RASSEGNA STAMPA
INTERNAZIONALE
(per non appiattirsi troppo)

Il dolore del Papa è il simbolo del
dolore di tutta l'umanità
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CONTATORE IN TEMPO REALE DI
MORTI IN IRAQ FINO AD OGGI
(secondo fonti ufficiali e giornalistiche)
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Un'arma
nucleare che non doveva esistere, una sola bomba all'idrogeno di 500 kilotoni,
una delle quattro che erano monitorate, e' stata caricata nel porto tedesco di
Bemerhaven, in Germania ed e' sparita. I gruppi che monitorizzavano le armi era
un team anti-terrorismo per le operazioni di sorveglianza della NSA erano
americani, britannici MI6, l'Office of Naval Intelligence e la British Royal
Navy. Il "dispositivo" è stato caricato su un sottomarino costruito in Germania
di classe "Dolphin" e ha lasciato il porto alla velocita' 7.5 nodi. Il
sommergibile, praticamente scompare mentre veniva rintracciato da ogni tipo
dispositivo sofisticato NATO e nessuno sembra essere in grado di rintracciarlo.
Almeno uno di quelli tra le agenzie in elenco è stato arrestato dalla polizia
locale di Oxford, i loro attrezzi di sorveglianza elettronica sequestrati, sono
stati confinati per 12 ore pur essendo "immuni" dall' arresto e la detenzione
come qualsiasi alto ufficiale dei servizi segreti della NATO. I tentativi di
rintracciare il sottomarino nel porto sono stati vani e non si sa ciò che la
nazionalità dell'equipaggio erano o la destinazione, se il Regno Unito, Stati
Uniti o in qualche luogo in Medio Oriente. Quello che sappiamo è che la Germania
e altre nazioni della NATO, in un'eccezione molta controversa al tratto nucleare
al trattato di non proliferazione, aveva trattenuto 182 di tali armi fino a
quando tutte erano presumibilmente state restituite agli Stati Uniti nel 2005.
Ora sappiamo che ciò è falso. Ci sono diversi scenari possibili:
La Germania è una
potenza nucleare in violazione dei trattati internazionali e la Germania e gli
Stati Uniti stanno mentendo
Il governo tedesco è in violazione dei trattati internazionali e fa vendita
o fa trasferimento di armi nucleari a sconosciuti terzi
I terroristi hanno rubato un ordigno nucleare che la Germania teneva
illegalmente
La Germania è coinvolta in un complotto terroristico volto contro un terzo
paese, Iran, Regno Unito o negli Stati Uniti
Il sottomarino in questione può o non può essere uno cha la Germania sta dando
a Israele, questa volta con un "miglioramento speciale" che, come abbiamo in
precedenza detto avevano messo in evidenza potrebbero essere utilizzate contro
l'Iran, il Regno Unito o negli Stati Uniti.
Sappiamo che il governo
britannico in alcuni livelli, alcuni reparti, sono consapevoli di questa azione
e stanno rispondendo con ritorsioni contro i loro propri servizi di
intelligence. Questo sembra indicare che certe autorità all'interno della Gran
Bretagna sembrano essere diventati "gruppi canaglia", certamente la Thames
Valley Police, forse il Ministero degli Interni e non possiamo fare a meno di
voler dare uno sguardo lungo su a David Cameron e dai suoi numerosi incontri
con Rupert Murdoch, il "non molto australiano" ultra-nazionalista pro-likudista
che sta un po 'accusato di infiniti atti criminali o forse no. Nessuno lo sa in
realtà in Gran Bretagna.
Qualcuno sta progettando di far saltare qualcosa da qualche parte? Sono dei
ragazzi tedeschi burloni che girano con un sottomarino rubato, o un prestito
illegale di armi nucleari oppure una specie di scherzo?
Poi di nuovo, abbiamo l'amministrazione Bush. Erano state fatte delle
assicurazioni tutte le armi nucleari erano fuori mano tedesca da 7 anni. Ora
abbiamo prove dirette, testimoni oculari, che indicano che gli Stati Uniti non
sono riusciti a far mantenere le disposizioni del Trattato nucleare di non
proliferazione che si sta usando esattamente come pretesto contro l'Iran.
Stranamente, Israele non ha mai firmato il Trattato ed è, per gli standard
convenzionali, considerato uno "stato canaglia". Una contabilità attuale su tali
armi indica che le testate potrebbero non essere americane, ma erano di
progettazione sovietica. Sappiamo che erano quattro.
One has been traced to a location inside the London itself. Other locations for this one are likely New York, Lower Manhattan for a December delivery, tuned down to 100 kt, perhaps to pass off as another plane crash. Mombasa and other African ports are on the lists as well. There is a very nasty controversy between US intelligence agencies on information sharing as to this issue. As this is an actual operation, not a “rumor,” attempts to keep secrets or mislead just aren’t going to work anymore, as this article has proven.
Uno è stato rintracciato in una posizione all'interno della stessa Londra. Altre sedi probabili sono New York nel Lower Manhattan per una consegna a dicembre, "smorzato alla potenza" di100 kt, forse di far passare come un altro incidente aereo. Mombasa e altri porti africani sono in lista C'è una polemica molto sgradevole tra le agenzie di intelligence degli Stati Uniti sulla condivisione delle informazioni su questo problema. Poiché si tratta di un'operazione reale, non una "voce", si sta cercando di mantenere il segreto o indurre in errore semplicemente non sta funzionando piu', come in questo articolo ha dimostrato.
Armi di questo tipo trovano
generalmente attraverso l'uso di aeromobili specializzate, in questo caso, il
Sentinal Boeing E3D. Gli inglesi hanno 7 di questi aerei di tipo operativo della
RAF a Waddington. Essi sono stati posti tutti "guasto meccanico" il 14 aprile.
Chi avrebbe mai pensato che tutti questi aerei sarebbero finiti tutti
contemporaneamente in questo modo? (Nda discombobulate qui l'autore gioca
ironicamente sul fatto che trovi abbastanza strana tale coincidenza).Troviamo
questa "coincidenza", piuttosto curiosa e chiediamo una un'inchiesta ufficiale
sulla rovinosa "accidentale e improvvisa" situazione di malfunzionamento dei
loro beni "aerei" più preziosi. (NdA qui l'autore fa notare che forse sarebbe
bene che la GB cominiciasse a fare un inchiesta formale anche su questo fatto
inerente alla coincidenza aerei fuori uso--->ricerca---->testata)
Gli individui e le fonti di questa storia su loro richiesta, sono rimaste
anonime. Se qualcuno là fuori ha familiarità con la "firma" di radiazione di una
testata sovietica nucleare da mezzo megatone, saremmo lieti di pubblicare
queste informazioni, sperando che le autorità competenti ci inciampino sopra.
Inoltre, se qualcuno vede un sottomarino Dolphin, vi preghiamo di farci uno
squillo telefonico per gli stessi motivi succitati.
Se qualcuno parlando con qualcuno del clan Murdoch, Rupert e James e controllare
se spuntano in mezzo anche a questa storia. Assicurarsi che uno di loro informi
il Primo Ministro.
Nota del prigioniero faccio notare ai lettori che l'autore comincia anche lui a definire l'esistenza di "rouge groups" o meglio gruppi canaglia infiltrati in gruppi e stati, non e' un caso che in molti notino questa strana idiosincrasia tra gruppi all'interno degli stessi governi. Spero che sia chiaro a voi lettori alcune interessanti coincidenze che non sono sfuggite nemmeno all' dell'articolo. Dove chiaramente qualcuno (e sapete gia' chi) sta ostacolando forsennatamente la ricerca di questa testata scomparsa da mezzo megatone e il sommergibile svanito nel nulla. Cosa c'entra con il nuovo ordine mondiale la sparizione di una testata da mezzo megatone? Sentite che dice Joel Skousen from Coast a Coast AM dove parla di un possibile attacco nucleare sul suolo americano.
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Sta
accadendo in Iran, ma gli USA sono a due passi da ciò
Ho sentito parlare per la prima volta del concetto di Internet nazionale più di un decennio fa, durante una visita alla sede della Internet Corporation for Assigned Names e Numbers (Icann) dove si parlava delle minacce a Internet. Era evidente allora, ed è evidente oggi che la maggior parte dei paesi, compresi gli Stati Uniti, avrebbero alla fine spento il “World Wide” Web per utilizzare invece le tecnologie che la comunità Internet ha sviluppato per proteggersi da esso. Ciò risolverebbe gli infiniti problemi politici che il Web provoca in quasi tutti i paesi. Di nuovo, mi trovo qui ad includere gli Stati Uniti in questo movimento, dato che noi, come paese, stiamo ovviamente cercando di limitare e di controllare Internet.
Tutto quello che dovete fare è guardare lo scandaloso sostegno del Congresso alla onerosa legge denominata Stop Online Piracy Act (Sopa). John Dvorak Come recentemente riferito, in Iran si sta apertamente parlando di un Internet nazionale senza possibilità di accesso al mondo esterno. Il regime sta talmente perdendo la testa sul fatto che la gente possa effettivamente utilizzare Internet per scoprire la verità sulla propria situazione, che sta imponendo l’obbligo a tutti gli Internet café di installare telecamere di sicurezza entro i prossimi 15 giorni, al fine di identificare tutti gli utenti. Secondo il “Wall Street Journal”, la maggior parte degli iraniani già pensano che i loro computer di casa siano controllati.
La Bielorussia è un altro paese che si preoccupa fortemente della libera circolazione delle informazioni e che sta adottando l’idea di un Internet nazionale. Molti paesi, tra cui la Cina e l’Arabia Saudita, hanno filtri massicci che utilizzano per bloccare i siti indesiderati. Anche quelli avanzati come la Corea del Sud lo fanno. Come faccio a saperlo? Il mio stesso blog è bloccato da molti degli Isp della Corea del Sud, senza alcuna ragione. È incredibile quanti siti siano già stati bloccati in tutte le parti del mondo. Sarà repressione in Bielorussia sicuramente più facile impostare un controllo governativo e dare avvio a degli Internet nazionali. È troppo evidente.
Naturalmente, ci saranno dei modi per navigare dentro e fuori le reti Internet nazionali, ma questi saranno appannaggio di funzionari del governo e di qualche hacker solitario che alla fine magari sarà anche arrestato. E, sì, succederà qui. Perché no? Chi mai se ne lamenterà? Sarete ancora in grado di comprare roba su Amazon e fare shopping online presso B&H. Potrete comunque leggere il “New York Times”. Alcuni operatori esteri, come il “Times” di Londra potrebbero essere autorizzati ad operare anche qui. La differenza sarà di certo minima. Quello che vi mancherà sarà qualche blog straniero, forse, ed altri siti apparentemente insignificanti. O così sembreranno. Nel caso, i siti di opposizione al governo
La succitata “Sopa” elimina il diritto al giusto processo nei casi di cancellazione di un sito. In futuro, tutti i siti saranno soggetti ad ordine di rimozione immediata. Potete contarci. Si può solo stare a guardare mentre questa tendenza prende piede con ben poca resistenza. Nessuno, soprattutto negli Stati Uniti, vuole affrontare le implicazioni politiche di tutto ciò. Abbiamo solo un’estrema fiducia nei nostri politici. Li votiamo per fare delle cose in base alle loro promesse elettorali e subito dopo li perdoniamo per Obama non aver dato seguito alle promesse fatte. Questo non fa altro che incoraggiare e attrarre l’inganno.
Provate a guardare ai prossimi anni come se l’idea di un internet nazionale che si sviluppa come strumento di soppressione dell’opposizione fosse invece presentata come una grande idea in fase di realizzazione. Sì, tutto questo vi sarà venduto come una grande nuova idea! Sarà la maniera per poterci proteggere da siti “alieni” che reclutano terroristi e produttori di bombe fatte in casa. Si potrà impedire ai siti pirata offshore di rovinare i nostri film e l’industria discografica. Si impedirà al circuito internazionale della pedopornografia di farsi strada nella nostra nazione. Si eviterà che al-Qa’ida dal Pakistan comunichi facilmente con le sue cellule terroristiche negli Stati Uniti, per evitare altri probabili 11 Settembre. È un evidente successo.
Porterà anche altri vantaggi. Proteggerà la nazione dallo spionaggio cinese. Potrebbe prevenire la guerra cibernetica che tanto ci preoccupa. Se si tratta di un sistema chiuso, poi, ogni attacco dovrebbe avvenire dall’interno ed è quindi più facile da intercettare. Vi assicuro, potrei stare spiegarvi per dei giorni il motivo per cui questa è una grande idea. Vi posso anche assicurare che ci vorrà il minimo sforzo per convincere il Congresso e l’opinione pubblica della genialità di un Internet nazionale negli Stati Uniti. Poi, immaginate un po’ che cosa succederà dopo. Il controllo totale da parte del governo.
Questo di certo non vi piacerà, ma sarà troppo tardi. Probabilmente è già ora troppo tardi. Stiamo a guardare come si evolve la situazione. Nel frattempo, godetevi la vostra “Età dell’Oro” digitale.
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IL RADUNO DEI BILDEMBERG 2012 SI FARA’ A WASHINGTON
COME
PREVISTO DOPO LE TRE RIUNIONI AVVENUTE IN EUROPA
Quest’anno il raduno annuale dei Bilderberg si terrà nell’America del Nord, precisamente nell’Hotel Chantilly di Westfields Marriott “Washington Dulles”. Secondo alcune informazioni dovrebbe svolgersi dal 31 Maggio al 3 di Giugno, questo posto è stato più volte usato dei Bilderberg per le loro riunioni anche fuori dal periodo annuale. Il posto è ideale dato che si trova a soli 14 Km di distanza dall’Aeroporto di Washington Dulles e le misure di sicurezza sono altamente sicure anche dal fatto che l’Hotel è circondato da un fitto recinto di alberi che lo nascondono rendendolo quasi non vedibile agli occhi delle persone “ostili”, l’Hotel ha 324 camere e 12 Suite, nonstante ci siano abbastanza camere libere, per quel periodo non sarà possibile prenotare camere nell’Hotel, è chiaro che i Bonzi hanno tutto il fabbricato a disposizione e non vogliono essere disturbati, ci saranno 120 persone al raduno, tutti appartenenti alle Lobby Industriali che vanno dalle case Farmaceutiche, Chimica e Militare, guarda caso quelle che stanno attuando le famose Scie Chimiche, quindi presumo che ci saranno i criminali della Bayer, Hoechst e BASF=IG.Farben che probabilmente decideranno cos’altro dovranno spruzzare sulle nostre teste.
DURANTE IL LORO MEETIG A ST.MORITZ SVIZZERA
Discussero
e approvarono che doveva essere attuato il raffreddamento Globale, in effetti lo
stiamo constatando con queste temperature basse che ci hanno accompagnato
durante l’inverno e anche adesso che le temperature dovrebbero essere abbastanza
alte come periodo, sono molto basse in rispetto agli altri anni e specialmodo
nel Sud Europa, quest’anno parleranno certamente di come deve essere la
strategia per innescare l’aggressione alla Siria e poi l’Iran, di come deve
essere distrutta l’Europa Economicamente per poter stabilire definitivamente il
loro dominio e attuare il NWO da tanto sospirato, basta andare a vedere al
confine con la Siria e si può benissimo constatare che Er Can “Erdogan” ha
ammassato una notevole armata di truppe dopo aver reclamato all’ONU di dare alla
NATO l’ordine di attaccare la Siria per la piccola scaramuccia avvenuta al
confine (sempre se è vero) un’altra False Flag provocatoria, discuteranno cosa
fare dopo il primo attacco alla Cina o Russia che avverrà con armi Biologiche e
Nucleari, questa è l’opzione del piano B se la Siria e l’Iran si rifiuteranno di
“prendere ordini” da Mamma Usa e i Psicopatici che governano Israele.
LA CINA NON TOLLERA CHE ISRAELE CONTINUI A COSTRUIRE NEI TERRITORI OCCUPATI
Questa
è la prima volta che un governo cinese si intromette negli affari interni di
Israele, quindi presumo che sia stato un avvertimento in loro direzione riguardo
le minacce nei confronti dell’Iran e la loro presenza vicino al territorio
cinese con la scusa di manovre Militari congiunte con gli USA). Di sicuro
discuteranno cosa intraprendere se in Europa tutto andrà storto e i cittadini si
rivolteranno contro i loro governi, hanno due piani di strategia, l’evacuazione
dei loro lecca fondelli e scateneranno gli Eserciti locali contro i cittadini,
oppure metteranno in azione il loro esercito privato dato che si presume
una rivolta dei Militari contro i governi “tipo Egitto“, discuteranno
quali saranno le conseguenze che subirà il popolo Americano dopo che si sarà
sollevato contro il Prossimo Presidente che al 100% prenderà ordini da loro o se
rimarrà Obama come presidente, sanno che in America c’è in corso una rivolta tra
le file degli alti Ufficiali nelle forze armate USA, ma non hanno idea di quanti
sono e chi possono essere, discuteranno anche cosa fare in caso di una loro
totale sconfitta dato che il 2012 come da loro previsto e programmato, dovrebbe
essere l’inizio di una Nuova Era e del Nuovo Ordine Mondiale, questo è di sicuro
l’ultimo Meeting che i Bilderberg faranno, anche perché un gruppo di persone ha
di già deciso che in caso una loro totale sconfitta, l’Hotel Bilderberg in
Olanda sarà raso al suolo al fine che non rimanga nulla che possa ricordare
questo gruppo di Criminali che da secoli gestisce e comanda Governi, Economia,
provoca guerre con a seguito tutte le conseguenze che una guerra possa
provocare, dopo il loro Meeting cominceranno a rullare i tamburi di
guerra.Attendiamoci delle sorprese durante questo Meeting dei Bilderberg.
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L’ex
capo dello Shin Beth, il servizio segreto interno israeliano, Youval Diskin,
ha accusato il primo ministro Benjamin
Netanyahu e il ministro della Difesa Ehud Barak di “ingannare” gli israeliani
sull’Iran. Lo hanno riferito i media israeliani.
“Credetemi, conosco da vicino queste persone (Netanyahu e Barak), e non
penso che siano in grado di gestire una guerra con l’Iran e vincerla... Non
ho proprio fiducia in loro”, ha detto Diskin durante una riunione pubblica,
secondo il quotidiano Haaretz e la radio militare. “Stanno
ingannando il Paese sulla questione dell’Iran. Affermano che se Israele agisce,
l’Iran non arriverà ad avere la bomba atomica. Non è vero. Numerosi
esperti israeliani affermano che un attacco israeliano accelererà la corsa
all’ordigno nucleare dell’Iran”, ha aggiunto Diskin, che ha guidato lo Shin Beth
dal 2005 a
2011.
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Suore americane "commissariate"
I
lettori della Bussola Quotidiana, in grande maggioranza cattolici,
pensano che il buon cattolico metta al centro delle feste comandate la Messa. E
che chi ha scelto la vita religiosa lo faccia con particolare zelo e solennità.
Se pensate questo, però, non conoscete le suore americane. In molti ordini di suore negli Stati Uniti le buone sorelle si pongono la questione se sia opportuno o meno che «l'Eucarestia sia al centro delle loro celebrazioni comunitarie solenni», perché purtroppo «la celebrazione della Messa richiede un sacerdote ordinato, qualche cosa che alcune suore giudicano "discutibile"». Detto in altri termini, vedere un maschio sull'altare è intollerabile per suore intrise di «femminismo radicale», le cui superiore nazionali da anni e sistematicamente «protestano contro gli insegnamenti della Santa Sede in materia di ordinazioni delle donne», anzi li «rifiutano pubblicamente», benché si tratti d'insegnamenti che - come il Papa ha ribadito di recente - dichiarano il rifiuto di queste ordinazioni definitivo e irrevocabile. Può darsi che la presenza di un maschio che celebra Messa dia fastidio a queste suore anche per un'altra ragione, in quanto - sempre spalleggiate e anzi guidate dalle loro superiori nazionali - hanno adottato un atteggiamento sulle «persone omosessuali» - trattandosi di suore, particolarmente persone lesbiche - che, per usare forse un eufemismo, «non corrisponde all'insegnamento della Chiesa in materia di sessualità umana».
Il problema se si debba o no ammettere il prete a celebrare la Messa nelle feste dei conventi di suore non dev'essere occasionale, se è vero che se ne occupa il «Systems Thinking Handbook», che è «un manuale per la formazione dottrinale delle superiori religiose». E quale soluzione propone il manuale? Una bella discussione democratica, convento per convento, dove si esclude che scopo del «dialogo» sia «accettare l'insegnamento della Chiesa». Si tratta invece d'imparare a dare spazio non solo alla «mentalità occidentale» - che procede per dottrina e per logica, e potrebbe portare a concludere che sulla Messa va seguito quanto la Chiesa insegna - ma anche al «modello mentale organico», più tipico delle religioni orientali, dove ciascuna sorella va dove la porta il cuore.
Naturalmente, una volta adottato questo «modello mentale organico» - il cui nome più preciso sarebbe relativismo - per decidere che cosa è bene pensare e insegnare nei conventi di suore americani, non c'è nessuna ragione di fermarsi alla Messa. Il rifiuto della dottrina della Chiesa in tema di sessualità, omosessualità, ma anche «famiglia», «aborto» e «eutanasia» è dato per scontato. Ma ormai non ci si ferma più alla morale. In molti casi la franca e democratica discussione condotta secondo il nuovo modello porta a rifiutare «la Trinità, la divinità di Cristo e il carattere ispirato della Sacra Scrittura». E neppure qui ci si arresta.
Nel corso dell'assemblea annuale delle superiore religiose statunitensi del 2007 una delle oratrici principali, la suora e teologa domenicana Laurie Brink, ha affermato che molte suore ormai hanno deciso di andare «al di là della Chiesa» e ora anche «al di là di Gesù», verso un orizzonte di vaga religiosità dove Gesù è un maestro fra tanti altri e «lo spirito del Sacro» vive in tutte le religioni, anzi «in tutta la creazione».
È vero che molte congregazioni di suore fanno un buon lavoro caritativo e promuovono pratiche a sostegno dei poveri che spesso sono «conformi alla dottrina sociale della Chiesa». Ma questo non basta, e non distingue le suore da una comune associazione umanitaria, se rischia di andare perduto «il fondamentale centro e punto focale cristologico della consacrazione religiosa, il che porta a sua volta a perdere il senso costante e vivo della Chiesa».
Se tutto quanto avete letto finora tra virgolette derivasse da un'inchiesta giornalistica sarebbe già abbastanza grave. Ma viene da un documento del Magistero. Si tratta della «Valutazione dottrinale della Conferenza delle Superiore Religiose Femminili [degli Stati Uniti]», resa pubblica dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 18 aprile 2012, come si precisa su ordine e con l'approvazione di Benedetto XVI. Si tratta del risultato di un lavoro iniziato nel 2008, condotto sotto la guida del vescovo di Toledo, nell'Ohio, mons. Leonard Blair, il quale ha esaminato le assemblee annuali, le politiche e i documenti della Conferenza delle Superiore, la Leadership Conference of Women Religious (LCWR). Il documento dà atto delle risposte fornite dalla LCWR al vescovo Blair e alla Congregazione, che giudica «inadeguate».
Le superiore da una parte hanno risposto che tutti gli interventi alle loro assemblee sono pronunciati a titolo personale: il che non convince, risponde il documento vaticano, perché anni di interventi vanno tutti nello stesso senso e perché le Conferenze delle Superiori Religiose sono esplicitamente regolate dal diritto canonico e «approvate dalla Santa Sede», e come tali hanno «una responsabilità positiva per la promozione della fede e per offrire alle comunità che ne fanno parte e al più vasto pubblico cattolico una posizione chiara e persuasiva a sostegno della visione della vita religiosa proposta dalla Chiesa».
Dall'altra parte, le suore hanno utilizzato un vecchio argomento che - per coincidenza - all'estremo opposto della teologia si sente ripetere in questi giorni anche da alcuni «tradizionalisti». Le suore, cioè, affermano che è obbligatorio per i cattolici, religiose comprese, seguire solo tra gli insegnamenti del Magistero quelli infallibili o che almeno «sono stati dichiarati insegnamenti autorevoli». Il documento vaticano risponde che, a parte il fatto che alcuni degli insegnamenti pubblicamente rifiutati dalla LCWR, tra cui quelli che negano il sacerdozio alle donne, per non parlare della Trinità o della divinità di Gesù Cristo, rientrano certamente in questa categoria, il buon fedele cattolico, e tanto più la religiosa che ha fatto voto di obbedienza, sono tenuti a seguire anche il Magistero ordinario e non solo quello straordinario.
Alla diagnosi - secondo cui la situazione della LCWR è «grave», «davvero preoccupante» e su alcuni punti perfino «scandalosa» - segue nel documento vaticano la terapia. La Congregazione per la Dottrina della Fede nominerà un Arcivescovo Delegato, assistito da due vescovi, sotto la cui guida la LCWR dovrà riformare i suoi statuti. Il famoso «Systems Thinking Handbook» sarà «ritirato dalla circolazione mentre si procederà alla sua revisione». Il materiale formativo sarà rivisto per renderlo conforme al «Catechismo della Chiesa Cattolica». Gli oratori alle assemblee annuali e ai principali convegni della LCWR dovranno essere approvati dall'Arcivescovo Delegato. Si procederà a una revisione della vita liturgica, assicurandosi che «l'Eucarestia e la Liturgia delle Ore abbiano un ruolo centrale». L'Arcivescovo Delegato resterà in carica «fino a cinque anni». I danni prodotti sono tali che potrebbero non bastare.
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Anche
se le cronache non ne parlano, magari proprio perché non amano parlarne, il
braccio di ferro che da mesi oppone l’Amministrazione guidata dal presidente
Barack Obama alle Chiese degli Stati Uniti, di fatto capitanate dal presidente
della Conferenza episcopale cattolica, l’arcivescovo di New York mons. Timothy
M. Dolan, è sempre in corso.
L’argomento è quello del tentativo profuso dalla Casa Bianca d’imporre a tutti i cittadini statunitensi - quindi a maggior ragione ai credenti di qualsiasi fede e a chi vi obbietta per ragioni qualsiasi di coscienza - una riforma della Sanità pubblica nella quale viene tra l’altro previsto l’obbligo di sottoscrivere, entro l’anno venturo, polizze che garantiscano anche tecniche di controllo delle nascite: contraccezione, aborto e sterilizzazione. Del resto, l’"Obamacare" - come viene chiamata la riforma sanitaria voluta dal governo federale - è attualmente criticata con toni aspri anche da quanti, conti alla mano, dubitando della sua sostenibilità finanziaria a meno di una pesante aumento delle tasse per tutti (con forte ricaduta negativa pure sull’occupazione) e da quanti, Costituzione federale alla mano, dubitando della liceità di un tale imposizione da parte dello Stato sul piano specifico del diritto commerciale. Alla Corte Suprema pende infatti il giudizio sulla conformità dell’"Omabacare" alla legge fondamentale del Paese.
Ciò che i credenti americani hanno anzitutto a cuore è però la tutela del diritto alla libertà religiosa che, sancito a chiare lettere dalla Costituzione, viene invece palesemente violato dalle polizze assicurative volute dalla Casa Bianca; ed è per questo che i credenti americani riescono, in questa protesta, a portare dalla propria parte non pochi concittadini, magari non proprio credenti epperò spaventati da una così aggressiva violazione del fondamento stesso dell’ethos americano.
