimonianza: la partecipazione all'Eucaristia ci fa essere portatori di Cristo nella società odierna; a te, Lorenzo, come diacono è riservato il privilegio di parteciparvi in modo nuovo con la grazia della tua ordinazione. Sei ministro del calice e proclamatore del Vangelo. Coraggio dunque!

La tua presenza nel mondo del lavoro come professionista e al tempo stesso come diacono, dischiude in modo nuovo il legame tra la società e la comunità cristiana. Occorre uscire dal tempio, vado ripetendo dal mio arrivo in questa diocesi: e il tuo diaconato può diventare il ministero "della soglia"; per suo mezzo, la Chiesa si fa presente nei luoghi dove gli uomini del nostro tempo vivono, lavorano, soffrono, amano per testimoniare loro il volto paterno di Dio e al tempo stesso accoglie quanti, lontani o allontanati, riconoscono che Cristo può arricchire della vera speranza la loro povertà.

Insieme, come "famiglia diaconale", siete chiamati a essere segno di servizio, di disponibilità e sobrietà, animatori capaci di ricordare a tutto il popolo di Dio dove sta la vera ricchezza. Solo di questa deve essere ricca la Chiesa e la vostra vita, se volete essere davvero servi.

Vi è chiesto anche di stare a servizio di una comunità cristiana che sia segno eloquente di comunione e riconciliazione, e dia testimonianza dell'amore con cui Dio ama ogni uomo; so che non è facile, ma non posso dimenticare il ritratto della comunità cristiana degli Atti degli apostoli: "La moltitudine dei credenti aveva un cuor solo e un anima sola" (Atti 4,32). Dove, infatti, invitare quelli che incontriamo, dove chiamarli a fare esperienza di cosa vuol dire essere cristiani, se non in comunità così?

Infine non vorrei dimenticare la fatica della testimonianza all'interno della vostra famiglia.

So che è faticoso trasmettere ai figli la fede e renderli partecipi di una scelta singolare, qual è la vostra: è anche possibile che vogliano prendere direzioni diverse. Vi chiedo però di non avere paura; e vorrei ricordarvi le parole del Papa: solo Cristo sa cosa c'è nel cuore dell'uomo; solo Lui conosce le profondità dei loro pensieri. Agite anche con i vostri figli con la discrezione e la sincerità con cui offrite agli altri la chiarezza delle vostre convinzioni cristiane e umane. Per loro ci sarà certamente in voi un supplemento d'amore rispetto a tutti gli altri servizi, che a tempo debito otterrà il suo effetto. Non abbiate pretese di risultati vistosi e immediati solo perché siete "la famiglia del diacono"; al tempo stesso, non abbassate la guardia sui grandi ideali evangelici che realizzano la vita e danno la vera felicità. Fate loro la carità di tempo perché si accorgano della vostra comprensione.

La Chiesa non misura il vostro ministero con la logica della produttività, con il numero delle iniziative che mettete in campo, ma su come desiderate servire il Signore dove Lui vi chiede di seguirlo.

Carissimi Lorenzo e Francesca, avremo altre occasioni per incontrarci, altre per parlarci; questa mia lettera, intanto, dovrebbe farci crescere nella comunione. Mi piacerebbe ricevere una risposta, per sostenere e condividere maggiormente le non poche difficoltà e le tante gioie che il vostro ministero vi concede giorno dopo giorno.

 

A Vincenza che è rimasta vedova

Carissima Vincenza,

mentre scrivo queste righe ti vedo rientrare dalla spesa. Il sacchetto del supermercato è quasi vuoto eppure pesa ugualmente. C'è dentro tutta la tua solitudine, il vuoto dell'appartamento che fino a un anno fa hai condiviso con tuo marito, che ora non c'è più.

La morte ha spezzato il matrimonio che per tanti anni vi ha visto felici e uniti. Sembrava un sogno che dovesse durare per sempre e poi, nel giro di poco tempo, tutto è cambiato. La malattia di Umberto, le cure, e poi la ricaduta e alla fine un giudizio inappellabile. Questione di tempo, hanno detto i dottori, ma tu la speranza non l'hai mai persa. E i tuoi giorni ti hanno vista nelle corsie dell'ospedale, al suo fianco fino alla fine. E con lui mai una lacrima, un lamento: solo sorrisi e piccoli gesti di affetto che solo voi due capivate.

E anche in quei giorni non hai trascurato i tuoi impegni in parrocchia: il gruppo dì catechismo, la pulizia della chiesa, il guardaroba del povero. Una presenza semplice, discreta ma costante, fatta di servizio e di preghiera, che non ti ha lasciato il tempo per commiserarti, per piangerti addosso.

Ma la morte sembra non aver pietà di nessuno, e a volte ci sembra più forte persino di un amore indissolubile, eterno come quello che ti ha unito a tuo marito. E in quei momenti anche la fede sembra incrinarsi sotto il peso dei perché, del pianto sommesso, del vuoto che poco a poca avanza nel tuo cuore.

E di ritorno dal funerale, stretta nel tuo dolore, ti sei sentita diversa, irrimediabilmente cambiata. E ti sei detta non sarà più come prima, mai più! E alla sofferenza che ha sbriciolato i progetti che avevi fatto con tuo marito e che si è insinuata come una spina nel tuo cuore hai detto: "Andiamo avanti".

E giorno dopo giorno gli altri ti hanno visto abbastanza serena, anche i tuoi Egli adesso passano un po' meno - ma d'altronde hanno sempre tanto da fare...

Ma solo tu sai quanto ti mancano i suoi sorrisi, il suo buongiorno, le sue carezze e anche le liti e i silenzi. E quante volte la sua fotografia ha raccolto il tuo pianto silenzioso e nascosto, la preghiera che hai sussurrato tra le lacrime: "Perché, Signore?", il desiderio di chiedere al mondo un attimo di tregua per te e per tutte le persone che vivono sole, abbandonate al loro dolore.

Tutto va sempre così in fretta, quasi si volesse consumare tutto in breve tempo, anche i lutti più grandi. Te ne sarai accorta anche tu quando, incontrando un amico di Umberto, ti sei sentita dire "È già passato un anno!". Ma per te i giorni sembrano eterni nella loro monotonia, dove nessuno ha mai tempo: sempre di corsa, sempre da un impegno all'altro, anche in parrocchia. E così passiamo accanto gli uni agli altri, a volte senza vederci, sfiorandoci nella nostra frenesia. E non troviamo il tempo per chiedere a chi soffre, a chi è solo: "Ciao, come stai?".

Si riempiono i centri commerciali ma si è soli con il nostro numero in mano, si affollano le vie del centro ma si svuotano i cuori, gli affetti, le case.

Eppure Gesù si è fermato - lo racconta il vangelo di Luca - quando ha incontrato la vedova di Nain, ha toccato la bara dicendo alla donna E' Non piangere!", quasi volesse arrestare le frenetica corsa del peccato e della morte (cf. Luca 7,11­13). E in questo miracolo Gesù è a fianco dell'umanità che soffre, che piange. È il compimento del mistero dell'incarnazione, la verità che ci ha guidato lungo tutto l'anno giubilare: in Gesù che si fa uomo, Dio sceglie di essere con noi per sempre!

È proprio questo, carissima Vincenza, il motivo di questa lettera, che mi fa entrare per un poco nella tua casa, nella tua solitudine, nel tuo dolore.

Forse non tutti sanno chi è il Vescovo, ma io so che il popolo che mi è stato affidato è grande, e per tutti dal giorno del mio ingresso sento la responsabilità della loro fede, del loro incontro con il Signore. È Lui che ogni giorno mi chiede conto di tutti voi, della vostra vita spirituale.

Sempre nel vangelo di Luca si parla di un'altra vedova che ha gettato nel tesoro del tempio due spiccioli: ben poca cosa rispetto agli altri, eppure

Gesù sottolinea la generosità di quella povera donna (cf. Luca 21,1‑4).

Niente si perde se dato con gíoía, se consegnato alla sua misericordia. Anche le tue lacrime, il tuo sentirti a volte inutile, non solo al mondo, ma anche agli amici, diventano dono prezioso perché raccolto nella grandezza del suo amore.

Carissima Vincenza, la Chiesa ha bisogno anche di te, della tua forza, della tua presenza, del tuo essere piccola donna che vive della fedeltà all'amore per il suo sposo. Riprendendo la tua attività in parrocchia sei presenza di gratuità, di amore per la comunità e ancor di più pagina di fedeltà al dono della vita che per quanto difficile e complicata deve essere sempre vissuta come dono.

Nel vangelo Gesù usa come immagine del suo amore per la Chiesa quella del matrimonio, delle nozze celesti con lei. La tua vedovanza ci è quindi di aiuto in attesa del ritorno del Cristo glorioso.

So bene che queste mie parole non hanno risolto tutti i tuoi problemi, ma chiedo al Signore per me e per la Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla di essere segno di speranza e di accoglienza per tutti. Mi auguro che la tua comunità parrocchiale continui a rimanerti accanto e che traduca la comunione dell'Eucaristia domenicale in un costante servizio a chi soffre ed è solo.

Ti chiedo una preghiera per me e per tutto il gregge che mi è stato affidato, perché possiamo davvero ricominciare dal Vangelo.

  

Conclusione

IL VANGELO DELLA FAMIGLIA

Toccare i problemi della famiglia è un compito particolarmente difficile. È difficile non perché non si conoscono, come invece testimoniano le lettere precedenti, ma perché non è facile porvi rimedio. Le statistiche non sono incoraggianti: un matrimonio su tre - forse la percentuale pecca per difetto - fallisce.

Ci sono genitori che si chiedono quando e come hanno fallito nell'educazione dei figli, per non essere riusciti a trasmettere i valori in cui hanno creduto. E ci sono giovani che hanno parole dure nei confronti delle loro famiglie: e se avessero ragione?

I problemi, come si vede, sono tanti e complessi. Questa mia lettera non vuole esasperare i motivi di tristezza, ma dilatare le ragioni della speranza. Alla famosa espressione di Gide: "Famiglie, focolari chiusi, io vi odio", vorrei rispondere con l'altra espressione: "Famiglie, io vi amo", perché questa è la Parola che viene da Dio sulla famiglia: il Vangelo della famiglia.

Dio ama la famiglia, perché Gli assomiglia. Il nostro Dio non è un Dio solitario, "L'eterno celibatario dei cieli", come amava definirlo Chateaubriand. No, Padre e Figlio ci amano con un amore così tenero e profondo che questo amore prende il volto di uno Spirito di dolcezza e di comunione. Perciò l'amore è la più bella traccia di Dio nel cuore dell'uomo. E la famiglia è l'immagine più trasparente, anche se ancora molto imperfetta, della vita che c'è in Dio.

Che Dio ami la famiglia è provato anche dal fatto che una famiglia - quella di Nazareth - è abitata dal Figlio di Dio, il quale, facendosi carne, si è fatto figlio di Maria e di Giuseppe.

Leggendo il racconto di Luca che riferisce del pellegrinaggio della famiglia di Nazareth a Gerusalemme (Luca 2,41‑52), a me pare vi si possano trovare tre modalità di comportamento che rappresentano un piccolo ma essenziale vangelo abbreviato riguardante la famiglia. 

 

"I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua"

All'inizio è detto che sostavano per la festa. C'è dunque uno stacco dalle consuetudini quotidiane. Non pensiamo che le giornate a Nazareth fossero vuote. Ciascuno in quella famiglia aveva le proprie occupazioni. Anche Gesù. Ora si sa che le diverse occupazioni all'interno di una famiglia possono creare una situazione di dispersione o di scarsa coesione.

Sono perciò importanti i momenti in cui si ricupera la bellezza dello stare insieme attraverso la sospensione delle rispettive attività. Quando succede oggi che nella famiglia ci si trovi tutti insieme? Diventa sempre più difficile. Eppure questo è un impegno che deve avere la precedenza su tutti gli altri. Altrimenti c'è il pericolo che le occupazioni distolgano dalle persone e non ci sia più uno spazio per l'espressione degli affetti.

Il ritmo della vita sembra aver preso una velocità che supera le nostre capacità di adattamento. Il pensiero va agli anziani, incapaci ormai di adattarsi alla marcia veloce imposta dalla logica dell'efficienza e della produttività. Ma il pensiero si rivolge anche ai bambini. Non è forse vero che i bambini sono particolarmente vulnerabili, quando sono obbligati a imparare tutto e in fretta per cui, tra un corso di danza, uno di musica, uno di lingua, uno di tennis e di basket, si muovono come burattini, storditi da una girandola di impegni?

Può succedere alla fine che nasca questo lamento: T'è qualcuno che si accorge di me in questa famiglia?'. Meglio allora trovarsi in una famiglia semplice come quella di Nazareth dove si parla, ci si ascolta, si gioisce insieme, piuttosto che in una famiglia, dove, per il ruolo troppo importante di ciascuno, non si riesce mai a trovare quello spazio libero nel quale si gode di stare insieme.

 

"Quando Egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza".

C'è ora un secondo movimento da osservare nella famiglia di Nazareth, anche questo particolarmente esemplare. C'è uno stacco in vista di un movimento. C'è un stare insieme finalizzato a qualcosa di grande, il camminare verso la stessa meta. Saint-Exupéry ha detto: "Amare non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme verso la stessa direzione" In quale direzione?

Un'espressione alquanto caricaturale di queste parole può essere data oggi da, una famiglia raccolta attorno al televisore. "Io so cos'è l'inferno - si lamentava una donna - è passare un pomeriggio di domenica in casa davanti al televisore, senza parlarsi, per non far scoppiare un altro uragano". Dov'è la comune tensione verso le cose che più stanno a cuore e danno un senso definitivo alla vita? Dov'è la Gerusalemme che accende il cuore di desiderio e di speranza?

