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Introduzione allo studio della filosofia
Premessa: UN’ESPERIENZA CHE INTERESSA E PONE DOMANDE

 

Innanzitutto, non si può fare filosofia, né la si può studiare, se non si hanno delle domande da porre all’esistenza. Ma quando si cominciano a porre delle domande all’esistenza, alla vita? Quando si incomincia a vivere qualcosa di significativo.

Pensiamo allo sviluppo psicologico della persona: quando il bimbo non ha coscienza di se stesso, quando non vive ancora un’esperienza di rapporto con altre persone o cose, non pone delle domande. Il momento del perché è quando comincia a prendere coscienza di essere, esistere. Quando la vita comincia a diventare per lui un’esperienza, nella misura in cui si allarga la profondità di tale esperienza, si allarga anche l’orizzonte sulla vita, il desiderio di interrogarsi su di essa, di comprenderla. Faccio un esempio: se io non ho mai fatto l’esperienza di che cosa sia l’amicizia e poi ad un certo punto divento amico di una persona e questo rapporto coinvolge tutta la mia vita (determina cioè il mio tempo, i miei interessi, i miei soldi), questo fatto porrà inevitabilmente delle domande, mi obbligherà a richiedermi il significato di ciò che prima magari vivevo in modo scontato (del mio rapporto con gli altri, del perché sacrificare del tempo e dei soldi per lui, del perché degli interessi che vivo con lui).

Riassumendo, l’uomo arriva sempre alle cose che sono fuori di lui attraverso delle esperienze che riguardano la sua persona. Non posso mettermi con frutto a far filosofia (o la studierei semplicemente come si impara a memoria un libro e lo si "rivomita" davanti ad un professore), se questo non nasce da delle domande che io pongo alla vita e queste domande nascono se c’è un’esperienza in me. In altri termini, un uomo senza volto non può fare filosofia.

Seconda condizione perché io possa fare filosofia è che l’altro sia interessante per me. È un altro modo di esprimere la prima cosa. Cioè, io mi pongo delle domande se scopro che ciò che mi accade (le cose, le persone, gli avvenimenti intorno a me) ha un interesse per me: se amo l’incontro.

Se vivo qualcosa desidero incontrare, le cose e le persone diventano interessanti, tutto diventa interessante. Perciò non c’è niente che non sia almeno in parte una verità, una cosa che valga la pena di incontrare. Anche nella più grande menzogna c’è nascosta una verità. La filosofia è la passione di scoprire dentro ciò che è in me e al di fuori di me la verità di quella persona, di quella cosa, di quell’avvenimento, ecc.

Una definizione: LA FILOSOFIA COME INTELLIGENZA DI UN DATO

Le due premesse sono le condizioni per far filosofia e mi portano ad una definizione di filosofia. Ho detto che l’uomo si apre a tutta la realtà attraverso l’esperienza che lui vive (per chi è cristiano tra di voi è quello che disse Cristo quando affermò che occorre amare gli altri come se stessi; uno non può amare la realtà se non ama sé, perché uno per arrivare alla realtà deve passare attraverso di sé). La filosofia si pone come tentativo di intelligenza di un dato, di qualcosa che mi è dato, di un dato storico, prima dicevo un’esperienza (un mio amico che muore, mio figlio che nasce, un rapporto che si spezza o un dato storico che ha toccato me e la società: la lotta di classe), desiderio di intelligenza di un dato storico che ha toccato me, ha toccato gli altri, che ci ha toccato assieme oggi, nel passato, in un momento solo o sempre: questa è per me la filosofia, e questa definizione è quella che spiegherò lungo tutta l’analisi della storia della filosofia antica e medievale.

Questa definizione non è per niente accettata da tutti i filosofi, perché afferma che la filosofia comincia da qualcosa, da un dato e non per esempio dal nulla, che la vita non comincia dal nulla, ma comincia da qualcosa che c’è già e che il problema della filosofia è l’intelligenza di questo qualcosa.