Chi ha almeno un po’ di familiarità con gli Stati Uniti non viene certo colto impreparato da questi "ecumenismi", né dalla capacità che agli statunitensi è conferita dal modo in cui sono congegnate le istituzioni del loro Paese (nonché scritti i suoi documenti base e le sue leggi vincolanti) di difendere la fede personale in termini di diritto pubblico. Fra codesti "ecumenismi", interessanti e importanti, vi è quello - l’ultimo in ordine di tempo, ma preparato da una nutrita schiera di precedenti illustri - testé siglato in Pennsylvania.
In quello Stato della Costa Orientale, l’organizzazione Christian Associates of Souhwest Pennsylvania (CASP) - una rete a cui fanno capo 2mila congregazioni e 26 denominazioni diffuse in dieci contee - ha reso pubblico, il 20 aprile, un documento che esprime forte e motivate perplessità rispetto a quanto il governo di Washington vorrebbe imporre agli americani, scegliendo di fatto di schierarsi a fianco del movimento di opposizione all’"Obamacare" nato e cresciuto negli scorsi mesi. Il quale movimento, sempre di fatto (ma la cosa non è di poco conto), è appunto guidato dai vescovi cattolici.
Il documento del 20 aprile reca le firme di 18 ben noti ministri di culto, tra i quali figurano il vescovo cattolico di Greenburg mons. Lawrence Brandt, il vescovo della Chiesa episcopaliana Kenneth Price, l’arcivescovo Melchizedek della Chiesa ortodossa degli Stati Uniti, nonché autorità e leader vari della Chiesa metodista episcopaliana africana, dei battisti statunitensi, dei Discepoli di Cristo, dei luterani, dei presbiteriani e della United Church of Christ. Ebbene, il CASP, forte di queste cifre, rappresenta oggi circa un milione circa di fedeli su un totale di poco più di 12 milioni e mezzo di abitanti che attualmente vivono in Pennsylvania. Di questi, poco meno di 8 milioni e mezzo si dichiarano credenti praticanti di questa o di quella denominazione (altre stime però, della Pennsylvania State University, riducono tale numero a poco più di 7 milioni di credenti, suddivisi in 115 fedi diverse). Degli 8 milioni e mezzo di credenti che nella più rosea delle ipotesi vengono stimati esistere oggi in Pennsylvania, quasi 4 milioni (poco meno della metà) sono cattolici (cioè i cattolici sono in Pennsylvania la maggioranza relativa), più di 2 milioni appartengono a una delle Chiese protestanti maggioritarie, poco più 700mila sono protestanti ma di tipo evangelical (e fra i primi e i secondi può anche correre sangue cattivissimo….), altri poco più di 75mila fedeli appartengono alla comunità ortodossa e infine quasi 400mila si dividono tra ebrei, musulmani, mormoni e unitariani universalisti (per diversi queste ultime due denominazioni non sarebbero infatti per nulla cristiane, seppur a diverso titolo, e così a volte, in alcuni conteggi, finiscono per fare capo a sé).
Insomma, in proporzione, quel milione di credenti rappresentato dal CASP in solo un’area ben delimitata della Pennsylvania è una vera enormità, soprattutto per uno Stato del New England come questo dove le tentazioni secolariste - o le derive liberal, se si considera il mondo interno delle Chiese - sono più forti che in altre province statunitensi (basta infatti notare che, tra i protestanti, assai di più sono i fedeli delle Chiese mainline rispetto ai più conservatori esponenti del mondo evengelical). Un rifiuto, cioè, della linea Obama su questioni non negoziabili che veramente è enorme, che davvero è di popolo.
Quest’oggi, 24 aprile, nella Pennsylvania del CASP (nonché in Connecticut, Delaware, New York e Rhode Island) si vota per le primarie Repubblicane. Gli avversari politici di Obama hanno giocoforza bisogno di sfruttare al meglio anche l’apporto reso disponibile da questo "popolo delle Chiese". Con la recente uscita di scena dell’ex senatore cattolico proprio della Pennsylvania Rick Santorum, la corsa alla nomination presidenziale Repubblicana andrà senz’altro al mormone Mitt Romney. A lui spetta fare dunque tesoro di questa enorme riserva di consenso più che qualificato, che sta su piazza per farsi rappresentare ai vertici del Paese da chi prometta di liberarla dall’incubo Obama. In Pennsylvania oggi, così come l’8 maggio - quando lì si celebreranno le primarie - in quell’Indiana (altro Stato in cui i cattolici sono la maggioranza relativa dei cittadini) dove il giorno prima della strategica mossa compiuta dal milione di cristiani del CASP in Pennsylvania, vale a dire il 19 aprile, quasi 1400 fedeli della Chiesa Luterana-Sinodo del Missouri hanno preso pubblicamente posizione a fianco del vescovo cattolico di Fort Wayne-South Bend, mons. Kevin Carl Rhoades, contro le imposizioni immorali sognate dalla Casa Bianca.
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Perché
taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo quanto è palese e si è praticato in
giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti, noi siamo tutt’al più le
note a margine. E’ l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo che
potrebbe cancellare il popolo iraniano soggiogato da un fanfarone e spinto al
giubilo organizzato, perché nella sfera di sua competenza si presume la
costruzione di un’atomica.
E allora perché mi proibisco di chiamare per nome l’altro paese, in cui da anni — anche se coperto da segreto - si dispone di un crescente potenziale nucleare, però fuori controllo, perché inaccessibile a qualsiasi ispezione?
Il silenzio di tutti su questo stato di cose, a cui si è assoggettato il mio silenzio, lo sento come opprimente menzogna e inibizione che prospetta punizioni appena non se ne tenga conto; il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente.
Ora però, poiché dal mio
paese, di volta in volta toccato da crimini esclusivi che non hanno paragone e
costretto a giustificarsi, di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se con
lingua svelta la si dichiara «riparazione», dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove l’esistenza di un’unica
bomba atomica non è provata ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.
Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine, gravata da una macchia incancellabile,
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto come verità dichiarata dallo Stato
d’Israele al quale sono e voglio restare legato.
Perché dico solo adesso,
da vecchio e con l’ultimo inchiostro: la potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale? Perché deve essere detto quello che già domani
potrebbe essere troppo tardi; anche perché noi — come tedeschi con sufficienti
colpe a carico - potremmo diventare fornitori di un crimine prevedibile, e
nessuna delle solite scuse cancellerebbe la nostra complicità.
E lo ammetto: non taccio
più, perché dell’ipocrisia dell’Occidente ne ho fin sopra i capelli; perché è
auspicabile che molti vogliano affrancarsi dal silenzio, esortino alla rinuncia
il promotore del pericolo riconoscibile e altrettanto insistano perché un
controllo libero e permanente del potenziale atomico israeliano e delle
installazioni nucleari iraniane sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un’istanza internazionale.
Solo così per tutti, israeliani e palestinesi, e più ancora, per tutti gli uomini che vivono ostilmente fianco a fianco in quella regione occupata dalla follia ci sarà una via d’uscita, e in fin dei conti anche per noi.
Le parole di Gunter Grass hanno scosso dal torpore una politica internazionale che inizia a distogliere gli occhi anche dalle vicende siriane, riportando sul tavolo delle diplomazie la questione iraniana e l’ancora più delicato affare nucleare israeliano.
L’84enne Premio Nobel per la letteratura, in un’accorata poesia pubblicata il 4 aprile sulle pagine del quotidiano Süddeutsche Zeitung, ha esposto tutta la sua preoccupazione per un possibile attacco israeliano all’Iran, un intervento armato che anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ormai traslato dal campo del “se” a quello del “quando”, tra i passi cauti dell’amministrazione Obama, che sta per entrare nelle fasi più concitate delle elezioni d’autunno, e le cancellerie europee che paiono disinteressarsi di una vicenda che potrebbe avere risvolti drammatici non solo per la regione mediorientale.
Parole scomode, che hanno scatenato un’ondata di risposte veementi tra i maggiori quotidiani delle due sponde dell’Atlantico, senza tralasciare la blogosfera.
Parole che hanno portato il ministro degli Interni israeliano Eli Yishai a dichiarare Gunter Grass “persona non gradita” sul territorio di Israele, negandogli così l’accesso, una misura che lo stesso Grass afferma di aver subito solamente altre due volte nella sua vita: dalla DDR e dal regime militare militare del Myanmar.
La routine sulla quale si fonda la delegittimazione è la collaudata tattica della denuncia anti-semita, che vede tra i più accesi sostenitori il ministri degli Esteri Avigdor Lieberman, e che si fa spazio tra i commentatori europei in maniera trasversale.
Una denuncia che affonda le proprie radici nelle confessioni dello stesso Grass, che recentemente ha rivelato come nelle fasi finali della guerra, all’età di 17 anni, avesse preso parte alle SS, senza però mai sparare un colpo e all’oscuro delle nefandezze dei lager, secondo la sua disperata ammissione.
E’ evidente che un tale background ha rinvigorito la schiera dei sostenitori delle politiche israeliane, sebbene nel testo della poesia non via sia traccia di anti-semitismo, che si presenta invece come un commovente appello alla pace e alla denuclerizzazione non solo del Medio Oriente ma dell’intero globo, tematiche alle quali Grass ha dedicato la sua vita.
L’appello dello scrittore è lucido, penetrante e allo stesso tempo commosso nella migliore tradizione pacifista, senza lesinare critiche dure al regime degli ayatollah, mettendo a nudo la sua persona, la sua provenienza e gli orrori della guerra.
Tra le righe della poesia è rintracciabile la scintilla che ha portato l’amministrazione israeliana a posizioni così furenti: la questione nucleare.
Pare un paradosso che per fermare una potenza regionale interessata al nucleare come l’Iran, debba intervenire una forza che vanta almeno 200 ordigni nucleari, per di più meditando di utilizzare il suo potenziale in maniera mirata per distruggere le centrali iraniane.
Il 'nucleare mirato', così come il divieto di ispezione da parte degli osservatori internazionali, sono solo due delle ombre che gravano sulla vicenda israeliana, senza dimenticare la mancata ratifica del Trattato di non-proliferazione e l’annosa vicenda dello scienziato Mordechai Vanunu, imprigionato per aver denunciato i traguardi israeliani in campo atomico.
Perché ad oggi, nonostante i pressanti interessi di Turchia, Siria, Iraq, Egitto e Arabia Saudita, Israele è ancora l’unica potenza nucleare del Vicino Oriente.
La poesia di Grass si chiude con il pensiero rivolto ai cittadini isareliani, perché si liberino di governanti smaniosi di guerra e alzino una possente voce di diniego all’intervento armato, per evitare di essere vittime di un’ennesima follia.
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Secondo
fonti russe bene informate, l’esercito russo prevede che un attacco all’Iran
avrà luogo entro l’estate e ha elaborato un piano d’intervento per spostare
soldati attraverso la confinante Georgia per stazionare in Armenia, paese
confinante con l’Iran.
Il presidente del Consiglio di Sicurezza Russo (SCRF), Viktor Ozerov, ha dichiarato che il Quartier Generale dell’esercito russo ha preparato un piano d’intervento nel caso di un attacco all’Iran.
Dmitry Rogozin, il quale recentemente è stato ambasciatore russo presso la NATO, ha messo in guardia contro un’aggressione all’Iran.
“L’Iran è un nostro vicino,” ha detto Rogozin. “Se l’Iran fosse coinvolto in un intervento militare si tratterebbe di un’aperta minaccia per la nostra sicurezza.” Ora Rogozin è vice Primo Ministro russo ed è considerato anti-occidentale. Egli supervisiona il comparto della difesa russa.
Fonti del Ministero della Difesa russo sostengono che l’esercito russo non crede al fatto che Israele disponga di adeguate risorse militari per sconfiggere le difese dell’esercito iraniano, e ritiene inoltre che sia indispensabile l’intervento dell’esercito statunitense.
Il significato dei preparativi allo spostamento di truppe russe non sta soltanto nella protezione di propri interessi vitali nell’area, ma forse anche per appoggiare l’Iran nel caso di un tale attacco. Le fonti aggiungono che un’escalation militare russa nella regione potrebbe in teoria comportare che l’esercito russo coinvolga le forze israeliane, quelle statunitensi o entrambe.
Fonti bene informate dichiarano che i russi hanno avvertito delle “imprevedibili conseguenze” nel caso l’Iran venga attaccato, mentre ci sono russi i quali dicono che l’esercito russo parteciperà all’eventuale guerra, dato che essa minaccerebbe i suoi interessi vitali nell’area.
L’autorevole quotidiano russo “Nezavisimaya Gazeta” ha riportato una fonte militare russa, la quale dichiara che la situazione formatasi attorno a Siria e Iran “fa sì che la Russia acceleri il processo di perfezionamento delle sue forze militari nel sud del Caucaso e nelle aree del Mar Caspio, Mediterraneo e Mar Nero.”
Quest’ultima informazione deriva da una serie di segnalazioni e fughe di notizie da parte di portavoce ufficiali russi e agenzie di stampa governative che affermano come un attacco israeliano sia certo entro l’estate.
A causa degli effetti sugli interessi vitali russi nella regione, le fonti affermano che i preparativi a tale attacco iniziarono due anni fa, quando fu modernizzata la base militare 102 a Gyumri, in Armenia. Si dice che occupi un’importante posizione geopolitica nella regione.
Le fonti dicono che le famiglie dei militari russi in questa base armena vicina ai confini con la Georgia e la Turchia sono già state evacuate.
“La base militare 102 è un’importante punto, l’avamposto della Russia nel Caucaso meridionale,” ha spiegato al giornale una fonte militare russa. “Occupa una posizione geopolitica molto importante, ma il Cremlino teme di dover perdere questa ubicazione.”
Queste fonti informate dicono che con il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza russa, l’eventualità che ordini di nuovo un attacco alla Georgia come fece nell’agosto 2008 è anche diventata una possibilità.
I russi ritengono che la Georgia collaborerebbe con gli Stati Uniti per impedire che i rifornimenti raggiungano la base, ora approvvigionata principalmente per via aerea. Al momento la Georgia blocca l’unico percorso per il trasporto via terra mediante il quale potrebbero viaggiare i rifornimenti militari russi.
Il carburante per la base russa in Armenia giunge dall’Iran. Gli ufficiali russi pensano che questo valico di frontiera possa essere chiuso nel caso di una guerra.
“Può darsi che sarà necessario impiegare mezzi militari per superare il blocco dei trasporti georgiano e introdurre corridoi di trasporto diretti in Armenia,” dice Yury Netkachev, ex vicecomandante delle forze russe in Transcaucasia. La geografia dell’area indica che qualsiasi corridoio di rifornimento del genere, considerate le strade e la topografia del paese, dovrebbe attraversare la Georgia centrale, avvicinandosi alla capitale Tbilisi.
L’esercito pensa di condurre a settembre le propri esercitazioni militari annuali denominate “Kavkaz 2012.” Tuttavia, fonti bene informate dichiarano che i preparativi e il dispiegamento di equipaggiamenti e uomini è già iniziato in previsione di una possibile guerra con l’Iran.
Queste fonti rivelano che le nuove attrezzature di comando e controllo per le informazioni sui bersagli schierate nella regione sono in grado di utilizzare il sistema GPS russo, il GLONASS.
Secondo l’esperto della regione Pavel Felgenhauer della Fondazione Jamestown con sede a Washington, “pare che l’aviazione del Distretto Militare del Sud sia stata riequipaggiata quasi al 100% con nuovi jet ed elicotteri.”
Felgenhauer ha fatto notare che nel 2008, le manovre Kavkaz consentirono all’esercito russo di schierare segretamente forze che sarebbero riuscite nell’agosto di quell’anno a invadere la Georgia.
Il Ministro della Difesa Anatoly Serdyukov ha già annunciato che le nuove Spetsnaz, ovvero le unità dei Corpi Speciali, saranno dispiegate a Stavropol e Kislovodsk, ubicate nella regione del Caucaso del Nord.
Le fonti russe sostengono che l’esercito russo ritiene che se gli Stati Uniti entreranno in guerra con l’Iran, potranno dispiegare forze in Georgia e navi da guerra nel Mar Caspio grazie al possibile supporto dell’Azerbaigian, il quale ha dichiarato infatti che non avrebbe consentito l’uso del proprio territorio da parte di Israele per sferrare un attacco al vicino Iran.
C’era stata l’ipotesi secondo cui, date le migliori relazioni tra Israele e Azerbaigian, lo stato ebraico potesse impiegare basi da cui avviare attacchi aerei sui vicini siti nucleari iraniani. Di recente Israele ha accettato di vendere all’Azerbaigian attrezzature militari per 1,2 miliardi di euro.
Un’ulteriore fastidio per il presidente georgiano Mikhail Saakashvili è la prospettiva che le truppe d’assalto russe aviotrasportate, o corpo d’elite VDV, possano essere spostate nelle due province georgiane secessioniste dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud. Queste due province sono state prese dall’esercito russo nel corso della guerra russo-georgiana dell’agosto 2008. In un primo momento Mosca dichiarò fossero paesi indipendenti, ma ora il Cremlino sta rivelando che possono essere annessi alla Russia.
Allo stesso modo il generale di corpo d’armata Vladimir Shamanov, comandante dei VDV,ha annunciato che i soldati russi in Armenia saranno rinforzati da paracadutisti con elicotteri d’assalto e da trasporto.
“Al reparto d’assalto russo (dalla regione transcaucasica) può essere ordinato di dirigersi verso sud per evitare il presumibile dispiegamento di basi militari americane in Transcaucasia, per collegarsi con i soldati in Armenia e impadronirsi del corridoio energetico del Caucaso del Sud con il quale gas naturale e petrolio azero, turkmeno e di altri del mar Caspio possono raggiungere i mercati europei,” ha detto Felgenhauer.
“Con un repentino intervento militare la Russia può garantirsi il controllo di tutti gli stati del Caucaso e del Caspio che costituivano il suo ex dominio, mettendo così l’Occidente, troppo assorbito dall’Iran, davanti a un fatto compiuto che non potrebbe invertire,” ha detto.
“Contemporaneamente, una piccola guerra vittoriosa unirebbe la nazione russa in appoggio del Cremlino, consentendogli di schiacciare i rimasugli del movimento filo-democratico ‘per elezioni trasparenti’, e come premio finale l’intervento militare russo potrebbe infine distruggere forse il regime di Saakashvili.”
Putin non ha fatto mistero di disprezzare Saakashvili, e grazie al suo ritorno alla presidenza può ritenere l’eliminazione del presidente georgiano una faccenda incompiuta. Proprio come nel 2008, Putin non dovrà preoccuparsi molto di inviare soldati in Georgia, dato che ci fu una reazione tiepida degli Stati Uniti e dei paesi europei all’invasione russa e alla conseguente occupazione.
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Paul
Krugman, Nobel per l'economia nel 2008, commenta un articolo del New York Times
dove si parla del "suicidio europeo". L'illustre economista esplica chiaramente
la sua opinione riguardo l'Europa e l'operato dei leader:
l'austerity non funziona e le politiche sono
poco chiare.
Fino a poco tempo fa, Krugman sperava ancora nella possibilità di salvataggio del Vecchio Continente, ora si dimostra assolutamente poco ottimista riguardo il futuro dell'eurozona. Le politiche di austerity che si stanno mettendo in atto in diversi paesi dell'Ue stanno letteralmente mettendo in ginocchio l'economia europea in quanto riducono le prospettive di crescita e le aspettative dei cittadini, primi agenti economici da tutelare.
La dimostrazione del fallimento delle politiche di austerity risiede nel fallimento (mascherato) greco.
La Spagna fa paura: il tasso di disoccupazione è del 23,6% mentre quello giovanile è del 50%. Il futuro di questa economia in piena depressione è compromesso. Il mercato sarà poi costretto a vendere la Spagna sull'obbligazionario.
Le politiche attuate dalla Bce con i due Ltro si sono dimostrate un fallimento in quanto le banche non hanno rivesrato questa liquidità nel sistema. In sostanza, le banche hanno usato questa liqudità per altri scopi e non per alimentare l'economia recando poi un danno all'intero sistema economico: tutto questo perchè non ci sono stati accordi, almeno teorici riguardo l'uso della liqudità, tra Bce e banche. Il problema risiede quindi nel sistema, un sistema fallato dove ogni elemento, invece di vivere in simbiosi con gli altri organismi, è interessato alla propria sopravvivenza senza però contare il rischio di default sistemico dovuto alla "morte" degli organismi vicini.
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KUWAIT
CITY – In Kuwait l’esercito degli Stati Uniti offre corsi di addestramento
gratuiti di 3 mesi a chiunque voglia intraprendere azioni terroristiche nei
paesi mediorientali sotto la falsa dicitura di “terrorista islamico”. Secondo
fonti attendibili citate dalla rete satellitare Press TV, il nome della base
kuwaitiana sarebbe Orifgian ed in tre mesi insegnerebbe ai “nuovi entrati” le
tecniche per effettuare operazioni terroristiche e costruire bombe. Il centro
invierebbe poi ‘i laureati’ dei corsi in Siria, Iraq e Iran. Il bello e’ che se
sono gli americani ad addestrare, tutte le spese inerenti alla base,
all’alloggio ed al sostegno degli apprendisti terroristi sarebbero a carico di
Arabia Saudita e Qatar. Il Kuwait non ha accesso alla base e non e’ stato messo
al corrente dell’attivita’ precisa di questa. L’anno scorso gli Usa trasferirono
15 mila militari dall’Iraq al Kuwait.
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L'Unione Europea finanzia l'aborto nel mondo
Dal
2010 presso le principali istituzioni europee è stato istituito l’European
Dignity Watch, un osservatorio permanente che monitora le attività
degli organismi afferenti all’Unione Europea in tema di vita, famiglia e diritti
civili.
Il 27 marzo scorso in occasione della Settimana europea della vita promossa dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea e svoltasi presso il Parlamento Europeo a Bruxelles, Sophia Kuby, la direttrice esecutiva dell’European Dignity Watch, ha reso noto che l’Unione Europea finanzierà sino al 2013 l’United Nations Population Fund (Unfpa), l’agenzia per la popolazione dell’ONU, con ben 24 milioni di euro. Questi soldi serviranno per sostenere il progetto Access RH il quale prevede di agevolare sempre più in tutto il mondo l’accesso a contraccezione e aborto. Più in particolare la cifra stanziata servirà per distribuire a pioggia pillole del giorno dopo e kit abortivi.
Il progetto Access RH in realtà rientra in una strategia di più ampio respiro del valore di 280 milioni di euro prevista per il periodo 2011-2013 che andrà a foraggiare nei paesi in via di sviluppo programmi di miglioramento della cosiddetta “salute sessuale e riproduttiva”, cioè contraccezione e aborto.
Con questi fondi l’International Planned Parenthood Federation (IPPF) e la Marie Stopes International – due delle principali organizzazioni abortive nel mondo – hanno promosso programmi abortivi in Bangladesh, Cambogia, Indonesia, Kenya, Sudafrica, Papua Nuova Guinea, Bolivia, Guatemala, Perù. In alcuni paesi quali Bangladesh, Indonesia e in taluni Paesi sudamericani i progetti hanno ricevuto il benestare dei governi nazionali, nonostante in questi Stati l’aborto sia reato, con un semplice stratagemma linguistico: hanno cambiato la parola “aborto” con l’espressione “regolazione mestruale”. Dato che una gravidanza interrompe il ciclo mestruale, l’aborto rimette tutto a posto. Il ragionamento non fa una piega.
Il rapporto dell’European Dignity Watch conclude con due osservazioni. L’Unione Europea è l’ente al mondo che dona più fondi per politiche abortive, antinataliste e contro la famiglia. La UE eroga il 56% di tutti i finanziamenti che esistono per progetti di questo tipo. La seconda osservazione è invece un invito alla Commissione Europea affinchè usi questi soldi per garantire “cibo, acqua potabile, salute e istruzione ai bambini in difficoltà, piuttosto che per ridurre il loro numero”.
Noi invece facciamo una chiosa più nostrana, molto più banale e casereccia, tanto banale e casereccia che potrebbe essere spesa al bar dello sport. Questa Unione Europea che ha già nel cassetto quasi 300 milioni di euro per programmi abortivi è la stessa che ha chiesto a noi tramite il prof. Monti lacrime e sangue in termini economici. Da qui due considerazioni: che autorità morale sopravvive in quel di Bruxelles affinché i cittadini europei obbediscano ancora ai diktat di questa istituzione? L’autorità che non tutela il bene comune scade nell’autoritarismo. Secondo appunto: mettendo da parte considerazioni etiche, ma soffermandoci solo su questioni di mera opportunità, ci viene da dire che priorità e urgenza esigerebbero che quei soldi spesi per diffondere nel mondo il credo abortista siano utilizzati invece per salvare le economie in crisi di alcuni paesi europei. Ne siamo consapevoli: solo sono opinioni da bar dello sport e, si sa, chi manovra le leve del potere in Europa non frequenta simili postacci. Ha altro a cui pensare.
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PER DISTRUGGERE L’ ECONOMIA DELLA
SPAGNA SI STA COPIANDO LA GRECIA
Più
di due anni fa ho cominciato a mettere in allarme i lettori contro le truffe più
atroci mai perpetrate da quella banda criminale che sono le banche occidentali,
atti che ho definito "terrorismo economico". Queste truffe hanno provocato
niente meno che la distruzione di intere economie europee, tanto che i
“banksters “ (banchieri-gangsters) potrebbero guadagnre circa $ 100 miliardi di
dollari per le scommesse che hanno fatto sui debiti di queste economie.
La meccanica di questo stupro economico è stata spiegata più volte in passato.
Prima di tutto i banchieri hanno ingannato governi e istituzioni di tutto il
mondo occidentale puntando migliaia di miliardi di dollari (e/o euro) nella
scommessa che i tassi di interesse stavano per schizzare alle stelle per poi
crollare ai livelli più bassi della storia. Questa truffa è conosciuta come
"interest rate swap" (n.d.t. Gioco sui tassi di interesse) .
La seconda forma di truffa (ancor più distruttiva) perpetrata contro questi
governi non ha nemmeno bisogno della loro partecipazione ma basta un loro
semplice consenso. I banchieri cominciarono a scommettere ingenti somme (per un
totale di almeno $ 60 miliardi) sul default di queste nazioni, e poi hanno
avuto la spudoratezza di chiamare queste scommesse "assicurazione" (credit
default swap). Si noti che questo tipo di "assicurazione" è stato vietato
negli Stati Uniti per più di mezzo secolo in base alle leggi contro il gioco
d'azzardo.
Ecco la domanda a cui questi banchieri non potrebbero rispondere: come fa una
parte terza, che scommette che la casa di qualcuno brucerà, a stipulare una
"assicurazione " per il proprietario della casa? La risposta naturale è che
non la assicura. Quello che ha fatto, invece, è stato creare i presupposti per
un "incendio doloso", che vale 60 miliardi dollari.
Questo è esattamente ciò che abbiamo visto. Dopo che i bank-sters (quasi tutti
di Wall Street) hanno trovato una massa di imbecilli a cui piazzare una
sregolata montagna di scommesse, hanno scommesso contro questi 60.000 miliardi
dollari, che questi governi della zona Euro non sarebbero falliti e poi hanno
cominciato a dar fuoco sistematicamente, una a una, alle economie europee.