Gerusalemme nella successione dei giorni può essere per una famiglia la chiamata che il Signore fa ai figli di seguirlo in una particolare vocazione di servizio alla Chiesa nel ministero pastorale, nella vita religiosa, nelle missioni. "Perché mi cercavate? - si chiede Gesù dodicenne di fronte allo smarrimento dei genitori, che lo cercavano preoccupati di averlo perso - Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" La famiglia non è tutto.

Ci sono famiglie dove l'idea di famiglia è tutto: dove, parafrasando un'infelice espressione, si potrebbe dire: "Niente fuori dalla famiglia, niente sopra la famiglia, tutto dentro alla famiglia" Sono famiglie in cui si respira il "familismo", quella ideologia che fa della famiglia una realtà chiusa, autosufficiente, appagata, separata. Da qui al vedere il figlio come gratificazione personale il passo è breve.

Per il Regno di Dio, Gesù si è fatto disobbediente. Per il Regno dì Dio, bisogna tradire l'ideologia familiare, che spesso chiama amore ciò che è egoismo di gruppo. Bisogna contestarla, criticarla una famiglia così. Bisogna invece vivere insieme giorno dopo giorno per scoprire che l'amore è dono e condivisione e che il mondo da amare è più grande della famiglia.

 

Parti dunque con loro e tornò a Nazareth

Nel racconto di Luca c'è infine un terzo movimento: partirono, tornarono. Il cerchio si chiude. Ma non è più come prima. Il pellegrinaggio a Gerusalemme è servito a fermare l'attenzione sulla volontà del Padre. Qual è la volontà del Padre? È interessante osservare che Gesù, che ha sollevato prima il problema della volontà del Padre, ritorni ora a Nazareth e rimanga sottomesso - e vi rimarrà molti anni - a Maria e Giuseppe.

La volontà del Padre si può rivelare e realizzare anche all'interno dei rapporti familiari. L'altro può essere il coniuge, il figlio e la figlia, il padre anziano o la madre vedova - è colui che ti rivela la volontà del Padre, giorno dopo giorno. È la sua solitudine, la sua fatica, la sua vecchiaia, il suo bisogno di essere amato, il suo bisogno di essere da te perdonato. E tu fai la volontà del Padre quando sei capace di amare l'altro così com'è, e non come lo vorresti, quando lo ami con le sue ferite e le sue fragilità. Si impara ad amare come Dio, il cui amore è come il sole che offre luce e calore senza condizioni.

Con il pellegrinaggio alla vigilia dell'Epifania, il 5 gennaio, dalla Cattedrale alla Basilica della Madonna della Ghiara, si concluderà l'anno giubilare. L'Anno Santo, che ha visto famiglie e persone di tutte le età testimoniare lungo le vie della città e sulle strade della nostra terra reggiano-guastallese la memoria della storia bimillenaria del Vangelo, ritorna dunque al suo punto di partenza: il ritorno a casa, la riscoperta del mistero dell'esistenza storica di Gesù a Nazareth, il Vangelo vissuto dentro le condizioni ordinarie della nostra esistenza di uomini e donne nel mondo.

Il Giubileo allora continua, al di là delle celebrazioni straordinarie e dei pellegrinaggi di massa, nei luoghi della vita quotidiana, nel vissuto della vita famigliare e comunitaria, là dove l'uomo nasce, ama, lavora, soffre e muore, in una sorta di pellegrinaggio "alle porte di casa".

Amo pensare che anche attraverso questa lettera alle famiglie che dì anno in anno il Vescovo invia, grazie anche ai sacerdoti, diaconi, laici incaricati, vicini di casa che ve la consegneranno, si potrà continuare il cammino intrapreso di una Chiesa che bussa alla tua porta, senza chiederti niente.

 

            Con rinnovato affetto il vostro

                        + vescovo Adriano

 

Reggio Emilia, 31 dicembre 2000,

Festa della S. Famiglia        

di Gesù, Maria e Giuseppe

 

 

BENEDIZIONE DELLA FAMIGLIA NELLA PROPRIA CASA

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Dal vangelo secondo Luca (10,21-22).

Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».

Innalziamo ora al Signore la nostra supplica e ripetiamo:

Signore, benedici questa famiglia.

Sostieni, o Padre, i giovani fidanzati che si preparano a formare nuove famiglie: fa' che diventino un cuore solo e un'anima sola. Ti preghiamo.

Accompagna, o Gesù, le giovani coppie perché siano generose nel dono della vita, coraggiose e forti nell'educazione dei figli. Ti preghiamo.

Illumina, o Spirito Santo, le coppie in difficoltà perché non perdano la speranza e il desiderio di riconciliarsi. Ti preghiamo.

Sii presente, o Santa Trinità, accanto a coloro che sono soli o sofferenti perché si sentano amati e sappiano apprezzare il dono della vita. Ti preghiamo.

Padre nostro...

Questa famiglia, con tutta la Chiesa, ti loda e ti ringrazia, Signore, mentre accoglie la tua benedizione come segno di fiducia nella Provvidenza.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

 

 

 

 

 

 

 

 

COMUNICARE IL VANGELO OGGI NELLE NOSTRE TERRE

 

Lettera pastorale 2001-2002

 

INDICE

Introduzione

I. COMUNICARE OGGI:

            una sfida per le comunità cristiane

A che punto siamo?

Comunicare nella società complessa

Comunità e relazione pastorale

L'opzione per la parrocchia

Comunicazione e narrazione

 

II. COMUNICARE IL VANGELO

            alla luce della Chiesa degli Atti degli Apostoli

Il punto di partenza: una Chiesa sottomessa alla Parola

Dalla città al territorio

            I protagonisti o "servitori della Parola"

            Pluralità delle forme di servizio della Parola

Il metodo: una Parola che si fa evento

            Accettare le sfide culturali

            Allargare i confini della missione

            Accompagnare il cambiamento

Lo stile: "sentire con la Chiesa"

                La gioia di credere

                 La testimonianza della carità

                  Stile di comunità        

 

111. IL VANGELO OGGI NELLE NOSTRE TERRE

            Oltre l'isolamento delle parrocchie

            Non solo padri, anche fratelli

            I diaconi tra l'altare e la soglia

            Le consacrate e i consacrati

            Un'attenzione particolare alla famiglia

            Proposte formative, non solo aggregative, per i giovani

            Il Vangelo ai lontani

 

CONCLUSIONE: LA CHIESA CHE SOGNO

 

INDICAZIONI PER UN'AGENDA PASTORALE

per l'anno 2001-2002

            Convergere intorno alla Scrittura

            La Visita pastorale

            Il restauro della Cattedrale

            Pellegrini sulle orme di San Paolo

            Verso un calendario di comunità

  

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Ai confratelli nel ministero, ai diaconi permanenti, ai consacrati e alle consacrate a tutti i fedeli laici che sono della santa Chiesa di Dio che è in Reggio Emilia - Guastalla.

I. "Si deve incominciare con un pensiero forte a Gesù Cristo, nostro Signore. Egli deve apparire come il principio della Chiesa, che ne è l'emanazione e la continuazione". Così si esprimeva Paolo VI all'inizio del Concilio Vaticano II, l'evento che ha segnato il cammino della Chiesa nel nostro tempo.

"Dobbiamo ripartire da Cristo", ripete Giovanni Paolo Il nella sua Lettera apostolica all'inizio del Nuovo Millennio, rievocando l'incontro con Cristo come l'eredità più significativa del Grande Giubileo del 2000 appena concluso.

Anch'io, all'inizio del quarto anno di ministero pastorale in questa Chiesa di Reggio Emilia - Guastalla che mi è stata affidata, desidero sostare su questo pensiero forte a Gesù Cristo "vescovo e pastore delle vostre anime" (1 Pt 2,25).

2. Il Giubileo, come anno giubilare, è ormai alle nostre spalle. Ma come evento di grazia e come compito di mettere al centro l'incontro con Cristo continua. Non si può dare per scontato, anche presso i cosiddetti praticanti, che sia la fede in Cristo al centro della pratica religiosa.

Il ritorno a forme e figure di religiosità, al di là della stagione calda della contestazione e della secolarizzazione, non deve illudere. È vero: la domanda religiosa oggi è più diffusa. Se è vero che l'ateismo fino a non molti anni fa sembrava conquistare un numero sempre crescente di persone, ora l'impressione è diversa. Anche tra i giovani è più facile trovare chi è sensibile a messaggi che parlano di mistero, di silenzio, di contemplazione, di dimensione gratuita e orante della vita ‑ ma neppure a questo riguardo è il caso di farsi troppo illusioni.

Questa religiosità è marcata però da un grande limite: è una religiosità senza Cristo. D'accordo, si parla molto di Gesù, ma a volte si ha l'impressione che al cristianesimo si chieda solo qualcosa che basti a sopravvivere, non la novità radicale che con l'annuncio della Risurrezione è in grado di sommuovere tutto il quadro dell'esistenza. Basti un esempio: interrogato sulle sue convinzioni religiose B. Eltsin, ex presidente della Russia, rispondeva pressappoco così: "Non sono molto praticante, però devo confessare che tutte le volte che vado in chiesa per una funzione provo una sorta di sentimento intimo di pulizia morale ......

Da queste parole - almeno per quello che suonano: la verità nascosta nessuno la conosce - si rivela un certo volto del cristianesimo attuale: è un cristianesimo a cui chiedere solo il segreto di "sentirsi bene", cioè più confortati e più rilassati (oggi, dire che una esperienza è rilassante, pare sia l'apprezzamento più grande).

3. Ma questo è un cristianesimo senza speranza e senza attesa. È un cristianesimo appiattito sul presente. Ecco perché è importante ritornare all'invito di Paolo VI, prima, e poi di Giovanni Paolo 11: "Dobbiamo ripartire da Cristo". Non possiamo dare per scontato che cosa vuol dire oggi credere in Gesù e nel suo Vangelo. Del resto, già dalla mia prima Lettera pastorale, La grazia e il compito di ricominciare, pubblicata nell'imminenza del Giubileo, avevo indicato questa meta (cf. il c. 1, "Ricominciare da Cristo"), che rilanciavo anche un anno fa, invitando tutti noi a Ricominciare dal Vangelo.

Il cammino della nostra Chiesa nel nuovo anno pastorale non potrà non avere il medesimo punto di partenza cristologico, che ci viene indicato anche dagli Orientamenti dei Vescovi italiani per il primo decennio del Duemila, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (CVMC). Il 1 capitolo di questo documento, "Lo sguardo fisso su Gesù, l'inviato del Padre", è un'eccellente riflessione cristologica in chiave pastorale, in consonanza con la Lettera apostolica di Giovanni Paolo Il Novo millennio ineunte (NMI), c. II (nn. 16-36): ne raccomando a tutti un'attenta lettura. 

4. Le domande perciò attorno alle quali affrontare questo tema e, nello stesso tempo, la struttura di questa lettera possono essere le seguenti:

* Comunicare - riproporre Cristo e il suo Vangelo, centro della fede, chiede ai cristiani di oggi di riscoprire il valore stesso della comunicazione del Vangelo e di comprendere il contesto nel quale annunciare Cristo, in particolare le sfide culturali soggiacenti al cambiamento sempre più velocizzato della società e del mondo. Quali le sfide che più caratterizzano il nostro tempo e la nostra storia reggiano­guastallese?

* il Vangelo: prima di ogni altro interesse, il Vangelo spiega l'essere e l'agire della stessa Chiesa di Cristo; è come il termometro della buona vita ecclesiale e comunitaria. Quali i tratti dello stile evangelico più coerente con questa immagine di Chiesa?

* oggi nelle nostre terre: si rivela quanto mai attuale il tema del Sinodo diocesano, L'annuncio del Vangelo oggi in terra reggiana e guastallese, concluso quasi quindici anni or sono. Certo Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre, come ci ha richiamato il Giubileo, e come tale è sempre presente ed operante nella sua Chiesa. Ma la testimonianza del Vangelo ricomincia per così dire ad ogni epoca e con ogni generazione che nasce: quali i soggetti e quali i destinatari di questa nuova evangelizzazione?

 

 

 

I

 

COMUNICARE, OGGI:

una sfida per le comunità cristiane

 

A che punto siamo?

5. All'indomani del Concilio Vaticano II, le nostre Chiese vivevano una stagione promettente, ricca di fervore e di attese, come un fiume si gonfia a primavera allo sciogliersi delle nevi. Il rinnovamento della liturgia e della catechesi, la riscoperta della Parola di Dio come fonte primaria a cui abbeverarsi nella preghiera e nella vita spirituale, il dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo, l'apertura di ogni Chiesa locale alla missione nei paesi del Terzo mondo, il modo stesso di pensare e di vivere la Chiesa come popolo di Dio nella storia, animato già a partire dalla vocazione battesimale da diversi doni e carismi laicali, non solo clericali: tutto questo lasciava immaginare un futuro ricco di grazie e di benedizioni per la Chiesa del nostro tempo.

Non sono mancati in questi anni segni positivi e confortanti di quella che Giovanni Paolo II nella lettera a conclusione del Giubileo chiama "la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX", e cioè il Concilio: "in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre" (NMI 57). Di fatto, però, il Concilio non è stato completamente capito e adeguatamente applicato alla prassi pastorale. Lo stesso Giovanni Paolo II invita a riscoprire in tutto il suo valore programmatico il cap. V della Lumen Gentium, dedicato alla vocazione universale alla santità (cf. NMI 30): non è forse questa dimenticanza una delle ragioni per cui prevale una lettura più di tipo sociologico della Chiesa, che l'assimila di fatto alle dinamiche della società civile?