Allora il punto di partenza della filosofia non è una teoria da verificare ("abbiamo questa teoria, vediamo se funziona!"), ma il punto di partenza della filosofia è il nudo dato dell’esperienza. Questo mi accade ancora con tutta la sua oscurità, la sua problematicità (perché ancora non mi è chiaro il significato di ciò che mi accade, che ci accade o che è accaduto o che accade da sempre o che accade solo ora).

Vediamo di spiegare la parola "esperienza", che cosa io intendo per esperienza. Per esperienza io intendo l’uomo (perché è solo l’uomo che fa l’esperienza; perché al di sotto dell’uomo si vive, ma non si ha coscienza della vita e quindi non c’è possibilità di esperienza, perché il modo in cui le formiche scavano e costruiscono è molto intelligente ma è sempre quello da migliaia di anni), l’esperienza è l’uomo nella sua esigenza primaria, nelle sue strutture fondamentali, quindi l’uomo come desiderio di.... di felicità, di giustizia, come desiderio di amore, come desiderio di verità; l’uomo nella sua esigenza, nella sua struttura primaria che si scontra con delle cose, con delle persone per cercarvi la risposta soddisfacente.

La filosofia è il tentativo di rendersi ragione dell’esperienza, cioè è il tentativo di scoprire la ragionevolezza dell’esperienza, di mostrare la struttura ultima dell’esperienza umana (umana nel senso che questa intelligenza avviene nell’uomo ma non riguarda solo l’uomo, riguarda tutta la realtà).

La storia della filosofia: L’ERRARE DI UNA RICERCA

Una parola sulla storia della filosofia: penso che la maggioranza di voi, se ha un’idea della storia della filosofia, l’abbia come di un’inarrestabile progresso: c’è prima Talete, poi Anassimene, Anassimandro, poi c’è Platone, Aristotele, cioè gente che perfeziona quello che chi veniva prima aveva detto. È l’immagine di molti manuali che circolano nelle nostre scuole e che dipendono dalla concezione crociana della filosofia. La filosofia per Croce si identifica con la sua storia e la storia è inarrestabile cammino dello spirito verso il suo compimento. In molti manuali (quelli di origine idealistica e marxista) la storia della filosofia è stata vista come storia di un progresso, che ha pure i suoi momenti di oscurità (per es. il Medioevo), ma comunque di progresso.

Al contrario penso che ai più la storia della filosofia sembri una serie di voci isolate e sconnesse, una galleria di pazzi.

Io invece penso che la Storia della filosofia sia l’errare di una ricerca, quindi né inarrestabile progresso né voci isolate, ma voci accomunate da una ricerca che non segue però una linea retta, ma una linea zigzagante: una ricerca a volte genuina, aperta, a volte idolatrica. A volte cioè è animata da un desiderio di scoprire come stanno le cose, talaltre invece si ferma ad adorare ciò che ha scoperto (la cosiddetta "ideologia" almeno nel suo significato deteriore).

L’inizio della filosofia: UNA CERTEZZA O UN PROBLEMA?

Stando a quello che ho detto potremmo dire anche che la filosofia nasce da un atto di fede: dalla fede cioè che la vita abbia un senso e che sia possibile individuare questo senso (anche lo stesso problematicismo assoluto, corrente filosofica che afferma che la vita è problema e quindi assoluto non senso, finisce per affermare un senso: appunto quello del non senso).

La filosofia nasce solo come ricerca di un significato, ma anche come segreta certezza di poterlo trovare, altrimenti la ricerca stessa non potrebbe mettersi in moto. La fisica ci insegna che il movimento è relativo sempre ad un punto fermo, altrimenti non esisterebbe movimento. Se tutto si muove, tutto è immobile; allora, direbbe Aristotele, questi filosofi sarebbero come dei tronchi di legno, costretti a non dire più niente, se niente ha un senso. Nella "Metafisica" Aristotele dice che quelli che affermano che niente ha un senso, o danno senso a questa loro frase e quindi si contraddicono, oppure se non vogliono contraddirsi stiano zitti.

