Pellegrinaggio
giubilare 2000
Loreto - Assisi
- Roma - Todi - Orvieto
omelie di don Domenico
La casa di Nazareth
Nella casa di Nazareth
sono contenute almeno due realtà che sono fondamentali per la nostra
fede:
la prima è l'incarnazione.
Come c'è scritto sull'altare della "chiesetta", lì,
la Parola di Dio, il Verbo
si è fatto carne.
Cioè, Dio è entrato nella storia dell'uomo.
Dio si è fatto vicino, non è più il Dio lontano; è
un Dio che non sappiamo neanche immaginare: è il Dio fatto uomo, attraverso
la collaborazione di Maria.
E poi, nella casa di Nazareth c'è un'altra grande realtà, che
a volte viene un po' dimenticata, ma che è fondamentale:
noi dobbiamo pensare che per trent'anni il Figlio di Dio è vissuto in
quella casa, o in una casa molto simile.
Ed è vissuto come un lavoratore, per la gente di Nazareth Gesù
era conosciuto come il "figlio del carpentiere"
Per trent'anni Gesù ha lavorato con le sue mani insieme a Giuseppe, insieme
a Maria.
E questo per scelta, per scelta di Dio. Dio ha scelto di entrare in questo mondo
sotto la forma di un lavoratore, di un figlio del carpentiere. Per 30 anni Gesù
non ha predicato, non è uscito fuori da quel paese. Per 30 anni il Figlio
di Dio si è nascosto ed è stato un lavoratore.
L'incarnazione.
Pensando per un attimo di immergerci in quel simbolo noi possiamo pensare a
due cose:
la prima è che Dio ci vuole bene, che Dio è vicino; e anche quando
ci lamentiamo, che abbiamo l'impressione che lui non ci sia o che sia distante,
la nostra fede ce lo ricorda immediatamente: Dio si è fatto nostro fratello,
è il Dio-con-noi.
Secondo pensiero che possiamo fare è immaginarsi Gesù che lavora
in quella casa, e quindi pensare che la nostra vita e la nostra giornata non
è poi molto diversa dalla vita del figlio di Dio. Anche noi durante il
giorno siamo presi dal nostro lavoro, dalle nostre faccende, dalle nostre preoccupazioni.
La stessa cosa ha fatto il Figlio di Dio.
Noi a volte ci lamentiamo e diciamo che il lavoro che abbiamo da fare, le mansioni
che abbiamo da portare avanti nella famiglia rischiano a volte di farci allontanare
dalla fede, dalle cose che contano di più.
Ma se il cristiano non ha Nazareth, dobbiamo subito correggere il nostro pensiero
perché Dio ci ha salvati attraverso una condizione che è molto,
molto simile a quella di ogni uomo. Noi siamo chiamati ad essere cristiani,
possiamo dire ad essere santi non nonostante tutte le cose che abbiamo da fare
durante il giorno, nonostante il lavoro
ma piuttosto ad essere santi dentro
al nostro lavoro, dentro alle nostre preoccupazioni, dentro i nostri pensieri.
Se tante volte ci lamentiamo, quando magari andiamo in chiesa, di essere presi
da tutte le nostre distrazioni, che ci riportano alla casa, alle preoccupazioni
che abbiamo, al lavoro
dobbiamo piuttosto, anziché lasciarci distrarre,
trasformare in preghiera ciò che fa parte della nostra vita, portare
sull'altare
cambiare in invocazione ciò che magari ci preoccupa,
ci invade la mente, non ci lascia stare sereni. Perché da quando il Figlio
di Dio si è fatto uomo nella bottega di Nazareth, non c'è più
separazione tra quello che si fa in chiesa e quello che si vive fuori dalla
chiesa. Ma c'è un'intima realtà: noi portiamo in chiesa il nostro
lavoro e la nostra vita e portiamo la preghiera all'interno del lavoro e della
nostra vita. Come aveva intuito bene San Benedetto quando in due parole aveva
condensato il proposito del cristiano: prega e lavora; fai unità tra
la tua dimensione del lavoro, delle preoccupazioni
e la dimensione dell'eternità;
perché solo nella fedeltà alle cose di ogni giorno si può
arrivare alla pace, alla pienezza dell'eternità.