Ho già spiegato questo processo più volte in passato, quindi i nuovi lettori
dovranno fare riferimento ai miei precedenti articoli. In poche parole, i
terroristi di Wall Street sono in grado di manipolare i tassi di interesse di
queste nazioni (letteralmente) qualsiasi valore scelgano tramite la
manipolazione fraudolenta del mercato dei “credit default swaps”. Ho avvertito i
lettori che questo ha provocato un inevitabile default della Grecia, perché se
i tassi di interesse possono essere manipolati a qualsiasi livello allora ogni
nazione può essere mandata in rovina per il suo debito.
Questo è esattamente ciò che è successo con la distruzione dell'economia Greca.
Ogni volta che il governo greco dava un segnale ai banchieri, annunciando un
nuovo ciclo di "austerity", i terroristi facevano, immediatamente, salire i
tassi di interesse sul debito greco, tanto che ogni dollaro tagliato dal
bilancio non sarebbe bastato al pagamento di interessi sempre più alti.
Il risultato fu che l’austerità, invece di migliorare la solvibilità
dell'economia greca, provocava una reazione dei terroristi di Wall Street che si
assicuravano che la sua economia andasse peggio dopo ogni nuovo taglio di
bilancio e che dovesse immediatamente seguire una pressione ancora maggiore per
causare una ancor maggiore austerità.
Non era altro che un masochista circolo vizioso. A un certo punto i bank-sters
avevano manipolato i tassi di interesse greci fino ad un valore di oltre 50
volte superiorie a quello degli Stati Uniti, malgrado che (come ho spiegato in
precedenza) l'economia americana abbia i suoi fondamentali ancora più in crisi
di quelli della Grecia.
Ora i terroristi hanno preso di mira la Spagna.
Quello che vediamo oggi in Spagna è l’esatta copia di quello che abbiamo visto
in Grecia. Da un lato, abbiamo un governo-traditore che vuole imporre, colpo su
colpo, la Friedman
Austerity sul suo popolo, nonostante la totale inutilità di questi sadici
tagli di bilancio. Dall'altra parte abbiamo la banda criminale dei banchieri
(con l'allegro supporto dei Grandi Media) che spingono senza sosta i tassi di
interesse sul debito della Spagna sempre più in alto, portandosi via ogni
centesimo recuperato con l’austerità per il pagamento di interessi di
obbligazioni parassite.
Il
Primo Ministro spagnolo Mariano Rajoy ha detto:
"La Spagna sta affrontando una situazione economica di estrema difficoltà,
ripeto di estrema difficoltà, e chiunque non capisca questo, si sta
ingannando e l’ alternativa è infinitamente peggiore."
Complimenti , che volpe! Rajoy è riuscito a convincere il suo popolo che il
cielo sta crollando. Purtroppo, ciò che ha dimenticato di dire loro è che i
tagli di bilancio che sta imponendo non hanno nessuna possibilità di migliorare
le cose per il suo popolo, mentre ingrassano solo i parassiti delle
obbligazioni. Il governo spagnolo ha già messo a bilancio 29 miliardi, solo
quest'anno, per il pagamento degli interessi, circa il 30% in più di un anno fa,
recuperandoli sul suo stesso popolo con tagli selvaggi di bilancio.
Contemporaneamente Rajoy ha spinto al rialzo la pressione sul deficit di
bilancio annunciando "un condono" per gli evasori fiscli. Milton Friedman,
dall’inferno, ne sarà contento. I ricchi hanno avuto la "carota" dall’
austerità spagnola, mentre ai poveracci è rimasto solo il "bastone", proprio
come in Grecia. Ancora peggio, perché il condono per gli evasori crea un
enorme premio- incentivo per i futuri evasori fiscali, garantendo che le
entrate fiscali del governo precipiteranno e che il deficit aumenterà ancora.
Per quanto riguarda la minaccia-avvertimento, inviata al popolo da Rajoy, che
"l'alternativa è infinitamente peggiore", il dato ufficiale spagnolo (quindi
ritoccato), sul tasso di disoccupazione ha già raggiunto il 24%, addirittura
superiore a quello della Grecia ed è il più alto d’ Europa, mentre premia gli
evasori fiscali e bastona il popolo con più di 27 miliardi di nuovi tagli di
bilancio. Credo che nulla potrebbe essere infinitamente peggiore di questo.
Nel frattempo (esattamente come avvenuto in Grecia), subito dopo l’annuncio di
questa nuova "austerity", Bloomberg ed i terroristi di Wall Street si sono messi
alacremente al lavoro per manipolare i tassi di interesse della Spagna facendoli
salire molto, molto più dei tagli di bilancio appena annunciati la loro “amigo”
Rajoy.
Ecco il Memo di oggi di Bloomberg:
Gli oneri finanziari spagnoli sono saliti da quando Rajoy ha annunciato, il
2 marzo, che il suo governo non avrebbe raggiunto l'obiettivo di disavanzo che
l'amministrazione precedente aveva concordato con la UE. Il deficit del paese
non è rientrato nel tetto del 3% [del PIL ], e secondo le previsioni il debito
pubblico raggiungerà il 79,8 per cento del PIL, il più alto in più di tre
decenni.
Quello che i propagandisti di Bloomberg dimenticano di aggiungere alla loro
"analisi" (allargandola) è il fatto che negli Stati Uniti attualmente il deficit
di bilancio è pari a circa il 10% del PIL. E il debito nazionale, di oltre 14
trilioni di dollari, è già al 100% del PIL. Eppure Bloomberg spiega ai suoi
lettori "perché" i tassi di interesse della Spagna dovranno continuare a salire,
anche se sono già molto più alti dei tassi di interesse statunitensi.
Nel frattempo, Bloomberg (e gli stessi banchieri) ritiene del tutto giustificato
che i tassi di interesse sul debito degli Stati Uniti siano ai livelli più bassi
della storia, nonostante che gli Stati Uniti abbiano il più alto disavanzo e
indebitamento nella storia del mondo (anche senza contare i $ 100 miliardi di
dollari di "passività non finanziate", che sono sempre escluse da ogni calcolo
ufficiale).
Quando vediamo il più grande debito sovrano nella storia del mondo godere dei
minimi tassi di interesse sui debiti mai visto nella storia (vedi: "Maximum
Fraud in U.S. Treasuries Market"), e sempre meno debitori vedono scendere i
propri tassi d'interesse ma solo salire sempre più in alto, ecco che abbiamo la
prova empirica della manipolazione fraudolenta del mercato del credito che si
merita completamente l’etichetta di "terrorismo economico".
Se non fosse già abbastanza vedere governi europei complici dello stupro
economico che stanno subendo le loro nazioni, si sentono anche alzarsi le voci
di questi governi -traditori che stanno creando un " Euro-Bond": un vincolo
per tutta l'Europa, e quindi un mercato unico del debito per tutta l'Europa. Se
i banchieri saranno capaci di convincere (e o ricattare) i loro lacchè politici
ad imbarcarsi in questo atto di suicidio economico collettivo, per i terroristi
di Wall Street sarebbe possibile fare contemporaneamente (a tutta l'Europa) ciò
che adesso devono perpetrare contro una nazione alla volta.
Anche se ovviamente dovrebbero essere per primi i popoli d'Europa a esigere un
immediato ripudio unilaterale di tutti i credit default swap relativi al proprio
mercato, non si vede assolutamente nessun cenno di consapevolezza in nessuna
popolazione su ciò che sta realmente accadendo. Di conseguenza, almeno le
persone che vivono in Nord America dovrebbero essere anche molto, molto
consapevoli ed esercitare forti pressioni per rimuovere quelle marionette
politiche che permettono certi reati-contro-l’umanità.
Ma la domanda che tutti dovremmo porci tutti è questa: Dopo che i terroristi di
Wall Street avranno terminato di devastare le economie dei loro amici in Europa,
quale altro mercato del debito potranno distruggere ?
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Siria: senatori Usa (i veri terroristi globali)
chiedono di armare ribelli
WASHINGTON
– Alcuni tra i più importanti senatori statunitensi hanno chiesto l’approvazione
di una legge che ufficializzi l’armamento dell’opposizione siriana ad opera
degli Stati Uniti.
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L'ipocrisia della guerra "pulita"
In
guerra, non da oggi, è impossibile non sporcarsi le mani, soprattutto nei
conflitti civili o anti-insurrezionali che caratterizzano i nostri tempi. Negli
ultimi giorni sono emerse notizie circa abusi e crimini compiuti in Siria, Libia
e Afghanistan dai miliziani al fianco dei quali si è schierato l’Occidente e
gran parte della comunità internazionale, e hanno trovato conferma anche crimini
compiuti dalle stesse forze della Nato. Notizie che hanno determinato reazioni
che sembrano indicare ipocrisia, falso moralismo, menzogna e soprattutto
l’incapacità di gestire uno “sporco affare” come la guerra al di fuori dei
binari imposti dal politically correct.
Human Rights Watch (Hrw) ha documentato violazioni dei diritti umani perpetrati dagli insorti dell’Esercito Libero Siriano contro le truppe fedeli al regime di Bashar Assad. Tra gli abusi commessi vi sono rapimenti, arresti e torture ai danni dei membri dell'esercito, dei sostenitori del governo e di coloro che sono stati identificati come appartenenti alle milizie pro-governo. "Le tattiche brutali del governo siriano non possono giustificare gli abusi commessi dai gruppi armati dell'opposizione'', ha detto Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medioriente. Hrw scrive tra l'altro di aver sentito da un attivista dell'opposizione chiamato 'Mazen' che un gruppo denominato Abu Issa nel villaggio di Taftanaz, nella provincia di Idlib, ha rapito e torturato a morte tre persone che avevano lavorato per il governo. Hrw riferisce inoltre che a Saraqeb, sempre nella provincia di Idlib, alcuni residenti hanno denunciato rapimenti a scopo di estorsione da parte del battaglione Al Nur, un gruppo dell'opposizione salafita.
Hrw sottolinea poi di avere esaminato 25 video postati su Youtube in cui appaiono membri dei servizi di sicurezza catturati dai rivoltosi che confessano crimini compiuti, e afferma che in almeno 18 di questi video i prigionieri presentano chiari segni di violenza fisica. Infine il rapporto riferisce di almeno due casi di esecuzioni sommarie di membri di forze governative fatti prigionieri. Tra questi, un presunto appartenente alle milizie del regime Shabiha che appare impiccato ad un albero in un video su Youtube del 4 febbraio. Nel commento si afferma che l'uomo è stato giustiziato dal battaglione Kafr Takharim, appartenente all'Els.
In Libia dopo i “lealisti” messi in gabbia come animali dai miliziani arabi (che dietro l’accusa di essere filo-Gheddafi celano spesso il radicato razzismo nei confronti delle popolazioni negroidi del sud del Paese) diversi rapporti di Hrw e Amnesty International hanno denunciato gli abusi compiuti dai vincitori della guerra civile oggi in aperto conflitto tra loro. Che gli alleati della Nato e dell’Occidente, in parte estremisti e jihadisti islamici, non siano da meno degli aguzzini di Gheddafi lo ha spiegato molto bene Fausto Biloslavo in un reportage sul Foglio. Persone che “scompaiono” solo per aver ricoperto qualche incarico durante l’era Gheddafi, sequestri di persona effettuati per strada da miliziani che chiedono riscatti e restano impuniti a causa dell’assenza di vere forze di polizia. Ma anche stupri, rapine e detenzioni illegali per almeno 10 mila libici in una sessantina di carceri illegali nelle quali viene praticata la tortura. Si può dire che ogni milizia ha un suo carcere privato e ogni capo banda ha occupato una lussuosa residenza “requisita” ai legittimi proprietari ovviamente colpevoli di essere in combutta con Gheddafi. “Le malefatte in 40 anni di Gheddafi i nuovi padroni le stanno ripetendo in pochi mesi” ha detto una donna al reporter.
In Europa e Stati Uniti politici e intellettuali pronti a denunciare i soprusi del regime libico e siriano tacciono di fronte a queste notizie. Washington si è limitata a chiedere all'opposizione siriana di rispettare i diritti dell'uomo sottolineando però che il regime di Bashar Assad commette più crimini dei ribelli. In fondo perché scandalizzarsi? Non è sempre stato così? Anche noi italiani sappiamo bene quali porcherie, torture, eccidi e abusi hanno subito tantissimi civili ad opera di nazi-fascisti e comunisti negli anni compresi tra il 1943 e il 1948.
“E’ un figlio di….. ma è il nostro figlio di …..”, diceva in quegli anni con pragmatismo anglosassone il presidente americano Franklyn Delano Roosevelt a proposito del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza. Il problema è che oggi i “figli di….” abbondano ma, nonostante l’Occidente li abbia condotti alla vittoria o li stia sostenendo, non sembrano neppure essere “nostri” ma bensì più vicini a idee jihadiste, islamiste e anti-occidentali. Per aiutare queste milizie ci siamo sporcati le mani anche noi. Nonostante sui campi di battaglia libici e siriani i pochi militari della Nato si siano schierati a basso profilo e quasi in segreto, i bombardamenti aerei sembrano aver prodotto un certo numero di morti civili, i cosiddetti “danni collaterali”.
Almeno 60 secondo Amnesty International sono stati colpiti in “almeno tre raid su obiettivi civili per i quali non ci sono spiegazioni” spiega un rapporto che chiede almeno il risarcimento dei danni ai famigliari delle vittime. La Nato ha risposto sottolineando di aver ottemperato alla risoluzione dell’Onu che imponeva di “proteggere i civili” e ricordando che “non aveva osservatori sul terreno durante le operazioni”. Cosa non vera perchè tra i compiti delle centinaia di uomini delle forze speciali infiltrate in Libia al fianco dei ribelli c’era anche il “targeting”, cioè l’individuazione dei bersagli.
In Afghanistan la strage compiuta due settimane or sono da un sergente statunitense impazzito (secondo Washington) o da un reparto americano in vena di rappresaglie sulla popolazione (come sostengono gli afghani) ha scatenato polemiche paradossali. I talebani accusano le truppe americane di essere degli assassini dimenticando che il rapporto dell’Onu chiarisce ormai da dieci anni che i tre quarti almeno dei civili uccisi dalla guerra cadono vittime dei talebani. Anche il governo di Kabul è indignato per la morte di 16 innocenti ma gli uomini dell’intelligence del presidente Karzai gestiscono almeno una decina di carceri segrete dove i prigionieri vengono torturati e uccisi.
Ipocrisia, menzogna, falso moralismo sono ingredienti tipici di ogni guerra e della propaganda che sempre accompagna i conflitti ai quali in Occidente dobbiamo aggiungere la dittatura del “politically correct” che impone un regime culturale che va al di là delle espressioni verbali per condizionare le menti. Non combattiamo più guerre ma partecipiamo a missioni di pace. Noi non bombardiamo, proteggiamo i civili. Con la guerra abbiamo bandito anche il nemico non solo dalle note di linguaggio ma anche dalla nostra mente. Non è un caso che mentre uno spietato terrorista uccideva in Francia bambini ebrei e paracadutisti in libera uscita tutti gli analisti e i più illustri commentatori in Italia e in Europa hanno riempito ore di trasmissioni televisive e pagine di giornali per raccontarci della rinata minaccia nazista e razzista. La rimozione del “nemico” ci impedisce di indicare con vigore e chiarezza chi ci sta da anni combattendo con tutte le sue armi e tutto il suo odio. Neppure dopo l’11/9 riusciamo a definire il nemico di oggi e così rispolveriamo quello di ieri, come se il nazismo (a differenza dell’islamismo) non fosse crollato quasi 70 anni fa. Non a caso dopo la “battaglia di Tolosa” che ha visto le forze speciali della Police Nationale abbattere Mohamed Merah il presidente Nicolas Sarkozy si è affrettato a invitare i francesi a non fare “nessun amalgama” tra islam e terrorismo.
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Amos Oz: “Netanyahu semina isteria sull’Iran”
TEL
AVIV, 16 MAR – A pochi giorni da un accorato intervento publicato dallo
scrittore David Grossman contro un eventuale attacco israeliano in Iran, anche
Amos Oz scende in campo ed in una intervista a Haaretz accusa il premier
Benyamin Netanyahu di ''seminare isteria''. Oz scrittore ricorda di aver gia'
polemizzato all'inizio degli anni Ottanta con un predecessore di Netanyahu –
Menachem Begin (Likud) – che, riferendosi a Yasser Arafat, lo raprpesentava come
''un nuovo Hitler, chiuso in un bunker a Beirut''. Oz aggiunge di aver scritto
allora una lettera aperta intitolata: ''Signor Primo Ministro, Hitler e'
morto''.
Quell'intervento gli e' riaffiorato alla memoria quando la settimana scorsa Netanyahu ha accostato la minaccia incombente dall'Iran su Israele al campo di sterminio di Auschwitz. ''Chi paragona l'Iran di oggi a Hitler, ed Israele a Auschwitz – afferma Oz – compie un gesto anti-sionista e demagogico, incoraggia la emigrazione da Israele, semina isteria''. Come Grossman, anche Oz sostiene che un eventuale attacco israeliano alle infrastrutture nucleari iraniane non eliminerebbe il pericolo ''perche' non si puo' bombardare la determinazione di un popolo''.
Disponendo sia di determinazione sia di conoscenze scientifiche gli iraniani – secondo Oz – in breve tempo riprenderebbero comunque i loro progetti. Oz polemizza aspramente con Netanyahu che ''non procede nel tentativo di raggiungere un accordo con i palestinesi, ed invece eccita il popolo ad un attacco all'Iran''. ''Se sono preoccupato ? Sono non solo preoccupato – risponde lo scrittore – sono atterrito. Vedo in moto processi che minacciano tutto quanto mi e' piu' caro, e la esistenza stessa di Israele''.
Oz, in genere refrattario nei rapporti con la stampa locale, ha rilasciato questa intervista in occasione della pubblicazione in ebraico del suo nuovo libro, 'Fra i compagni', sulla vita nei kibbutzim nell'Israele degli anni Cinquanta.
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I leader militari americani si mobilitano per impedire la guerra
18 marzo 2012 (MoviSol) - Il 5 marzo otto tra ufficiali dell'esercito e funzionari di intelligence hanno pubblicato un annuncio a piena pagina sul Washington Post chiedendo al Presidente Obama di "dire no ad una guerra con l'Iran". Oltre ad un breve testo che sostiene che la diplomazia sia ancora possibile e che "un'azione militare a questo punto è non soltanto non necessaria ma pericolosa per gli Stati Uniti e per Israele" l'annuncio, pagato dal National Iranian-American Council, contiene citazioni contro la guerra di militari attivi ed a riposo, incluso l'attuale Capo degli Stati Maggiori Riuniti Gen. Martin Dempsey e di ex ministri della Difesa.
Nelle ultime settimane Dempsey ha insistito sul fatto che la guerra contro l'Iran può e deve essere evitata, perché l'Iran è un "attore razionale" disponibile alla diplomazia. Tutto sta ad indicare che l'Iran abbia cercato ripetutamente offerte diplomatiche per risolvere la questione del suo programma nucleare, anche se è stato snobbato. Il Gen. Dempsey si è pronunciato contro un'opzione militare in Siria nel corso di un'audizione alla Commissione Difesa del Senato il 7 marzo, ed anche contro la creazioni di basi per i ribelli.
L'annuncio è stato pubblicato il secondo giorno della conferenza dell'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) a Washington in cui il Premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto un attacco militare contro l'Iran.
Tra i firmatari dell'annuncio ci sono: il Gen. Paul Eaton, comandante dell'addestramento delle truppe irachene; Tom Finger, ex vicedirettore per l'Analisi della National Intelligence; il Gen. Robert G. Gard Jr., ex presidente della National Defense University; il Gen. Joseph Hoar, ex Capo del Comando Centrale in Medio Oriente; Paul Pillar, ex funzionario della National Intelligence per il vicino Oriente e l'Asia del sud ed il Col. Lawrence Wilkerson, ex capo dello staff del Segretario di Stato Colin Powell.
Il 6 marzo l'analista Pillar ha fatto seguito all'annuncio pubblicando un articolo sul Washington Monthly col titolo "Possiamo vivere con un Iran nucleare". "Nessuno sa quali saranno le piene ramificazioni di una guerra con l'Iran, e questo è il principale problema di qualsiasi proposta a usare la forza militare contro il programma nucleare iraniano. Ma le conseguenze negative per gli interessi americani saranno probabilmente gravissime" scrive Pillar. Il lungo articolo afferma che lo stesso tipo di deterrente usato con successo con l'Unione Sovietica per decenni funzionerebbe anche con l'Iran, se quel paese sviluppasse un'arma nucleare.
Un altro firmatario, il Col. Wilkerson, aveva dichiarato in un'intervista del febbraio scorso a Vanity Fair: "All'interno del Pentagono, tra i civili e i militari, non trovo nemmeno una voce favorevole ad un attacco all'Iran". Ha anche indicato che se l'Iran acquisisse un'arma nucleare, funzionerebbe il deterrente, anche se personalmente preferisce la non proliferazione.
Ed il Gen. Hoar ha dichiarato a KPBS.org il 7 marzo che "chiunque pensi che sia semplice entrare in guerra con l'Iran non capisce la natura di questa parte del mondo". Hoar chiede una discussione nazionale del problema, esattamente come non fu fatto prima della guerra in Iraq, in cui nessuno sollevò il problema dei costi sociali e finanziari dell'operazione. "Il costo si rivelò mille miliardi di dollari, 4.500 soldati uccisi, oltre 20.000 feriti, senza menzionare i 100.000 iracheni uccisi. E' il costo della guerra a cui dobbiamo pensare".
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Dimenticate
il passato (Saddam, Osama, Gheddafi) e il presente (Assad, Ahmadinejad). Potete
scommettere una bottiglia di Petrus 1989 (il problema è l’attesa di sei anni per
riceverla); nel futuro prevedibile, l’uomo nero più diabolico per Washington – e
anche per i partner canaglia della NATO e gli imbonitori assortiti dei media –
non sarà altri che il presidente russo Vladimir Putin, di ritorno al futuro.E che non ci sia il minimo dubbio, Vlad il Putinatore lo apprezzerà. È tornato esattamente dove vuole stare: comandante in capo della Russia, a capo delle forze armate, della politica estera e di tutti i temi di sicurezza nazionale.
Le elite anglo-statunitensi si stanno ancora contorcendo alla menzione del suo leggendario discorso del 2007 a Monaco, quando criticò ossessivamente il governo di George W. Bush per il suo programma ossessivamente unipolare “attraverso un sistema che non ha niente a che vedere con la democrazia” e il suo continuo superamento dei “confini nazionali in quasi tutti gli ambiti”.
Pertanto Washington e i suoi accoliti sono stati avvertiti. Prima dell’elezione di domenica scorsa, Putin ha addirittura pubblicizzato la sua proposta di pace. L’essenziale: niente guerra in Siria; niente guerra all’Iran; niente “bombardamenti umanitari” né fomentare le “rivoluzioni colorate”, il tutto integrato in un nuovo concetto, gli “strumenti illegali di potere morbido”. Per Putin il Nuovo Ordine Mondiale progettato da Washington non ha strada. Quello che conta è “il principio onorato nel tempo della sovranità degli Stati”.
Non c’è da sorprendersi. Quando Putin guarda alla Libia, vede le conseguenze brutali e regressive della “liberazione” da parte del NATO grazie al “bombardamento umanitario”: un paese frammentato controllato dalle milizie di al-Qaeda; la Cirenaica arretrata che si separa dalla Tripolitania più sviluppata; e un parente dell’ultimo re elevato al governo del nuovo “emirato”, per la delizia dei democratici modello della Casa di Saud.
Altri elementi essenziali: niente basi intorno alla Russia; niente difesa missilistica senza un’ammissione esplicita, per iscritto, che il sistema non ritiene la Russia un obbiettivo, e una crescente cooperazione col gruppo BRICS delle potenze emergenti.
La gran parte di queste proposte erano già implicite nella precedente road map, il suo documento A new integration project for Eurasia: The future in the making (Un nuovo progetto di integrazione per l’Eurasia: il futuro in gestazione, ndt. Si trattò dell’ippon di Putin – adora il judo – contro la North Atlantic Treaty Organization (NATO), il Fondo Monetario Internazionale e il neoliberismo radicale. Vede un’Unione Eurasiatica come un’”unione economica e monetaria moderna” che si estende per tutta l’Asia Centrale.
Per Putin, la Siria è un dettaglio importante (non solo per l’unica base navale russa nel porto mediterraneo di Tartus, che la NATO adorerebbe eliminare). Ma il cuore della questione è l’integrazione dell’Eurasia. Gli atlantisti impazziranno in massa quando farà tutti gli sforzi nella coordinazione di “una potente unione sovranazionale che può trasformarsi in uno dei poli del mondo attuale e in un efficiente vincolo tra l’Europa e la dinamica regione dell’Asia Pacifico”.
Il processo di pace opposto sarà opposta sarà la dottrina di Obama e Hillary. Quanto sarà eccitante?
Putin scommette sul Pipelinestan
È stato Putin che quasi da solo si è posto alla testa della resurrezione della Russia come mega-superpotenza energetica (il petrolio ed il gas rappresentano due terzi delle esportazioni della Russia, la metà del bilancio federale ed il 20% del prodotto interno lordo). Quindi aspettiamoci che il Pipelinestan rimanga in primo piano.
E sarà centrato soprattutto sul gas; anche se la Russia rappresenti non meno del 30% delle forniture globali di gas, la sua produzione di gas naturale liquido (LNG) è meno del 5% del mercato globale. Non è neppure tra I dieci produttori principali.
Putin sa che la Russia avrebbe bisogno di una caterva di investimenti stranieri nell’Artico – dall’Occidente e soprattutto dall’Asia – per mantenere la sua produzione di petrolio superiore ai 10 milioni di barili giornalieri. E deve chiudere un complesso e esaustivo accordo di vari miliardi di dollari con la Cina centrato sui giacimenti di gas della Siberia Orientale; la questione petrolifera è già stata coperta grazie all’oleodotto East Siberian Pacific Ocean (ESPO). Putin sa che per la Cina – per quanto riguarda la garanzia energetica – questo accordo è un contraccolpo vitale contro l’ombrosa “avanzata” di Washington verso l’Asia.
Putin farà anche di tutto per consolidare il gasdotto South Stream – che alla fine costerà la cifra sbalorditiva di 22 miliardi di dollari (l’accordo tra gli azionisti è già stato firmato tra Russia, Germania, Francia e Italia. Il South Stream è gas russo portato dalle acque del Mar Nero alla parte meridionale dell’UE, attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovacchia). Se il South Stream avrà successo, l’oleodotto rivale, il Nabucco, subirà uno scacco matto; un’importante vittoria russa contro la pressione di Washington e dei burocrati di Bruxelles.
La partita è ancora aperta nell’intersezione cruciale tra geopolitica radicale e Pipelinestan. Ancora una volta Putin dovrà affrontare un altro processo di pace, la Nuova Via della Seta che non è proprio un successo (vedi US’s post-2014 Afghan agenda falters, Asia Times Online, 4 novembre 2011).