Al di là di queste note polemiche con Guido Calogero e gli altri, questo è importante: la filosofia nasce dalla speranza di trovare un senso all’esistenza; la filosofia, cioè, nasce dalla certezza che è possibile conoscere. La parola greca verità si dice in greco "alètheia", che vuol dire che "non può stare nascosta", non riesce a star nascosta (Spinoza diceva che la verità manifesta se stessa).

Questo non è per niente scontato perché per secoli e secoli la filosofia, da Cartesio a Kant, si è costituita proprio come negazione di questo. Il punto di partenza della filosofia da Cartesio a Kant non è stato l’evidenza che l’uomo conosce e può conoscere l’essere, ma la discussione intorno alla possibilità stessa dell’uomo di poter conoscere. E così tutto quanto è diventato problema: Dio, il mondo, tutto era problema (anche se è presente nella filosofia da Cartesio a Kant una grossa verità, e cioè che il cuore della filosofia è la conoscenza). Tra l’altro, con quale strumento io decido riguardo a questo problema? Con la stessa ragione che devo valutare. Non so se riuscite a cogliere l’antinomia di Kant: Kant poneva in questione l’uso della ragione e lo poneva al giudizio della ragione stessa. Questa antinomia di Kant ci fa dire proprio che la conoscenza per l’uomo non può essere problema. È problema il modo della conoscenza, ma non la conoscenza stessa, non l’apertura dell’uomo al reale.

Quindi se tutto fa problema, almeno una cosa non può fare problema: che la verità non riesce a stare nascosta, perché l’uomo è in modo trascendentale aperto ad essa. Cioè è strutturale all’uomo l’apertura alla verità, anche se non sempre l’uomo riesce a raggiungerla. Questo è il cuore di quello che voglio dire, tra l’altro è il punto centrale della filosofia antica e medievale, che è stato dimenticato da Cartesio fino a Kant ed è stato poi ripreso da Giorgio Hegel, ma in altri termini (comunque dobbiamo ritornare agli Idealisti perché si riprenda questa certezza, seppure ad altro livello).

Il centro della filosofia antica e medievale è proprio l’affermazione di questa apertura trascendentale alla verità dell’uomo: l’uomo è strutturalmente aperto alla verità, cioè l’uomo deve porre uno schermo tra sé e la realtà per non vederla. Faccio un esempio: a meno che io sia malato, per me è strutturale il sentire i suoni perché fa parte della struttura dell’umano; non è per me un problema questo; diventa un problema nella patologia. La filosofia da Cartesio a Kant ha fatto della patologia l’ideale della vita. Quello che è strutturale nell’uomo l’ha fatto diventare un problema. Insisto su questa cosa perché è il cuore di quello che voglio dire.

Trascendentale vuol dire oggettivo in tutta la realtà. Il trascendentale per eccellenza è l’essere, perché tutta la realtà che c’è ha questa caratteristica di essere, non ci può essere qualche cosa che non sia. L’uomo è trascendentalmente aperto alla realtà in quanto uomo; all’uomo compete, come sua struttura, essere trascendentalmente aperto alla realtà. L’esempio di Kant è quello più chiaro: noi non possiamo cogliere nulla se non all’interno delle categorie spazio temporali. Solo che Kant colloca al livello della logica quello che è ontologico. Io uso il termine trascendentale in senso ontologico, costitutivo dell’essere, non della conoscenza. Allora il problema fondamentale della filosofia è proprio cogliere questo punto: la verità non riesce a star nascosta e l’uomo, che ne è assetato, può placarsi solo nella conoscenza di essa.