6. E così, a distanza di quasi mezzo secolo dal Concilio, sembra di avvertire più segni di stanchezza, di stallo, di routine in diversi aspetti della nostra vita ecclesiale: ad es. una catechesi di iniziazione cristiana dei nostri ragazzi ed adolescenti che non inizia, ma conclude il cammino di fede verso l'età adulta; il mancato decollo della catechesi degli adulti che contribuisce a infantilizzare la nostra prassi catechistica; la crisi della famiglia come luogo primario di trasmissione della fede alle nuove generazioni; una prassi abitudinaria e formale anche nella celebrazione dell'eucaristia e nella vita sacramentale. Quanto basta per scoraggiare anche il parroco più zelante e ottimista!

Scrivo queste righe mentre osservo laggiù, sul greto del fiume Enza, lo scorrere di tre rigagnoli d'acqua, ahimè troppo lenti e silenziosi per dire che si tratta di un vero e proprio fiume. Si dice che in altre stagioni l'Enza coprisse con le sue abbondanti acque l'intero letto del fiume, quando scorreva veloce e rumoroso tra le due sponde parmense e reggiana e i riflessi del sole al tramonto non mancavano di animare quella distesa di acque, ospitali in primavera di gare di canoa per la festa e la gioia della gente del posto. Forse che la vena del Concilio promettente e abbondante, come una volta il corso dell'Enza, si sia inaridita lungo il percorso?

 

Comunicare nella società complessa

7. Nessuna meraviglia che ci si debba ancora interrogare ancor oggi sulla ricezione del Vaticano II. La fede come adesione libera e matura dell'uomo alla Parola eterna di Dio non è come una casa che si possa lasciare in eredità a chi viene dopo dì noi. Ogni generazione che succede ad altre non è in assoluto né migliore né peggiore di quella che l'ha preceduta. Semplicemente, in ogni epoca si ha un approccio diverso al patrimonio comune della fede: con le sue risorse, potenzialità, opportunità, ma anche con le sue ritrosie, opacità e difficoltà.

A complicare la situazione in fatto di comunicazione della fede subentrano oggi diversi fattori. È il caso di accennarli brevemente, senza la pretesa di darne compiuta lettura, ma offrendoli come sintomi di una lettura credente del nostro stesso essere Chiesa:

8. * rumori di fondo: è un fatto riconosciuto che anche la comunicazione della fede (quella che in generale va sotto il nome di "tradizione cristiana") ha a che fare con un terreno comunicativo sempre più intasato da diversi canali. Si pensi a cosa succede quando tentiamo di ascoltare in viaggio alcune stazioni radiofoniche con un apparecchio da quattro soldi, in una zona dove le emittenti sono molte: spesso siamo costretti a sentire contemporaneamente tre o quattro stazioni, con una distonia che fa impazzire. Qualche volta la sintonia, appena conquistata, scivola via e tutto deve ricominciare da capo. In questi casi l'unica soluzione è quella più semplice: spegnere la radio. Così è oggi della voce della Chiesa, del Papa e dei vescovi, ma anche di chi vorrebbe far sentire la voce del Vangelo nella vita dell'uomo contemporaneo: è una voce tra le altre, confusa con altre voci. Succede così che quando tutti parlano insieme, alla fine nessuno ascolta.

9. * comunicare a distanza: un altro possibile disturbo alla comunicazione della fede è la comunicazione cosiddetta "a distanza". È innegabile la ricchezza della comunicazione in una società come la nostra, in cui ogni giorno, tramite il piccolo schermo TV e la Più Piccola radio portatile, veniamo inondati da notizie e messaggi provenienti da tutto il mondo. È il mondo globale della comunicazione che ha fatto della terra "un piccolo villaggio", dove tutti sanno tutto di tutti. Non è detto però che ad una maggiore informazione corrisponda anche una migliore partecipazione. Al contrario, ad una ricchezza di notizie dal mondo corrisponde sempre più spesso una povertà di relazione tra i soggetti comunicanti. Dopo tutto, se un messaggio o un presentatore non va, basta cambiare canale, o "cliccare" navigando altrove. La vita stessa della Chiesa passa in secondo piano; essa rischia talora di essere percepita in chiave superficialmente polemica, politica o addirittura partitica; sfugge invece l'aspetto di Mistero della sua presenza e della sua novità storica. Si crea così una eccessiva distanza tra l'immagine pubblica che della Chiesa e del cristianesimo danno i mass‑media, e quella invece che è dato di cogliere nella comunicazione interna, locale, omiletica, catechetica.

10. * insignificanza della comunità: al difetto della comunicazione a distanza, si deve aggiungere l'effetto di cassa di risonanza dovuto, in positivo e in negativo, alla capacità o meno della comunità ecclesiale di essere luogo significativo e interessante per la persona, che in essa viene accolta e compresa. Difficilmente le nostre comunità riescono a diventare per le persone che le frequentano luogo di identificazione, perché troppo disarticolate e distratte, somiglianti sempre più a supermercati dove sono in vendita le merci più disparate. Di conseguenza, esse sono spesso incapaci di produrre nuovi segni, che esprimano nuova vita. Non è da escludere che anche in fatto di comunicazione della fede possa succedere qualcosa di simile.

11. * difetto di relazione: si è già detto della ricchezza di contenuti che il Concilio ha offerto alle nostre comunità in fatto di ritorno alla Parola di Dio, di rinnovamento della catechesi e della liturgia, di riscoperta della Chiesa come popolo di Dio e della sua missione nel mondo. La difficoltà di comunicazione, però, sta da un'altra parte ed è l'autentica ragione per cui gli sforzi fatti a questo livello non riescono a produrre grandi risultati. Si intende affermare che in ambito pastorale la crisi  comunicativa investe la qualità delle relazioni. I contenuti, in altre parole, non incidono, perché risulta poco significativa la relazione, o meglio la qualità relazionale delle nostre comunità cristiane.

 

Comunità e relazione pastorale 

12. Stiamo in qualche modo tornando ad una situazione simile a quella delle comunità primitive: le "prime" Chiese sono nate da esperienze di comunicazione attorno ad un evento che ha fatto irruzione nella loro vita. Le comunità sono nate da parole profonde, dall'esperienza comune del Signore Risorto. Questa esperienza originaria torna a rivelarsi decisiva in un processo di nuova evangelizzazione. Diventa importante puntare su nuclei piccoli, su comunità primarie, gruppi di intense relazioni interpersonali, per avviare un processo di trasformazione evangelica. Nulla può sostituire il rapporto di testimonianza e di annuncio da persona a persona: la fede, che è anzitutto rapporto con Dio, vi trova un terreno privilegiato su cui crescere.

13. Molte comunità - se confrontate con la forma di vita dei primi cristiani - vivono oggi in maniera opposta, non caratterizzata dalla ricerca di relazioni profonde tra i soggetti che le compongono. Prima della comunità vengono le persone: si trova il bene della comunità, se anzitutto si cerca e si persegue il bene delle persone che la compongono. Vi è invece il pericolo di preoccuparsi che la parrocchia sia efficiente, che il gruppo sia bene organizzato e adeguato alle sue opere, a scapito dell'attenzione alle persone. Succede, ad es., quando le strutture (ricreative, sportive ... ) sono sovradeterminate rispetto alle capacità di gestione e alle istanze di formazione di comunità piccole e isolate.

La comunità così rischia di trasformarsi in un'impresa: i parroci prendono l'aspetto di capi del personale, i parrocchiani anzitutto vengono valutati per la loro capacità produttiva. Non è questo il senso della comunità evangelica, nella quale, al contrario, le energie migliori vanno spese non nell'approntare i quadri dirigenti ed esecutivi, ma nella comprensione, nell'accoglimento, nella promozione umana e cristiana delle persone.

 

L'opzíone per la parrocchia

14. Se anche, strategicamente, come nel caso di alcune Chiese in Italia, si sceglie di partire con un progetto pastorale imperniato sulla famiglia (o sui giovani, ecc.), ciò non deve oscurare ancora una volta il perseguimento di una urgente, intelligente, effettiva "rifondazione" del tessuto ecclesiale delle nostre comunità cristiane. È dunque il momento, ancora una volta, di "spezzare una lancia" a favore della parrocchia, che ancora oggi rimane la forma abituale, per la maggior parte dei cristiani, dell'esperienza di Chiesa. Lo aveva ribadito Giovanni Paolo nella Christifideles laici (cf. n. 26); i vescovi italiani, che già lo avevano ricordato nel documento programmatico per gli anni Ottanta Comunione e comunità (cf. nn. 42­46), lo ripetono ora negli orientamenti per il prossimo decennio: "Ci sembra molto fecondo recuperare la centralità della parrocchia e rileggere la sua funzione storica concreta a partire dall'Eucaristia, fonte e manifestazione del raduno dei figli di Dio e vero antidoto alla loro dispersione nel pellegrinaggio verso il Regno" (CVMC 47).

Per quanto prezioso sia il lavoro di associazioni, aggregazioni e movimenti, il futuro della Chiesa dipenderà di fatto dal rinnovamento delle parrocchie locali. Sono esse, infatti, il luogo in cui non siamo noi a scegliere quelli a cui Dio vuole "aggiungere" alla sua Chiesa (cf. At 2,48): cosa che permette alla forza unificante della fede di esplicitare pienamente tutta la sua forza.

 

Comunicazione e narrazione

15. Resto ogni volta colpito, visitando le parrocchie del nostro territorio, quando ricevo alcune pubblicazioni di storia locale, dove emergono figure di preti, di comunità cristiane, di uomini e donne ricchi di fede e saggezza. È questo un volto di Chiesa da non dimenticare, che però non riguarda solo il passato, ma nella memoria storica trova luce e forza per interpretare e affrontare il presente della nostra Chiesa.

È così che le nostre comunità hanno raccontato se stesse e l'evento di Cristo da cui sempre nascevano. Oggi si sente in modo particolare il bisogno di una simile "narrazione", come modello globale di evangelizzazione. Certo, conservano la loro validità altri modi e linguaggi della fede, quali il linguaggio dottrinale, apologetico, morale, sviluppati fin dai primi secoli della Chiesa. Ritorna però altrettanto efficace, ai fini della nuova evangelizzazione, il linguaggio narrativo: il modello concreto, incentrato sulla figura del narratore e al tempo stesso educatore ed evangelizzatore, più ampiamente inteso come la testimonianza della intera comunità cristiana, che vive le relazioni mature che producono vita. Paolo VI, nella Evangelii nuntiandi, sottolinea con forza che "la Chiesa evangelizza per tutto quello che è" (cf. EN 60). La Chiesa tutta quanta diventa così il racconto di una storia di vita, raccontata per aiutare altri a vivere. È questo il modello con cui la Chiesa delle origini si è presentata al mondo, come ci testimonia Luca nel libro degli Atti degli Apostoli. A questo modello intendiamo anche noi ritornare.

16. Vorrei concludere questa prima parte della lettera con un'ultima riflessione: ci siamo congedati da un millennio che ha visto la Chiesa molto impegnata a dare di sé un'immagine dottrinale e al tempo stesso etico‑sociale. In essa sono stati decisivi i pronunciamenti, le sistemazioni teologiche, le argomentazioni apologetiche. Di questo enorme patrimonio, rivitalizzato in questi ultimi anni con il ricupero della Parola di Dio, del rinnovamento catechetico, sostenuto da una seria riflessione ecclesiologica, noi ora disponiamo.

C'è bisogno però, in analogia con la tradizione delle Chiese orientali, di non perdere la immagine misterico-comunitaria della Chiesa quale si edifica ogni giorno nella liturgia e nella vita quotidiana della comunità cristiana. Siamo all'alba di un nuovo millennio, nel quale siamo chiamati a ricuperare la memoria e la testimonianza di una Chiesa che evangelizza per tutto quello che è. Siamo chiamati, in altre parole, ad essere narrativi anche nel nostro modo di essere Chiesa.

 

 

II

 

COMUNICARE IL VANGELO

alla luce della Chiesa degli Atti degli Apostoli

 

17. Con la Lettera pastorale Ricominciare dal Vangelo, ho voluto avviare un itinerario pastorale che impegna la nostra Chiesa per tre bienni, a partire dalle tre grandi dimensioni della vita di Chiesa: la Parola, il Sacramento, la Carità. In quell'occasione, avevo chiesto di prendere in mano ogni anno un libro biblico, che fosse un po' il "filo rosso" delle diverse attività pastorali; e avevo indicato, per il primo biennio imperniato sul tema della "Chiesa sotto la Parola di Dio: comunità di fede", l'opera di Luca: il Vangelo prima, e poi gli Atti degli Apostoli per l'anno pastorale che stiamo per incominciare.

L'ascolto - del resto mai concluso - del Vangelo voleva soprattutto collocarci nella beatitudine promessa a coloro che "ascoltano la Parola di Dio e la osservano" (Lc 11,28); la lettura credente degli Attici aiuterà a contemplare l'immagine di una Chiesa che vive la gioia di comunicare il Vangelo. Anch'io vorrei rileggere con voi questo racconto, con il quale, secondo la frase lapidaria di Lutero, san Luca "istruisce la cristianità fino alla fine del mondo".

Non intendo con queste mie riflessioni sostituirmi alla lettura che le comunità cristiane, i vari gruppi di ascolto e i singoli cristiani saranno chiamati a svolgere durante l'anno, come prevede il nostro piano pastorale e il sussidio appositamente studiato e proposto dai nostri organismi pastorali. Ritengo piuttosto mio compito, a mo' di prefazione alla lettura, anticipare alcune delle intuizioni che più mi stanno a cuore della Chiesa che vado sognando.

18. Non a caso, tra le letture che hanno attirato la mia attenzione già dalla S. Messa per l'ingresso in diocesi, tre anni fa, una riguardava proprio una pagina degli Atti degli Apostoli, dove si narra dell'arrivo dell'apostolo Paolo nella città di Corinto, dopo l'insuccesso di Atene, accompagnato da evidenti sentimenti di trepidazione, ma da altrettanti segni di fiducia nella forza di attrazione del Vangelo: E una notte in visione il Signore disse a Paolo: Non temere, non avere Paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città. Così Paolo si fermò un anno e mezzo, insegnando fra loro la Parola di Dio" (At 18, 9-11).