E dopo c’è la grande incognita, l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO). Putin vorrà che il Pakistan diventa un membro effettivo, così come la Cina è interessata a incorporare l’Iran. Le ripercussioni sarebbero trascendentali, quando Russia, Cina, Pakistan e Iran coordineranno non solo la loro integrazione economica ma anche la reciproca sicurezza all’interno di una SCO rafforzata, il cui motto è “non allineamento, non scontro e non interferenza negli affari degli altri paesi”.
Putin ritiene che se la Russia, l’Asia Centrale e l’Iran controlleranno almeno il 50% delle riserve di gas del pianeta, e con l’Iran e il Pakistan come membri effettivi della SCO, tutto si fonderà sull’integrazione dell’Asia, se non dell’Eurasia. La SCO si trasforma in una forza motrice economica e di sicurezza mentre, parallelamente, il Pipelinestan accelera la piena integrazione della SCO come colpo di risposta diretto alla NATO. Gli stessi protagonisti regionali decideranno cosa avrà più senso, se questo o una Nuova Via della Seta inventata a Washington.
Che non ci siano dubbi. Dietro l’interminabile demonizzazione di Putin e la miriade di tentativi per delegittimare le elezioni presidenziali della Russia, si nascondono alcuni settori davvero infuriati e potenti delle elite di Washington e anglo-statunitensi.
Sanno che Putin sarà un negoziatore problematico su tutti i fronti. Sanno che Mosca cercherà sempre di più una coordinazione stretta con la Cina: sulle frustranti e permanenti basi della NATO in Afghanistan; sul facilitare l’autonomia strategica del Pakistan; sull’opposizione alla difesa missilistica; sul garantire che l’Iran non venga attaccato.
Sarà il demonio prediletto perché non ci potrebbe essere un rivale più formidabile ai piani di Washington sullo scenario mondiale, che si chiamino Grande Medio Oriente, Nuova Via della Seta, Dominio a Spettro Completo o Secolo Pacifico degli Stati Uniti. Signori e signori, aspettiamoci un fracasso.
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Afghanistan: 20 soldati Usa coinvolti
nella carneficina di Kandahar
KABUL
– Una commissione d’indagine afgana ha accertato che circa 20 soldati americani
sarebbero coinvolti nella strage di 16 civili avvenuta domenica scorsa a
Kandahar e che è stata presentata dagli americani come l’atto folle di un
singolo soldato. Secondo Press TV, la
commissione, incaricata di indagare sul fatto dal Parlamento afgano, dichiara
che è assolutamente certo che l’assurda strage non può essere stata compiuta da
una sola persona. Le forze militari Usa, però, insistono nel dire che si sia
trattata dell’azione di un solo soldato. Mentre i capitribù di Kandahar hanno
messo in guardia il governo afgano e la comunità internazionale, chiedendo che
venga fatta giustizia nell’interesse della pace e della stabilità del paese, i
talebani, hanno promesso vendetta.
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Nel
tentativo di comprendere cosa accade in questi giorni in Siria, ho deciso di
rivolgere alcune domande al dott. Talal Khrais. Giornalista laico e
corrispondente in Italia del libanese As-Safir, responsabile esteri di
Centro Italo-Arabo e del
Mediterraneo* e relazioni internazionali per la sede sarda di
Assadakh.
di Marco Di Donato (CISIP)
Talal Khrais ha gentilmente risposto alle mie domande, provando a descrivere da un punto di vista inedito la situazione siriana.
Grazie alle attività del suo centro infatti, ma soprattutto grazie alla sua enorme esperienza sul campo, quest'intervista assume un valore particolare.
Il dott. Khrais è infatti stato recentemente in Siria e ci ha potuto descrivere, come pochi altri possono oggi fare, come la situazione sia sul campo.
Parlando con la gente, guardando ed osservando le cose in prima persona può fornirci testimonianze dirette. Ci ha spiegato cosa sta succedendo ad Homs e perché secondo lui, che pur riconosce la legittimità della protesta pacifica, oggi ci troviamo anche dinanzi ad una guerra fatta su procura dei poteri occidentali.
Cosa sta accadendo in Siria in queste ultime settimane?
Frequento la Siria dal 1984. In Italia si parla poco del fatto che questo paese è nell'occhio del ciclone dal 1967, anno in cui Israele occupò vasti territori arabi. Per far fronte alla superiorità militare di Tel Aviv, il governo di Damasco si alleò con l’Unione Sovietica scegliendo un modello socialista per creare una base socio-economica allargata ed un sistema di garanzie sociali.
Il regime credeva che sfamare la gente e creare occupazione fosse sufficiente per rispondere alle esigenze del popolo siriano.
Dopo la morte del padre Hafez al Assad, il figlio Bashar ha fatto delle riforme economiche che hanno contribuito alla crescita delle piccole e medie imprese, ma senza toccare l’art 8 che garantiva il dominio del partito Baath al potere.
L’art. 8 è stato superato con il referendum del 26 febbraio 2012 sulla nuova Costituzione prevedendo una chiara partecipazione di tutte le forze politiche attraverso un inedito multi-partitismo.
All’inizio del conflitto interno, esattamente un anno fa, sono cominciate le manifestazioni che personalmente considero legittime e giuste.
I manifestanti infatti rivendicavano più libertà. Tuttavia, parallelamente, in Siria si preparava una guerra, una guerra per procura, semplicemente per rompere la forte alleanza tra Siria, Iran e Hezbollah.
Un'alleanza che aveva cambiato gli equilibri politici regionali nella guerra del 2006, quella tra Hezbollah e Israele, con lo Stato ebraico che usciva sconfitto dal confronto con migliaia di combattenti della milizia islamica libanese.
Secondo i dati della Croce Rossa si parla di migliaia fra morti e feriti, lei ha dati diversi o maggiormente precisi in merito?
Noi corrispondenti che ci occupiamo di conflitti conosciamo bene le conseguenze di una guerra. In Siria esiste una vera guerra. Non penso che l’esercito siriano, uno dei più grandi e più numerosi del Medio Oriente, stia affrontando da un anno solo manifestanti ed un'opposizione pacifica .
Quando nel 1976 l’esercito siriano occupò il Libano riuscì, malgrado la feroce opposizione armata dell’OLP e del Movimento Nazionale Libanese, a controllare ogni quartiere di Beirut in soli 15 giorni.
Quando sono stato in Siria il mese scorso mi sono reso conto che non si tratta solo di manifestazioni o di forme di opposizione pacifica, ma di una guerra sofisticata contro il regime. Ho visto civili innocenti morti, ma tanti altri militari siriani uccisi da bande armate.
Il paese è davvero sull'orlo di una guerra civile? Secondo la sua esperienza sul campo, quanta gente supporta il regime di Assad e quanta vuole invece la sua caduta?
Finora, ad un anno di distanza dall'inizio del conflitto interno, non vediamo fenomeni simili a ciò che avvenuto in Libia o altri paesi arabi. Ad esempio nessun diplomatico ha disertato e l’esercito libero della Siria, capeggiato da un generale a cui vengono attribuiti i recenti attentati (compiuti in realtà da altri), è un fenomeno limitato.
L’Occidente è miope e partecipa ad interventi militari contro altri Paesi senza comprenderne le conseguenze.
Si chiede al presidente siriano di andarsene. Un presidente che ha l’appoggio di una ampia base popolare e il sostegno del 90% dei militari perché mai dovrebbe lasciare?
Lasciare significherebbe far regnare il caos. Il cambiamento deve arrivare quando la società civile è matura e quando si terranno libere elezioni. Andarsene e lasciare il paese nel caos, quello si significherebbe scatenare una vera e propria guerra civile.
Ci spiega cosa è accaduto e cosa sta accadendo ad Homs?
La situazione senza dubbio a Homs, e nel quartiere di Baba Amr, è la più tragica, dove la popolazione sta pagando il prezzo più alto.
Dopo l’evacuazione di Homs da parte dei gruppi armati si è scoperto che la città era un quartiere generale con depositi di armi sofisticate e i cosiddetti passaporti per il paradiso (spesso usati da attentatori suicidi) con reti di collegamento sotterranee lunghe ben dieci chilometri.
Secondo lei sono veritiere le notizie che vorrebbero truppe speciali di Gb e Qatar al finaco dei ribelli?
Si, penso che truppe e armi di nazioni straniere si trovino sul territorio siriano. Sia il Qatar che l’Arabia Saudita non nascondono il loro diretto sostegno ai ribelli, mentre sia Londra che Parigi hanno finora garantito forme di sostegno indiretto.
Qual'è una via di uscita possibile a questa crisi che ormai dura da più di un anno?
La crisi può essere risolta solo con una soluzione politica. Oggi l’Occidente vuole imporre solo sanzioni, mentre Cina e Russia sostengono la riconciliazione nazionale. A mio parere non esiste una altra via della situazione siriana, poiché forzando la mano il rischio è quello di destabilizzare tutta la regione.
*Assadakah - Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo - è un'associazione italo-araba senza fini di lucro, con sede a Roma, Cagliari e Lecce, che oggi portano insieme dopo l’intesa tra le tre filiali il nome Federazione Assadakah. Insieme ai rappresentanti all’estero nei paesi arabi anni opera nella realtà italiana per la promozione di scambi culturali, politici ed economici tra l'Italia ed i paesi arabi e del Mediterraneo. A tal fine, l'associazione organizza incontri, conferenze, studi, promuove iniziative e viaggi, sollecita contatti tra le realtà politiche ed imprenditoriali ed elabora progetti di cooperazione internazionale, volti alla reciproca conoscenza e all'interscambio, infine realizza progetti di cooperazione allo sviluppo.
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Così l'Africa vende i suoi contadini
In
Liberia da mesi gli abitanti della regione occidentale di Grand Cape Mount
County rivendicano il diritto di tornare a vivere e lavorare nelle loro terre
ancestrali ora coltivate a palma da olio dalla multinazionale malese Sime Darby
e tentano di impedire che le colture vengano ulteriormente estese.
Se la multinazionale avesse creato posti di lavoro e sviluppo economico, nessuno si sarebbe lamentato, pur criticando il fatto che il governo abbia stipulato i contratti di concessione delle terre senza consultare le comunità locali. Invece la Sime Darby, per far spazio alle proprie piantagioni, ha espulso con la forza migliaia di contadini, senza neanche rispettare l’impegno preso di risarcirli con somme di denaro.
Non è un caso isolato. In Liberia dal 2006 il governo ha venduto o affittato a privati stranieri più di un terzo delle terre coltivabili e delle foreste del Paese. Inoltre il fenomeno - chiamato "land grabbing", in italiano "accaparramento di terre" - riguarda tutto il continente africano. Ad acquistare e affittare i suoli africani, oltre ai privati, sono anche diversi stati indotti a farlo o per scarsità di terre coltivabili, come nel caso dell’Arabia Saudita, o per necessità di incrementare la produzione agricola a fronte di una maggiore domanda interna, come nel caso della Cina e di altri paesi emergenti. Una delle spinte all’espansione del land grabbing è inoltre data dalla crescente richiesta di biocarburanti, la cui produzione necessita di enormi estensioni di terra.
Uno studio realizzato dalla Rights and Ressources Initiative, un gruppo di organizzazioni non governative, e pubblicato all’inizio di febbraio rivela che in 35 stati dell’Africa subsahariana in questi ultimi anni i governi, approfittando di sistemi fondiari malfunzionanti e soprattutto abusando dei poteri di cui dispongono, hanno confiscato il meglio e la maggior parte di quel un miliardo e quattrocento milioni di ettari di terre agricole dalle quali dipende la sopravvivenza di 428 milioni di contadini poveri, poco più della metà della popolazione subsahariana.
È ovvio che se le
terre concesse sono coltivabili, meglio sarebbe se fossero gli africani
a farle fruttare e a venderne i raccolti. Il loro affitto può ammontare anche
solo a uno o due euro all’anno per ettaro. Oltre tutto viene incassato dai
governi e si sa quanto poco delle risorse di uno stato africano vada speso in
politiche sociali ed economiche utili allo sviluppo e al benessere collettivo.
Per di più molti governi stipulano i contratti senza esigere garanzie a tutela
dell’ambiente e senza neanche preoccuparsi di sapere a che uso verranno
destinati, lasciando i proprietari o i locatari liberi di inquinare e sfruttare
senza criterio i terreni. Nella migliore delle ipotesi, una parte degli abitanti
delle terre cedute trovano lavoro come braccianti, a meno che invece vengano
impiegati degli immigrati dei paesi acquirenti, come succede di solito con i
terreni acquisiti ad esempio dalla Cina. Il dramma è che invece, nel
disinteresse dei loro governi, spesso le popolazioni locali sono costrette a
lasciare abitazioni, pascoli e campi senza quasi preavviso, come è capitato ai
contadini liberiani di Grand Cape Mount County, senza ricevere risarcimenti e
senza che vengano predisposti programmi di reinsediamento in nuove aree
attrezzate e servite da infrastrutture. Dei 35 stati studiati dalla Rights and
Ressources Initiative, soltanto nove risultano essersi minimamente preoccupati
dei diritti delle comunità rurali e della loro sorte.
A queste condizioni i
terreni affittati e venduti non solo non rendono, ma impoveriscono i
Paesi e i loro abitanti. Come è noto, inoltre, aver sottratto per produrre
biocarburante così tanti suoli ai raccolti alimentari destinati alla sussistenza
e ai mercati ha contribuito all’aumento dei prezzi dei generi alimentari,
aggravando l’impatto delle carestie e in genere il problema della fame nel
continente. Un’altra conseguenza negativa, dagli effetti devastanti, è il
moltiplicarsi delle razzie di bestiame e degli scontri armati tra comunità
tribali per appropriarsi delle terre agricole e dei pascoli residui.
Di tutto questo quasi sempre si incolpano le multinazionali con i loro
“insaziabili appetiti” e il modello di sviluppo occidentale che costringe a
produrre e a consumare sempre di più. Tuttavia è innegabile che del land
grabbing siano responsabili prima di tutto e principalmente i governi
africani che, dopo le risorse del sottosuolo, ora svendono anche le loro terre.
È da evidenziare che lo stanno facendo proprio mentre chiedono aiuto alla
comunità internazionale, spiegando in tutte le sedi internazionali la necessità
di investire nell’agricoltura, nelle piccole imprese agricole a conduzione
familiare, per combattere la fame e a tal fine chiedendo incessantemente sempre
nuovi contributi finanziari.
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Il "patrono" della libertà religiosa
Un
anno fa veniva assassinato Shabhaz Bhatti (1968-2011), il ministro per le
Minoranze religiose del Pakistan, cristiano, cattolico. Venne abbattuto, perché
attraverso un incarico di governo interpretato secondo una precisa idea della
politica, aveva osato affermare pubblicamente che ciò che anima l’uomo, sotto
ogni sole e in ogni tempo, è quell’irriducibile libertà di rapportarsi al
Signore del tempo e delle cose che ne fa un essere naturalmente e
strutturalmente religioso. Molto più, cioè, di una banale "libertà di
coscienza": si tratta infatti di quella libertà suprema e fondamentale che
consiste nel corrispondere all’elezione con cui Dio onora ciascuna persona,
dapprima chiamandola all’essere, poi accompagnandola provvidentemente per i
giorni che gli concede, infine convocandola per il giudizio finale particolare
in vista di quello definitivo universale.
Bhatti ha offerto la propria vita in olocausto affinché sia continuamente possibile qui e ora l’epifania di questa totale signoria di Dio sulla storia delle sue creature. Bhatti ha militato e lottato per garantire a ogni persona lo spazio necessario ad affrontare adeguatamente la questione fondamentale dell’esistenza: il rapporto con Dio che dà senso alle cose. Solo l’otium che libera da quelle che san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) apostrofava come le «maledette occupazioni» quotidiane può infatti garantire l’onestà necessaria ad affrontare bene - direbbe il filosofo Josef Pieper (1904-1997) - la "questione Dio", e quindi a decidersi per il "Dio giusto", quello vero, l’unico. La libertà religiosa per tutti, in particolare per le conculcate, vessate e perseguitate minoranze religiose che si trovano a vivere come isole in un oceano ostile, è insomma il prerequisito fondamentale per la missione, per l’evangelizzazione.
Bhatti lo ha capito nel profondo, con il cuore oltre che con la mente, e si è dato tutto per i diritti basilari - quelli religiosi - delle minoranze del suo Pakistan non solo perché così ha sperato di lucrare vantaggi per la minoranza a cui egli stesso apparteneva, ma soprattutto perché era convinto che la libertà di adorare Dio secondo coscienza fosse - come la tradizione e i dottori del pensiero cristiano hanno sempre affermato, sostenuto e difeso - un bene inalienabile in sé. L’unico che conduce al Dio vero, Gesù Cristo incarnato, morto e risorto.
Bhatti ha dato la vita per cercare di garantire a tutti l’occasione della propria vita: la conversione a Cristo che senza il preambulum fidei della libertà non è concretamente possibile. Chi ha fermato questa sua piccola grande crociata probabilmente aveva capito, se non altro intuito, e per questo ha odiato. Ce lo dice scopertamente la Chiesa Cattolica del Pakistan, che infatti da mesi ha presentato al Santo Padre la richiesta di proclamare martire Shabhaz, onorandolo come «patrono della libertà religiosa». Un titolo sublime, che non è certo una versione riveduta e corretta della vera fede ai tempi dell’ecumenismo, ma l’intuizione più profondamente adatta alle cogenze dell’ora presente, come sempre ha fatto nella storia la Chiesa madre e maestra, esperta di umanità oltre che - il va sans dire - di santità.
Accade però sempre nella storia del popolo cristiano che la Chiesa riconosca e benedica esperienze in atto, gesti vissuti e pratiche condivise, agendo all’esatto contrario dell’illuminismo che prima sogna l’inesistente e poi cerca di imporlo alla realtà. Affinché Shabhaz Bhatti venga riconosciuto dalla Cattedra di Pietro «martire e patrono della libertà religiosa» bisogna che il popolo cristiano cominci da sé a farlo, a venerarlo, a pregarlo. La Chiesa Cattolica che è in Pakistan ha già cominciato, a noi non resta che seguirla. Perché la cosa più stupefacente dell’intero martirio di Bhatti è che noi che ancora non godiamo della visione beatifica del Signore di tutto abbiamo però da un anno esatto a questa parte un protettore celeste in più, un patrono che ci guida, ci conduce e ci ispira nella nostra battaglia quotidiana, sia essa culturale, giornalistica, o altro, per l’affermazione della libertà religiosa che è conditio sine qua non dell’evangelizzazione, della conversione e dell’adveniat regnum tuum.
Dal giorno in cui Bhatti ha offerto la propria vita per questa verità, l’esigenza di una libertà autentica per tutti, la necessità che siano garantiti i diritti di Dio che fondano quelli dell’uomo, la possibilità di esprimere la propria fede in piena coscienza e la Signoria dolce di Cristo sulla storia non hanno infatti smesso di avere nemici feroci, mitra in mano o giacca e cravatta indosso. La lotta contro la cristianofobia e per la libertà religiosa nel mondo resta dunque la battaglia campale del nostro tempo. L’esempio del martire Shabhaz Bhatti ci insegna come combatterla attraverso una frase del suo testamento spirituale che potrebbe essere la preghiera da rivolgergli: «Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire».
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«È il crollo di un mondo. Forze immense stanno per scatenarsi»
Così
parla Frédéric Lordon, famoso economista francese, direttore delle ricerche del
CNRS, in una lunga intervista alla Revue des Livres. A proposito delle forze che
stanno per scatenarsi, ecco cosa prevede:
«Se, come si poteva prevedere dal 2010 col lancio dei piani di austerità
coordinati, lo scacco annunciato conduce ad un’ondata di default sovrani,
seguirà immediatemente il collasso del sistema bancario (o li precederà, per
semplice effetto d’anticipazione degli investitori); e questo, contrariamente a
quello del 2008, sarà irrecuperabile, perchè gli Stati (che hanno salvato le
banche nel 2008, ndr) sono finanziariamente a terra. Allora non resterà altra
alternativa che l’emissione monetaria massiccia, oppure l’esplosione della zona
euro se la Banca Centrale Europea (e la Germania) rifiutano questa prima
soluzione.
«In un week-end cambierà letteralmente il mondo e vedremo cose inaudite:
re-instaurazione del controllo sui capitali, nazionalizzazioni-lampo o
addirittura requisizioni di banche, riarmo delle Banche Centrali nazionali –
misura che segnerà da sè la fine della moneta unica – la dipartita della
Germania seguita da qualche satellite, la costituzione di un blocco euro-sud
oppure il ritorno alle monete nazionali. Quando avverrà? Nessuno può dirlo con
certezza (...) ma tra sei o dodici mesi, quando s’imporrà la constatazione della
recessione generale, risultante dalla austerità generalizzata, e gli investitori
vedranno salire irresistibilmente le ondate dei debiti pubblici che si supponeva
di arrestare con le politiche restrittive, la consapevolezza dell’impasse totale
che albeggerà in quel momento porterà gli operatori stessi a dichiarare una
‘capitolazione’, ossia alla loro fuga massiccia dai mercati-titoli, e per il
gioco dei meccanismi di propagazione creati dalla finanza liberalizzata, una
dislocazione totale dei mercati dei capitali, in tutti i settori.
«E nel frattempo si accumulano le tensioni politiche – fino al punto di rottura?
Come ogni soglia critica a livello storico-sociale, non si sa in anticipo dove
essa si trova nè cosa ne determina il superamento. La sola cosa certa è che la
spossessione generalizzata della sovranità (per opera della finanza come
dell’Europa neo-liberale) taglia in profondità i corpi sociali... i corpi
sociali aggrediti dal liberalismo finiscono sempre per reagire, e a voltre
brutalmente, in proporzione a quello che in precedenza hanno sopportato e
accumulato (...). Non si possono lasciare i popoli durevolmente senza soluzione
di sovranità – sia nazionale o d’altro tipo – senza che la recuperino a tutta
forza e in forme che non saranno belle da vedere.
«... Quella che vien chiamata ‘crisi dell’euro’ non è in prima istanza una crisi
monetaria. Una delle stranezze degli eventi attuali è che la moneta europea non
viene rifiutata affatto, nè dai residenti della zona nè dagli investitori
internazionali, e lo dimostra la paritò euro-dollaro, che a parte qualche
fluttuazione, si mantiene. È un fatto: non c’è (per ora) fuga dall’euro. Se ci
sarà, sarà come sviluppo terminale di una crisi la cui natura è altra. Quale? La
risposta è che si tratta di una crisi istituzionale.
«È il quadro istituzionale della moneta unica, come comunità di politiche
economiche, che minaccia di volare a pezzi in seguito a crisi finanziarie aventi
come epicentro i debiti pubblici e le banche. Se l’euro esplode, sarà per
default sovrani che trascineranno crolli bancari – a meno che questi non vengano
prima, per anticipazione dei default sovrani. In ogni caso il cuore della cosa
sarà ancora una volta il sistema bancario, e l’impossibilità di lasciarlo andare
in rovina, perchè la rovina totale del sistema bancario ci porterebbe in cinque
giorni all’equivalente ineconomia dello stato di natura. Ma ciò non deve
significare ‘rimetterlo sui binari per un altro giro’, senza cambiarne le
regole.
«Anzi, approfitto per dire che, dopo avermi fatto per lungo tempo paura, la
prospettiva di questo collasso quasi quasi mi piace, perchè creerà infine
l’occasione di nazionalizzare integralmente il sistema bancario per pura e
semplice requisizione (senza indennizzo) (...). Nell’ipotesi del collasso
bancario, si tratta di sapere quale sarà – in assenza degli Stati, essi stessi
rovinati – l’istituzione capace di organizzare la riattivazione delle banche per
far loro riprendere l’attività di fornitura del credito. In questa ipotesi, non
ne resta che una: la Banca Centrale Europea. Non dovrà solo assicurare alle
banche un sostegno di liquidità (lo sta già facendo) ma liberarle degli attivi
svalorizzati e ricapitalizzarle. Inutile dire che, data la scala del settore
bancario intero, si tratta di un’operazione di creazione monetaria massiccia a
cui bisognerà consentire. La BCE è pronta a questo?
Sotto l’egemonia tedesca, direi di no. Ma l’urgenza estrema di restaurare nella loro integrità gli incassi monetari e di ristabilire il funzionamento del sistema di pagamenti richiederà un’azione ‘in giornata’! Significa che le lunghe tergiversazioni per ‘parlare ai nostri amici tedeschi’ o rinegoziare un trattato, saranno sparite dalla lista delle soluzioni pertinenti. Di fronte a quelli che si devono identificare come interessi vitali del corpo sociale, uno Stato, di fronte al non-volere della BCE, prenderebbe immediatamente la decisione di riarmare la propria Banca Centrale per farle emettere moneta in quantità sufficiente e ricostituire al più presto un troncone di sistema bancario capace di operare. La Germania, osservando nella zona una o due fonti di creazione monetaria fuori controllo, ossia di euro impuri suscittibili di corrompere gli euro puri di cui la BCE ha sola il privilegio di emissione, decreterebbe immediatamente l’impossibilità di restare in una tale ‘unione’ monetaria divenuta anarchica e l’abbandonerebbe subito, per rifare un blocco con qualche seguace selezionato sul momento (Austria, Olanda, Finlandia, Lussemburgo). Quanto alle altre nazioni, dovranno allora scegliere fra ricostituire un blocco alternativo oppure tornare ciascuna al proprio destino monetario; la Francia cercherà in tutti i modi di imbarcarsi con la Germania, senza la minima sicurezza di essere accettata a bordo (...)».
Se volete leggere il resto, qui:
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Unione Europea: “L’euro contro l’Europa” di Roberto de Mattei
Vent’anni
fa, l’idea di poter girare l’Europa senza continuare a rivolgersi all’ufficio
cambi sembrava meravigliosa; quindici anni fa, dopo l’attacco contro la lira
organizzato dallo speculatore George Soros, l’idea di un un’unica valuta europea
sembrava mettere al riparo da futuri attacchi della finanza internazionale. Nove
anni fa, dopo dodici mesi di euro che di fatto si era imposto con il cambio a
mille lire e non a 1930,27, con un conseguente aumento dei principali beni di
consumo di quasi il 100%, molti entusiasmi iniziarono a smorzarsi. Ai nostri
giorni il gradimento della moneta unica, vista dai più come fonte di sacrifici
non ripagati, è al minimo storico.
Roberto de Mattei non ha dovuto aspettare tutto questo tempo per rendersi conto dei problemi che la nuova moneta avrebbe comportato: euroscettico della prima ora, già nel 1992 inviò ai parlamentari europei una lunga lettera aperta in cui sottolineava vari punti negativi del Trattato di Maastricht (1991). Ora tale lettera, di drammatica attualità, è riproposta dall’editore Solfanelli assieme ad altri scritti di Roberto de Mattei sullo stesso argomento (L’euro contro l’Europa. Vent’anni dopo il Trattato di Maastricht (1992-2012), Solfanelli, Chieti 2012, p. 72, € 8).