IL PROBLEMA FONDAMENTALE DELLA FILOSOFIA È UN PROBLEMA MORALE

Il problema fondamentale della filosofia è un problema morale: morale nel senso che il problema fondamentale della filosofia infatti è il rapporto che si instaura nell’uomo tra l’intelligenza e la volontà, cosicché la volontà spinga l’intelligenza ad aprirsi sulle cose, e non la chiuda ponendo uno schema tra l’uomo e le cose. Faccio un esempio: immaginiamo che Rocco sia antipatico, ma proprio antipatico, perché mi ha fatto del male. Siamo compagni di classe e lui mi ha fatto del male, anche intervenendo parecchie volte in classe con i professori, denigrandomi, dando di me una immagine totalmente falsa, cosicché io sto quasi per essere bocciato solo per colpa sua. L’insegnante mi chiede di dare un parere su Rocco. Il problema della filosofia sta tutto qui: o la mia affettività, in questo caso antitetica, chiude la mia intelligenza alla verità della sua persona, e quindi mi fa dire: guardi, Rocco è veramente un pessimo soggetto. Oppure la mia affettività spinge la mia intelligenza ad affermare, al di là del male che c’è in Rocco, ciò che di positivo è in lui; a riscoprire quindi la verità della sua persona dentro l’esteriorità di male col quale mi è apparso.

Ho detto prima che la filosofia parte da questa apertura ineliminabile dell’uomo sulla realtà. Il problema della filosofia si decide tutto in questa connessione tra l’intelligenza e la volontà, così che io sia spinto dalla volontà ad amare la realtà per poterla conoscere e a conoscerla così da poterla amare. Per questo dicevo che il problema filosofico è un problema morale, in quanto la moralità è il rapporto giusto tra volontà e intelligenza.

La ragione si trova di fronte alla realtà: qui c’è già una annotazione interessante da fare ed è che la realtà non è creata dalla ragione, ma è scoperta da essa. Quando dicevo che la filosofia parte da un dato che la precede ponevo già questa premessa: che la ragione non crea il reale. Questa affermazione ha conseguenze enormi. Se il reale mi è dato, in modo che posso scoprirlo e non fondarlo, io sono poco o tanto dipendente da esso. Se invece il reale è qualcosa che io vado creando, per esempio nella storia, io ne sono il padrone. Sono padrone per esempio del bene e del male. Sempre i lager, i gulag e le camere a gas, cioè le dittature, si sono fondate su una concezione filosofica di ragione come fondamento e generazione del reale. Quindi affermare che la ragione scopre soltanto, ma non ha il compito e la possibilità di creare il reale, è una affermazione di una portata storica rivoluzionaria nei confronti della dittatura, di ogni dittatura, perché la dittatura si fonda sempre sulla possibilità di essere lei arbitra del bene e del male (il famoso stato etico).

La filosofia parte come apertura della ragione sulla realtà e come desiderio di aderire ad essa. Fra la conoscenza della realtà e l’adesione ad essa si pone appunto la volontà come spinta alla affettività: c’è la ragione che conosce e l’affettività che mi fa aderire alla verità conosciuta. Io mi apro a questa verità, per esempio conosco questo libro, ne scopro il titolo, il contenuto, l’autore e allora la mia intelligenza è mossa dalla mia affettività a leggerlo.

Nell’uomo vivono due strade di approccio alla realtà: una strada è l’intelligenza che mi fa aderire alla realtà come verità; un’altra è la volontà che mi fa aderire alla realtà come bene, come cosa desiderabile, non solo per conoscerla ma anche per abbracciarla. L’intelligenza ha una preoccupazione logica; la volontà si pone di fronte alla realtà con il desiderio di abbracciare e possedere ciò che è conosciuto. Sono due modi di approccio da parte dell’unico uomo di fronte all’unica realtà. L’uomo non si può appagare né dell’una né dell’altra, anche se in molti casi finisce di fatto per appagarsi o dell’una o dell’altra: l’intellettualismo di chi fa della conoscenza semplicemente l’appagamento di sé o invece la forma di chi annega nel possesso e non sa più che cosa stringe. Immaginate di mettere il naso a trenta millimetri di distanza da un quadro per possederlo: non riuscite neanche a vederlo. Il problema della filosofia dunque è il rapporto tra intelligenza e volontà. In altri termini io posso a tal punto odiare una realtà o amarla da essere portato a dire di essa il bene o il male che non è.