Alla vigilia del Giubileo avevo scritto: "Mi sono chiesto, e mi è stato chiesto più volte: come vedo e desidero la Chiesa di domani? Quale immagine di Chiesa lo Spirito mi mette dentro nel cuore? Evidentemente anche la Chiesa di domani non potrà che essere la Chiesa di Gesù Cristo e degli Apostoli, la Chiesa dei Santi Prospero e Francesco, nostri Patroni, la Chiesa del Concilio Vaticano II, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, la Chiesa del Sinodo"(1); e avevo indicato le linee fondamentali del "sogno di una Chiesa" quale comunità di fede, comunità di altare, comunità ospitale: le stesse che costituiscono la base degli orientamenti dati poi con la lettera Ricominciare dal Vangelo(2). Ancora una volta, sento il bisogno di riprendere questo tema, con la preoccupazione di rileggerlo meglio nell'orizzonte della Parola di Dio e con lo sguardo sulla situazione concreta della nostra Chiesa. Come vedo, dunque, la Chiesa di domani? Si può tentare di delinearne almeno qualche tratto alla luce della Chiesa degli Atti degli Apostoli?

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(1) A. CAPRIOLI, La grazia e il compito di ricominciare. Lettera pastorale per la celebrazione dell'Anno Giubilare 1999-2000 (8.9.1999), n. 20.

(2) A. CAPRIOLI, La grazia e il compito di ricominciare nn. 21‑3 1; ID., Ricominciare dal vangelo. Lettera pastorale 2000-2001 (8.9.2000), nn. 12-13.

 

Il punto di partenza: una Chiesa sottomessa alla Parola

19. "Intanto la Parola di Dio cresceva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli ". È questo il ritornello che ritma tutta la storia delle comunità cristiane degli Atti. Si può dire che "la Parola" (espressa di solito al singolare e accompagnata dal genitivo "di Dio" o "del Signore") è come la protagonista o il soggetto che fa la storia delle prime comunità. Contrariamente a quello che si pensa di solito, prima della comunità viene la Parola. È la Parola di Dio che opera, cresce, si diffonde e trascina con sé la comunità cristiana.

 

Dalla città al territorio

20. Anzitutto è a Gerusalemme, dove gli Apostoli hanno vissuto la prima Pentecoste e il mandato di predicare il Vangelo fino ai confini della terra, che la Parola di Dio cresceva, moltiplicando grandemente il numero dei discepoli (cf. At 6,7). Poi, dopo la persecuzione che ha visto il martirio di Stefano e dell'apostolo Giacomo, "la Parola di Dio cresceva e si diffondeva" (12, 24) ad Antiochia, dove destinatari non sono solo i cristiani di origine ebrea, ma anche quelli di origine pagana (13, 48-49). La stessa cosa si ripete al termine della missione di Paolo nella grande città di Efeso: "Così la Parola del Signore cresceva e si rafforzava" (19,20). Da qui Paolo, a seguito della sommossa degli orefici, progetta infine di recarsi a Roma per aprire la missione in Occidente.

Dunque, anche se le circostanze non sono sempre e ovunque favorevoli, è un fatto che la Parola di Dio non si arresta, ma continua la sua corsa, come un fiume che impedito di scorrere nell'alveo iniziale, trova comunque la sua strada aprendo nuovi orizzonti e delineando nuovi percorsi. Scacciati da una città, andate in un'altra; non accolti in una casa, passate in un'altra, aveva raccomandato Gesù ai discepoli (cf. Lc 9,4-6). Anche la Parola di Dio, nella sua forza, non pretende di imporsi se non al libero consenso della fede.

21. Nessuna meraviglia che inizialmente la Parola di Dio venga predicata nei grandi centri urbani, dando origine a comunità cristiane cittadine. Di fatto le città erano al centro del grande sistema viario caratteristico dell'impero romano; nelle città, con la diaspora degli ebrei, non mancava una sinagoga, come luogo di riunione, di ascolto e di preghiera attorno alla Parola di Dio: lì, prima di tutto, gli apostoli incominciavano a predicare il Vangelo. Scacciati dalla sinagoga, è nelle proprie case che i primi cristiani si ritrovano per quella che viene già dall'inizio qualificata come l'ekklesia o la "chiesa domestica" (cf. At 1, 14; 12,12; 16,15.40; 21,8-9).

Ciò che colpisce di questo modo di organizzarsi della comunità attorno alla Parola è la mancanza di strutture comuni e di locali pubblici per le riunioni. Queste avevano luogo nella casa: a Troade, la sala di una famiglia benestante serve da luogo di incontro della comunità (cf. 20,7ss). Il capo famiglia diventa in certo modo anche l'animatore di quella comunità. Lidia ad esempio, l'impresaria della tintoria e della bottega di porpora a Filippi, ospita nella sua casa la comunità locale, e ne è anche l'animatrice (cf. 16,15.40). Ciò significa che è possibile l'essere comunità sottomessa alla Parola anche con strutture piccole, semplici, povere, là dove la gente vive e lavora. Così, non solo Cristo, ma anche la comunità dei suoi discepoli diventa testimonianza di quella prossimità d'amore di Dio all'uomo, la cui riscoperta avevo indicato come frutto particolarmente prezioso del Giubileo e dono da comunicare nel nostro contesto attuale (3).

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(3) Cf. Ricominciare dal Vangelo, nn. 7-10.

 

I protagonisti o "servitori della Parola"

22. La Parola di Dio è dunque viva e operante nella storia delle prime comunità cristiane: ciò non esclude, però, la presenza di protagonisti umani. Stupisce, nel libro degli Atti, la molteplicità dei "servitori della Parola" (cf. Lc 1,2), per mezzo dei quali la Parola anima e sostiene la vita della comunità.

Protagonisti e servitori della Parola sono anzitutto i "Dodici" Apostoli, ricostituiti come tali dopo l'elezione di Mattia, il gruppo fondante scelto "tra coloro che furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi" (1,21­22). Essi non hanno il monopolio dell'annuncio: hanno però il compito peculiare di essere i testimoni autorevoli del Vangelo, difendendolo da errate interpretazioni e promuovendone l'annuncio presso ogni creatura.

23. Accanto a questo gruppo qualificato, unico e irripetibile, c'è un secondo gruppo, quello dei "sette", costituito originariamente per il "servizio alle mense" (cf. 6,2‑3), di fatto però subito inteso come il compito di animare comunità diverse per lingua e cultura, come quelle sorte sulla costa mediterranea, dopo la persecuzione e il martirio di Stefano e la dispersione dei cristiani da Gerusalemme. Qui l'evangelista Filippo darà origine a una chiesa gestita in modo familiare, dove, per l'animazione della preghiera e della catechesi, hanno un ruolo attivo anche le sue quattro figlie (cf. 21,8­9). Oltre ai "sette", ci sono altri cristiani che, dopo la persecuzione di Stefano "dispersi andavano per il paese e diffondevano la Parola di Dio" (8,4). Per mezzo di essi la missione cristiana si diffonde nell'ambiente dei pagani di Antiochia di Siria e si spinge fino a Roma. Quando Paolo arriva a Corìnto dopo l'insuccesso di Atene, e si pone il problema di trovare del lavoro per vivere, viene infatti ospitato da Aquila e Priscilla, una coppia di sposi provenienti dall'Italia (18,1-3). Qui a Corinto i due coniugi cristiani si erano stabiliti continuando il loro impegno di animatori.

24. Da questi dati sommari si ha così un'idea della varietà dei protagonisti che in modi diversi attuano il proprio servizio alla Parola. Chi ha fatto l'esperienza dell'incontro con il Signore e il Vangelo sa che non può tacere. Il "guai a me se non evangelizzo" di Paolo (1 Cor 9,16) è un avvenimento vitale per tutti i cristiani. La Chiesa esiste perché c'è una comunicazione nella fede; se ci fossero mille cristiani non comunicanti la loro fede, avremmo mille cristiani, ma non avremmo la Chiesa.

 

Pluralità delle forme di servizio alla Parola

25. Anche le forme di servizio alla Parola sono diverse. C'è anzitutto il primo annuncio o momento di evangelizzazione, che troviamo nei primi discorsi di Pietro il giorno di Pentecoste. Si tratta di annuncio in forma pubblica dopo l'effusione dello Spirito (2,14); dopo la guarigione dello storpio alla porta del tempio (3,12); davanti al Sinedrio (4,8). Ma il primo annuncio assume anche già dall'inizio forme private dirette immediatamente alla persona, come nel caso della lectio del diacono Filippo a uno straniero etiope (cf. 8,26) e della visita di Pietro alla casa del centurione pagano Cornelio (10, 34).

26. Solo dopo il primo annuncio si passa alla catechesi di formazione. Momento fondamentale di questo processo di formazione e di interiorizzazione è il Battesimo, con il quale non finisce tutto, ma tutto incomincia: "Allora coloro che accolsero la sua (Pietro) parola, furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone. Essi erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli Apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere" (2, 41-42). Di un anno di catechesi, promossa da Barnaba e Paolo, si narra anche nella Chiesa di Antiochia (11,25-26).

27. Infine, c'è l'animazione che doveva aiutare i cristiani ad essere perseveranti. A questo scopo Paolo ripasserà più volte nelle diverse chiese sorte dalla sua missione per organizzare la vita delle comunità e assicurare ad ognuna una struttura permanente di vita cristiana, promuovendo carismi e garantendone la comunione con la istituzione di presbiteri o guide pastorali della comunità (14,23; 18,23; 20,1-2, cui segue il famoso discorso di Mileto agli anziani o presbiteri delle chiese locali).

28. Dunque l'annuncio della Parola, come formazione personale dei singoli cristiani e animazione pastorale della comunità, è nelle comunità degli Atti una struttura permanente della fede cristiana. Non è immaginabile una educazione cristiana limitata all'infanzia o adolescenza come una specie di "pieno" che dovrebbe bastare tutta la vita. Non è possibile credere una volta per sempre. È possibile credere solo perché ogni giorno, ad ogni età e condizione di vita, si scopre che il Vangelo è la buona notizia, a 20 anni, a 40 e 60, e anche oltre quando c'è bisogno di ritrovare la speranza di fronte alla vita che va esaurendosi.

 

Il metodo: una Parola che si fa evento

29. Predicando la Parola, la Chiesa degli Apostoli non fa solo discorsi, ma annuncia degli eventi, risponde a delle attese, interpreta dei fatti. Cercherò di mettere in luce l'efficacia della Parola di Dio negli Atti attorno ad alcuni eventi particolarmente significativi per il nostro essere Chiesa oggi.

 

Accettare le sfide culturali

30. Evento particolarmente significativo della Chiesa degli Apostoli è quello vissuto da Paolo nel suo incontro con gli uomini di cultura del suo tempo. Atene è il luogo ideale scelto dall'autore degli Atti per illustrare il rapporto tra Vangelo e cultura. Paolo propone il Vangelo in questo ambiente non più dalla cattedra della sinagoga, ma in un contesto pluralistico profano e laico.

Di fronte agli intellettuali ateniesi il discorso di Paolo è costruito con arte, facendo appello a tutte le risorse dell'oratoria e agli argomenti della persuasione. Troviamo qui un singolare esempio di come si possa e si debba annunciare il Vangelo a partire da una coraggiosa fiducia nella ragione. Ma quando Paolo arriva all'annuncio evangelico esplicito - quello della novità sorprendente del Cristo Risorto - non l'appello dell'apostolo alla ragione, ma la debolezza della ragione senza la fede porta al fallimento dell'iniziativa di Paolo: "Ti ascolteremo su questo un'altra volta" (17,32).

Poco prima, Luca notava finemente che l'attitudine degli ateniesi non era altro che quello di "parlare e sentire parlare" (17,21). È anticipata così la motivazione del fallimento dell'annuncio cristiano ad Atene. Là dove la cultura è ridotta a pura curiosità, accademia intellettuale, scambio di opinioni separato dalla vita, il Vangelo rimane come sigillato. Non è il fallimento di un metodo pastorale, ma l'impossibilità del Vangelo di tradursi nelle scelte di vita senza il libero consenso della fede. Di fatto, ad Atene, si convertono solo un certo Dionigi, membro dell'Aeropago, una donna di nome Damaris e pochi altri.

31. Arrivato a Corinto, la città cosmopolita crocevia di diverse tradizioni religiose e culturali, Paolo non cambia metodo di evangelizzazione. Solo allarga la missione evangelizzatrice, prendendo contatto anche con gli strati più popolari della città (cf. 1 Cor 1,26-28), coltivando il sogno ispirato dal Signore di un "popolo numeroso in questa città" (At 18,10). Anche a Corinto, come ad Atene, il problema è di accettare le sfide culturali del tempo, sia quelle sollecitate dal pensiero intellettuale, sia quelle più indotte dalla religiosità e dal costume popolare, imparando ad affrontare il colosso della cultura del proprio tempo senza complessi, affidandosi alla forza e alla gioia del Vangelo.

32. Come all'epoca della Chiesa degli Apostoli, non mancano anche nella nostra società contemporanea aspetti culturali che sembrano rendere difficile, o quasi impossibile, l'evangelizzazione: il venir meno del senso cristiano della vita che nasce e che muore, che ama e soffre, che lavora e fa festa; l'evanescenza della fede con l'abbandono della pratica religiosa; il dubbio se valga o no la pena di vivere con un certo ordine o non sia piuttosto il caso di lasciarsi vivere alla rinfusa o secondo le attrazioni del momento. Questa incertezza esistenziale, questo pessimismo sulla vita è causa di disimpegno, frustrazione, noia, ricerca continua di evasioni, al limite di disperazione.