La principale domanda che lo studioso si pone è: di quale Europa parliamo? Naturalmente – purtroppo – siamo lontani da quell’Europa sinonimo di Cristianità: l’Europa dei burocrati, anzi, è fondata su radici nichiliste (come ben sappiamo, la semplice menzione delle radici cristiane del nostro continente è stata addirittura rifiutata nella Costituzione europea del 2003 proprio per l’opposizione di due Paesi che al cristianesimo – ed al cattolicesimo in particolare – debbono la propria nascita ed il proprio sviluppo: la Francia ed il Belgio), su una concezione puramente mercantilistica dell’uomo.
Paradossalmente, questo tipo di unione rischia di portare, anziché all’unificazione, ad un «processo di disgregazione degli Stati nazionali: e poiché l’Europa non può prescindere dagli Stati nazionali, che ne costituiscono l’ossatura, la liquidazione di questi Stati equivale alla distruzione dell’Europa condotta in nome dell’Europa stessa!» (p. 13)
Parimenti, l’esproprio della sovranità monetaria postula il successivo esproprio della sovranità politica e giuridica (pensiamo solo al famigerato mandato di cattura internazionale, in base al quale si può essere arrestati ed estradati per un atto commesso nel proprio Paese, dove non costituisce reato, ma che è considerato perseguibile dalla legislazione di un altro Paese aderente). Il fine sarebbe quello di realizzare un «megastato europeo» al cui interno si esistono tanti «microstati regionali», come ha teorizzato da anni la sinistra postmoderna.
Il progetto prevede anche di facilitare la concessione della nazionalità agli extracomunitari, in particolar modo a quelli di religione musulmana, con la conseguente trasformazione dell’Europa in “Eurabia”, come l’ha definita la saggista Bat Ye’or.
Ma il volume proposto da Solfanelli non raccoglie solo interventi del passato – quasi a formare un nostalgico «ve l’avevo detto!» – bensì si spinge fino ai nostri giorni, sottolineando come proprio nell’anno che ha visto le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità italiana, il suo principale incensatore, Giorgio Napolitano, abbia contribuito, con la nomina di Mario Monti, perfetta espressione dei “poteri forti”, all’abbattimento della sovranità politica italiana: «gli stessi “poteri forti” che, per liquidare i sovrani legittimi diedero nell’Ottocento il loro sostegno ideologico e finanziario all’unificazione, oggi vedono nello smantellamento dello Stato nazionale una nuova tappa per realizzare l’utopia della mazziniana Repubblica universale» (p. 51).
Insomma, non c’è via d’uscita dal tunnel che ci porta verso la dissoluzione dell’Europa? La via esiste, se si ci rende conto che è possibile rinunciare a certi dati che la stragrande maggioranza di noi ritiene (a torto) irreversibili: dal Trattato di Maastricht alla stessa moneta unica. (Gianandrea de Antonellis.)
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L’Iran è entrato nella zona d’immunità.
In Israele inizia il countdown
Quando
l’impensabile accadrà, il mondo avrà solo quindici minuti per accorgersi di non
averci pensato abbastanza. Quindici minuti necessari al sistema radar israeliano
Blue Eyes per intercettare qualsiasi movimento sul suolo iraniano, quindici
minuti il preavviso massimo che Mike Mullen, Capo di Stato Maggiore americano,
ha garantito ad Obama e Panetta rispetto all’inizio dello
strike israeliano. Quindici minuti per rendersi conto che la nostra
vacanza dalla storia è finita, ancora una volta.
Il più piccolo avamposto occidentale in Medio Oriente è alla vigilia di una nuova guerra dei Sei Giorni, così scrive Niall Ferguson, eccentrico storico di Harvard, uno dei più influenti intellettuali del mondo. In un visionario articolo, Ferguson immagina la telefonata tra Mullen e Obama: “Signor Presidente, gli F-16 israeliani sono in volo verso le centrali sotterranee iraniane”. La prima risposta di Obama è stizzita nei toni e chiara nel messaggio “che facciano da sé”. Poi, dopo un rapido consulto con il suo spin doctor, è lo stesso Obama a richiamare Mullen: “Ok, quante bunker buster vi servono?”
Quando l’orologio nucleare degli Ayatollah varcherà la soglia d’immunità, anche l’orologio di Netanyahu e di Obama segneranno di colpo la stessa ora e in quel momento il countdown sarà terminato.
Il suono delle sirene dell’Home Front Command avvertirà dell’arrivo imminente dei missili Shahab 3 su Haifa, Tel Aviv e Gerusalemme. Le scritte luminose sui cellulari indicheranno il più vicino bunker. Il governo e gli Stati Maggiori dell’esercito israeliano saranno trasferiti in un ovattato rifugio sotterraneo nelle montagne della Giudea. In Israele è già iniziata la distribuzione delle maschere anti gas, le ambasciate a Tel Aviv hanno ricevuto la lista dei rifugi disponibili, ogni israeliano ha ricevuto a casa un manuale di sopravvivenza ad attacchi NBC (Nuclear Biological Chemical). Secondo Ehud Barak, se le istruzioni saranno seguite, ci saranno “solo” tra i cinquecento e i mille morti israeliani. Questo il Day After israeliano, paradossalmente, uno scenario auspicabile.
Ron Rosenbaum è uno scrittore acuto e irriverente che ha cercato le radici del male nella mente di Hitler e le radici del genio nelle opere di Shakespeare. Un suo articolo, Secrets of the Little Blue Box, ha ispirato Steve Jobs per quella fruttuosa idea chiamata Apple. Nel suo ultimo libro How the End Begins: The Road to a Nuclear World War III, cita Dante, Philiph Roth, Faust e Cormac McCarthy, tutti autori che si sono confrontati con il tema della Fine. Affronta il tema dell’Armageddon nucleare tra Israele e Iran come se si trattasse di un saggio di critica letteraria e, come nota Dwight Garner sul New York Times, sfoggia un’ironia amara, ma non ottusa. Un’ironia che fa i conti con la realtà.
Quando l’odio profetico degli Ayatollah si trasformerà in apocalisse sciita, per Israele potrebbe essere troppo tardi. La retorica intrisa di odio di Teheran mira ad estirpare il cancro sionista dalle cartine geografiche, e per farlo bastano due bombe. Oggi Teheran dispone di tutti i pezzi del puzzle per assemblare l’arma assoluta, deve solo decidere di farlo.
Scrive Giulio Meotti, giornalista del Wall Street Journal, in un lungo reportage pubblicato in Italia da Il Foglio che la ratio dell’attacco preventivo israeliano risiede nel diritto-dovere di un governo di proteggere la propria popolazione. Il piccolo Stato si richiama ad Hobbes, la legge internazionale non può essere un patto suicida, dato che consente – a certe condizioni – l’autodifesa.
La deterrenza nucleare funziona tra attori razionali. Quand’anche lo fosse, l’Iran non è percepito come tale. Se è razionale non è ragionevole. Non esistono canali di comunicazione e le distanze sono ridotte tra Gerusalemme e Teheran. Un asettico equilibrio della deterrenza si basa non sul reale utilizzo dell’arma assoluta, ma sul suo potenziale utilizzo. Questa è la lezione di Bernard Brodie – “il Clausewitz americano” – contenuta nel suo Strategy in the Missile Age. L’escalation verso la guerra totale è trattenuta dalla certezza di una second strike capability, una condizione che oggi sembra mancare.
Mentre il mondo ridacchia o distoglie lo sguardo, Teheran ha il potere di distruggere Israele. Un nuovo dottor Strangelove, nuovi fantasmi, nuove macchine per nuove paure.
Quando la primavera araba si trasformerà in inverno nucleare, per parafrasare Arthur Conan Doyle la terra urlerà di nuovo. Particelle di materia carbonizzate e polveri radioattive formeranno uno scudo impermeabile ai raggi solari, la temperatura atmosferica precipiterà bruscamente. Il grande freddo, il fallout nucleare. L’attività dei neutroni gamma continuerà sotto le incessanti piogge acide e nucleari, mentre – scrive Rosenbaum – sul volto di Hitler, dall’inferno, comparirà un compiaciuto sorriso.
Di fronte alla prospettiva di un inverno atomico, l’attacco preventivo non solo può apparire giustificato, ma auspicabile. Secondo Rosenbaum we are close to hell e Ferguson è d’accordo. La guerra è un male, ma a volte una guerra preventiva può essere un male minore rispetto ad una politica di appeasement.
Le obiezioni? La chiusura di Hormutz e l’impennata petrolifera? Gli arabi sono già pronti a subentrare a Teheran. Una recrudescenza islamica conseguenza dello strike israeliano? Secondo Ferguson non basterebbero le lacrime di tutti i coccodrilli africani per misurare la gioia sunnita per essersi sbarazzati di Ahmadinejad.
Tutto sembra pronto per la tempesta perfetta. Aprile maggio e giugno i mesi in cui avverrà lo strike aereo secondo quanto ha rivelato Barak a Panetta e l’attacco sulle sessanta centrali durerà 4 o 5 giorni. L’Iran è entrato nella zona d’immunità e l’America non ha fatto nulla per fermarlo. Charles Krauthammer ha detto che il countdown è ormai
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Afghanistan: rogo Corano, uccisi 2 soldati Usa nell'est
Kabul,
23 feb. - Un afghano che indossava l'uniforme dell'esercito ha ucciso due
militari dell'Isaf nella provincia di Nangarhar, nell'est dell'Afghanistan. Il
duplice omicidio e' legato alle violente proteste anti-americane scoppiate dopo
il rogo di alcune copie del Corano nella base Usa di Bagram.
L'Isaf non ha precisato la nazionalita' dei due soldati uccisi ma secondo l'emittente Cbs, che cita fonti afghane, si tratta di due militari americani. Altri 4 soldati Isaf sono rimasti feriti. AL VIA L'INCHIESTA NATO-GOVERNO KABUL Un team congiunto della missione della Nato in Afghanistan e del governo di Kabul ha iniziato l'inchiesta per capire cosa sia realmente accaduto. La Nato ha gia' chiesto scusa per l'accaduto ed e' partita l'inchiesta: mercoledi' il team congiunto Nato/governo afghano ha visitato il centro di detenzione delle truppe internazionali di Bagram, a una sessantina di chilometri da Kabul, per raccogliere informazioni sul modo in cui i militari si siano disfatti, la scorsa domenica, di una certa quantita' di materiale religioso.
L'inchiesta dovra' chiarire con esattezza quanto accaduto, ma un testimone ha
riferito che, dopo il rogo di varie copie del Corano e di altri libri religiosi
all'intero della base, i militari hanno trasportato all'esterno del complesso di
Bagram su un camion il materiale bruciato; e li' l'hanno trovato alcuni
impiegati afghani che non si sono lasciati sfuggire l'occasione di mostrarlo al
pubblico. Da qui le prime proteste, che hanno gia' causato vittime. Il governo
di Hamid Karzai tra l'altro martedi' ha ordinato l'apertura di un'inchiesta
sulle vittime. La profanazione del Corano, il libro sacro dell'Islam, e' in tema
molto 'sensibile' in Afghanistan. L'anno scorso, una ventina di persone, tra cui
7 dipendenti Onu, morirono nelle proteste scoppiate per il rogo di una copia in
una chiesa statunitense. I TALEBANI DOPO ROGO CORANI, UCCIDERE SOLDATI NATO Dopo
il rogo dei Corani nella base americana di Bagram, arriva la reazione dei
talebani: il movimento terroristico ha chiamato all'appello gli afghani perche'
"uccidano" i soldati stranieri in Afghanistan. "Per difendere il libro sacro, i
nostri coraggiosi uomini devono attaccare le basi militari degli invasori, i
loro convogli militari, uccidere i soldati, catturarli, malmenarli, per dare
loro una lezione su come non si deve dissacrare il Sacro Corano".
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Iran: Israele è pronta ad attaccare… E viceversa
Israele
è pronta a sferrare il suo attacco, l’Iran pure. Chi colpirà per primo?
La tensione tra le due nazioni è sempre stata alta, questo lo si sa, ma le
notizie delle ultime ore fanno capire che questa volta Gerusalemme e Teheran si
stanno preparando molto concretamente a una guerra. Da un lato,
la Repubblica islamica ha preso un impegno formale, con l’alleato siriano, ad
attaccare Israele su due fronti. Dall’altro lato il capo dell’intelligence
israeliana è volato a Washington per saggiare le reazioni americane in caso di
un attacco contro Teheran.
Cominciamo dal Mossad. All’inizio di questo mese Tamir Pardo, capo degli 007 israeliani, si è recato in una visita (non più) segreta a Washington. Pardo aveva incontrato alcuni vertici della politica e della Difesa americana per parlare del dossier Iran. In teoria gli incontri sarebbero dovuti rimanere riservati, ma è stata una senatrice democratica - Dianne Feinstein, ex sindaco di San Francisco - a rivelarli: durante una sessione pubblica della Commissione per l’Intelligence, la senatrice ha riferito di avere incontrato il capo del Mossad. A questo punto anche il direttore della Cia David Petraeus ha ammesso di avere incontrato il rappresentante israeliano, riferendo che Gerusalemme è sempre più preoccupata per le ambizioni nucleari iraniane.
Inoltre, è evidente che Israele sente di non potere contare troppo sul sostegno americano in un intervento contro Teheran: lo dimostra il fatto che recentemente il Mossad “ha cessato di condividere con gli Stati Uniti le informazioni sulla propria preparazione militare”, come rivela il quotidiano Haaretz.
Ma se Gerusalemme è pronta alla guerra, lo stesso vale anche per Teheran. Pare infatti che la Repubblica islamica abbia firmato un memorandum in cui si impegna ad attaccare militarmente Israele, in ritorsione a un’eventuale azione internazionale contro il regime siriano, stretto alleato degli ayatollah.
Secondo indiscrezioni diffuse dal sito Linkiesta, che cita come fonte il gruppo di hacker Anonymous, il “patto del diavolo” tra Damasco e Teheran prevede un attacco su tre fronti contro Israele: dall’Iran, dal Libano (dove il regime siriano controlla la milizia Hezbollah) e da Gaza, la base di Hamas. Per Gerusalemme si tratterebbe di fronteggiare la tempesta perfetta.
Difficile tuttavia pensare che sia un’eventualità cui gli israeliani non abbiano già pensato: colpire Teheran significa vedersela non solo con una possibile risposta militare iraniana, ma soprattutto con una risposta asimmetrica da parte delle milizie terroriste vicine agli ayatollah… Hamas, Jihad islamica, e soprattutto Hezbollah. Non c’è bisogno di avere accesso a informazioni riservate del Mossad per saperlo.
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Oblinger, il prete fedele interdetto dalla diocesi
Dal
18 gennaio scorso il sacerdote cattolico Georg Alois Oblinger, parroco di
Ichenhausen, nella diocesi di Augsburg, non può più scrivere per il settimanale
Junge Freiheit e prima di pubblicare qualsiasi testo deve ottenere il
nihil obstat dall’ordinariato della diocesi. Questa la volontà del suo
vescovo, Viktor Zdarsa. Le motivazioni si può dire siano state “suggerite” dal
giornalista Dominik Mai, che il 5 gennaio, sulla Augsburger Allgemeinen
ha attaccato una prima volta il parroco, perché reo di concedere la chiesa per
concerti a patto che non si applauda e di non permettere che al suo interno si
cantino canzoni profane. Di fatto però così facendo il parroco si attiene
semplicemente alle disposizioni della diocesi.
Ma è il successivo articolo di Mai che si capiscono i veri
motivi della messa all’indice: “Oblinger scrive per Junge Freiheit
prendendo posizione contro le coppie di fatto omosessuali, contro la pillola e
contro l’aborto”. Curioso che Oblinger venga accusato di scrivere per un
settimanale considerato dai professionisti dell’antifascismo di estrema destra e
tuttavia si batta contro fenomeni (l’ideologia della pillola e l’aborto) che in
Germania furono introdotti dal nazismo. Fondato nel 1986, Junge Freiheit
è diretto da Dieter Stein (di fede protestante) e oggi ha una tiratura di circa
ventimila copie. Negli anni la giovane redazione, del tutto indipendente da
lacci politici, è riuscita ad attrarre a sé autorevoli firme dell’ambiente
conservatore (la definizione di “konservativ” non ha nulla a che fare
con l’estrema destra) e liberale provenienti da testate come la Frankfurter
Allgemeine, Die Zeit e Die Welt.
Non mancano poi i cattolici. La sociologa Gabriele Kuby è tra
questi e di Oblinger dice essere “un sacerdote romano-cattolico che mette le
proprie doti intellettuali, i propri ampi interessi e la propria capacità di
scrivere al servizio dell’annuncio del Vangelo attraverso i media. Per un
vescovo questa sua disponibilità dovrebbe essere motivo di gioia. Invece no, gli
viene messo un bavaglio.” Tra gli altri cattolici collaboratori di Junge
Freiheit si distinguono il domenicano p. Wolfgang Ockenfels, docente
all’università di Treviri, il giornalista Jürgen Liminski impegnato da tempo in
battaglie a difesa della vita, Johanna Gräfin von Westphalen, ispiratrice della
“Fondazione Sì Alla Vita”, Mechthild Löhr, presidente di “Cristianodemocratici
per la vita” e Norberrt Geis, deputato al Bundestag per i cristiano-sociali
della CSU. Tra questi p. Ockenfels, che non è voluto entrare nel “caso Oblinger”
ma si è limitato a definire Junge Freiheit il legittimo prosecutore
dello storico settimanale Rheinische Merkur (fondato nel 1946 e chiuso
appena un anno fa, è stato un importante strumento culturale e d’informazione
per i cattolici tedeschi).
Tra le voci cattoliche sollevatesi per protestare contro
l’interdizione imposta a Oblinger spicca quella del filosofo Robert Spaemann, il
quale ritiene che la “scelta obbligata” per il vescovo sia quella di sospendere
il divieto. “Si tratta di un grave caso di diffamazione”, ha detto Speamann,
“che si va ad aggiungere ad una serie di altri nei quali coloro che all’interno
della Chiesa vengono considerati conservatori subiscono mobbing. Si deve reagire
perché casi come questo potrebbero fare scuola”. Di fronte alla stranezza per
cui un sacerdote fedele a Roma viene discriminato all’interno della stessa
chiesa cattolica, Spaemann carica di precise responsabilità i responsabili
ecclesiastici di Germania: “Suona assurdo, lo so, ma non è esagerato dire che
spesso i vescovi tedeschi sono più pronti ad ascoltare l’opinione pubblica non
cristiana che a restare fedeli al papa. Sullo specifico del caso Oblinger il
filosofo è convinto che il vescovo Zdarsa abbia agito “con leggerezza”, finendo
con l’essere vittima di “cattivi consiglieri”. Speamann si è detto poi colpito
dall’insinuazione secondo la quale Oblinger scriverebbe per un “giornale
estremista”. “Da parte mia auspico che Junge Freiheit non sparisca dal
panorama editoriale”.
Pensando alla chiesa cattolica il filosofo ha detto altrettanto
chiaramente che teme una “lotta senza quartiere” contro sacerdoti cosiddetti
“conservatori”. In molti casi la chiesa si dimostra troppo paurosa nel porsi al
cospetto dei propri membri. “E’ come se certe persone avessero interiorizzato a
tal punto Hans Küng che ritengono più importante la ‘sostenibilità’ della
verità. Quel che è certo è che l’interdizione imposta a Oblinger pone ancora una
volta al centro dell’attenzione una chiesa, quella tedesca, che finisce troppo
spesso con l’essere facilmente preda dello Zeitgeist (spirito del
tempo), una chiesa la cui volontà di “dialogare” col mondo si traduce da un lato
di frequente nella rinuncia alle proprie prerogative fondanti e dall’altro
invece nella chiusura aprioristica a qualsiasi confronto con ambienti non
graditi al mainstream, ai “Medienbosse” (i “boss dei media”), come li chiamano i
tedeschi.
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AMERICANI, INGLESI, ISRAELIANI E ALCUNI TRADITORI NEL MONDO ARABO STANNO AGGREDENDO LA SIRIA, CON LA COLLABORAZIONE DEI MEDIA OCCIDENTALI. E' VERO, ASSAD NON E' UNO STINCO DI SANTO COME NON LO ERA SUO PADRE, MA DALL'ESTERNO C'E' CHI SOFFIA SUL FUOCO FACENDO ARRIVARE ARMI, BANDE DI ASSASSINI E DENARO....
Gli
Stati Uniti e i loro alleati si stanno preparando ad attaccare la Siria nel
quadro del piano israelo-statunitense per destabilizzare la regione. Il pretesto
è come al solito “proteggere i civili” e stabilire una “democrazia” di tipo
occidentale. Ma naturalmente non c’è nulla di meno vero. L’obiettivo è quello di
rovesciare il governo siriano e sostituirlo con un governo fantoccio al servizio
degli interessi USA-Israele sionisti.
Si noti che, dato il sostegno della Siria alla resistenza libanese e palestinese
contro il terrorismo israeliano e i legami della Siria con l’Iran, il governo
del presidente Bashar al-Assad è considerato una “minaccia” per gli interessi di
Israele e degli Stati Uniti. Pertanto, un governo soggetto alle pretese
israelo-statunitensi è vitale per isolare l’Iran e per coprire l’espansione
sionista israeliana.
L’interferenza continua straniera negli affari interni della Siria, ci ricorda
la recente ingerenza criminale in Libia, iniziata con la costituzione di una
“no-fly zone”, un’invasione militare illegale della Libia. I resoconti dei media
affermano che gli Stati Uniti e Israele hanno arruolato mercenari sauditi e il
Libano per creare problemi in Siria e isolare il governo siriano dal suo popolo,
alimentando le divisioni settarie.
La campagna di demonizzazione condotta dagli Stati Uniti e dai loro alleati per
delegittimare il governo siriano, è simile alla campagna di demonizzazione
condotta contro la Libia. Il 25 novembre 2011, la Lega Araba, un’assemblea di
despoti illegittimi controllata dall’Arabia Saudita e da altri feudi petroliferi
ha escluso la Siria dalla Lega araba ed ha chiesto sanzioni diplomatiche ed
economiche contro di essa. Proprio come in Libia, l’esclusione della Siria dalla
Lega araba fornisce agli Stati Uniti e ai loro alleati la copertura per
attaccare la Siria e invadere di nuovo una nazione musulmana.
La Lega araba ha una lunga storia di tradimento e non corrisponde più a nulla.
Secondo Mahdi Darius Nazemroaya *”Sono Arabia Saudita e il Gulf Cooperation
Council (GCC), che hanno preso il potere nella Lega. Il GCC comprende i regni
petroliferi del Golfo Arabico: Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Barhein, Qatar, Oman
e Arabia Saudita. Nessuno di questi paesi è esemplare, per non parlare della
democrazia. I loro leader, insediati dagli Stati Uniti, hanno tradito i
palestinesi, hanno aiutato ad attaccare l’Iraq, hanno dato il sostegno ad
Israele contro il Libano, hanno distrutto la Libia e ora stanno cospirando
contro la Siria e i suoi alleati regionali.” Ha aggiunto: “[La Lega Araba] è
stata fagocitata da Washington e serve i suoi interessi e quelli dei loro
alleati, invece dei reali interessi arabi“. Come il GCC, la Lega araba è uno
strumento dell’imperialismo USA. Il suo intervento vergognoso contro la Siria
(una ripetizione del suo intervento vergognoso contro la Libia) è un atto di
guerra contro un altro paese arabo.
Il ruolo svolto dai despoti arabi sostenuti dagli Stati Uniti e guidati da
Arabia Saudita, Qatar, Giordania ed Emirati Arabi è spregevole. Ed è ironico che
questi despoti fingano di essere guidati dalle preoccupazioni per i diritti
umani e la democrazia in Siria. Decenni di repressione e sottrazione di beni e
risorse da parte dei singoli regimi dispotici, hanno portato ad alti livelli di
disuguaglianza e corruzione nei loro paesi. Nonostante la loro ricchezza, sono
paesi arretrati che hanno adottato lo stile di vita decadente dell’Occidente e
si sono sbarazzati dell’Islam. Hanno radunato una setta estremista (islamista)
che ha distrutto la grande religione islamica. Non sono dei leader eletti, ma
illegittimi che non tollerano alcuna opposizione al loro potere tirannico.
L’Arabia Saudita è, ovviamente, il regime più repressivo del mondo. È anche il
più stretto alleato degli Stati Uniti. Questa è una monarchia assoluta che
considera i diritti umani e la libertà come minacce alla corrotta classe
dirigente. Le donne saudite sono escluse dal lavoro regolare e la disoccupazione
giovanile è al 40%. Le leggi saudite dette “anti-terroriste” criminalizzare il
dissenso e autorizzano un lungo periodo di detenzione senza processo. I
dissidenti sono trattati con brutalità. Il 21 novembre 2011, le truppe saudite
hanno aperto il fuoco su una manifestazione pacifica in una provincia orientale
della Arabia Saudita, facendo quattro morti e diversi feriti. I leader sauditi
non tollerano il dissenso nei paesi vicini.
Nel marzo del 2011, le forze saudite hanno preso d’assalto il Barhein e
schiacciato brutalmente i dimostranti pro-democrazia. L’invasione è stata
incoraggiata e sostenuta dal governo statunitense. La relazione della
Commissione d’inchiesta indipendente in Barhein (CEIBS) ha cercato di
giustificare il comportamento e le leggi della monarchia assoluta. Tuttavia, il
rapporto ha osservato le “violazioni sistematiche dei diritti umani” durante gli
attacchi del governo contro i manifestanti. Il rapporto di 500 pagine descrive
le varie violazioni da parte del regime dispotico del re Hamad bin Isa
al-Khalifa. Secondo il rapporto, i detenuti, compreso il personale medico il cui
unico crimine era quello di aver curato i manifestanti, sono stati torturati e
abusati sessualmente. Il rapporto è stato subito sepolto dai media occidentali.
Passo dopo passo, il modello Libia viene riprodotto in Siria. Il 28 novembre, le
Nazioni Unite, il braccio armato dell’imperialismo statunitense, hanno accusato
le forze siriane, che difendono la nazione contro le bande armate terroristiche
siriane sponsorizzate dall’Occidente, di “crimini contro l’umanità”. Il rapporto
del cosiddetto “Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite” è interamente
basato su menzogne prodotte da espatriati siriani a Londra, Parigi e Washington.
Il rapporto accusa il governo di “atrocità”, ma non parla delle migliaia di
siriani, tra soldati e poliziotti, uccisi e torturati da bande armate. Lo scopo
principale della relazione è quello di demonizzare il governo siriano e di
giustificare l’aggressione militare occidentale. La relazione è stata subito
messa in circolazione dagli organi di propaganda occidentale, come la BBC, CNN,
Fox News, al-Jazeera e la stampa guidata dall’impero di Murdoch.
Il rapporto è una copia dei rapporti delle Nazioni Unite in Iraq e Libia prima
dell’invasione e della distruzione ad opera dei militari USA-NATO. Lo stesso
pacchetto di menzogne che sono state usate per giustificare la barbara
aggressione degli Stati Uniti contro l’Iraq, è stato riciclato contro la Siria.
Il rapporto è il preludio all’aggressione USA-NATO contro la Siria. Dov’era il
Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite durante il genocidio commesso
dagli Stati Uniti in Iraq? E’ chiaro che le Nazioni Unite coprono i crimini di
guerra dell’Occidente. La disinformazione gioca un ruolo importante nel
manipolare l’opinione pubblica e nel creare un clima di guerra. (....)