La storia della filosofia è piena di menzogna, per cui una cosa che è giustissima rimanendo un pezzetto, viene gonfiata e fatta diventare il tutto: si chiama ideologia. "La menzogna" diceva Chesterton "non è una falsità, ma è una verità isolata dal suo contesto, portata attraverso un gonfiamento ad essere il tutto". Che lo voglia bene ad una persona è una verità, ma che io per voler bene a quella persona dimentichi tutto il resto, è una menzogna. Che io dica che l’industrializzazione sia un fatto che ha sconvolto la storia è una verità; che io faccia dell’industrializzazione la spiegazione di tutti i problemi del mondo è una menzogna.

Riassumo: la filosofia è l’intelligenza di un dato, cioè l’uomo patte da una esperienza nel tentativo di rendersi ragione di essa; una esperienza che non è totalmente fatta da lui. La ragione si applica a questa scoperta della realtà in un rapporto con la volontà, così che il problema fondamentale della filosofia è proprio lasciare che gli occhi vedano, che gli orecchi sentano, cioè che le ideologie sulla vita non ci tolgano la vita.

FILOSOFIA E SCIENZE

Le scienze studiano il reale o nelle sue parti (per esempio la Biologia studia solo ciò che vive) o sotto particolari aspetti (la Fisica studia tutto ma solo in quanto si muove; la Chimica studia tutto ma solo nelle sue trasformazioni irreversibili). La filosofia invece non si pone come ricerca del significato di una parte del reale o come ricerca di tutto il reale sotto un aspetto particolare, ma come affronto di tutto il reale per cercarne il senso ultimo, la struttura ultima. Non il come ma il perché. In questo senso la filosofia è un sapere sintetico, perché ricerca la struttura ultima e la cerca partendo dall’esperienza, attraverso un’indagine della ragione sull’esperienza. È perciò anche un sapere critico perché implica una indagine della ragione sull’esperienza, per scoprirne l’intima struttura.

A questo punto occorre una puntualizzazione: quale è la differenza del valore dell’esperienza nelle scienze e nella filosofia?

Innanzitutto per la filosofia l’esperienza è qualcosa di più ampio di quello che la scienza moderna, da Galileo in poi, intende per esperienza. La scienza definisce l’esperienza "un accadimento riproducibile ed esprimibile attraverso leggi". Invece quello che io ho chiamato esperienza è qualcosa di molto diverso: per esperienza intendo le esigenze ultime degli uomini che si scontrano con altre cose e persone per cercarvi una risposta soddisfacente. L’esperienza in senso filosofico è quindi in partenza qualcosa di non necessariamente chiaro, anzi è necessariamente non chiara, pone delle domande, può essere anche irripetibile, mentre all’esperienza scientifica si connette necessariamente la sua ripetibilità.

VERITÀ E UTILITÀ

Il sapere filosofico è da ultimo disinteressato; non nel senso che non possa e non debba avere un esito pratico e politico, che cioè questa indagine del reale non possa determinare una struttura della convivenza umana, ma nel senso che il punto di partenza della filosofia è la ricerca della verità da servire e non della verità che può servire. A dire il vero ci sono stati parecchi momenti della storia della filosofia in cui essa è coincisa con la ricerca della verità che può servire: la filosofia dei tiranni, al servizio della tirannide. La scuola sofistica è il primo esempio di questo: si è concepita come esercizio della filosofia in quanto difesa di una verità che coincideva con l’utilità: per i Sofisti la verità era tale in quanto riconosciuta dal principe. Protagora dice appunto che "l’uomo è misura di tutte le cose"; la filosofia era una variabile del potere politico. In altri secoli questo è riaccaduto ed è il motivo per cui hanno ucciso Socrate.

LE DEFINIZIONI DI ALCUNI FILOSOFI

Cicerone nelle "Tusculanae disputationes" dice che Pitagora usò per primo il nome di "filosofia", che vuol dire "amore della sapienza". Vediamo di capirlo: è il desiderio di qualcosa che ancora non abbiamo. Quando nasce questo desiderio, quando incomincia la filosofia (non la storia della filosofia)? Quando io inizio a desiderare di vedere in un modo diverso. Dice Cesare Pavese nei "Dialoghi con Leucò" : "Certe cose le vediamo tutti i giorni (parla di un albero che vedeva passando giornalmente); provate invece un giorno a fissarlo, e poi a fissarlo e a fissarlo ancora: vi sembrerà a un certo punto di non averlo visto mai". È la definizione della filosofia (a dire il vero è anche la definizione della preghiera).