BASILICA DEL SANTO
Oggi, ci è
concessa una grande grazia: un giorno intero con san Francesco, nella sua terra
ancora così impregnata della sua presenza con le orme precise e chiare
del suo passaggio.
Oggi vogliamo farci aiutare dal Santo a prendere una decisione, a fare una scelta.
Anche per san Francesco la fede è stata un passaggio; non è sempre
stata allo stesso modo:
in un primo momento, sembra, non ci pensava neppure; in un secondo momento era
molto perplesso e anche molto travagliato; e poi, si è deciso. Che cosa
ha fatto, in che cosa si è deciso?
Penso abbia fatto una cosa sola:
prendere il vangelo, leggerlo e fare ciò che c'è scritto.
Non voleva fare altro se non mettere in pratica il Vangelo.
Noi siamo qui, in teoria
noi non siamo contrari al Vangelo, però
vorremmo fare, diciamo così, un po' di equilibrio: sì, prendere
un po' il Vangelo e prendere anche però un po' di mondanità.
Un po', per esempio, interessarci degli altri e un po' coltivare anche il nostro
sano egoismo.
Un po' pensare all'eternità, pensare a Dio e per un po' pensare anche
a qui, c'è sempre tempo per pensare alle cose eterne; c'è sempre
tempo per farsi delle domande, troppo impegnative.
E' proprio contro questo equilibrio che si scaglia il Vangelo! E' proprio questo
equilibrio che san Francesco non sopportava e preferiva definirsi "pazzo".
Il Vangelo esclude nel modo più esplicito che si possa fare una cosa
del genere
mettere insieme un po' una cosa, un po' un'altra. Lo ha detto
Gesù in modo preciso, in tante frasi che certamente ci ricordiamo:
"Se uno vuol essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno
la sua croce e mi segua"
"Se vuoi venire dietro di me, va', vendi tutto quello che hai, e dallo
ai poveri."
Se c'era una cosa che Gesù non sopportava era l'ipocrisia. E l'ipocrisia
è l'arte di avvicinare un po' tutto, di mettere tutti d'accordo, di non
fare mai scelte, di fare un po' una cosa e un po' un'altra.
Abbiamo però ancora una scappatoia, possiamo ancora cavarcela, almeno
provvisoriamente
Possiamo, per esempio, dividere la nostra vita in scompartimenti: quando vado
in chiesa penso in un certo modo, guardo le cose da un certo punto di vista,
mi dico certe cose. E quando sono a casa, sul lavoro, o con gli amici, faccio
come mi richiede l'occasione. Oppure quando me la sento mi metto dalla parte
del Vangelo, sono contento di essere cristiano; poi magari passano dei momenti
in cui dentro non sento nulla ed allora, è evidente che il nostro 'io'
non se la sente di essere un vero cristiano, "non sento nulla!".
Oppure quando mi trovo con delle persone che la pensano come me, oppure quando
la Parrocchia che si vive abbastanza bene, allora lì posso impegnarmi.
Ma questo modo di mettere insieme, di dividere la vita in scompartimenti, non
può durare molto, fosse anche solo per questioni di dignità personale:
a fare un po' una cosa un po' un'altra, rischiamo di farci prendere in giro
da tutti. E' quello che dice Gesù nel vangelo: " Voi siete il sale
della terra, ma se il sale perdesse il suo sapore non serve più a niente
si butta via, si calpesta"
Allora stare un giorno con san Francesco vuol dire imparare, o dirci almeno,
che alla fine una scelta la dobbiamo fare.
San Francesco diceva che per lui la scelta era prendere il Vangelo senza farci
nessuna aggiunta, nessun commento: prendere il Vangelo così come è
scritto. San Francesco oggi ci dice, e tutto ce lo farà capire, che non
dobbiamo avere nessuna paura ad esagerare con il vangelo, non corriamo nessun
rischio ad esagerare con il Vangelo. Anzi, potremmo quasi dire che venire ad
Assisi, starci un giorno intero, è vedere che con il Vangelo non abbiamo
nulla da perderci. Dalla pazzia di san Francesco abbiamo solo da imparare ad
essere intelligenti.