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gruppo terroristico fa esplodere un autobus di
militari a Sahnaya, alla periferia di Damasco
Un
gruppo terroristico armato ha fatto esplodere, nella mattina di ieri, con un
ordigno controllato a distanza, un autobus per militari vicino a Sahnaya, alla
periferia di Damasco, causando la morte di sei militari, fra cui due ufficiali
tenenti, e ferendone altri sei.
Un generale e un membro delle forze dell’ordine sono rimasti feriti ieri
nell’esplosione di due ordigni collocati da un altro gruppo terroristico lungo
la strada Balyon-Kamsafra, nella provincia di Idleb, e fatti esplodere con un
controllo a distanza.
Rietra nel piano di eliminazione dei quadri tecnici e scientifici del Paese l’uccisione ad Homs, da parte dei terroristi, dell’ingegnere agricolo Amal Isa, impiegata presso la Direzione dell’Agricoltura della città.
Il direttore della scuola superiore di Jasim, in provincia di Daraa, Nayf Al Danyfat, ha negato quanto diffuso dal canale Al Jazeera, secondo cui la scuola era stata presa d’assalto dalle forze di sicurezza e due persone erano state uccise.
Si chiariscono di giorno in giorno le prove circa
la natura dei gruppi terroristici armati e delle organizzazioni salafite ad essi
legate, sostenuti dai Paesi arabi e occidentali che cospirano contro il popolo
siriano e che fanno arrivare nel territorio siriano diversi tipi di armi, mezzi
di vandalismo e assassini.
Alcuni giorni dopo la scoperta dei rapporti di intelligence circa il
reclutamento e l’addestramento di mercenari e terroristi da parte di Stati
Uniti, Francia e Isralele, fra cui capi di milizie di delinquenti e prigionieri
criminali arabi e stranieri, in campi di addestramento in Turchia e Libano, con
finanziamenti dal Qatar, il giornale libanese Al Diyar ha diffuso la notizia
secondo cui un ufficiale iracheno, che faceva parte della delegazione di
osservatori della Lega Araba, ha accertato la presenza di mercenari, terroristi
e persone con precedenti penali provenienti dall’estero, che portano avanti
azioni di violenza e terrorismo in Siria.
Queste informazioni si aggiungono alle numerose prove che assicurano che
l’esercito siriano e le autorità competenti stanno fronteggiando gruppi
terroristici di diverse nazionalità e addestrati all’estero. Più di una volta
funzionari libanesi hanno confermato l’infiltrazione di membri di Al Qaeda in
Siria attraverso i confini con il Libano.
La cospirazione arabo-occidentale contro la Siria non si limita a far entrare
nel Paese terroristi e sicari provenienti dall’Afghanistan e dall’Iraq, ma si
estende anche all’ingresso di armi fabbricate dall’entità israeliana, i cui
funzionari ritengono che il cambiamento di regime in Siria favorirebbe gli
interessi strategici di Israele e aiuterebbe ad eliminare la Siria dall’asse
della resistenza senza doversi sporcare le mani, il che spiegherebbe
l’armamento, da parte di tale entità canaglia, dei gruppi terroristici armati.
Ciò è stato confermato in diverse occasioni, in cui le autorità competenti hanno
sequestrato armi di fabbricazione israeliana nei covi di organizzazioni
terroristiche ad Homs, Hama, Idlib, Duma e in altre zone.
Una troupe di giornalisti inglesi, spagnoli e
norvegesi ha visitato diverse zone della città di Daraa, rendendosi conto di
come la vita proceda nella città. Il gruppo, composto da cinque persone del
“Times” inglese, della televisione basca e del giornale “ABC” spagnoli e della
televisione norvegese TV2, hanno incontrato il governatore di Daraa, Mohammad
Khaled al-Hanous, che ha spiegato la situazione, sottolineando come le agende
straniere abbiano sfruttato quanto accaduto nella città, in cui sono stati
sabotati molti uffici pubblici, la maggior parte delle stazioni della polizia
sono state assaltate e incendiate e sono state prese di mira le forze
dell’ordine e l’esercito.
La troupe ha potuto visitare il palazzo di Giustizia, incendiato il 20 marzo
scorso, e la sede della radio e televisione, assaltata e incendiata l’8 aprile
scorso, oltre alla moschea Al Omary, nella città di Daraa, facendo un giro nei
mercati cittadini e incontrando la popolazione.
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L’accademico francese Pierre Piccinin ritiene che la vera immagine di ciò che sta accadendo in Siria non trova riflesso nei media arabi e nelle agenzie di stampa internazionali, che dipingono un quadro diverso dalla realtà e trasmettono un’immagine inesatta. Lo studioso, infatti, sostiene di non aver mai visto riportato nei media quanto lui stesso ha potuto vedere con i propri occhi a Homs, Hama e Damasco, dove gruppi armati fronteggiano le autorità governative. Nè si parla della debolezza dell’opposizione e delle sue divisioni e conflitti, così come delle reali dimensioni assunte dalle manifestazioni per le strade.
Nelle sue dichiarazioni al quotidiano turco “Hurriyet”, rilasciate dopo i suoi due viaggi in Siria, lo studioso francese ha messo in guardia dal ruolo sospetto giocato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, che manipola le fonti di informazione e fuorvia l’opinione pubblica, soprattutto in Europa, riportando notizie false ed esagerate e distorcendole o modificandone il contenuto, per trasmettere un’immagine falsa e fuorviante, costantemente tesa ad accusare le autorità governative e fornire un’immagine immacolata dell’opposizione.
Piccinin ha confermato di avere constatato in
prima persona il modo in cui le autorità si stanno comportando con i
manifestanti, in cui non ha riscontrato nessuna brutalità o repressione
sanguinosa, come invece sostiene l’opposizione, vedendo piuttosto tentativi di
disperdere le manifestazioni con l’uso di gas lacrimogeni e mai con le armi,
salvo in casi particolari e rari. Ha piuttoso constatato come le forze
governative si attengano in modo rigoroso all’ordine di non usare le armi per
evitare ferimenti, per quanto possibile.
L’accademico francese ha concluso dicendo che ciò che ha letto, nel giro di
diversi mesi, sulla stampa occidentale riguardo quanto accade in Siria, non era
veritiero. Il paese non sta vivendo una tragedia o una catastrofe e la
leadership siriana non è così debole da abdicare al proprio mandato, come
sostengono i media.
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Putin fa emettere un mandato di cattura
Internazionale nei confronti di George Soros
Le
speculazioni su questa notizia sono molte e le motivazioni penso siano più che
legittime e motivate, la cosa che più dovrebbe far riflettere i Capi di stato
occidentali è come ha fatto Putin a liberare la Russia da coloro che volevano
portarla al totale sfascio economico-sociale e sbattere in galera tutti coloro
che ci hanno tentato, sono forse i Lubawitschern che influenzano Putin?
Fatto sta è che Putin è leale alla Russia e al suo Popolo, non permetterà mai a nessuno sin quando ci sarà lui al comando in quella Nazione, di svendere la sua Patria e la Patria dei russi dalle grinfie del NWO, per questo ha ordinato di rilasciare un mandato di cattura Internazionale nei confronti di George Soros che è stato preso con le mani nel sacco mentre si preparava a mandare aiuti finanziari a quella che si definisce opposizione in Russia che ultimamente ha fatto scendere in piazza decine di migliaia di persone raccontando bugie e mistificazioni, imbrogli durante le elezioni, adesso il mister Soros ha poco spazio per continuare i suoi sporchi giochi con la speculazione che ha messo in ginocchio tutto il sistema finanziario mondiale e sempre in collaborazione dei Rothschild, Rockefeller ed altri sciacalli.
Il discorso di Putin che è stato ufficialmente emanato dalle Autorità Russe:
Oggi viene messo pubblicamente il seguente comunicato dalla Federazione Russa e il suo Primo Ministro Vladimir Putin, è stata fatta richiesta per un mandato di cattura Internazionale nei confronti del Terrorista Finanziario, dell’Ungherese Valuta-Mogul George Soros, i Servizi segreti Russi hanno scoperto che Soros stava usando Derivati Danesi con altre valute straniere per iniziare un attacco contro le Azioni in Valuta russa sul mercato. Da notare che Soros usava questi Derivati con l’aiuto di banche Lussemburghesi, cosa che è severamente vietato dopo il contratto fatto dagli stati della UE denominato Basel II. Sia l’IMF (International Monetary Fund) e l’Interpol Europea hanno emesso un “Red Notice” che corrisponde all’arresto immediato non solo nei confronti di Soros, ma anche contro gli Squali della Finanza, Bush, Clinton organizzazione criminale, Marc Rich e la sua ditta che si trova in Svizzera, la Broker-Richfield Commodities, per questo motivo il Premier russo Putin ha incontrato ultimamente lo Chef della Federal Reserve Bermard Bernake facendogli chiaro che la Federazione Russa non accetterà che si faccia uso di queste persone come Soros e Rich per commettere atti criminali sul mercato dei Derivati e della Finanza che hanno portato alla destabilizzazione Sociale in tutto il globo.
Sia fatta la volontà di Putin e che cominci a la caccia a questi criminali e ai loro complici Banchieri Rothschild, Rockefeller.
La Turchia non si abbassa ai voleri dell’occidente.
La turchia non si associa all’Embargo che gli USA/Israele e la UE hanno deciso di adottare nei confronti dell’IRAN, questo ha specificato il portavoce del governo turco, precisando che sin quando la decisione dell’Embargo non sarà data ufficialmente dall’ONU, la Turchia continuerà ad importare Petrolio dall’Iran, dato che ambedue stati hanno in comune accordo dei contratti che li accomuna, il portavoce continua il suo discorso precisando che gli stati della UE, che hanno approvato l’Embargo si son penalizzati loro stessi per far piacere al governo USA senza pensare che le reazioni dei cittadini sarebbero state contrarie alle loro decisioni, ciò porta a malumore e problemi sociali (li stiamo vedendo), lo stesso Iran ha deciso di tagliare i rifornimenti di petrolio alla UE da subito anche se loro hanno deciso che l’Embargo debba essere messo in atto entro 6 mesi dalla dichiarazione.
La Turchia dal canto suo ha contratti commerciali con l’Iran che consistono anche la fornitura di materiale per la manutenzione delle sue centrali Nucleari che servono per l’energia elettrica e non come viene diffuso dai Media Occidentali che scrivono sotto pressione dei governi USA / Israeliano che li controllano al 100%, che l’Iran è quasi pronto nel costruire la sua Atomica e quindi sempre a servire il loro padrone senza riflettere quali conseguenze catastrofiche ne possono derivare, da considerare che anche il governo Obama era stato d’accordo che la Turchia rimanesse in buoni rapporti con l’Iran, sin quando “probabilmente“ una minaccia da parte del Governo Israeliano nell’influenzare le prossime elezioni per la presidenza, lo abbia convinto a cambiare rotta.
La richiesta del Governo Israeliano fatta al governo Greco di poter stazionare truppe Israeliane con annesso Aeroporto militare sull’Isola di Cipro, fa capire che la Diplomazia non ha spazio tra le file del governo Israeliano, per loro vale solo la violenza con la scusa di una minaccia che non esiste e con la quale vorrebbero prendere il dominio assoluto in tutto il Medio Oriente.
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Massiccio ammasso di truppe USA individuato attorno all’Iran
Verso marzo 100.000 uomini saranno dislocati e pronti alla guerra
Mentre
i sostenitori del presidente Obama osannano il suo far ritirare le truppe USA
dall’Iraq come fosse la fine della guerra nel Medio-Oriente, il Pentagono –
dietro le quinte – ha silenziosamente ammassato truppe ed armamenti su due
isole che si trovano appena a sud dello Stretto di Hormuz, ad una distanza che
permette di colpire facilmente l’Iran.
Oltre alle 50.000 truppe già presenti nell’area ed in attesa di ordini (che sembra non siano nemmeno rientrate in patria per lo scorso Natale, come invece previsto), il presidente Barack Obama, vincitore del Premio Nobel per la Pace, sta dislocando un ulteriore gruppo di 50.000 soldati perché siano pronti per ogni evenienza alla volta del mese di marzo.
Fonti militari e di Washington – in esclusiva per DEBKA-Net-Weekly - riferiscono che il presidente Barack Obama abbia segretamente ordinato alle forze militari di aria e di mare ed ai marines, di apprestare dei pesanti dispiegamenti militari sulle due isole strategiche di Socotra, che è parte di un arcipelago yemenita nell’Oceano Indiano, e sull’isola di Masirah – Oman – all’uscita sud dello Stretto di Hormuz.
A partire dal 2010, gli Stati Uniti hanno silenziosamente iniziato a costruire su Socotra delle basi navali con una forza aerea gigantesca e con strutture per i sottomarini, centri di comando di intelligence e strutture per il decollo di droni volanti invisibili (stealth), quale parte di una catena di collegamento strategico fra le strutture militari USA dell’Oceano Indiano e del Golfo Persico.
Gli impianti di Socotra sono così segreti che non sono mai stati menzionati in nessun tipo di elenco delle strutture militari USA di questa parte del mondo, elenco che include: Jebel Ali ed Al Dahfra negli Emirati Arabi Uniti; Arifjan nel Kuwait; ed Al Udeid nel Qatar – ...tutte a breve distanza di volo dall’Iran.
Altre forze militari USA si sono riversate a Camp Justice, sulla sterile isola, lunga 70 chilometri, di Masirah, territorio dell’Oman, appena a sud dell’'ingresso al Golfo di Oman dal Mare Arabico.
Fonti militari occidentali, ben informate sull’ammasso americano in atto nelle due isole strategiche, hanno detto a DEBKA-Net-Weekly che, benché non possano fornire cifre precise, sono testimoni della più grande concentrazione di forze militari americane nell’area dai tempi dell’invasione dell’Iraq del 2003.
All’epoca, in previsione dell’invasione, furono ammassate nel Kuwait 100.000 uomini. Oggi, queste fonti stimano – in base all’attuale ritmo di arrivi nelle basi delle due isole – che per metà febbraio saranno aviotrasportati su Socotra e Masirah 50.000 soldati, che si aggiungeranno ai 50.000 militari già presenti nella regione del Golfo Persico; così che in meno di un mese, Washington avrà un 100.00 militari pronti e disponibili per qualsiasi evenienza.
Su Socotra e Masirah sono riferiti atterraggi USA quasi quotidiani, con voli in arrivo dalla base navale di Diego Garcia, una delle più grandi strutture militari USA distante appena 3.000 km. La presenza militare americana nell’area subirà nella prima settimana di marzo un ulteriore incremento, quando tre portaerei USA – più una francese – con i loro gruppi di fuoco arriveranno nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman e nel Mar Arabico. Le tre portaerei sono: la USS Abraham Lincoln, la USS Carl Vinson e la USS Enterprise; più la portaerei a propulsione atomica francese Charles de Gaulle.
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“Non farlo, Bibi”
Fonti dell'amministrazione Usa riportate dal Washington Post ritengono che ci siano «forti possibilità» che Tel Aviv lanci un raid contro Teheran ad aprile. Intanto Obama mobilita una forza di 100.000 uomini su due isole vicino all'iran... Tanto per stare nel sicuro!
Questo
il titolo. L’autore era Roger Cohen. Il giorno era il 17 gennaio 2012. Il
giornale era International Herald Tribune. Bibi è Benjamin
Netanyahu. Cosa non dovrebbe fare Bibi?
Attaccare l’Iran. Ma non per sempre, per carità: non farlo “questa primavera o
questa estate”. Cioè non farlo prima che Barack Obama venga
rieletto trionfalmente presidente degli Stati Uniti d’America. Poi l’attacco lo
faremo insieme, oppure lo promuoverà direttamente il Premio Nobel per la
pace, e Bibi, contento, non avrà che da associarsi all’impresa.
Insomma, Bibi, abbi pazienza!
Quando scrissi che l’attacco all’Iran era imminente,
si levò un coro di proteste. Del tipo: il solito complottista, il solito
antiamericano.
Sabato 28 gennaio International Herald Tribune pubblica una ampio
articolo a firma Roney Bergman, con il titolo: “Il tempo della decisione si
avvicina per Israele a proposito della minaccia iraniana”. Roney Bergman non
teme di essere definito complottista e pubblica, sul
quotidiano Yedioth Ahronoth, una meticolosa descrizione di ciò che sta
per accadere attraverso le vive emozioni del ministro della Difesa israeliano Ehud
Barak.
Non senza avere elencato, altrettanto meticolosamente, tutti i tentativi fatti
dal Bibi per evitare che l’Iran si doti dell’arma nucleare. Tra
questi tentativi vengono ricordati gli attentato terroristici con cui il Mossad
ha ucciso un discreto numero di scienziati atomici e dirigenti politici e
militari iraniani, in territorio iraniano. Naturalmente Bergman non dice che è
stato il Mossad. Dice che i fanatici ajatollah accusano il
Mossad di avere organizzato gli atti terroristici. Ma noi sappiamo che Bruto
è un uomo d’onore e mai e poi mai nutriremmo tali sospetti.
L’elenco è questo: Gennaio 2007. Ardeshir Husseinpur, 44 anni,
scienziato che lavorava nell’impianto di Isfahan, muore “per una fuga di gas”.
Gennaio 2010. Massoud Alì Mohammadi, fisico delle particelle,
salta in aria quando una bici, parcheggiata vicino alla sua auto, esplode.
29 Novembre 2010. Due alti dirigenti del programma nucleare iraniano, Majid
Shariari e Fereydoun Abbasi-Davani vengono attaccati
da due motociclisti in pieno centro di Teheran. Il secondo e sua moglie si
salvano prima dell’esplosione. Abbasi-Davani era vice-presidente dell’Iran e
capo del progetto nucleare.
Luglio 2011. Darioush Rezaei Nejad, fisico nucleare che
lavorava nell’agenzia atomica iraniana, viene sparato da un altro motociclista
mentre guidava l’auto vicino alla sua casa.
Novembre 2011. Una enorme esplosione si verifica a 50 km da Teheran, nella sede
delle Guardie Rivoluzionarie. Muore il brigadiere generale Hassan
Moghaddam (capo della divisione missilistica) insieme a 16 militari.
11 Gennaio 2012. E’ la volta di Mostafa Ahmadi-Roshan, vice
direttore dello stabilimento di arricchimento dell’uranio di Natanz, il quale
salta in aria per una mina magnetica attaccata alla carrozzeria della sua auto.
Questo è quanto riferisce Roney Bergman. Il quale assegna il merito di questa
serie di eroici atti di difesa della pace a Meir Dagan, capo
del Mossad, incaricato a questa bisogna dall’allora premier Ariel
Sharon. Dagan, intervistato da Bergman, pare abbia debolmente negato di
saperne qualche cosa, non senza avere commentato il suo moderato entusiasmo per
il fatto che fossero stati in tal modo “rimossi alcuni importanti cervelli”.
Ma il programma nucleare iraniano non è stato fermato. Peraltro (torno a Roger
Cohen, citato all’inizio), non è detto che Bibi abbia molto voglia di vedere
confermato alla presidenza Usa il signor Obama. Una bella
guerra, in piena campagna elettorale, potrebbe favorire uno dei candidati
repubblicani che, tra una tazza di tè e l’altra, sognano la guerra.
Allora che succederà? Affidiamoci, per la risposta, allo stesso giornalista
israeliano dello Yedioth Ahronot (così spero che nessuno dei miei
lettori possa accusarmi di avere forzato il senso delle cose): “Dopo avere
parlato con molti dei più importanti dirigenti e capi dell’esercito e
dell’intelligence israeliani, sono giunto a credere che Israele
attaccherà davvero l’Iran nel 2012. Forse, nella
piccola finestra rimasta, che, peraltro, si sta restringendo, gli Stati Uniti
decideranno di intervenire, dopo tutto, ma dal punto di vista di Israele non c’è
molta speranza in questa direzione”.
Dunque prepariamoci alla guerra. E, per favore, non illudiamoci
che sia breve e che noi ne resteremo fuori.
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L'ombra dei massoni sull'Eliseo
Le
iniziali sembrano innocue: CIU, Circoli Inter-Universitari. Ma questa tranquilla
associazione di accademici francesi nasconderebbe in realtà una super-loggia
massonica, con le stesse iniziali ma un nome meno rassicurante: Confraternita
Iniziatica Universale. Se alcuni dei membri sono professori universitari
interessati alla storia della massoneria e a questioni filosofiche, altri si
muovono molto vicino alla politica francese. Lo rivela un’inchiesta di copertina
del settimanale Le Point, non nuovo a
curiose indagini nel mondo delle logge transalpine, che nel numero del 26
gennaio 2012 studia l’entourage dei principali candidati alla presidenza.
Due candidati minori alle presidenziali francesi sono
dichiaratamente massoni: Jean-Luc Mélenchon, candidato dell’estrema sinistra, fa
parte del Grande Oriente, mentre Corinne Lepage, dei Verdi – e moglie dell’ex
ministro dell’Ambiente, massone e vicino alla CIU, Christian Huglo –, è stata
iniziata nella Gran Loggia Femminile, un’obbedienza di sole donne, anche se dal
2010 lo stesso Grande Oriente ammette le donne. Se queste sono curiosità, è più
interessante notare che Le Point, mettendo in conto querele e smentite
che afferma di non temere, contra tredici massoni nell’entourage immediato di
Nicolas Sarkozy, compresi i ministri dell’Economia, François Baroin, del Lavoro,
Xavier Bertrand, della Difesa, Gérard Longuet, dell’Interno, Claude Guéant,
della Giustizia, Michel Mercier, dello Sport, David Douillet, delle Relazioni
con il Parlamento, Patrick Ollier, della Cooperazione Internazionale, Henri de
Raincourt e dell’Educazione, Luc Chatel.
Gli ultimi due ministeri nella storia francese sono stati quasi
sempre affidati a massoni: ma, come si vede, con Sarkozy è tutto il governo che
sembra piuttosto una grande loggia. E molti di questi ministri sono vicini alla
misteriosa CIU, che non va necessariamente d’accordo con l’obbedienza massonica
più numerosa e potente in Francia, il Grande Oriente. Quanto a Sarkozy,
bisognerebbe ancora ricordare il rapporto specialissimo del presidente con l’ex
Gran Maestro del Grande Oriente Alain Bauer, e la sua vecchia abitudine –
curiosa per chi dichiara di non essere massone – di firmare facendo seguire al
suo nome tre puntini, come fanno i «fratelli», le lettere che da Ministro
dell’Interno inviava ai sindacati di polizia, dove praticamente da sempre tutti
i dirigenti sono massoni.
Se dovesse vincere François Hollande, il candidato socialista
cui sembrano andare le simpatie del Grande Oriente, le cose dal punto di vista
massonico non cambierebbero. Nella squadra che gestisce la campagna elettorale
di Hollande, Le Point conta dieci massoni, fra cui il presidente del
Senato Jean-Pierre Bel, gli ex ministri Michel Sapin e Jean-Yves Le Drian, il
sindaco di Lione Gérard Collomb e il responsabile della comunicazione del
candidato socialista, Manuel Valls.
Di fronte a questa proliferazione di «fratelli» chi diffidasse
della massoneria in Francia potrebbe essere tentato di votare per il candidato
centrista François Bayrou o per quella di destra Marine Le Pen. Ma anche qui,
assicura Le Point, le logge hanno preso le loro precauzioni. Accanto a
Bayrou, ascoltato consigliere, c’è l’ex senatore e membro della Corte dei Conti
Alain Lambert, che viene dalle stesse logge dove è nata la misteriosa CIU. Dai
medesimi ambienti proviene pure Dominique Paillé, già portavoce dell’UMP, il
partito di Sarkozy, che non fa parte della squadra di Bayrou ma ne ha fatto il
vincitore delle elezioni presidenziali nel suo romanzo Panico all’Eliseo
ed è piuttosto influente negli ambienti che sostengono il candidato centrista.
Quanto a Marine Le Pen, fa parte della sua squadra l’avvocato –
che compare spesso nei grandi media francesi – Gilbert Collard, iniziato nella
Gran Loggia di Francia e passato poi alla Gran Loggia Nazionale Francese,
l’obbedienza più «tradizionalista – dal punto di vista massonico, s’intende –
che è stata il terreno di coltura della misteriosa CIU. Molta acqua è passata
sotto i ponti da quando negli anni 1980 il Grande Oriente minacciava di
espulsione non solo gli iscritti al Fronte Nazionale, allora guidato dal padre
di Marine Le Pen, ma anche chi accettava il sostegno del partito di estrema
destra, come l’ex-ministro Jean-Pierre Soisson che aveva cercato i voti del
Front National per conservare la carica di presidente del Consiglio Nazionale
della Borgogna. Forse non se ne farà nulla, ma il Grande Oriente ha dibattuto
seriamente l’idea d’invitare Marine Le Pen a una riunione di «loggia bianca» a
porte chiuse per esporre il suo programma ai «fratelli», come faranno gli altri
candidati: un’idea che sarebbe stata impensabile fino a pochi anni fa.
Certamente non tutte le obbedienze francesi la pensano allo
stesso modo, su molti temi. Ma ci sono dei fili che le uniscono e alla fine,
nella politica francese, la massoneria riesce sempre a contare più che in altri
Paesi. Se l’influenza massonica sulle cose politiche è forse in crisi altrove, i
centocinquantamila massoni francesi sono decisi a mantenerla come caratteristica
specifica del loro Paese.
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Obama, un discorso privo di vita
Lunedì
23 gennaio Royce Hood, studente all’Ave Maria School of Law di Naples, in
Florida, era a Washington, la capitale federale degli Stati Unti d’America, per
la
39a March for Life, la madre di tutte le marce per la vita che
benemeritamente si moltiplicano da un capo all’altro del mondo. «Sono nato da
genitori non sposati», dice il giovanissimo Hood ai microfoni di Fox News, «e
mia madre avrebbe potuto abortirmi. Grazie al cielo non l’ha fatto, altrimenti
oggi non sarei stato qui».
Tranne quando la ricorrenza cade nei week-end che svuotano le aule di quel Congresso a cui i marciatori per il diritto alla vita non vogliono fornire facili alibi, la March for Life si svolge sempre nell’anniversario della sentenza che il 22 gennaio 1973 chiuse il caso "Roe vs. Wade". Con quella decisione, infatti, la Corte Suprema statunitense legalizzò l’aborto, cancellando con gravissima disinvoltura diverse provvisioni a favore della vita che vigevano prima in numerosi Stati dell’Unione nordamericana. La sentenza si rivelò poi fondata su un clamoroso falso (una ragazza si era inventata di essere rimasta incinta a seguito di uno stupro mai esistito). Per l’immensità del mistero che ci circonda e che ci comprende tutti, da quel grande male scaturì addirittura un gran bene: Norma McCorvey, la giovane a cui si deve l’aborto americano, si è convertita al cristianesimo, prima protestante poi finalmente nella Chiesa Cattolica, e si è pure trasformata in un’indomita pro-lifer. Ma (calcola il filoabortista Guttmacher Institute, divisione semiautonoma della famigerata Planned Parenthood Federation of America) i 50 milioni circa di aborti statunitensi perpetrati dal 1973 a oggi restano, pesando come un macigno - diceva il titolo di un saggio a difesa della vita pubblicato nel 1983 dal presidente Ronald Reagan (1911-2004) - sulla coscienza del Paese. Per questo anche la politica ha il dovere di occuparsene.