La filosofia è l’improvvisa meraviglia di uno sguardo nuovo che si apre sull’essere: a un certo punto ciò che avevo visto sempre secondo una dimensione solita mi appare in una dimensione nuova. Penso che sia esperienza comune: chiunque si sia mai innamorato ha fatto questa esperienza. Tommaso D’Aquino ha scritto: "Lo stupore è il desiderio di sapere qualcosa. Esso nasce nell’uomo per il fatto che egli vede l’effetto e ignora la causa (un tramonto: il sole è già scomparso e c’è ancora il rosso; un’alba: il sole non è ancora apparso e già diffonde la luce), per il fatto che la causa di quell’effetto trascende la conoscenza e la capacità dell’uomo (vedo un lampo ma non ne so l’origine). Perciò lo stupore è causa di piacere, in quanto vi è congiunta la speranza di poter giungere a conoscere ciò che desidero sapere".

Platone scrive nel "Teeteto": "Lo stato d’animo del filosofo è la meraviglia". L’origine della filosofia è la meraviglia (come è indicato dal mito di Iride, figlia di Taumanto, che raffigura la meraviglia). Aristotele scrive nella Metafisica: "Gli uomini furono mossi a filosofare, allora come ora, dalla meraviglia, rimanendo dapprima stupiti dei problemi più semplici e poi progredendo poco a poco fino a porsi problemi più alti". Tommaso, commentando questo passo di Aristotele, scrive: "Il motivo per cui il filosofo è vicino al poeta è questo: ambedue hanno a che fare con ciò che desta lo stupore". Vi ricordate nel ’600, il Marino? "È del poeta il fin la meraviglia".

La filosofia nasce non perché interviene un soggetto nuovo, ma per lo stupore con cui vede le cose (per esempio l’innamoramento); non è perché le cose sono cambiate in sé, ma perché l’oggetto di sempre comincia a rivelarsi come nuovo. È lo strappare le cose alla morte, perché la morte delle cose è vederle secondo la loro consuetudine. Per questo Platone nel "Convito" dice che la filosofia è figlia di Penia (povertà) e Poros (acquisto); in altri termini la filosofia è il desiderio di conoscere ed amare il vero, che non è ancora possesso, pur essendolo in parte. Infatti un nuovo modo di vedere mi è possibile perché io vedevo già, eppure è qualcosa di diverso rispetto a prima. S. Agostino dice: "Non mi cercheresti se non mi avessi già trovata" (è la verità che parla). E Platone: "La verità è in noi, per questo possiamo cercarla". Una notazione ovvia per chiarire: se uno non sa niente di una certa questione non può fare neanche domande intorno ad essa. È perché siamo stati toccati dalla verità che desideriamo conoscerla ed amarla.

L’esito della filosofia: AUTOIRONIA O IDEOLOGIA

Abbiamo detto che la filosofia è l’intelligenza di una esperienza presente che chiede di essere illuminata e compiuta. Il problema è se può la filosofia compiere tale tragitto per intero. Il simbolo della filosofia è nel Medio Evo l’Ulisse di Dante che, per aver voluto andare oltre le colonne d’Ercole, è perito miseramente. In altri termini, la filosofia può essere la salvezza per l’uomo (la salvezza è il compimento dell’uomo)? Qui si colloca la testimonianza di Socrate, per il quale la filosofia è "sapere di non sapere". Cioè la filosofia deve essere animata da una permanente autoironia sul proprio risultato. Nel momento in cui il filosofo, secondo Socrate, pensasse di sapere compiutamente, cioè di salvarsi, di realizzarsi con la propria conoscenza, in quel momento è finito. Nei dialoghi di Platone, Socrate ironizza con questi sedicenti sapienti che pensano di sapere tutto, ma in realtà non sanno niente; proprio perché sono pieni della loro sapienza e non ne sanno i limiti, non posseggono nessuna sapienza. Ed ecco la funzione dell’ironia socratica. Socrate girava per le strade di Atene non sapendo e nello stesso tempo fingendo di non sapere, e fingendo di credere che gli altri sapessero: li stuzzicava nella loro superbia e quando gli altri davano le loro definizioni, ne mostrava l’infondatezza.