Guardiamo le contrapposizioni forti che si possono leggere qui:
Francesco ha predicato e realizzato il massimo della povertà, eppure,
nello stesso tempo lui ci testimonia il massimo della gioia, della serenità,
della pienezza di vita. Lui ha realizzato il massimo della semplicità,
qui ad Assisi c'è il massimo dello splendore; proprio qui, in questi
luoghi si sono dati appuntamento i più grandi geni e i più grandi
artisti. Proprio qui è confluito il massimo della creatività.
Francesco è vissuto secondo il massimo della rinuncia e ha realizzato
il massimo del godimento. Nel godere proprio le cose, le cose pratiche: nel
godere l'aria, l'acqua, il cibo, gli animali e la natura. Proprio così,
godere! Quello che noi non siamo capaci a fare.
Il massimo della solitudine, o di tempi forti di solitudine, e il massimo della
comunione con i suoi frati, come leggeremo in alcuni passi delle fonti francescane.
Allora l'obiettivo di oggi:
amare questa terra, amare questa terra segnata da Francesco. Provare a rimanerne
perplessi
a rimanerne turbati, colpiti, incuriositi
e alla fine
provare ad immaginare cosa può voler dire per ciascuno di noi, "decidersi",
deciderci senza avere paura più di esagerare con il Vangelo. Preferire
la pazzia di Francesco al nostro senso dell'equilibrio.
Celebrazione penitenziale
Fare il giubileo,
vuol dire soprattutto celebrare la penitenza, chiedere il perdono. O se vogliamo
metterla in termini ancora più semplici: celebrare bene il sacramento
della penitenza, fare una buona confessione. E' piuttosto probabile che, invece,
una cosa del genere la mettiamo in un secondo piano, un po' alla fine, se pure
riusciamo a farlo. Perché c'è in noi una grossa resistenza, soprattutto
oggi, a intendere la celebrazione della fede come richiesta sincera del perdono.
Forse per due motivi:
primo perché, in verità, noi, sì, ci riteniamo con dei
limiti, con dei difetti - e diciamo subito: "difetti ne hanno tutti! Forse
ne avrò anch'io." - ma a ritenerci proprio responsabili, chiamati
in causa quando si dice che nel mondo c'è il peccato, questo ci sembra
troppo distante dalla mentalità che si dice, si fa oggi: e non riusciamo
ad accettarlo.
Poi c'è un altro motivo:
se siamo un po' più sinceri con noi stessi, sapremo molto bene che è
vero, che abbiamo in noi il peccato. Ma poi ci accorgiamo anche che è
da tanti anni che lo sappiamo, e cerchiamo anche di fare qualche proposito
ma poi, più o meno, ricadiamo sempre nelle stesse cose. Abbiamo l'impressione
che certe cose non cambino poi molto; magari diciamo: sono cose piccole; ma
son sempre le stesse
per settimane, per mesi
per tutti giorni cadiamo
in certe cose, e alla fine, magari, diciamo: sono fatto così! Magari,
non c'è soluzione! E allora cosa serve andarsi a confessare, a chiedere
perdono
se domani ricado di nuovo! Se non ho nessuna garanzia che sarà
diverso, allora prendo solo in giro il Signore, e anche me stesso.
Ecco, il sacramento della penitenza ha una risposta molto precisa a tutte e
due queste nostre obiezioni.
Innanzitutto ci invita ad essere schietti, sinceri e a tirare giù le
maschere; almeno davanti al Signore, davanti a noi stessi ad ammettere quello
che siamo, ad assumerci le nostre responsabilità.
E poi, il sacramento della penitenza, essendo un sacramento e quindi non una
cosa che viene da noi, ma che viene dall'alto, essendo cioè una espressione
della grazia di Dio, ci dà una forza inaspettata.
Una volta confessati, sentiamo davvero che qualcosa di noi è cambiato;
che possiamo proprio migliorare, che non siamo condannati a fare sempre le stesse
cose; che possiamo cambiare. E se, il ragionamento che dicevo prima, in realtà
ci rende tutti un po' tristi, un po' inquieti - tristi perché se anche
noi non vediamo i nostri difetti, gli altri li vedono e non stiamo bene con
gli altri quando c'è qualcosa che dentro di noi non va; e inquieti perché
è brutto pensare che siamo sempre allo stesso punto, che non cambiamo
- il sacramento del penitenza produce un effetto opposto: un senso profondo
di gioia, di leggerezza, di serenità.