"Siamo a Pentecoste, e non c'è verso che scendano dal cielo lingue di fuoco", si lamenta il poeta Montale in un suo diario del '71. Ai suoi occhi il mondo cristiano appariva come muto di fronte alla condizione babelica di cui la comunicazione tra gli uomini sembrava soffrire. Anche la Chiesa gli appariva incapace di comunicare una parola di speranza agli uomini del nostro tempo, non perché mancasse di parole, ma perché anche la parola della Chiesa si presentava come depotenziata dalla sua forza.

33. Come mai si è arrivati a questo esaurimento della funzione comunicativa della Parola? Al di là dei dati fenomenici (invadenza della comunicazione mass‑mediatica, anonimato della comunicazione a distanza, povertà di silenzio ecc.), quali sono gli elementi interpretativi di questa tragedia del linguaggio? Il linguaggio, se anzitutto è fatto spirituale, denso cioè di una realtà interiore, deve comunicare una verità ed essere sostenuto dall'amore. Se manca la luce della verità, che cosa si può comunicare? E se manca il calore della solidarietà, perché si deve comunicare? Mi domando se non stia qui la radice della odierna incomunicabilità: l'assenza di verità e la povertà d'amore.

 

Allargare i confini della missione

34. La missione cristiana occupa una parte di primo piano nella storia della Chiesa dei primi cristiani. Anche al lettore più svagato la Chiesa degli Atti appare subito una Chiesa aperta alla missione, per niente sedentaria. Certamente ha un punto di riferimento obbligato e permanente nella Chiesa madre di Gerusalemme, dove stanno le "colonne degli Apostoli", ma poi a partire da Gerusalemme la missione data dal Risorto ai suoi è quella di andare in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo ad ogni creatura.

35. A sospingere la Chiesa in missione, è anzitutto la forza irresistibile dello Spirito che anima e guida l'azione degli Apostoli come "vento e fuoco" su terreni imprevisti e impensabili alla mentalità stessa degli Apostoli. Prima destinataria della missione per opera del diacono Filippo è la Samaria, territorio ritenuto ai margini della ortodossia ebraica; poi è la volta della casa di un soldato pagano come Cornelio di Cesarea per opera dello stesso Pietro, e infine a partire da Antiochia, nel più vasto orizzonte dell'impero romano, con l'apostolo Paolo.

36. C'è nel libro degli Atti come una continua sollecitazione fatta ai discepoli - apostoli, diaconi, fedeli semplici - a uscire dal particolarismo e settarismo. E ciò avviene non in forza di una naturale espansione, ma spesso per via di contrasti, di persecuzioni da parte dell'ambiente ostile alla novità del Vangelo, e anche sotto l'impulso di fattori intrinseci alla vita della comunità cristiana, quali la scoperta di carismi missionari di alcuni suoi membri come Stefano e Filippo, le stesso Paolo e poi i suoi collaboratori, come i coniugi Aquila e Priscilla.

37. La missione cristiana non è dunque monopolio di nessuno. Con compiti e ruoli diversi, tutti i discepoli e i battezzati sono protagonisti della missione. Ma che ne è della missione oggi? Bisogna riconoscere la realtà: nonostante la crescita in assoluto del numero dei cristiani, la percentuale di essi è in calo - seppur lieve - rispetto alla popolazione del pianeta: non supera, in ogni caso, un terzo dell'umanità. Non dimentichiamo che i paesi di antica tradizione cristiana hanno tassi di sviluppo demografico molto più basso di quelli di tradizione non cristiana: non è un momento di grande "espansione" della Chiesa.

Si aggiunga, anche nei nostri paesi di tradizione cristiana, una situazione contraddittoria. Sul versante di una presenza di carattere sociale e civile, umano in senso generale, la Chiesa vive un momento tra i più felici: raramente nella sua storia ha avuto una tale udienza e anche - tutto sommato - una considerazione e stima, come quella odierna. Ma ecco la contraddizione: mentre riusciamo ad essere più ascoltati sui terreni meno specifici della nostra missione, siamo meno ascoltati su ciò che solo noi possiamo dire. È un punto su cui torno spesso, perché lo ritengo cruciale: l'immagine sociologica di Chiesa prevale, nell'opinione comune, sulla sua natura propria(4).

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(4) Cf. La grazia e il compito di ricominciare, n. 19; Ricominciare dal Vangelo, n. 12.

  

38. Tale situazione contraddittoria ci sollecita a domandarci verso quale direzione spingere la missione della Chiesa. Una prima strada si apre a partire dalle indicazioni del magistero papale con le belle encicliche Veritatis splendor e Fides et ratio: è quella già avviata da Paolo nel suo discorso all'Aeropago di Atene con la promozione della fiducia nella ragione umana. Paradossalmente, proprio nei nostri tempi nei quali la ragione è disprezzata, la Chiesa ne diventa l'avvocata e la paladina. 

39. C'è, però, una seconda strada sulla quale la Chiesa è maggiormente chiamata ad affidarsi, ed è la fiducia nella proposta del Vangelo come messaggio capace di interpretare ogni uomo, anche culturalmente diverso da chi lo annuncia. Non è detto, infatti, che il messaggio di Gesù abbia da dire o da dare qualcosa solo a chi lo accoglie nella fede.

Non è vero che solo il discorso della ragione sia capace di parlare ad ogni uomo. Naturalmente bisogna avere una cura particolare: non far diventare il Vangelo una specie di messaggio esclusivo del credente, al punto che se uno non l'accoglie, quella persona non mi interessa più.

Il Vangelo interpella l'uomo di ogni epoca, quindi anche della nostra. E questo chiede alla Chiesa una rinnovata capacità di acquistare una ulteriore sensibilità nel suo credere, nel suo parlare della propria esperienza di fede: una sensibilità che favorisca la comunicazione della fede, rendendola aperta all'amore di ogni uomo. Tocchiamo qui un punto su cui le nostre comunità cristiane sono chiamate a nuovi ambiti, vie e soggetti per familiarizzare ogni uomo con la Parola di Dio, avviando così una vera e propria conversione pastorale.

 

Accompagnare il cambiamento

40. Già nella Chiesa dei primi cristiani c'era resistenza al cambiamento. Non era solo la resistenza del singolo alla novità del Vangelo, espressa con gli atteggiamenti quali l'incoerenza di alcuni come Anania e Saffira a proposito della condivisione dei beni, l'uso superstizioso della pratica religiosa proposto da Simon Mago e da altri, l'indifferenza degli intellettuali ateniesi con il loro "ti sentiremo un'altra volta", il rifiuto del Vangelo da parte della sinagoga...

Non mancavano atteggiamenti di resistenza neppure all'interno delle stesse comunità cristiane. E ciò in particolare in tema di missione. Era il caso dei cosiddetti "giudaizzanti" o cristiani ‑ non solo singoli ma gruppi organizzati ‑diventati cristiani a partire dalla pratica religiosa giudaica, che non accettavano una vera conversione al Vangelo senza passare dalla obbligatoria accoglienza di usi e tradizioni legate alla comunità giudaica.

41. Episodio emblematico di conversione pastorale è quello di Cesarea (cf. 10,1­11,18): l'apostolo Pietro, rompendo ogni indugio, entra nella casa di un pagano, il centurione Cornelio e la sua famiglia, sulla quale era sceso lo Spirito per iniziativa gratuita di Dio, segnando così la fine del sistema di separazione vigente tra giudei e pagani. Ed è interessante osservare come l'iniziativa presa da Pietro in un fervente clima di preghiera non solo doveva aprire nuovi campi alla missione, ma far crescere nello stesso tempo la comunione. Infatti Pietro deve andare a Gerusalemme a spiegare agli apostoli e ai giudeo-cristiani come evento di grazia quello che era avvenuto a Cesarea tra i pagani.

42. Momento cruciale, e alla fine risolutivo di ogni indugio alla missione, è quello del "Concilio di Gerusalemme": vi prendono parte Paolo e Barnaba a seguito della loro missione tra i pagani, ai quali annunciare la novità del Vangelo senza necessariamente dover passare dalla pratica ebraica della circoncisione (15,1-35). Se a Cesarea è Pietro che apre ai pagani, mosso dalla libera iniziativa dello Spirito, a Gerusalemme è l'apostolo Giacomo che risolve il problema facendo appello alla Parola di Dio come criterio per interpretare l'esperienza storica della nuova missione.

43. Come si vede, già nelle prime comunità cristiane l'urgenza della missione non esclude, anzi chiede la crescita della comunione all'interno della stessa comunità cristiana. Non si va avanti dividendosi, separandosi, su strade e direzioni contrapposte. È un'illusione quella di chi, così pensando e facendo, crede di servire meglio la Chiesa e di far correre il Vangelo nel mondo. D'altra parte, è pure una pia illusione quella di chi pensa di servire meglio la Chiesa e di salvaguardare l'identità del Vangelo riservandolo a quelli che - tanti o pochi, più spesso pochi - già frequentano le nostre comunità e ne praticano senza problemi tradizioni e feste, usi e costumi.

A sollecitare il cammino della Chiesa nei prossimi anni è anzitutto la missione, il problema dell'evangelizzazione: "Questo è un problema di sempre", si dirà. No, questo è un problema particolare di oggi. Nelle nostre chiese di antica tradizione non abbiamo alle spalle una lunga e matura esperienza di nuova evangelizzazione. L'azione pastorale del passato è avvenuta per lo più presupponendo che la fede si trasmettesse semplicemente di padre in figlio. Oggi non è più così.

 

Lo stile. "sentire con la Chiesa"

44. Abbiamo visto come anzitutto ' in tema di missione, la Chiesa degli Atti ha sentito il bisogno di una crescita della comunione ecclesiale. Missione e comunione nella Chiesa insieme vanno avanti, oppure insieme cadono. Cosa significa fare più comunione in vista di una missione più efficace? Quali gli eventuali atteggiamenti che la testimoniano come credibile?

 

La gioia di credere

45. L'evangelizzazione, secondo gli Atti, si realizza non solo attraverso la Parola dei suoi ministri che l'annunciano, l'insegnano, ma anche attraverso la testimonianza concreta, da parte dei singoli e delle comunità cristiane, di una vita che dà frutti di carità, di pace e di gioia. La qualità "gioiosa" della fede dei primi cristiani è una caratteristica che Luca aveva già evidenziato nel suo Vangelo con figure come Elisabetta, i pastori, i convertiti come Zaccheo, i personaggi di diverse parabole come il pastore che ritrova la pecora smarrita, la donna la dramma, il padre al ritorno del figlio. Figura di fede gioiosa è soprattutto la stessa Madre di Gesù, Maria.

Negli Atti, come nella missione dei 72 discepoli, è tutta una comunità che testimonia la gioia del vangelo: "Erano assidui nel frequentare ogni giorno insieme il tempio e, spezzando il pane nelle loro case, prendevano cibo con gioia e semplicità di cuore... intanto il Signore aggiungeva alla comunità ogni giorno gente che si salvasse" (2,46-47). Già da questi semplici accenni emerge il valore aggregante della testimonianza data con gioia.

46. Nella dinamica di una comunità protesa all'evangelizzazione, la gioia di credere caratterizza la forme della vita ordinaria: erano assidui "ogni giorno" frequentando il tempio e prendendo cibo nelle case "con gioia e semplicità di cuore". Dunque si tratta di una gioia che assume contenuti interiori di comunione nella preghiera e nella condivisione di vita, ma non disdegna anche una certa visibilità. E gioia intrecciata con le vicende non sempre esaltanti della vita comunitaria e con le forme della pastorale ordinaria. Non è espressione soltanto di circostanze ed avvenimenti all'insegna della straordinarietà.

Ed è, alla fine, una gioia di credere contagiosa, che assume un significato di fatto missionario. Quando agli Apostoli viene proibito di parlare e vengono messi in carcere, quasi è la loro gioia perfino nella persecuzione a renderli ancora più credibili agli occhi della gente: "Fatti chiamare gli Apostoli, li fecero percuotere e comandarono loro di non parlare più nel nome di Gesù. Quindi li rilasciarono. Ma essi se ne andavano via dal Sinedrio lieti perché erano stati fatti degni di subire oltraggi per il Nome" (5,40-42).

47. "Nessuna sofferenza, nessuna umiliazione ha il potere di spegnere la gioia essenziale che è in noi", ha scritto Paul Claudel. È come dire che la gioia di credere può stare insieme alla sofferenza per il Vangelo. È la gioia profana che rifiuta ogni sofferenza, ritenendola incompatibile con la gioia. È la gioia profana che, per non soffrire, inclina alla fuga, alla evasione, all'ebbrezza che fa perdere la memoria. È invece la gioia cristiana che, anche nella sofferenza e nell'incomprensione, resiste ad un livello più profondo come luce, speranza, dinamismo, slancio la cui forza è più forte di ogni avversità.

 

La testimonianza della carità

48. La lettura degli Atti ci sollecita poi a tenere aperta anche la strada fondamentale, irrinunciabile e universale dell'amore fraterno, della te­stimonianza della carità, prolungando in tal modo il cammino iniziato con gli orientamenti pastorali della CEI per gli anni Novanta, Evangelizzazione e testimonianza della carità. È curioso notare che in Atti non appare mai la parola "carità": vi sono, però, comunità e persone capaci di  condividere i beni (2,44s; 4,32-37), di portare ai poveri e ai malati la forza del vangelo e la speranza posta nel "nome di Gesù" (3,1-10;5,12-16; 19,11-12); leggiamo di servizi di aiuto organizzati a favore dei più bisognosi (6,14); vediamo chiese locali attente alle necessità di altre comunità che sono in ristrettezze (cf. 11,27-30) ... E, infine, incontriamo "barbari", non cristiani, capaci di accogliere dei naufraghi alla deriva - fra cui Paolo e i suoi compagni - con una "non comune umanità" (28,2)! Forse anche noi dovremmo parlare meno di carità, e provare ad attuare nei fatti "una nuova «fantasia della carità», che si dispieghi non tanto e non solo nell'efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione" (NMI 50).