DOMANDA: Come si concilia questa autoironia della filosofia con la certezza da cui la filosofia stessa nasce, la certezza che un senso esiste e si manifesta?

La certezza di cui parlavo prima è il punto di partenza della filosofia; l’ironia è il controllo, lungo tutto il suo cammino, della sua verità. La domanda ha messo in luce il paradosso centrale dell’esistenza: l’uomo è, in maniera strutturale, fatto per una totalità che non riesce a raggiungere. È il problema fondamentale della filosofia: se la filosofia riesce a riconoscere questo paradosso, e quindi a questo punto si ferma, o se invece nega questo paradosso e arriva a dire che l’uomo non solo è aperto alla totalità, ma che può raggiungerla, e che tale totalità è proprio la filosofia. A questo punto però la filosofia deve negare il punto di partenza, cioè che la realtà sia un dato, e cioè deve arrivare a concludere che la realtà sia posta dall’uomo: è la coerenza dell’idealismo. Il paradosso dell’esistenza si svolge tra due poli: il primo è che l’uomo è strutturalmente aperto alla totalità, è fatto per essa e non può appagarsi se non in essa. Il secondo consiste nel fatto che egli non riesce a raggiungerla; tende allora continuamente a convincersi che la totalità sia quella che egli ha già raggiunto. L’idolatria è il fenomeno storico di questo cammino (siccome Mosè non scende mai diciamo che il tutto che egli doveva portarci è questo vitello d’oro; oppure: siccome in fondo io non potrò amare tutte le donne, dico che il tutto è questa donna: e così mi frego con le mie mani; come dice Shakespeare in "Giulietta e Romeo": "Mostrami la più bella che tu conosci e io una ancor più bella di lei ti indicherò").

L’ironia socratica è proprio questo pungolo nella carne del filosofo che gli dice: nel momento in cui tu vuoi chiudere il discorso (l’ideologia) sei finito! Per questo il discorso filosofico è un discorso permanente, aperto, non può mai essere chiuso. Tale pungolo nasce dalla scoperta che non c’è niente che appaghi il mio desiderio di totalità; e allora la suprema intelligenza è quella di andare continuamente cercando, non nella posizione scettica di chi dice che non c’è nessuna verità, ma nella posizione di chi, non appagandosi mai di quello che ha incontrato, ne cerca una ulteriore profondità.

Da questo punto di vista la filosofia non può essere comunicata dalle parole: non posso dirti cos’è la filosofia, i suoi contenuti perché nello stesso momento io la immagino già come una cosa in sé compiuta, che racchiudo in un discorso (lo diceva Platone nella sua VII Lettera ove afferma che la filosofia non si può comunicare con le parole). La filosofia è una ricerca che si può solo suscitare dall’interno dell’altro, non come comunicazione di Idee ma come testimonianza di un senso che fa scattare nell’altro una scintilla. Perciò essa può solo vivere in una persona, In delle persone. Socrate nel "Menone" è paragonato a un pesce che dà la scossa.

La tradizione cristiana ha chiamato questo "il maestro interiore" (S. Agostino nel "De Magistro" e poi anche S. Tommaso).

Quindi nell’uomo, nel filosofo vive continuamente, per usare l’espressione dell’umanista Niccolò Cusano, il "sapere di non sapere" di Socrate. Se nel senso di partenza la verità è qualcosa che non riesce a star nascosta, nel senso del cammino la verità è qualcosa da far emergere. Essa non riesce a star nascosta: allora il compito della filosofia è quello di togliere tutto ciò che le impedisce di emergere - "tutti i lacci" dice Parmenide nel suo poema - affinché non sia più latente o assente ma presente.