Ora, che a questi milioni di essere umani uccisi nel grembo delle proprie madri si pari innanzi pure un’assurdità come quella in corso a Washington in questi giorni (la notizia è del 18 gennaio) è a dir poco aberrante. In ottemperanza al Wildlife Protection Act del 2010, infatti, le frotte di ratti che stanno infastidendo i poveri manifestanti del movimento di protesta "Occupy D.C." (cioè il Distretto di Columbia, dove sorge Washington) non possono essere passati al pesticida ma debbono essere ridislocati altrove. Forse oltre il fiume Potomac che attraversa la capitale federale, vale a dire in Virginia (e il ministro della Giustizia di quello Stato, Kenneth T. Cuccinelli, freme)...
Fortunatamente, però, non tutti gli amministratori della cosa pubblica sono uguali. Prendiamo per esempio il sempre elegantissimo John Boehner. Repubblicano, cattolico, salito alla presidenza della Camera federale di Washington dopo la vittoria ottenuta il 2 novembre 2012 dal suo partito (e grazie ai "Tea Party"), alla 39a March for Life ha portato quel dovere di responsabilità che chi governa esercita nei confronti dei diritti di libertà di chi è governato. Boehner ha infatti cristallinamente detto che priorità della politica da lui rappresentata in un ruolo chiave dei vertici istituzionali del Paese qual è la Camera federale, a capo della quale egli si trova per netto mandato popolare, è impegnarsi affinché non uno dei dollari pubblici, quelli provenienti dalle tasse dei contribuenti, venga adoperato per sopprimere la vita umana nascente. Dalla politica questo ci si aspetta, giacché questo è il campo in cui la politica agisce.
La presenza di
Boehner alla Marcia è stata del resto tanto rilevante quanto strategica.
Boehner ha detto che, di per sé, l’aborto non è una questione politica.
Strettamente parlando, ha ragione. Ma sull’aborto i discorsi da fare sono sempre
più ampi.
Gli Stati Uniti concluderanno il proprio 2012 elettorale il 6 novembre, quando
un candidato Repubblicano sfiderà il Democratico Barack Obama per la presidenza.
Obama è stato il presidente che negli USA forse più di tutti ha fatto per minare
la politica rispettosa dei "princìpi non negoziabili". La
Chiesa Cattolica è scesa ripetutamente in campo contro i suoi assalti, e con
una risolutezza più unica che rara. Roma ha dettato un’agenda
importante. Altre
Chiese anche. I Repubblicani che con le primarie cercano oggi l’uomo più
adatto a sfidare Obama sono tutti difensori del diritto alla vita, e il loro
elettorato, esigentissimo, lo è spesso ancora di più. Due su quattro dei
contendenti Repubblicani rimasti in corsa per la nomination
presidenziale sono cattolici. Boehner stesso lo è. Ed è Boehner l'uomo che i
Repubblicani in cerca anche del voto dei pro-lifer - giacché a Obama il
voto i pro-lifer certo non possono darlo - hanno scelto per essere
rappresentati alla March for Life di quest’anno particolare.
Il Partito Repubblicano che sfida Obama, cioè, invitato alla Marcia come
chiunque altro, non ha schierato fazioni, ma ha invece scelto il simbolo della
compattezza: il Repubblicano di più elevato rango istituzionale. Boehner è stato
dunque la "voce Repubblicana" alla Marcia: l’autorevole e inequivocabile
espressione unitaria e di governo di una formazione politica che sta chiedendo a
gran voce all’elettorato di preferirla pour cause.
Se vuole, cioè, la
politica seria sa risponde bene alle sollecitazioni importanti.
Sennò fa come ha fatto Obama il giorno seguente la March for Life, pronunciando
il suo quarto (e molti sperano ultimo)
Discorso sullo stato dell’Unione. Parla d’altro, persino dell’inutile o del
banale.
Fred Barnes, direttore esecutivo del settimanale The Weekly Standard,
ha definito quello di Obama un
«discorso straordinariamente irrilevante». Di questioni decisive come quelle
poste per esempio dai marciatori per la vita di Washington - che sono pur sempre
una riserva di voti - nemmeno l’ombra. Discorso davvero «anti-climax», rincalza
Barnes: noi diremmo "loffio". Promessa "messianica" di abbassare le imposte sui
salari a carico del datore di lavoro, ma la cosa è di fatto già una realtà, e
per iniziativa della Camera di Boehner a maggioranza Repubblicana. Poi il
ritornello dell’energia che non si deve sprecare, vabbè. Due parole due sul suo
"cavallo di battaglia" oramai sfiancato, la riforma della Sanità. Quindi la
necessità - udite, udite - di una legge immediata che vieti ai parlamentari
l’inside trading, una priorità ovviamente insindacabile…
Quando, dopo il fumo,
è arrivato il momento dell’arrosto, Obama ha ribadito che occorre che
tutti paghino allo stesso modo. Si parla di tasse, che novità. Obama e la sua
Amministrazione la chiamano "fairness" ("imparizalità"): più di uno
oggi traduce però con "lotta di classe". L’obiettivo di Obama è "più tasse per i
ricchi"; ma, oltre che uno slogan, è un falso problema. I notevoli
sgravi fiscali permessi dal sistema impositivo statunitense, aggiunti a una
oculata gestione di capitali, investimenti e risparmi, consente a chi
intraprende, aumentando produzione, ricchezza del Paese e posti di lavoro, di
godere di ottime agevolazioni. Non è un male, è un bene. Il male vero è che non
sia così per tutti i cittadini americani. È possibile, insomma, colpevolizzare
qualcuno perché sa amministrare bene denari e posti di lavoro? Il sistema
americano, per esempio, permette di detrarre dall’imponibile le somme che ognuno
decide liberamente di donare in beneficienza. Gli USA sono per questo uno dei
Paesi al mondo dove maggiori sono le donazioni caritatevoli, le quali servono
così pure a garantire servizi finanziati privatamente ma davvero pubblici.
Chi più è ricco, dunque, più ha possibilità di fare beneficenza. È un male? No,
ovvio. Ma allora perché si vocifera insistentemente che Obama pensi a una
modifica per restringere i margini di detrazione delle donazioni dagl’imponibili
degli americani?
Al Discorso sullo stato dell’Unione ha, come di rito, risposto, anch'egli in diretta tivù, un esponente dell’opposizione. Quest’anno è toccato a Mitch Daniels, governatore dell’Indiana. Di lui si sta sempre più insistentemente parlando per ruoli politici rilevanti. Con una signorilità che da sola vale già metà del buon operato politico, Daniels ha contestato a Obama cose semplici e dirette. Il presidente, dice Daniels, non è certo la causa della grave crisi economica e fiscale che attanaglia il Paese, ma nel 2008 fu eletto perché aveva promesso di sistemare tutto. Le cose vanno però peggio di prima. La disoccupazione americana è alle stelle. Una persona su cinque di quante approdano per la prima volta al mondo del lavoro e circa la metà degli under 30 un lavoro non l’ha affatto. La spesa pubblica intanto è aumentata. Il governo federale spende oggi un dollaro su quattro della sua intera economia e prende a prestito un dollaro su tre che ne spende. Nessun Paese può sopportare né a lungo né a breve termine una situazione così. Lo stato dell’Unione è grave, checché ne dica il presidente, e la medicina Obama non ha funzionato.
Ratti e tasse non possono colmare il vuoto di milioni di vite gettate nel cassonetto e la frustrazione di quella prospettiva che Hilaire Belloc (1870-1953) chamerebbe da "Stato servile" per coloro che sono invece riusciti a nascere. Ha davvero ragione Boehner, il padrone di casa che il 24 notte ha ospitato il presidente Obama nella Camera federale di Washington per il suo non-discorso, lo stesso Boehner della 39a March for Life che a un gruppo di giornalisti, il mattino prima del non-discorso, ha confessato: «La cosa vera è che veniamo da due pianeti diversi. Che parliamo lingue diverse».
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L'Italia sbarca in Libia sull'orlo della guerra civile
Mario
Monti e il premier libico Abdel Rahim al-Kib l’hanno chiamata “Dichiarazione di
Tripoli” forse per dare un segno di discontinuità con il Trattato di amicizia
italo-libico e soprattutto con i firmatari di quell’accordo, Muammar Gheddafi e
Silvio Berlusconi. I contenuti dei due documenti sembrano però essere simili.
L’Italia chiede di nuovo scusa per i “misfatti” del colonialismo e la Libia
accetta di nuovo le scuse di Roma con l’obiettivo di “ulteriormente rafforzare
i rapporti tra i due Paesi".
Monti ha chiarito che l'Italia punta ad "essere in Libia" e vuole continuare "a
farlo sempre di più", aggiungendo che "lo spirito che animava le
precedenti iniziative continuerà" a dispiegare i suoi effetti ma "tenendo conto
dei cambiamenti". Sulla stessa linea Al-Kib che ha ribadito come l’Italia "sia
per noi un partner molto importante, che ha avuto un ruolo primario", ed è,
"determinante che i rapporti restino stretti: saranno forti". Non solo. Il
premier ha aggiunto che le relazioni saranno facilitate dal nuovo governo
italiano e dal suo premier, Mario Monti, che "ha una visione molto progredita
della comprensione dei rapporti internazionali", ha affermato. Al Kib,
osservando che anche il suo esecutivo "rappresenta una nuova visione" alla luce
della rivoluzione del 17 febbraio. "Noi crediamo che rapporti tra Italia e Libia
saranno forti, avremo un accordo nel pieno rispetto della sovranità nazionale e
non vediamo alcun problema nel trattare con l'Italia".
Sul fronte operativo l'Italia e la nuova Libia hanno raggiunto una prima intesa
per quanto riguarda "i crediti legittimi degli enti libici verso
l'Italia e viceversa". Crediti che saranno accertati attraverso un meccanismo
condiviso dalle parti. Monti ha poi annunciato una duplice missione tecnica a
febbraio del ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, con
imprenditori italiani interessati ad investire in Libia, e del titolare degli
Interni, Anna Maria Cancellieri, per riprendere il dossier del controllo dei
flussi migratori.
Il premier ha consegnato simbolicamente le chiavi di 15 fuoristrada che saranno
usate dalle forze di sicurezza libiche istituite per la protezione
delle installazioni petrolifere (una sorta di Oil Police come quella costituita
in Iraq) nell’ambito di un programma di formazione e addestramento che vedrà
100 militari italiani istruire le forze militari e di sicurezza libiche
(peraltro tutte da costituire) nell’ambito dell’operazione Cirene finanziata
quest’anno con 10 milioni di euro ma che in teoria dovrebbe portare molte
commesse alle nostre industrie per equipaggiare le nuove forze armate libiche
che necessitano di tutto.
L’amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, ha annunciato che la
produzione petrolifera è tornata quasi ai livelli prebellici con
270.000 barili al giorno contro i 280.000 in media prima dello scoppio delle
ostilità. Scaroni ha anche rassicurato che intorno ai pozzi gestiti dall’Eni non
ci sono problemi di sicurezza se si eccettua minori turbolenze nell'area di Wafa.
Gli accordi bilaterali sono però messi in forse da un aspetto ben poco
considerato anche dai media italiani, e cioè dal fatto che la Libia è
in preda al caos, all’anarchia e a un passo dalla guerra civile. Un termine già
più volte utilizzato dal presidente del Consiglio Nazionale Transitorio Mustafa
abdel Jalil che dopo le recenti violenze popolari di Bengasi costate le
dimissioni (e quasi il linciaggio) al numero due del Cnt, Abdel Hafiz Ghoga, ha
dichiarato che eventuali dimissioni in massa dei membri dell’organismo politico
che ha guidato la rivolta contro Gheddafi “porterebbero alla guerra civile".
In realtà la Libia sembra già fuori controllo. In Cirenaica la
popolazione contesta il Cnt accusandolo di poca trasparenza e di aver riciclato
troppi esponenti del regime di Gheddafi e giusto per far capite che facevano sul
serio, i manifestanti hanno attaccato la sede del Consiglio con numerose bombe a
mano. Lungo il confine con l’Egitto si è insediata una milizia legata ad
al-Qaeda guidata da veterani dell’Afghanistan inviati direttamente dall’erede di
Osama bin Laden, Ayman al Zawahiri.
Tripoli è ancora divisa in feudi controllati dalle principali milizie tribali.
Quelle di Misurata, di Zintan, i berberi, gli islamisti di Abdel Hakim
Belahj sostenuti dal Qatar che soprattutto di notte si affrontano armi in pugno
come è accaduto anche ieri. Nel sud sono ancora forti le milizie lealiste che
sostennero fino all’ultimo Muanmmar Gheddafi e ancor oggi hanno il supporto di
almeno un paio di tribù: i Ghaddafa e i Warfalla, quest’ultima la più importante
e numerosa del Paese. A conferma della loro vitalità i lealisti hanno ripreso a
sorpreso il controllo di Bani Walid, roccaforte dei Warfalla, cacciandovi dopo
un breve combattimento le forze del Cnt che avevano occupato la città
nell’ottobre scorso. Sulla città sventiolano le bandiere verdi della Jamahrya.
Sul piano istituzionale è slittata ancora l'adozione della nuova legge
elettorale, il cui testo dovrà essere riesaminato e, sembra molto
probabile, perderà l'articolo che stabiliva una quota del 10 per cento riservata
alle donne a causa della pressione dei gruppi islamici raggruppati in una decina
di partiti.
Benché l’intesa militare con l’Italia preveda anche l'addestramento di 250-300
libici in Italia, l'attività di sminamento delle aree a rischio nel
Paese, la bonifica dei porti (tra cui Tripoli e Misurata), dei materiali e
relitti legati alla guerra e il controllo elettronico dei confini di fatto non
si sa bene chi siano i militari e i poliziotti libici dal momento che decine di
bande tribali rimangono in armi a presidiare i quartieri di Tripoli e le diverse
aree del Paese.
Difficile che il ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri possa ottenere in
febbraio garanzie affidabili da Tripoli circa lo stop all’arrivo dei
clandestini se non esistono forze governative libiche che controllano coste,
frontiere e spazi marittimi. Improbabile anche che le piccole e medie imprese
sbarchino tra due settimane in Libia al seguito del ministro dello Sviluppo e
delle Infrastrutture, Corrado Passera, se nessuno garantisce la sicurezza nelle
strade. In pratica il rischio è che Monti, a differenza di Berlusconi nel 2008,
abbia firmato un accordo bilaterale con uno stato che di fatto non esiste.
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Bruxelles invade l'Ungheria
L’Ungheria
di Viktor Orbán sta diventando un Paese "parafascista"? L’allarme
quotidianamente lanciato dalla sirena delle istituzioni europee dice di sì.
L’altro ieri il presidente della Commissione Europea, il portoghese José Manuel
Durão Barroso, ha annunciato l’azione legale contro Budapest e così ieri - nel
giorno di santa Margherita d’Ungheria (1242-1270), figlia di re, suora e grande
mistica - Orbán è dovuto correre nell’aula di Strasburgo per spiegare le proprie
ragioni.
Ma per la Chiesa
cattolica del Paese magiaro non è affatto così.
Intervistato il 14 gennaio da Radio Vaticana, mons. János Székely [nella foto],
vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest, ha energicamente difeso la
nuova Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 2012, dopo che per ben 21
anni oltre misura, tanti ne sono passati dal crollo del regime comunista, il
Paese ha continuato a tenersi quella imposta nel 1949. La quale - è opportuno
rammentarlo - fu varata sotto il governo di Mátyás Rákosi (Mátyás Rosenfeld,
1892-1971), che amava definirsi «il miglior discepolo ungherese di Stalin» e che
fece incarcerare almeno 100mila oppositori politici, fra i quali il cardinale
primate di Ungheria József Mindszenty (1892-1975), giustiziandone un paio di
migliaia.
Per mons. Székely, infatti, «la nuova Costituzione di Ungheria approvata nel 2011, che inizia con il nome di Dio nel preambolo, afferma che la vita umana è da difendere fin dal concepimento e dichiara che l’Ungheria difende l’istituzione familiare, la quale è un’alleanza di vita fra un uomo e una donna. La Costituzione precisa inoltre che la famiglia è il fondamento della sopravvivenza del popolo, e che nello stabilire delle tasse, anche i costi dell’educazione dei figli devono essere presi in considerazione». Per la Chiesa cattolica, dunque, nulla da eccepire.
Ciò peraltro non toglie - ha continuato il presule alla radio pontificia - che la bozza di lavoro di detta Costituzione contenesse articoli fortemente discutibili, quali il tentativo di assicurare al governo il controllo diretto sulla libertà d’informazione, i quali però sono stati corretti oppure del tutto soppressi. Né nega - aggiunge il vescovo ausiliario - che il governo Orbán abbia commesso errori di politica economica, segnatamente il tentativo di ridurre l’autonomia della Banca centrale ungherese. Ma queste sono altre questioni. Mons. Székely ha infatti spiegato bene che gli attacchi di Bruxelles e di gran parte dell’opinione pubblica europea sono dovuti alla difesa della vita, del matrimonio e della famiglia affermati dalla nuova legge fondamentale del Paese. «È chiaro», ha aggiunto il presule, «che a molti intellettuali europei non piace tale affermazione di valori fondamentali, anzi li stimola all’attacco».
Il giudizio della Chiesa cattolica si rivela dunque, ancora una volta, quello più lucido e lungimirante. Questa o quella scelta politica operata dal governo espresso dalla coalizione tra il Fidezs, l’Unione Civica Magiara (Magyar Polgári Szövetség), il partito di Orbán, e il KDNP, il Partito popolare cristiano-democratico (Kereszténydemokrata Néppárt), è non solo lecitamente ma doverosamente discutibile, persino criticabile, addirittura censurabile. Ma ciò non c’entra alcunché con la campagna denigratoria scatenata dall’Unione Europea, sempre più improntata a un corrosivo relativismo tanto culturale quanto politico. L’ordine del giorno di Bruxelles è la guerra a uno Stato sovrano, e con una invasività che atterrisce. Oggi tocca all’Ungheria, domani potrebbe capitare a chiunque.
Sia chiaro: ogni e qualsiasi eventuale tentazione neonazionalistica che finisca per ridiscutere su basi ideologiche e false il diritto di cittadinanza di chi vive oggi nel Paese magiaro va ricusata nettamente, che provenga dal governo guidato da Orbán o da chichessia. Ogni tentativo di discriminare i cittadini sulla base di appartenenze etniche, linguistiche o religiose va rifuggito come il fuoco, chiunque sia a operarlo. Ma non è questo il caso dell’Ungheria di Orbán.
Per comprenderlo appieno si consideri, per esempio, che, oltre che vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest, mons. Székely è anche il responsabile nominato dalla Conferenza episcopale ungherese per la pastorale dei rom. Si occupa, cioè, anche di una delle minoranze che la politica dell’odierno governo ungherese "minaccerebbe", tra l’altro una di quelle che, non solo in Ungheria, sono in genere più oggetto di pregiudizi e di accanimenti. Non più tardi del marzo scorso, del resto, mons. Székely ha dato alle stampe, con risonanza mondiale, Cigány népismeret, un libro dedicato alla presenza dei rom in Ungheria e destinato alle scuole, non solo cattoliche; il presule è infatti considerato uno dei massimi esperti in materia e questa sua ricerca è già un contributo fondamentale alla conoscenza e alla preservazione della cultura rom.
Se difendendo pienamente la legittimità e la democraticità della nuova Costituzione magiara vi fosse anche solo un rischio minimo di aprire a politiche vessatorie nei confronti dei rom - o di qualsiasi altra minoranza etnica, linguistica o religiosa che attualmente vive in Ungheria -, mons. Székely ai microfoni di Radio Vaticana non impegnerebbe tanto smaccatamente la credibilità della Chiesa Cattolica.
No, davvero il tema è un altro. Davvero la Chiesa vede bene e lontano nell’oceano nebbioso in cui l’Unione Europa vuole guidare l’Europa dei popoli.
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Usa all'attacco contro l'Europa
Un
indizio è solo un indizio, due indizi fanno un sospetto, tre indizi sono una
prova. Se questa regola è valida anche per i mercati finanziari possiamo dire di
avere la certezza che le agenzie di rating sono parte attiva di un’offensiva che
mira a spostare la crisi dalla sponda americana a quella europea. La decisione
adottata venerdì 13 gennaio da Standard & Poor's di abbassare il voto a nove
Paesi dell’Unione europea appare infatti come l’ennesima mossa tesa a mettere in
difficoltà quell’euro che per la prima volta nella storia moderna ha osato
sfidare la sovranità del dollaro americano.
La strategia in questo caso sembra essere stata molto accurata: all’inizio di dicembre (ed è il primo indizio) Standard & Poor's annuncia di aver messo sotto osservazione in vista di un declassamento ben 15 dei 17 Paesi dell’eurozona. Pochi giorni dopo (ed è il secondo indizio) di fronte ad una reazione in fondo modesta dei mercati, è Moody’s ad annunciare nuove revisioni al ribasso. Il terzo indizio, quello che diventa una prova, è proprio quello di venerdì 13 con S & P che abbassa il rating di nove Paesi, con una scivolata addirittura di due punti per l’Italia.
Per l’Italia una decisione sicuramente amara anche se temperata dalle parole di stima verso il Governo Monti e la manovra da poco approvata. Una decisione comunque in gran parte scontata, sostanzialmente attesa, e dovuta, come detto, a motivazioni del tutto politiche per cui l’Italia è presa di mira soprattutto perché considerata una delle parti più deboli dello schieramento europeo.
Le agenzie di rating, quelle che danno le pagelle agli strumenti finanziari che vengono collocati sul mercato e quindi anche ai titoli emessi dagli Stati, hanno già perso da tempo la loro credibilità, ma restano dei segnalatori se non decisivi, comunque importanti degli equilibri di mercato. In pratica tuttavia ora si limitano a ratificare le decisioni già prese dai mercati. Nell’ultimo episodio, per esempio, ha fatto scalpore la perdita della tripla A (il voto più alto) da parte della Francia: eppure da molte settimane gli interessi sui titoli di Stato decennali francesi sono più alti di almeno un punto e mezzo rispetto agli analoghi titoli tedeschi. Uno spread quindi di 150 punti, mentre quello italiano si aggira attorno a quota 500. A questo punto collocare la Francia a un livello di merito un po’ più basso della Germania sono stati i mercati e solo dopo le agenzie di rating.
E l’Italia? Il giudizio negativo più che dalle politiche attuali, deriva dallo stato della finanza pubblica ereditato dai precedenti Governi e dalla complessa situazione in cui si trova una Unione europea che ha la necessità di consolidare gli obiettivi di equilibrio dei bilanci pubblici in un momento in cui è ancora ampia la crisi economica e sono messi a repentaglio gli equilibri sociali.
Le difficoltà italiane, che tengono così alto il differenziale con i titoli tedeschi (lo spread) e che ci hanno fatto guadagnare un giudizio negativo (il rating) dalle agenzie americane, sono essenzialmente legate alla capacità del Governo di attuare veramente una sostanziosa “fase due” composta da misure capaci di rilanciare la crescita economica: quindi tagli alla spesa pubblica inefficiente, liberalizzazione dei settori in cui vi sono forti posizioni di rendita, investimenti seri sulla formazione e la ricerca, riduzione delle aree di privilegio e ampliamento delle logiche di concorrenza e di mercato. Che non sia una strada facile lo hanno dimostrato le puntuali opposizioni delle categorie potenzialmente coinvolte (come i tassisti, i notai, gli avvocati, i giornalisti, i farmacisti) non appena si sono messe in discussione le regole attuali, così come lo hanno dimostrato i sindacati che hanno alzato le tradizionali barricate di fronte alle semplici ipotesi di evoluzione del mercato del lavoro.
Eppure non viviamo nel migliore dei mondi possibili per poterci permettere di considerare ogni ipotesi di riforma che fumo negli occhi: se è vero, come è vero, che la disoccupazione reale (cioè tenendo conto anche delle persone in cassa integrazione di aziende che non esistono più) supera il 10% e che la disoccupazione giovanile è oltre quota 30%. Dato gli italiani hanno grandi capacità creative, una solida base imprenditoriale fondata sulle piccole e medie imprese, una significativa capacità di innovazione stilistica e qualitativa non appare un’eresia cercare nelle inefficienze di sistema i motivi della scarsa crescita degli ultimi vent’anni.
Il vero problema dell’Italia è quindi quello di rimettere in moto quell’economia sociale di mercato che è capace di unire i fattori positivi della libera concorrenza con i dovuti interventi di correzione e redistribuzione da parte della politica. E quindi meno privilegi, meno assistenzialismo, meno limitazioni, meno carriere fondate sulle relazioni (politiche) e sullo scambio (di favori). E più spazio alla professionalità, al merito, alla competenza.
Perché è vero che il rating e lo spread sono anche segnati dalle difficoltà dell’economia globale, ma in fondo non fanno altro che fotografare la realtà italiana, una realtà in cui appare evidente la necessità di un’approfondita opera di rimessa a nuovo. Non per conquistare consenso o risalire nei sondaggi, ma per dare un futuro ai giovani di oggi…. e ai loro figli
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A Budapest stanno lottando anche per noi
Il
brutale attacco delle istituzioni europee all’Ungheria e il recente vertice
franco-tedesco impongono una domanda sull’Unione Europea: su cosa è adesso, su
cosa vuole diventare.
Da una parte – con il falso pretesto di una deriva autoritaria –
si cerca di imporre a un paese membro dell’Unione Europea valori (o disvalori)
di riferimento decisi a Bruxelles. Dall’altra abbiamo due paesi – come Francia e
Germania - che si autoproclamano la guida dell’Unione, l’asse portante.
Potrebbe sembrare che si tratti di due fenomeni opposti, ma in realtà non è
così, anzi: sono due facce della stessa medaglia, ovvero l’affermarsi di una
visione “centralista” della Ue che nega l’identità e la peculiarità di ciascun
Stato membro.
Nel caso dell’Ungheria a dover preoccupare è la campagna denigratoria
scatenata contro il governo di centro-destra dai burocrati di Bruxelles e dalla
grande stampa europea: con il pretesto di alcune misure certamente discutibili,
in realtà nel mirino - come spiega bene l’articolo in Primo Piano di
Marco Respinti - ci sono i princìpi fondamentali della Costituzione
ungherese: la rivendicazione delle radici cristiane, la promozione della
famiglia fondata sul matrimonio di un uomo con una donna, la difesa della vita.
Quello che si persegue è perciò una omologazione culturale che ha come punto di
riferimento i (dis)valori dominanti nei paesi nordeuropei. Nel secondo caso
abbiamo due paesi – per quanto importanti essi siano – che si arrogano il
diritto di indicare per tutti quali scelte economiche e politiche adottare; e
perfino di decidere la legittimità o meno dei governi di altri Stati membri (il
caso dell’Italia è esemplare).
In altre parole siamo di fronte a un processo di omologazione
sia sul piano culturale sia sul piano più strettamente politico ed economico che
è la negazione stessa dell’idea originaria di Unione Europea, in cui le
differenze e le peculiarità di ogni singolo Stato dovrebbero essere fonte di
arricchimento reciproco. E dove l’identità religiosa e culturale di ciascun
popolo è il fondamento su cui costruire la casa comune.