49. Il modello della Chiesa degli Atti ci fa capire ancor meglio le successive parole di Giovanni Paolo II: "Dobbiamo per questo fare in modo che i poveri si sentano, in ogni comunità cristiana, come «a casa loro». Non sarebbe, questo stile, la più grande ed efficace presentazione della buona novella del Regno? Senza questa forma di evangelizzazione, compiuta attraverso la carità e la testimonianza della povertà cristiana, l'annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l'odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone. La carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole" (NMI 50). È facile capire quanto queste parole interpellino ciascuno personalmente e le diverse comunità, e spingano a fare un esame di coscienza anche sull'uso dei beni, sulla necessità di scegliere uno stile di vita semplice e sobrio, sull'attenzione ai grandi problemi posti dalle dinamiche economiche e sociali del mondo odierno. Fino a quando la parola degli Atti, "nessuno tra loro era bisognoso" (4, 34), dovrà restare un'utopia irraggiungibile?

 

Stile di comunità

50. Mi ha colpito, leggendo la lettera pastorale del vescovo di Piacenza Luciano Monari, Costruire la casa sulla roccia, scritta al termine della missione popolare promossa come evento al tempo stesso giubilare e diocesano, la sottolineatura data al valore che - in una prospettiva di evangelizzazione - assume "lo stile fondamentale della comunità cristiana".

51. La comunità cristiana evangelizza con il suo "stile" sotto due aspetti: negativamente, rifuggendo da stili di comportamento che assimilano di fatto la comunità cristiana alla società civile, perché purtroppo a volte accade che si viva nella comunità cristiana esattamente come nella società civile: con la stessa litigiosità, con gli stessi problemi di simpatie e antipatie, con la stessa ricerca di posti di autorità. Nessuna meraviglia! Succedeva così nelle comunità cristiane di Corinto, dando non poco filo da torcere all'apostolo; neppure gli Atti, peraltro, passano del tutto sotto silenzio tensioni e litigi (cf. p. es. 11,2; 15,2.7.37-39).

52. Più positivamente, lo stile della comunità evangelizza promuovendo una spiritualità di comunione. Nel leggere gli Atti, si avverte chiaramente che la preoccupazione per la comunione sta alla base del modo di narrare di Luca: si pensi solo ai celebri "sommari" dei primi capitoli (2,42-48; 4,32-36), ripresi continuamente nella storia successiva della Chiesa, e soprattutto nei suoi momenti critici, come richiamo a un rinnovamento che parta appunto dallo stile fondamentale delle comunità. Vorrei che anche le nostre comunità, rileggendo questi testi, sentissero la nostalgia di un'immagine di Chiesa che è ancora oggi capace di rinnovarci profondamente e di comunicare a tutti la novità e la bellezza del Vangelo.

 

 

III.

 

IL VANGELO OGGI NELLE NOSTRE TERRE

Oltre l'isolamento delle parrocchie 

53. Parlare di stile fondamentale della comunità cristiana, in concreto, significa affrontare una tipologia assai diversificata di comunità cristiane, in particolare se si fa riferimento alla comunità tradizionale territoriale che è la parrocchia.

Nella nostra diocesi abbiamo molte parrocchie di dimensioni troppo piccole, perché possano sviluppare un adeguato programma pastorale che sia in grado di non trascurare nessuno membro e nessuna attività importante. Nello stesso tempo, abbiamo ancora una tradizione di autonomia delle singole parrocchie, in particolare di quelle di una certa consistenza, che risulta alla fine un vero handicap in un mondo socialmente mobile come quello in cui viviamo, in cui i confini sembrano scomparire. C'è il rischio che le nostre parrocchie cambino, senza che ce ne accorgiamo. E se ce ne accorgiamo, non sappiamo poi cosa fare. Neppure io ho soluzioni definitive in tasca: vorrei però spendere ancora qualche parola sulla situazione delle nostre parrocchie, con particolare riguardo a quelle piccole: non senza ricordare che già il Sinodo diocesano se ne era occupato, offrendo suggerimenti che ritengo ancora validi(5).

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(5) Cf. L'annuncio del Vangelo oggi in terra reggiana e guastallese, Documento sinodale, nn. 252-253.

 

54. Più di un terzo delle 319 parrocchie della nostra diocesi è senza parroco residente; una cifra che facilmente crescerà, a causa sia dell'invecchiamento e diminuzione del presbiterio, sia della situazione demografica delle parrocchie: sono quasi 200 le parrocchie con meno di 1000 abitanti.

Come la comunità delle origini di fronte ai suoi primi problemi (cf. At 6,Iss), anche noi siamo chiamati a uno sforzo di creatività: non possiamo affrontare le questioni basandoci solo sulle abitudini del passato e limitandoci al lamento perché le cose vanno male. Abbiamo già qualche esperienza positiva da mettere in conto e valorizzare: unità pastorali bene avviate, sia in montagna che in pianura; presenza di diaconi permanenti e delle loro famiglie in qualche parrocchia senza il parroco; celebrazioni domenicali senza il presbitero preparate e realizzate con cura o, in altri luoghi, una sola celebrazione della S. Messa a cui tutti convergono, anche da piccole parrocchie vicine... Sono solo esempi, per dire come, nelle mutate condizioni pastorali, la cura della Chiesa per tutti i cristiani può e deve mantenersi viva e attenta.

Sulle scelte già avviate si dovrà continuare con perseveranza. Si possono fare passi in avanti? Ritengo di sì: senza dubbio, si dovrà portare avanti il complesso lavoro di ripensamento della presenza di Chiesa sul territorio (vicariati, unità pastorali, parrocchie e forme di collaborazione ... È avviato dal Consiglio Presbiterale. Ma ciò non basterà: saranno necessari atteggiamenti nuovi nelle parrocchie stesse: penso p. es. a rapporti di comunione e "gemellaggio" tra parrocchie. Perché una parrocchia più grande e organizzata non potrebbe andare in aiuto di un'altra più bisognosa in fatto di persone (catechisti, animatori liturgici, visita ai malati o anziani ... ) o anche di mezzi economici? A un tale scambio di beni "visibili" potrebbe corrispondere quello di beni "invisibili": le parrocchie piccole hanno spesso conservato un senso di fraternità, di reciproca attenzione, di fede popolare, che possono arricchire anche le parrocchie più grandi e "strutturate".

55. A rendere più consonante il cammino delle parrocchie gioverebbe la condivisione di una scelta pastorale che torno a raccomandare con insistenza: i "centri di ascolto", o "gruppi del vangelo", nei quali ci si trova insieme per condividere l'ascolto della Parola e crescere nella vita cristiana. Essi possono favorire in modo sostanziale il rinnovamento di una parrocchia, pensata come comunione di "comunità domestiche": e questo potrebbe aiutare i cristiani delle parrocchie più grandi a uscire dall'anonimato, mentre le parrocchie più piccole - che sono già, in un certo senso, comunità domestiche - si sentirebbero meglio partecipi di un cammino di fede vissuto in comunione con altre comunità dell'Unità pastorale o della zona.

Per favorire questa scelta, l'Istituto di Scienze Religiose propone, nell'anno pastorale 2001-2002, un corso per la formazione di animatori di gruppi del Vangelo: mi auguro che molti possano parteciparvi con frutto, e che nel corso degli anni questa figura ministeriale cresca e contribuisca al rinnovamento spirituale e pastorale delle comunità piccole e grandi. 

56. L'assunzione di uno stile di comunità da parte delle parrocchie piccole e grandi, passa in modo determinante attraverso la volontà di camminare insieme su di un progetto pastorale. Ciò chiede però, lo ripeto, una "spiritualità di comunione" ' sulla quale ha insistito anche il Papa Giovanni Paolo II. Nella sua lettera sull'inizio del nuovo millennio, egli indica la spiritualità di comunione come "la grande sfida che ci sta davanti, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere alle attese profonde dell'uomo". E, quasi prevenendo una possibile obiezione di astrattezza, si domanda: "Che cosa significa in concreto? Anche qui il discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma sarebbe sbagliato assecondare simile impulso. Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità di comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità" (NMI 43).

Tutto ciò, è chiaro, domanda un cammino educativo, una vera conversione pastorale, a vari soggetti: presbiteri, diaconi, consacrati, giovani e famiglie, non ultimo lo stesso vescovo.

 

Non solo padri, anche fratelli 

57. Ogni prete, in particolare ogni parroco, si sente padre nella comunità cristiana. La nostra Chiesa, poi, non manca di preti fondatori. Forse però, è arrivato il momento di imparare a diventare più fratelli, a creare cioè più comunione fraterna con i membri delle comunità cristiane e nell'unico presbiterio. Era questo l'invito che andavo sollecitando già dal primo ritiro spirituale al clero, e che ho visto pian piano crescere nei successivi ritiri quaresimali. Sul tema della fraternità presbiterale vorrei ritornare ora con maggior persuasione e riflessione.

58. Piace ricordare come Luca, nel Vangelo che ha ispirato i ritiri quaresimali per il clero a Marola, insista per configurare la missione dei discepoli come un andare "a due a due": "Dopo questi fatti (si tratta del rifiuto dei samaritani al Vangelo di Gesù), il Signore designò altri 72 discepoli e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove (egli) stava per recarsi" (Lc 10,1). Ma perché "a due a due"? Per predicare il Vangelo non basta uno solo?

Per Luca il vangelo, prima di essere predicato, chiede di essere testimoniato nella vita della comunità. Negli Atti, i missionari isolati sono l'eccezione: normalmente, incontriamo coppie, o gruppi di missionari: Pietro e Giovanni, Paolo e Barnaba, Paolo, Sila e Timoteo...

59. Ammiro i preti anziani - ne ho incontrati diversi in questi mesi visitando alcune parrocchie della nostra montagna e aiutandoli nel servizio domenicale - sperduti in un territorio vasto ma spopolato, oggetto di venerazione da parte dei pochi residenti, in particolare anziani, ai quali non lasciare mancare una parola di incoraggiamento, un segno di affetto e di amicizia, un aiuto materiale nel caso del bisogno, non solo il servizio della Messa e dei sacramenti. C'è chi è in queste condizioni solo da alcuni anni, e chi invece da molti, dando il meglio della propria vita sacerdotale. Testimoniano una paternità acquistata sul campo.

C'è chi dà invece una lettura pessimistica della situazione del clero, quando vede pian piano sfuggire dalle mani non solo i propri parrocchiani - e questo vale anche per la città e in particolare il centro storico - ma anche quei programmi e metodi pastorali in passato sperimentati con successo, e oggi sembrano diventare evanescenti e obsoleti ai fini di una efficace pastorale della comunità. Anche i tentativi isolati messi in cantiere qua e là per reagire alla stanchezza diffusa finiscono per ricadere su se stessi, se non riescono ad incidere sull'insieme della vita ecclesiale. Nonostante tutte le fatiche e le difficoltà, i preti rimangono perno fondamentale della nostra azione pastorale, e ad essi - lo dico anzitutto a me stesso - si dovrà fare attenzione con amore e rispetto.

60. Tre aspetti in particolare mi sembrano da sottolineare sotto il profilo pastorale e spirituale, oltre al rapporto personale, che rimane un punto essenziale:

* favorire le occasioni di ascolto e di discernimento comunitario tra i Preti: questi dovranno essere aiutati a farlo in modo non generico, su punti precisi e con un certo metodo. Le opportunità non mancano: i ritiri quaresimali ci hanno fatto sperimentare la ricchezza della condivisione sulla Parola di Dio; si potrebbe pensare a incontri comuni di preparazione dell'omelia domenicale; ai ritiri vicariali e diocesani; ai momenti di formazione permanente da vivere in un clima di vera fraternità... È importante, poi, che il presbiterio nel suo insieme senta vivo l'interesse del Vescovo e delle diverse "autorità diocesane" per le questioni che vivono e soffrono quotidianamente nel loro impegno pastorale; in generale è da creare e ricreare un clima di fiducia reciproca tra il presbiterio che lavora sul territorio e il Vescovo e gli organismi centrali della diocesi;

61. * incoraggiare e sperimentare "una certa vita comune, realizzabile in diverse forme", come raccomanda Presbyterorum Ordinis n. 8. È questo un punto su cui anch'io come vescovo mi interrogo frequentemente e su cui dovremmo fare chiarezza. C'è chi la respinge per principio: "vita comune, no grazie! E c'è chi ne fa la cifra sintetica dello stesso proprio essere prete.

Sono noti i fattori che la mettono a tema: la diffusa situazione di solitudine del prete, con il venir meno in casa della presenza di familiari o domestici; il contesto in cui il prete si trova a lavorare, in cui non mancano le fatiche dovute all'aridità del terreno e alla povertà relazionale dell'ambiente; non ultima la scarsità di esperienze di vita comune del clero diocesano e la conseguente difficoltà a cambiare mentalità.

Tenendo conto di tutto questo, non vi è dubbio anzitutto che le varie forme indicate dal Concilio per esprimere una certa comunità di vita tra il clero sono da favorire, già a partire dai preti giovani. Perciò incoraggio le esperienze di vita comune attualmente già in atto, e altre che dovessero nascere nelle varie forme: condivisione di mensa, di preghiera, di scambio spirituale e pastorale, in particolare tra quelli che vivono in piccole parrocchie, magari distanti tra loro, sollecitando le comunità e la stessa diocesi ad un eventuale sostegno anche economico.