La filosofia è vissuta, ed è un altro elemento importante, nella sua origine e nel momenti di maggior acutezza, come ricerca associata, ricerca comunitaria. Sempre nella filosofia antica, quasi sempre nella filosofia cristiana e talvolta, raramente, nella filosofia moderna e contemporanea come per esempio nella Scuola di Francoforte. Infatti la filosofia è un rapporto tra persone, in cui l’esigenza del sapere nasce come scintilla che si origina da una testimonianza. La filosofia antica è sempre stata filosofia di scuole, che sono durate molto - come quella platonica (900 anni) - o poco. Scuole diverse dalle nostre, in cui la convivenza è limitata alla lezione: in esse la convivenza era la totalità della vita. Chi desiderava partecipare ad una scuola, entrava alla sequela di un maestro e vi restava. Il più delle volte queste scuole avevano un sostrato più o meno evidente di comunità religiose; la comunità pitagorica ne è la testimonianza più chiara, poiché in essa esistevano leggi di vita particolari, determinate dalla realtà sotterranea di questa "setta". Regole di vita diversificate a seconda dei cerchi di appartenenza dei partecipanti, tra cui vi erano semplici ascoltatori e iniziati a una conoscenza più profonda. Le leggi precise (non si poteva, ad esempio, mangiare legumi, per facilitare l’astinenza sessuale) svelano la vera identità di scuola misterica e di iniziazione religiosa.

Secondo tutto quello che ho detto, la finalità della filosofia appare dunque conoscitiva e non salvifica. Se ho parlato della filosofia come di una strada permanentemente aperta, ho voluto dire che il fine della filosofia non può essere la salvezza dell’uomo.

Rimane poi il problema se la filosofia sia aperta a qualcosa d’altro o sia aperta al nulla: cioè se il significato sia il nulla ("l’Essere e il Nulla" di Sartre) o se invece il significato dell’esistenza sia qualcosa a cui la filosofia introduce senza poterlo esaurire.

Alle origini della storia della filosofia: MITO E RAGIONE

La filosofia che noi studiamo, la filosofia occidentale, nasce in Grecia sul ceppo del mito e si esprime nella sua origine molto spesso in forma mitica. Il poema parmenideo è un mito. Oltre alla forma espressiva del mito, la ricerca filosofica ha in comune con esso gli stessi interrogativi, primo fra tutti quello sull’origine della realtà. Non si può comprendere infatti la struttura del reale se non se ne conosce l’origine. I miti erano intrecciati di queste ricerche dell’origine (cosmogonie e teogonie).

Se però il mito si pone come frutto della rivelazione di un Dio, la filosofia si pone come ricerca dell’uomo. È d’altra parte la differenza tra religione rivelata e filosofia. L’affermazione di Socrate che il massimo grado del sapere è sapere di non sapere e quella di Cristo, "Io sono la verità", non sono necessariamente antitetiche. Tant’è vero che il Medio Evo ha fatto di Socrate un anticipatore di Cristo.

La periodizzazione (prima viene il mito e poi, come in un progresso, la filosofia) non è assolutamente valida, ma dipende dal concetto che si ha della realtà che si vuole determinare. Allo stesso modo la nascita della filosofia come disciplina determinata è frutto di un’operazione storica, del primo storico della filosofia, Aristotele. Egli, nel I libro della "Metafisica", afferma che la filosofia è iniziata con Talete; tutti gli hanno creduto e cosi anche noi dobbiamo dire che Talete è il primo filosofo. Nessuno può sapere come effettivamente siano andate le cose: evidentemente prima di Talete gli uomini avranno pur pensato, come evidentemente dopo di lui hanno continuato a credere ai miti. È quindi una periodizzazione di comodo: in un momento particolare lo storico ha rilevato questa tendenza, per cui all’interno del mito si sviluppata una preoccupazione razionale, divenuta agli occhi suoi determinante.

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