Se le pretese franco-tedesche ostacolano non poco il processo di
integrazione europea, è però il caso dell’Ungheria a essere decisivo
per il nostro futuro e per la nostra libertà. Forse non ne sono consapevoli
neanche loro stessi, ma gli ungheresi – nel difendere la propria identità -
stanno combattendo anche per noi. E meritano la nostra solidarietà.
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Minacce, sanzioni economiche, test missilistici e manovre navali nel Golfo Persico. Il palcoscenico della guerra è sotto gli occhi di tutti, ma quello che conta procede sottotraccia, da Washington a Tel Aviv.
Obama
ha firmato una legge straordinaria contro il dissenso, che consente la
“detenzione a tempo indeterminato” di cittadini americani. E intanto sta
trasformando Israele nella base di lancio per l’attacco contro l’Iran. In
agenda, le grandiose esercitazioni congiunte della primavera 2012. Usa e Israele
insieme, a comando unificato e con quartier generale a Stoccarda, cuore europeo
del sistema difensivo americano in Europa. Il pericolo? L’escalation militare.
Se voleranno missili contro Teheran, l’Iran reagirà. A quanto pare, è
esattamente quello che gli Usa vogliono: una guerra globale, per azzerare i
conti della crisi.Lo sostiene il professor Michel Chossudovsky, presidente del
prestigioso osservatorio internazionale “Global Research”: il massiccio
dislocamento fra Tel Aviv e Haifa di devastanti tecnologie belliche dimostra che
è proprio Washington a volere la guerra con il governo dell’Iran. La fiaba di un
Obama refrattario di fronte al militarismo israeliano? Errore: dietro la
maschera del sorriso, il presidente americano in realtà spinge per la guerra
planetaria e si prepara a farla digerire al suo popolo. Infatti, giusto a
Capodanno, ha sottoscritto il National Defense Authorization Act, una misura
preventiva e del tutto straordinaria, che di fatto «sospende le libertà civili»
e autorizza la carcerazione a tempo indeterminato degli americani.
Un colpo basso, per tagliare le gambe alla protesta: quella contro Wall Street e quella che si scatenerebbe nel caso della nuova guerra che sembra in avanzata preparazione. Negli ultimi otto anni, ricorda Chossudovsky, l’Iran si è trovato sotto costante minaccia militare americana. A scopo dissuasivo, a Natale ha avviato esercitazioni navali e missilistiche nel Golfo Persico, in acque presidiate dalla Quinta Flotta statunitense dislocata in Bahrein. Ma la grande esercitazione congiunta della primavera introdurrà un salto di qualità fondamentale: «Ciò che sta accadendo ora su ordine di Washington è l’integrazione delle strutture di comando militare di Stati Uniti e Israele». Gli Usa quindi sono tutt’altro che un partner riluttante: Israele, “membro di fatto” della Nato dopo la firma del protocollo 2005 con l’Alleanza Atlantica, «non può in nessun caso iniziare una guerra contro l’Iran senza gli Stati Uniti». Ne è ulteriore conferma la centralizzazione del comando: militari americani in Israele e ufficiali israeliani al quartier generale dell’Eucom in Germania. Inutile girarci intorno, insiste Chossudovsky: le grandi manovre in corso sono i preparativi della prossima guerra direttamente sponsorizzata dagli Usa.
Passaggio intermedio, «una joint task force Usa-Israele», pronta ad attivarsi «in caso di un conflitto su larga scala in Medio Oriente». Sorprese? Niente affatto: «Il conflitto con l’Iran è stato pianificato dal Pentagono sin dal 2003». Semmai, secondo il professore canadese, a favore della guerra giocano le attuali condizioni dell’economia planetaria, a partire dalla recessione dell’Occidente: «C’è un rapporto simbiotico tra guerra e crisi economica: la pianificazione della guerra all’Iran è al crocevia della depressione economica mondiale, che contribuisce ad allargare le disuguaglianze sociali, la disoccupazione di massa e l’impoverimento di ampie fasce della popolazione mondiale».E Israele? Il popolo israeliano «è vittima muta dell’agenda militare globale degli Stati Uniti e dei piani di guerra del proprio governo contro l’Iran». Gli israeliani infatti «sono portati a credere che l’Iran possieda armi nucleari», quando in realtà è Israele a possederne: un arsenale atomico avanzato e diretto proprio contro l’Iran. All’opinione pubblica, israeliana e occidentale, è stato raccontato che il “folle” presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad avrebbe manifestato l’intenzione di “cancellare Israele dalla carta geografica”?
Tutto falso, giura l’artista iraniano Arash Norouzi, che sfida chiunque a smentirlo: «Contrariamente alla convinzione popolare, questa affermazione non è mai stata fatta». E dunque: chi vuole “cancellare Israele dalla carta geografica”, Ahmadinejad o Obama? «In realtà – sostiene Chossudovsky – l’amministrazione Obama e il governo Netanyahu costituiscono indelebilmente una minaccia per il popolo d’Israele». Teheran ha avvertito che in caso di attacco risponderebbe con missili balistici diretti contro Israele e contro strutture militari statunitensi nel Golfo Persico. Proprio quei missili che ora Washington e Tel Aviv si preparano a neutralizzare. Attacco imminente, dunque? L’accelerazione dell’escalation militare sembra destinata a scattare tra pochi mesi: «Questa guerra – avverte “Global Research” – inghiottirebbe una regione che si estende dal Mediterraneo al cuore dell’Asia centrale e avrebbe conseguenze devastanti: farebbe precipitare l’umanità in uno scenario da Terza Guerra Mondiale». La frantumazione dei movimenti sociali sul fronte interno, comprese tutte le forme di resistenza al programma militare statunitense e alle sue politiche economiche neoliberiste, è «parte integrante del ruolo egemonico mondiale degli Stati Uniti». Proprio in questo contesto, appare inquietante la legislazione restrittiva varata alla chetichella da Washington: come se Obama temesse realmente il dissenso popolare e volesse mettersi al riparo dalla imminente tempesta in arrivo. Timori confermati da Chossudovsky, secondo cui la democrazia americana «è incompatibile con la “lunga guerra” dell’America». Quello che serve, allora, è «l’instaurazione di una “dittatura democratica”: un governo di fatto dei militari, sotto panni civili».
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Libero e impunito il papà dell'ecstasy
È
il più grande drug designer del mondo ma non è un fuorilegge. Alexander “Sasha”
Shulgin, classe 1925, nato a Berkeley, si considera uno scienziato puro ma le
sue creazioni si diffondono, in forma di pasticche o cristalli, nei bar, nelle
discoteche, nei rave party del mondo intero.
Sembra un simpatico nonno californiano con quelle camicie a fiorami, la testa aureolata dai capelli candidi, la brocca di limonata sempre pronta sul tavolo. Vive in una casa nella Bay Area, non lontano da San Francisco, ed è amato per i modi squisiti con cui accoglie gli ospiti assieme alla moglie Ann, psicoterapeuta. Laureato in biofarmacologia, ha lavorato presso l’esercito, specializzandosi in farmacologia psichiatrica, e poi alla Dow Chemicals. Nel 1960 fu introdotto nella cerchia dei devoti psichedelici dopo l’assunzione di una robusta dose di mescalina, come Huxley, Leary o Alpert. Nella Berkeley rivoluzionaria del decennio 1967-1976 divenne uno degli animatori della scena psichedelica in versione scientifica. Da allora si è dedicato allo studio delle sostanze psicoattive lavorando con le formule come uno scienziato da film. Si dice che in casa sua le formule chimiche siano tracciate ovunque, anche sulle pareti.
Quando la DEA l’avvisò che rischiava incriminazioni pesanti convenne ch’era meglio diventarne consulente ricevendo così un salvacondotto per continuare il suo lavoro. Già, perché la sua esperienza è considerata inestimabile. Shulgin è in assoluto il più prolifico inventore di droghe sintetiche del mondo e anche il più prudente. Alla sua creatività si debbono ben 200 droghe nuove (oltre 250 precisano altri). Alcune di queste sono diffusissime. E pericolose. Mentre altri sono finiti dietro le sbarre o sono rimasti latitanti per decenni, come il leggendario Nick Sand condannato da un giudice “per aver contribuito alla degradazione dell’umanità”, lui, grazie alla sua condotta accorta, è rimasto libero e sempre in cordiale contatto con il mondo accademico.
Shulgin vive in una specie di ranch nelle verdi colline dell’entroterra di San Francisco dove ha attrezzato un laboratorio fornito per continuare il suo lavoro nella massima discrezione, ammiratissimo dagli “psiconauti”, vituperato da pochi e ignoto al grande pubblico. Al contrario del messia spaccone Timothy Leary, Sasha si considera uno scienziato puro, esploratore degli stati alterati di coscienza, quei reami fatati, o atroci, cui si accede grazie a molecole dai nomi interminabili. Basta cambiare la posizione di un atomo – spiega – modificare di poco la temperatura di una “cottura” e la stessa molecola rivela porte occulte. Come nel mondo di Alice, la via che sembra portare al paradiso ti trascina nel peggiore degli incubi. Perciò ci vuole prudenza e così, quando annuncia una novità, l’assaggia in compagnia dei gourmet della psiconautica. Verso sera, la domenica, dopo una cena leggera, invita alcuni eletti cui distribuisce la sostanza e un lungo questionario affinché vengano annotate e descritte le peripezie della coscienza dell’assuntore. Il tutto viene poi riscritto in bella prosa e pubblicato con tanto di formula e ricetta.
A parte Ann, il “grande amore” di Shulgin è l’ecstasy (MDMA). Nel 1976 la fece conoscere allo psichiatra Leo Zeff che la ribattezzò adam perché, secondo lui, aveva la caratteristica di riportare l’uomo alla situazione adamitica, e se ne fece promotore fra colleghi e pazienti. Nei primi anni Ottanta, l’ecstasy era considerato un farmaco facilitante nelle psicoterapie brevi, commercializzata in bevande e salutata, sulla grande stampa, come il toccasana degli yuppie. Con il nome “ecstasy” vendeva di più. Poi se ne scoprirono i pericoli e fu dichiarata illegale nel 1985.
Shulgin è sempre rimasto lontano dal mondo degli spacciatori, il suo interesse è sempre stato quello di esplorare le “frontiere della coscienza”. Ha conservato la purezza dello scienziato ricercatore, di quelli che sperimentano senza curarsi delle applicazioni letali delle loro scoperte. Le sue droghe percorrono un destino tipico: restano legali per un po’, cominciano ad essere conosciute, vengono inserite nelle tabelle delle droghe illegali, poi entrano nel circuito del mercato nero. I produttori non faticano a scoprirne la formula perché è lo stesso, ambiguo, Shulgin a rivelarla (non è il comportamento del perfetto libertario?). E così, mentre lui conduce i suoi esperimenti tra le colline verdeggianti della Bay Area, alchimista sorridente, milioni di giovani si dedicano ad un consumo scriteriato, dannoso e persino letale dell’ecstasy e delle sue infinite varianti (conosciute con il nome collettivo di Mdxx).
Formule e processi di produzione sono stati inseriti in libri come Phikal e Thikal, manuali (cookbook, in gergo) che aiutano il più inesperto chimico a produrre potenti “enteogeni”, dalla tossicità spesso ignota. Questi libri circolano liberamente su internet da un decennio. Icona dei libertari, degli antiproibizionisti con il pallino dell’ingegneria sociale, “Sasha” Shulgin e la sua enciclopedica conoscenza delle droghe potrà contare sino alla fine dei suoi giorni sulla più completa impunità. Del resto, vicino ormai ai novant’anni, tutti i danni che poteva fare li ha già fatti.
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IL 2012 PORTERÀ LA GUERRA TRIBALE IN LIBIA?
Il
tempo a Tripoli in questa settimana di capodanno è inaspettatamente glaciale con
le pesanti piogge che allagano le strade, ricordandomi più una tetra Londra che
la costa meridionale magrebina del Mediterraneo. Il mio albergo fuori dalla via
Omar Muktar, gestito da una modesta famiglia, è pulito ed economico, ma la mia
stanza non ha riscaldamento a parte quello che si può riuscire a ottenere con
una sfilza di coperte turche in felpa.
Sia io che l’unico altro ospite registrato, un ingegnere libico di Sirte la cui casa è stata incendiata dai ribelli all’inizio di ottobre, stimiamo molto il proprietario dell’albergo che ha riaperto ai primi di novembre dopo la chiusura che andava avanti da marzo. È un’enciclopedia di conoscenze e di opinioni sulla “situazione odierna”. Ma il proprietario dell’albergo e i suoi due figli che parlano inglese non sono i soli che non possono tacere sulla realtà della “nuova Libia” a quasi due mesi dalla sedicente vittoria della NATO, che ha praticamente ridotto in macerie questo paese, da un punto di vista militare, del Terzo Mondo con i più sofisticati arsenali del Primo.
La mia fortuna in questo viaggio è stata quella di ritrovare il mio migliore amico dei mesi che ho trascorso in Libia la scorsa estate. “Ahmad”, che come quasi tutti i contatti, era svanito senza lasciare traccia il 22 agosto dopo la presa di Tripoli da parte delle truppe della NATO. Come gia sapevamo, quelli che avevamo frequentato quest’estate erano fuggiti, sono stati imprigionati o uccisi. “Ahmad” è riapparso a settembre con un’email per spiegarmi dove si stesse nascondendo. Era sceso nella Libia del sud in una piccola città sahariana che non figura sulle carte geografiche, figuriamoci su Google Earth. Poi, dopo qualche settimana Ahmad è scomparso di nuovo quando si è avventurato per fare visita alla famiglia vicino Tripoli. Era stato tradito dagli amici per i soldi delle milizie, è stato arrestato, torturato e imprigionato senza imputazione solo sapevano che la sua famiglia sosteneva Gheddafi. Nell’ultima settimana di prigionia di Ahmad, che è terminata solo perché una delle guardie era un suo compagno di classe, lui e più di altri cento - tra cui Sheik Khaled Fantouch, tutti detenuti in una grande stanza di una prigione improvvisata a Misurata – non hanno ricevuto niente da mangiare e si sono divisi le bottiglie d’acqua per sopravvivere.
La vita in Libia è diventata per tutti più difficile, visitatori stranieri compresi. Un esempio: tornando all’estate, prima del 21 agosto, se ci si trovava di fronte sul marciapiede qualcuno pesantemente armato e corrucciato era una buona idea sussurrare “Allah, Muammar, Libya, al bas” (“è tutto quello che ci serve!”) e c’erano buone possibilità di essere salutati calorosamente. Ora è molto più complicato. Più di 55 milizie dei ribelli, per un totale di oltre 30.000 combattenti armati, controllano parti di Tripoli, alcune con una lasca protezione e direzione di Belhaj, il Comandante Militare di Tripoli del CNT. Belhaj, prima in Al Qaeda, ha trascorso qui sette anni di prigione quando gli Stati Uniti e il Regno Unito lo spedirono al regime di Gheddafi seguendo un programma di catture forzate. Il suo partito, che si è formato all’interno della Fratellanza Musulmana, probabilmente vincerà le elezioni del prossimo giugno. È nella terza più potente milizia di Tripoli. La più grande è guidata da Salh Gait, da Tripoli, e secondo il suo vice ha 5.000 combattenti e altri si stanno aggiungendo.
In questi giorni, in Libia è una buona idea memorizzare il nome della maggiore milizia locale e dei suoi leader, e così, quando si viene avvicinati da qualche soggetto poco amichevole e pesantemente armato si possono sfregare i due diti indice e dire il nome del capo aggiungendo “Mieh, mieh”, “Bene, bene”. Si vuole evitare di dire il nome sbagliato della milizia e del leader perché oggi c’è una strana calma a Tripoli dopo alcune settimane fitte di schermaglie poco riportate sulla stampa.
Poco riportate per la seguente ragione. Il governo di transizione sbandiera con quotidianità la nuova libertà della stampa, parlando dell’esistenza di 43 nuovi giornali o riviste. A prima vista sembra una cosa positiva e ogni settimana il numero varia quando i finanziatori locali e stranieri non riescono a recapitare i soldi promessi o altri iniziano a pubblicare un quotidiano o un settimanale.
La cosa da rimarcare “sulla nuova Libia libera, sui nuovi media liberi” è che è al 100% solidale col “nuovo governo”. Mi è stato detto che solo in parte viene dalla paura delle conseguenze che verrebbero da non seguire il copione di un sostegno generalizzato per il CNT. Un altra ragione, secondo un ambasciatore occidentale che ha risposto a questo post, è che i nuovi media provengono dalla miriade di milizie e hanno un problema psicologico nel criticare i problemi che sembrano lievitare giorno dopo giorno. Ahmad puntualizza: “Erano così vicini alla NATO e ai ribelli che non vogliono ammettere che si erano sbagliati su molte questioni e allora ignorano quello sta avvenendo davanti ai loro occhi.”
Ho assistito ieri a un esempio in Piazza Verde. Il proprietario dell’albergo mi ha spiegato che quasi tutti continuano a chiamarla Piazza Verde invece di Piazza dei Martiri secondo la ridenominazione del CNT “perché è stata la Piazza Verde per decenni e cosa c’è di sbagliato in quel nome? Se dici a qualcuno di incontrarsi in ‘Piazza dei Martiri’, la cosa sembra stupida. Cosa succederebbe se il nuovo governo egiziano desse un altro nome a Piazza Tahrir? La gente in Egitto lo accetterebbe?”
Ieri sono stato sorpreso dall’assistere a due ben nutrite manifestazioni contro il governo indette alle opposte estremità di questo grande spazio. Una era organizzata da due donne che avevo conosciuto durante l’estate che erano e apertamente sono ancora sostenitrici del regime di Gheddafi. La prima guidava la scorsa estate un gruppo di donne avvocato e l’altra un gruppo di donne. Questa dimostrazione chiedeva la cittadinanza per i mariti e i bambini delle mogli e delle madri libiche. La stessa lotta che prosegue da decenni in Libano.
L’altra dimostrazione, tenuta da una signora avvocato che avevo visto parlare a una conferenza al Corinthia Hotel pochi giorni prima della caduta di Tripoli, era organizzata da un gruppo che chiedeva giustizia per quelli che erano scomparsi e che a decine sono stati confinati nelle prigioni segrete delle milizie in tutto il paese. Secondo la ricerca del suo comitato, oltre ai 7000 e più lealisti di Gheddafi che sono stati imprigionati dal CNT – l’80% identificato per nome -, il Comitato per la Giustizia degli Scomparsi afferma che sono più di 35.000 i libici reclusi segretamente dalla milizia che sono fuori dal controllo e talvolta persino ignoti al fondamentalmente esautorato CNT. Ahmad ritiene corretti questi dati da quello che ha potuto capire in prigione e mi ha spiegato che, se mi avesse portato in una scuola nei pressi dell’albergo prima della riapertura del 7 gennaio, se si cammina di notte senza il rumore del traffico si possono sentire le grida delle guardie e le urla dei prigioni.
A me sembra che, almeno per il momento, le manifestazioni vengono permesse anche se c’è una pletora di osservatori che controllano tutto e tutti capiscono quali sono quelli del CNT e delle forze di sicurezza della milizia.
Ahmad è appena arrivato a prendermi e mi ha informato che nessuna manifestazione è stata riportata sui giornali di questa mattina grazie ai nuovi media libici, così magnanimi da non fare mai critiche al nuovo governo.
La signora che guida l’altro consesso ha proposte varie questioni che il suo gruppo vuole sollevare. Una è il fatto che molte donne sono scomparse dalle vie e che non se ne sente più parlare. Lei sospetta che alcune siano finite nelle case che prima erano dei parenti di Gheddafi e dei sostenitori del regime. Ritiene che solo a Tripoli più di novanta di queste case - tutte in zone pregiate, spesso sul mare – siano state saccheggiate da varie gang dei ribelli e derubate dei beni che si possono ora trovare in vendita nei suk. Vedendo la distruzione di queste proprietà, molti membri della milizia hanno avuto un’idea migliore. Perché tornare a Bengasi, Misurata o in qualsiasi altro posto quando possono vivere qui a Tripoli in un relativo lusso? Sono centinaia gli uomini delle milizie che stanno facendo questo, secondo “Mara”, l’attivista per le donne. “Sono ben armati, vivono di una piccola paga della milizia, ma più che altro di svariati delitti, stanno iniziando a riparare quello che hanno prima distrutto e si sono trasferiti per rimanerci, tanto da affittare stanze ai nuovi arrivati”. Mara ha aggiunto, “Se vedono una casa vuota, specialmente se è bella, ritengono, spesso giustamente, che fosse dei parenti, dei funzionari o dei sostenitori di Gheddafi e pensano quindi che sia a loro disposizione. E se la prendono. E sfidano chiunque, le altre milizie e l’inesistente nuovo governo a cercare di farli sgomberare. Non hanno alcuna intenzione di tornare da dove sono venuti, tanto meno di posare le armi. Al contrario, si stanno accaparrando sempre più armi ed esplosivi, sia per la sicurezza che per aumentare il proprio potere contrattuale in campo politico. Sembra proprio che la Libia sia terreno di conquista per molte operazioni, sia locali che provenienti dall’estero.” La stessa signora mi ha detto che la popolazione di Tripoli è aumentata di un milione e i locali vogliono che gli “estranei” ritornino alle loro città e che permettano ai veri residenti di Tripoli di prendersi cura della propria. Gli estranei aggiungono problemi al traffico e provocano problemi di sicurezza, tanto che le persone non escono la sera.
Alcuni degli invasori di queste case hanno spostato le proprie famiglie dalle altre zone della Libia, altri sono accusati dai gruppi di tutela delle donne di tenere recluse le lavoratrici domestiche straniere e di aver sequestrato ragazze nelle strade e di averle schiavizzate nei propri rifugi.
Ma molti sono infuriati perché il nuovo “governo” non riconosce neppure l’esistenza del problema, visto che non ha alcun desiderio di assistere a un’indagine della Corte Penale Internazionale sui crimini delle due parti, e non vuole controllori che vadano in giro a fare domande.
I libici all’interno del paese e quelli che cercano sicurezza nelle nazioni vicine si stanno sempre più affidando alle dieci maggiori tribù per porre fine a questa situazione e a tanti altri problemi.
Un problema che si pensa sia sul punto di esplodere con violenza viene dalle aree di Bani Wallid e Sirte, dove la NATO e le forze locali hanno ucciso molti civili di cui nessun gruppo a sostegno dei diritti umani è venuto a conoscenza. Un comandante di una milizia locale ha spiegato a me e altri due colleghi qualcosa che ha appreso mentre stava aiutando a gestire una prigione segreta: “Anche se un anno fa erano già presenti divisioni intra-tribali o geografiche, ora sono 500 volte peggiori. Le tribù si stanno armando e hanno dato al governo diverse scadenze sugli impegni per ricostruire le abitazioni e le aziende distrutte, per aiutare le famiglie senza casa, per togliere le armi dalla strada e rispedire le bande armate nei posti di provenienza. Al momento il governo non ha fatto niente e la gente è sempre più arrabbiata.”
Uno dei problemi che crea più attrito è l’aumento generalizzato dei prezzi, a parte l’elettricità che, secondo le mie fonti, nessuno sta pagando in tutta la nazione dallo scorso febbraio. Ma le interruzioni del servizio sono analoghe a quelle dei bombardamenti della NATO. La mancanza di soldi è un problema per i cittadini a cui non è consentito prelevare più di 750 dinari al giorno. Il denaro è ancora relativamente scarso e, oltre ai 7 miliardi che sono stati portati via dalle banche libiche dagli ex funzionari e dagli uomini d’affari la scorsa primavera, altri 8 sono stati ritirati durante l’estate dai cittadini in preda al panico prima che venisse imposto dal governo di Gheddafi il limite di 500 dinari al mese.
Mi è stato suggerito, sia nelle nazioni vicine che in Libia dai rappresentanti delle Tribù, che la guerra potrebbe già arrivare il 1° marzo: “La nostra storia, la nostra cultura, la nostra dignità, sono in pericolo. È responsabilità delle Tribù ripulire il paese da questi fuorilegge come abbiamo fatto con i colonizzatori italiani.”
Nel corso di una riunione in un paese confinante, un lealista di Gheddafi ha spiegato: “Conosciamo le tribù che hanno collaborato con la NATO e che hanno svenduto i nostri diritti di nascita. Era successa la stessa cosa con gli italiani e negli anni con le compagnie petrolifere straniere. Lotteremo per rimettere in sella il popolo libico, sapendo che il regime di Gheddafi ha fatto degli errori, ma anche che il sostegno oggi va dal 90% nelle aree della Tribù Wafala come a Bani Walid a quasi il 60% a Tripoli. Lui non tornerà, ma lo faranno molte delle sue buone politiche, enshallah.”
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Entro aprile l’Iran avrà la bomba
Fonti
di intelligence israeliana hanno fatto trapelare oggi una nota nella quale si
evidenzia come entro il mese di aprile Teheran avrà costruito almeno 4/5 testate
nucleari. A renderlo noto è il sito di intelligence Debka File secondo cui la
finestra temporale per un intervento armato sulle centrali nucleari iraniane si
restringe a pochi mesi, entro il mese di marzo.
Intanto l’Iran si prepara a fronteggiare il sempre più probabile attacco da
parte di Israele. Secondo fonti di intelligence americane diverse compagnie di
Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione iraniana) sarebbero già di stanza in
Siria. loro compito è quello di dirigere il lancio di missili dal territorio
siriano sulle città israeliane. Secondo quanto riferito dalla agenzia FARS si
sarebbero inoltre almeno 30.000 uomini in Siria pronti a entrare in Israele per
compiere attentati suicidi.
Altri Pasdaran sarebbero già nel Libano del Sud da dove possono coordinare le
azioni belliche di Hezbollah che proprio l’altro giorno, per bocca del suo
leader Hassan Nasrallah, ha detto che in caso di attacco israeliano alle
centrali nucleari iraniane, la guerra si trasformerà in un “conflitto
regionale”.
Continua intanto la delicata partita diplomatica. La Russia e la Cina si
oppongono all’irrigidimento delle sanzioni contro Teheran sostenendo che “le
sanzioni sin qui applicate sono più che sufficienti”. Di diverso avviso il
Presidente americano, Barack Obama, che spinge invece per una maggiore pressione
sull’Iran e non esclude un intervento militare. Più decisi invece gli inglesi
che sembrano puntare invece su un intervento mirato atto a distruggere le
centrali atomiche iraniane. Contrari Francia e Germania che sia attestano sulla
stessa linea di Obama.
Tuttavia, se le indiscrezioni filtrate oggi sulla possibilità concreta che entro
aprile Teheran avrà a disposizione la bomba nucleare venissero confermate,
sarebbe molto più difficile per i “moderati” contrastare un intervento armato.
A Gerusalemme sono tutti convinti che le sanzioni non fermeranno la corsa verso
la bomba dell’Iran e per questo da diverse settimane si stanno preparando
all’inevitabile. Sembra, ma non è confermato, che siano in spedizione migliaia
di lettere di richiamo per i riservisti, il che fa pensare che il momento si
stia avvicinando. Di certo prima di marzo/aprile occorrerà fare qualcosa per
impedire agli Ayatollah di avere la loro bomba atomica.
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Ultimo aggiornamento: mercoledì 09 maggio 2012