62. * Resto convinto che anche la crescita di una maggior fraternità tra i preti, insieme alla testimonianza della gioia di essere preti, saprà favorire una ripresa delle vocazioni alla vita sacerdotale e consacrata. E questo uno dei problemi più spinosi e preoccupanti per tutta la Chiesa in Italia. E non solo per le difficoltà che la diminuzione del clero comporta per la pastorale, ma soprattutto per il giudizio negativo che questa povertà di vocazioni fa ricadere sulla nostra esperienza religiosa e sul nostro modo di essere Chiesa.

Quando una comunità non genera vocazioni sacerdotali e di vita consacrata, vuol dire che è una comunità sterile. Chiede il prete, e guai se manca, ma poi non si fa carico del problema o lo considera un problema di altri. Abbiamo un Servizio diocesano vocazioni che lavora bene, svolgendo la funzione quasi di pre‑seminario: se adeguatamente sostenuto sul territorio dai preti e nelle parrocchie, non mancherà di dare maggiori frutti.

 

I diaconi tra l'altare e la soglia

63. Anche i diaconi permanenti sono una bella realtà della Chiesa del Concilio. È noto che la loro riscoperta non è anzitutto data dalla urgenza pastorale di far fronte al calo numerico dei preti, né dalla necessità di dover sopperire a nuovi campi di apostolato. La riscoperta è anzitutto frutto di un ritorno alle radici evangeliche e alla memoria storica del modo di essere Chiesa delle prime comunità cristiane, come ci raccontano gli Atti. Più che la presenza di diaconi nella Chiesa, è la loro scomparsa nella storia che fa problema.

64. Se la presenza del diaconato permanente viene oggi a completare di una singolare componente lo stesso ministero ordinato, resta ancora aperta la questione della sua collocazione nella pastorale. Ad un più diretto rapporto con il ministero episcopale sollecita la stessa fonte biblica, che vede l'istituzione dei "sette" per iniziativa degli apostoli (cf. At 6,Iss), nonché le successive fonti storiche, che configurano il diacono come "occhio", "orecchio", "bocca" del vescovo, e dunque ministero esplicitamente in sintonia con il ministero episcopale.

Particolarmente significativa è la figura del diacono accanto al vescovo nella comunità cristiana ancora organizzata nella forma cittadina, prima dell'espansione missionaria sul territorio con la costituzione della comunità parrocchiali. A fianco del vescovo, che presiede l'unica Eucaristia e la relativa iniziazione alla vita cristiana tramite il catecumenato e il Battesimo degli adulti, il diacono doveva assumere un ruolo di primo piano nella pastorale cittadina: oltre al ministero liturgico all'altare, anche nella diaconia della Parola e della carità, in particolare delle categorie socialmente e culturalmente meno provvedute.

65. Non sono da escludere, anzi sono da riscoprire anche nelle nostre attuali comunità cristiane, funzioni analoghe da parte dei diaconi, là ad esempio dove ‑ non solo in città, ma sul territorio ‑ il vescovo sollecita comunità cristiane vicine a costituirsi in unità pastorali in grado di non trascurare nessuna piccola comunità e nessuna attività (catechetica, liturgica, caritativa, educativa) necessaria per una effettiva vita di comunità cristiana. C'è bisogno di diaconi in quelle che vengono chiamate "équipes pastorali", cioè gruppi di operatori che comprendono il prete, catechisti, animatori della liturgia, operatori della carità...

66. Accanto al presbitero, come a fianco del vescovo, il diacono viene così ad assumere il compito di dare continuità e stabilità alla più diffusa ministerialità del popolo di Dio, sia quella esercitata nel tempio nel ministero liturgico, sia quella in uscita dal tempio testimoniata nelle case, tra le famiglie, nella professione e nel lavoro. Sono convinto che in una comunità cristiana che intenda testimoniare a tutti la prossimità di Dio all'uomo e la gioia del Vangelo nel quotidiano - come dicevo nella Lettera Ricominciare dal Vangelo (cf. nn. 9-10) - la figura e il compito diaconale acquisterà una maggiore rilevanza in futuro.

Ciò richiede, però, che la figura e il ministero del diacono non siano affidati alla discrezionalità dei singoli (individui o comunità), quasi che il diacono fosse un "di più" non strettamente necessario; tutta la diocesi è impegnata, invece, a considerare tale presenza rilevante e significativa nella pastorale dell'intero territorio e per la stessa evangelizzazione: come a dire che al vescovo bisognerà arrivare a chiedere e a dare non solo il prete, ma anche il diacono.

67. Una domanda che spesso mi pongo, e che affido all'insieme dei diaconi permanenti, è questa: quale il ruolo dei diaconi nelle Unità pastorali, nei Vicariati, e negli ambiti più settoriali della pastorale diocesana? Anche per la nostra Chiesa, emergono necessità nuove, problemi inediti, nuove "mense" che sollecitano forme forse inedite di creatività pastorale e di servizio: penso p. es. alla realtà dell'immigrazione, che sollecita l'attenzione all'incontro con realtà culturali nuove e poco conosciute, e coinvolge il dialogo ecumenico e interreligioso... Come i "sette", istituiti per il servizio delle mense, si fecero evangelizzatori in ambiti nuovi, mi chiedo se anche i diaconi oggi non potrebbero aiutare a individuare le vie nuove sulle quali lo Spirito chiama la nostra Chiesa.

 

Le consacrate e i consacrati

68. Le consacrate e i consacrati sono un dono prezioso per la vita della Chiesa: la specificità della loro vocazione ci ricorda il primato della comunione con Dio come fondamento e criterio della stessa comunione tra credenti e comunità cristiane. Desidero ringraziare tutte e tutti coloro che con la testimonianza di questa forma di vita, a volte anche nascosta e silenziosa, ci esortano a "cercare prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia" (Mt 6,33); e mi sia lecito esprimere anche il rammarico per il fatto che la presenza di comunità di vita consacrata, soprattutto femminile, si va riducendo a causa dell'indebolimento delle forze e dell'aumento dell'età; e invito quindi tutti a pregare con insistenza per le vocazioni alla vita consacrata.

69. Sono convinto che la presenza di consacrati e consacrate continuerà a essere importante nel cammino di una Chiesa che si impegna a crescere verso una comunione sempre più forte anche sotto il profilo pastorale. La Chiesa degli Atti si è preoccupata, non senza fatiche e lentezze, di salvaguardare sempre la sua caratteristica di comunità di credenti provenienti da Israele e dalle genti: gli uni e gli altri, con tradizioni e caratteristiche diverse, fatti "un solo popolo" nella novità di Cristo. Qualcosa di analogo si deve dire per il rapporto tra le peculiarità e le caratteristiche proprie della vita consacrata, nelle sue diverse forme, antiche e nuove, e la vita propria di una Chiesa particolare, con la sua tradizione e i suoi orientamenti pastorali. Dovremo continuare a camminare in comunione, attenti ad arricchirci reciprocamente e a cercare insieme ciò che lo Spirito ci chiede perché la Parola di vita sia comunicata efficacemente nelle nostre terre. Alla diocesi chiedo attenzione e accoglienza cordiale dei doni che ci vengono dai consacrati; a questi chiedo di continuare a inserirsi nel progetto pastorale diocesano e di arricchirlo con i propri originali carismi.

 

Un'attenzione particolare alla famiglia

70. È giunto il momento - ed è questo - di aprire il colloquio tra il Vangelo e la famiglia, come tra Gesù e la samaritana. È stato più facile in questi anni parlare di crisi della famiglia, elencando disagi, difficoltà ed episodi ricorrenti di marginalità, conflittualità della famiglia nella nostra attuale società e cultura. È bastato un episodio come il delitto di Novi Ligure per attirare alla tavola rotonda promossa dal Centro Giovanni XXIII tutta una folla. Attirati da cosa? Forse più dalla paura di un destino buio sulla famiglia del futuro, che non da un'effettiva speranza.

71. Sembrerà strano, ma Gesù, di fronte alla samaritana, la donna che tutti conoscevano in città come quella che aveva cambiato marito più volte, non fa appello anzitutto ai comandamenti. Avrebbe potuto  ricordarle: "Non commettere adulterio". Ma non è partito da qui. Perché? Perché Gesù sapeva che le norme da sole non bastano a trasformare un'esistenza, ma occorre una esperienza viva di Dio. Ecco perché Gesù, con la samaritana, preferisce parlare anzitutto di Dio. Mi domando se anche nella pastorale famigliare non si debba ripar­tire dalla pedagogia di Gesù, facendo incontrare la famiglia anzitutto con il Vangelo. "A questo fine ‑ affermano gli orientamenti pastorali dei vescovi italiani - una delle scelte da compiere è quella di riuscire a stabilire, da parte delle comunità cristiane, attraverso i presbiteri, i reli­giosi e gli operatori pastorali, rapporti personali con ogni famiglia - sia che frequenti la Chiesa sia che non la incontri mai ‑ in un tessuto relazionale nuovo, veramente capillare" (CVMC 52).

72. Sono perciò da valorizzare, in questa prospettiva di una pastorale comunitaria più attenta a tutte le famiglie, momenti tradizionali e nuovi come: la visita alle famiglie per la benedizione delle case, in presenza di situazioni di malattia e di lutto, in occasione di anniversari di nozze; la catechesi domestica come forma di accompagnamento della domanda di Battesimo da parte dei genitori quale momento irrinunciabile dello stesso cammino di iniziazione ai sacramenti; la cura in ogni parrocchia o unità pastorale, nonché a livello diocesano, degli itinerari formativi alla vita cristiana per fidanzati e giovani coppie (cf. Tobia e Sana; Ci fu uno sposalizio a Cana); i gruppi di Vangelo tra le case, già ricordati, dove l'ascolto della Parola viene a trovarsi, come nelle comunità dei primi cristiani, nel cuore della vita quotidiana, favorendo rapporti di buon vicinato e un dialogo interno agli stessi membri della famiglia...

73. Solo così la famiglia può ritornare ad essere l'ambiente educativo per eccellenza, dove trasmettere i primi elementi della fede ai propri figli. E insieme diventare la "prima scuola di preghiera", l'ambiente in cui insegnare, sin da piccoli, quanto sia importante stare con Gesù, ascoltando i Vangeli che ci parlano di Lui. È noto che in montagna, ma un po' in tutto il territorio alcune località sono denominate proprio in rapporto ad alcune famiglie: Ca' de' Caroli, Ca' dei Frati, Ca' Ferrari... Sarebbe bello che ogni comunità territoriale fosse quasi nuovamente ridisegnata da questi nuovi gruppi di Vangelo.

Vorrei che in questo anno le nostre famiglie, e gli sposi cristiani in particolare, potessero meditare attentamente sulla figura dei due sposi evangelizzatori di Atti, Aquila e Priscilla, e chiedersi in che modo il loro servizio al Vangelo può essere tradotto nel nostro contesto.

 

Proposte formatíve, non solo aggregative, per i giovani

74. La grande tradizione dell'Oratorio ha sempre puntato molto sull'animazione di ragazzi e giovani, sollecitando la loro partecipazione con le varie espressioni del divertimento, dello sport, della musica e facendo emergere quasi naturalmente all'interno di tali contesti le istanze della vita e della pratica religiosa. Un po' come un procedere "dal basso", a piccoli passi. Questa forma è stata vincente in un'epoca di cristianità, dove animazione e formazione facevano un tutt'uno.

Vedo oggi sempre più evidenti i segni di crisi di questo modello di pastorale giovanile: la fuga degli adolescenti dopo la Cresima; la dispersione soprattutto in contesto urbano di luoghi e opportunità di incontri praticamente inesauribili; e anche là dove si continuano ambiti di dedizione agli altri nel volontariato in tutte le sue forme - servizio civile, volontariato femminile, servizio missionario - affiora la difficoltà a far emergere anche in questi contesti una domanda di formazione alla fede e alla vita cristiana. Come superare questo modello senza condannarlo?

75. Parrebbe oggi più promettente uno stile che proceda piuttosto da una proposta chiara di esperienze specifiche della vita cristiana: la ricerca dell'incontro con Dio in vere esperienze di preghiera, incontro ravvicinato con le povertà, il dialogo sui temi fondamentali per i giovani (la morte e la sofferenza ... ) , un confronto critico sugli stili di vita che viviamo. Un partire "dall'alto" di una proposta che deve interpellare perché significativa e portatrice di vita e di speranza. Sarà poi compito degli adulti confrontarsi su quale modello adottare.

76. Non mancano neppure nella nostra Chiesa, anche sull'onda di entusiasmo suscitata dalle "Giornate mondiali della Gioventù", progetti di pastorale giovanile ben fatti, in grado di accompagnare i giovani, in particolare i giovani‑adulti, a tradurre nel vissuto quotidiano istanze di ascolto della Parola, di preghiera personale e comunitaria, di vera e propria conversione e decisione di vita per il Vangelo come le recenti proposte di incontri di introduzione alla vita spirituale in Ghiara, e di itinerari di ascolto e preghiera sul Vangelo di Luca; i tentativi di formazione Passo dopo passo per educatori...

Le ritengo valide e da continuare, con una duplice attenzione in più: anzitutto quella di promuovere una capillare esperienza, andando sul territorio, come già si è incominciato in alcune zone pastorali, e coinvolgendo, il più possibile, altri sacerdoti, diaconi, consacrati, gruppi giovanili, associazioni e movimenti, secondo una prospettiva di comunione con il cammino diocesano. Vi sono certo ricchezze da valorizzare in itinerari spirituali ed educativi di un movimento o di una tradizione particolare: ma è chiaro che nessuno può assumersi una sorta di delega in esclusiva al riguardo. Per promuovere un sentire di Chiesa in questo campo pastorale così complesso, chiedo che si dia vita ad un rinnovato lavoro di dialogo e coordinamento diocesano con tutti i responsabili vicariali della pastorale giovanile e delle aggregazioni laicali.

77. L'altro aspetto, a cui porre attenzione, è quello del rapporto con la comunità adulta. Un difetto oggettivo della pastorale giovanile, quand'anche riuscisse a muovere i giovani, è quello che ne fa un'esperienza a parte, quasi una Chiesa parallela rispetto alla comunità adulta. Il difetto può venire da ambedue le parti: i giovani viaggiano su stili di vita a lato rispetto alla comunità adulta, ma poi questa non si mette in discussione sui propri stili di vita. Chiedo che ogni parrocchia rifletta al riguardo, e si interroghi su alcune scelte. Penso p. es. alla necessità di rilanciare, nella formazione del post‑cresima, gli adulti, cioè padri e madri di famiglia che hanno già fatto scelte di vita e quindi sono più in grado di stimolare i giovani a interrogarsi sulla propria vocazione; oppure all'opportunità che gli adulti si assumano di più la responsabilità del catechismo, in modo che non sia affidato solo a degli adolescenti che non hanno ancora fatto una chiara scelta di vita cristiana. Si potrebbe così evitare l'impressione, agli occhi dei ragazzi e dei giovani, che la fede serva per diventare adulti, ma non per vivere da adulti: e questa sarebbe la maniera più diretta per svuotare di senso la stessa proposta formativa cristiana.

 

Il Vangelo ai lontani

78. C'è oggi non poca gente, soprattutto nelle grandi città, in ricerca di senso. Parlo soprattutto di persone che hanno avuto anche un certo cammino di iniziazione cristiana e poi si sono allontanate, magari molto presto. Forse, a sollecitare tale ricerca di senso, è la stessa situazione contraddittoria dell'uomo d'oggi: sempre più ricco di mezzi, ma sempre più povero di motivazioni.

79. I vescovi italiani, anche nel documento su Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, si sono impegnati a riflettere sui cammini da proporre a questo tipo di persone. Vorrei segnalare un'iniziativa che avevo iniziato a progettare da parroco per la città di Legnano, ma che mi è mancato il tempo di tradurre in pratica, non però la speranza di una sua eventuale ripresa.

L'iniziativa non prevede immediatamente un approccio alla Bibbia, ma parte più da lontano, cioè dalle ragioni che il non credente ha per non credere. L'ascolto di persone in ricerca di senso che espongono con sincerità - senza ostentazioni personali né strumentazioni propagandistiche - i loro cammini, dubbi e problemi, non implica subito una pagina biblica di riferimento, ma vi può condurre presto.

Il metodo dell'incontro è molto semplice: si individua un tema (ad es. perché il dolore? L'arte fa uscire l'uomo dal contingente? Vivere in città: benedizione o maledizione?); si dà voce al credente e al non credente in un clima di ascolto, favorito anche da intermezzi di silenzio comune o di elevazione artistica musicale adeguata, lasciando a ciascuno di continuare dopo l'incontro la ricerca e la riflessione.

Evidentemente questo esercizio è favorito da alcune condizioni: volontà sincera di confrontarsi, accoglienza umile e benevola di ciascuno verso l'altro, desiderio di lasciarsi interrogare, senza bisogno subito di rimbeccare o correggere o chiarire, comune volontà di ascolto. Non si tratta perciò né di un d0ibattito, né di conversazioni apologetiche, né di conferenze sulla fede. Piuttosto di esercitazioni dello spirito sulle ragioni del credere e non credere, oggi decisive per quanto riguarda le scelte che contano e l'orientamento globale della vita.

  


Conclusione

 

LA CHIESA CHE SOGNO

 

80. Ho parlato già diverse volte della "Chiesa che sogno". Anche negli Atti degli Apostoli leggiamo spesso di sogni e visioni, a cominciare da quelli che il profeta Gioele preannuncia per tutto il popolo di Dio, nei tempi messianici che Pietro, citando il profeta nel discorso di Pentecoste, dichiara compiuti: "Dopo questo - è il Signore che parla - io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo, e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni" (GI 3,1; cf. At 2,17). Non sono più giovane, ma neanche vecchio, perché vecchio è colui che non sogna più. "I vostri anziani faranno sogni", dunque anche agli anziani è possibile sognare. Anche al vescovo è possibile sognare, e precisamente in rapporto alle sue responsabilità pastorali: non è forse in sogno che lo Spirito orienta Paolo e i suoi compagni in una nuova e decisiva tappa della loro missione (cf. At 16,9)?

81. Non so quale sarà il futuro della Chiesa, quali forme assumeranno le comunità cristiane in futuro. So, però, che il Vangelo sarà ancora capace di ispirare il cammino dell'uomo nella storia e di dare all'uomo energie e forza per superare difficoltà ed ostacoli. Annunciarlo con coraggio e umiltà è il nostro compito. Ci vuole coraggio - la Parresia così importante negli Atti -, perché il Vangelo non va da sé e non è così scontato agli occhi dell'uomo d'oggi, ed è impossibilitato ad imporsi se non al libero consenso della fede.

82. Ci vuole poi umiltà, perché anche chi l'annuncia - vescovo compreso - impari a non nascondere i suoi limiti. Mai il Santo Padre ha attirato maggior attenzione e credibilità ora che si presenta nella sua debolezza di uomo malato, dal passo incerto e dalla parola quasi irriconoscibile, ma non per questo meno forte e penetrante. Non abbiamo paura ad apparire di fronte alla gente come siamo, con i nostri limiti, con le nostre fragilità, ma insieme con la nostra fede sincera nel Signore. È questo uno stile che dobbiamo imparare, fatto di molto ascolto, di stima per le persone, di umiltà sincera, di amore vero verso gli altri.

83. Affido questa Chiesa che sogno alla Vergine Maria, madre della Chiesa, in particolare alla Madonna della Chiara, la cui immagine vedo diffusa in tante chiese e case. Nella chiesa di Santa Maria dei Monti, a Roma, ho letto questa invocazione, scritta da una novizia del vicino convento, che era riuscita a completare il quadro della Vergine, sebbene all'inizio si considerasse incapace: "A vous qui rendez facile toute chose". Dedico anch'io questa lettera a voi, o Vergine, "che rendete tutto più facile". Anche il sogno di una Chiesa.

 

ADRIANO CAPRIOLI, vescovo

 

8 settembre 2001, nella festa della Natività di Maria dal Santuario della B. Vergine della Ghiara

 

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INDICAZIONI PER UNA AGENDA PASTORALE

per l'anno 2001-2002

 

Questa Lettera non propone un altro piano pastorale, diverso da quello già avviato con la lettera all'indomani del Giubileo, Ricominciare dal Vangelo. Ne vuole accompagnare piuttosto l'ulteriore passo, riprendendone ispirazioni di fondo e sollecitandone la effettiva condivisione. Ringrazio già sin d'ora tutte le comunità che, assecondando questo programma nel suo insieme, offriranno la loro collaborazione, condividendone l'impronta pastorale unitaria.

 

Convergere intorno alla Scrittura

Come ho già richiamato, a questa Lettera si accompagna il sussidio pastorale elaborato con l'apporto dei vari organismi pastorali. Con riferimento al testo biblico degli Atti degli Apostoli, evocato attorno ad alcuni temi significativi, il sussidio intende offrire a parrocchie, associazioni, movimenti e gruppi, itinerari di ascolto e familiarità con la Parola di Dio, diversificati e percorribili lungo l'anno liturgico. Il modo più semplice e diretto di continuare il percorso avviato l'anno scorso sarà proprio mettersi alla scuola della Scrittura, attraverso gli Atti: nei centri di ascolto, nella lectio personale o di comunità, nei ritiri ed esercizi spirituali, negli incontri dei Consigli pastorali, negli itinerari formativi... L'ascolto obbediente e attento della Parola è il primo strumento di una convergenza pastorale che non intende nascere semplicemente da progetti umani, ma essere prima di tutto ascolto di "ciò che lo Spirito dice" alla nostra Chiesa oggi.

Il corso per animatori di gruppi biblici, promosso dall'ISR, e di cui già ho parlato (cf. n. 55), offrirà un aiuto speciale al proseguimento del nostro progetto pastorale. Al gruppo dell'Apostolato biblico, costituito presso l'Ufficio Catechistico diocesano, affido il compito di promuovere altre iniziative che possono sostenere le nostre comunità in un impegno sempre maggiore di conoscenza e amore alla Scrittura, per farne l'anima delle scelte pastorali delle nostre comunità.

 

La Visita pastorale

Desidero inoltre raccomandare alla attenzione, condivisione e preghiera di tutti alcune iniziative e momenti particolari della vita della nostra diocesi per l'anno pastorale 2001-2002: in primo luogo, la Visita pastorale.

Inizierà con il prossimo Novembre, partendo dal vicariato di Rubiera. La Visita pastorale è un preciso dovere fatto dalla tradizione e disciplina della Chiesa al vescovo, ma non solo al vescovo. Andando in visita alle nostre cinque missioni in Madagascar, Brasile, India, Rwanda e, recentemente, in Albania, ho avvertito di essere più vescovo di Reggio Emilia ‑ Guastalla, perché con me erano i nostri preti missionari, i fratelli e le sorelle delle Case della Carità e dei Servi della Chiesa, i volontari laici.

Nella prospettiva di una Chiesa che vuole essere missionaria, anche nel nostro vasto e diversificato territorio diocesano, il vescovo ha bisogno di sentire che con lui nelle parrocchie, in cui andrà a fare visita, è tutto il popolo di Dio che, convocato dalla Parola e dall'Eucaristia nel Giorno del Signore, sta imparando a farsi carico anche della fede degli altri nei vari luoghi di vita in cui il Vangelo interpella ogni uomo. Prima che una visita alle strutture e alle opere sarà una visita alle persone: presbiterio locale, parroci, diaconi, catechisti, educatori, famiglie vicine lontane, impegnati nel volontariato caritativo, missionario, educativo e sociale.

Ricalcata sul vissuto personale, la Visita pastorale comporterà così momenti feriali e festivi: quelli espressi nelle forme della pastorale ordinaria, non tanto predisposti forzosamente per l'occasione. Affido questa mia prima visita pastorale alla Vergine Maria colta nel Mistero della sua Visitazione alla cugina Elisabetta, invocando in particolare la protezione della Vergine già a partire dal pellegrinaggio a Lourdes con i nostri ammalati.

 

Il restauro della Cattedrale

L'obiettivo ormai improrogabile dei prossimi anni sarà il restauro della nostra Cattedrale, bene di culto principale della nostra Chiesa e insieme bene storico, artistico e culturale primario della nostra città.

Come ogni altra chiesa che non gode di immunità dalle intemperie e dalle incurie del tempo, anche la nostra Cattedrale necessita di interventi di vario genere, sia alle strutture dell'immobile, per un suo più efficace consolidamento nei confronti dei ricorrenti terremoti di questa nostra terra "ballerina", sia alle sculture, pitture e decorazioni che ne costituiscono la bellezza ancora nascosta ai nostri occhi. Ma non sarà solo opera di restauro, bensì anche impegno di adeguamento liturgico, visto il carattere esemplare della Cattedrale come chiesa madre delle altre chiese sparse sul territorio.

Piace vedere, già da qualche tempo, mobilitati per questo obiettivo diversi soggetti della comunità diocesana e cittadina: fondazioni, associazioni, imprese, istituzioni civili, Comune, Provincia, cittadini privati. Non da meno sono chiamate a collaborare, a incominciare da quella del Duomo, le comunità parrocchiali, che si riconoscono nella Cattedrale come nella propria "chiesa madre". La prossima festa dei Santi Patroni Crisanto e Daria sarà l'occasione per dare forma pubblica all'iniziativa.

 

Pellegrini sulle orme di San Paolo

Per la prima volta, poche settimane fa, ho potuto partecipare a un pellegrinaggio diocesano, che ha visto come meta i luoghi delle apparizioni di Maria Immacolata: Lourdes. È stato un dono di grazia, per il clima di preghiera e di lode che abbiamo vissuto con gli ammalati e gli altri pellegrini. Ho sentito, in questa occasione, di vivere un dono del Signore destinato non solo a quanti avevano partecipato al pellegrinaggio, ma anche a tutta la Chiesa diocesana.

Sono convinto che iniziative di questo genere, opportunamente preparate e condotte, costituiscono un dono spirituale di grande rilievo, e mi auguro che si possano ripetere regolarmente. Nel contesto del nostro anno accompagnato dalla lettura degli Atti degli Apostoli, mi auguro che agli inizi dell'estate del 2002 si possa realizzare un pellegrinaggio in Turchia, "sulle orme di san Paolo " e di tutta la ricca tradizione cristiana di cui quella terra è testimone.

 

Verso un calendario di comunità

Nella complessa e convulsa vita moderna, il tempo cronologico è diventato l'inesorabile giudice delle nostre scelte. Nella nostra "povertà" il tempo, l'orologio ogni giorno e il calendario lungo l'anno costringono a prendere decisioni molto in anticipo, scegliendo di fare questo e di non fare quest'altro. Anche la partecipazione alla vita della Chiesa chiede del tempo e, ovviamente, di programmare anzitempo gli appuntamenti, le scadenze, le date da non scordare: in altre parole il "calendario di comunità".

Come ricorda la Didascalia degli Apostoli, uno scritto pastorale del III secolo: "Quando tu insegni, comanda ed esorta il popolo ad essere fedele all'assemblea della Chiesa. Che nessuno manchi, ma sia sollecito a riunirsi con gli altri, perché nessuno con la sua assenza finisca per diminuire la Chiesa anche di un solo membro".

 

 

 

 

 

DATA ULTIMO AGGIORNAMENTO: martedì 21 settembre 2004