Ecco, però, essendo oggi così difficile - alcune volte verrebbe
persino da dire "praticamente impossibile", se stiamo dietro alla
mentalità comune - fare una buona confessione, dobbiamo imparare un po'
ad arrenderci, ad andare un po' oltre noi stessi. E il vangelo che abbiamo letto
ci segna alcuni passi con i quali possiamo prepararci ad arrenderci e a consegnarci
al Signore.
Sono i passi che fa questa donna prima di arrivare a fare il suo atto di fede
di fronte a Gesù. E sono i passi che siamo chiamati a fare ciascuno di
noi.
Ecco, nel cammino di questa donna vediamo anche il cammino che possiamo fare
noi: dalla negazione del nostro peccato alla confessione e alla liberazione.
Il primo passo:
potremmo quasi dire che questa donna samaritana, all'inizio prende le distanze
da Gesù: è come se non volesse entrare in rapporto. Gesù
la invita, è lui che fa il primo passo, e chiede semplicemente un sorso
d'acqua. La samaritana risponde secondo il cliché normale: "come
mai tu mi chiedi da bere, e non tieni presente due cose? Primo che sono una
donna e stando alle regole tu non dovresti neanche parlarmi; secondo sono una
straniera e tu sei giudeo e come fai a piegarti ad una straniera?"
Ecco, questa resistenza è tipica anche in ognuno di noi.
Molta parte della nostra vita è come se fosse condotta come una specie
di teatro. Noi sappiamo di essere sempre sotto gli occhi degli altri: gli altri
ci giudicano, ci valutano, ci pesano, ci confrontano
abbiamo tantissima
paura del giudizio e del confronto degli altri! Allora ci mettiamo una maschera
e recitiamo un parte. In ogni ambiente dove andiamo, più o meno sappiamo
che parte recitare. Cosa fare, cosa dire
in modo da venire incontro alle
aspettative degli altri, come pensiamo che gli altri ci vogliono. Ecco una prima
forma del nostro peccato. Forse potremmo chiamarlo così: il peccato dell'adeguamento.
Del non essere convinti, sicuri e coerenti con noi stessi; Di adeguarci a recitare
una parte che bisogna, di volta in volta, recitare.
Questo peccato è pericolosissimo perché, poco per volta, senza
che ce ne accorgiamo, ci cuce addosso una bella maschera. Noi non ci lasciamo
più trovare, né dal signore, né dagli altri. Ci presentiamo
sempre con la nostra figura, con la nostra immagine.
A proposito di questo primo passo, possiamo ricordare come san Francesco chiedeva
ai suoi frati di combattere decisamente la maschera; di essere molto semplici,
molto schietti e la virtù della povertà, che lui predicava, era
soprattutto per questo motivo: dal momento che gli altri ci giudicano sempre
sulle apparenze, togliamole tutte le apparenze, restiamo così come siamo,
poveri e schietti, allora vinceremo la dipendenza dalla maschera.
Poi c'è un secondo passo che fa la samaritana, dal momento che Gesù
insiste e continua ad invitarla, a fermarsi a parlare con lui, premendo sempre
su quell'acqua che ha nella brocca
Questa donna che ha paura e non vuole aprirsi, a questo punto si arrabbia: "
Possibile, non hai un mezzo per attingere e questo pozzo è profondo,
come fai a dirmi che sei tu a darmi dell'acqua? Chi pensi di essere, sei forse
più grande di nostro padre Giacobbe
?"
Ecco, un secondo livello del nostro peccato, anche questo molto, molto radicato,
è quello che i frati, san Francesco e molti altri monaci e religiosi
chiamavano il "peccato della Mormorazione", cioè, di essere
sempre lì a pensare male degli altri, a criticare gli altri, a sparlare
degli altri
Questo peccato della mormorazione è come un'erbaccia infestante nel giardino
della nostra anima, della nostra vita; e per estirparlo, per tirarne via le
radici, bisogna confessarlo! Bisogna dire a se stessi, davanti al Signore: io
sono portato a pensare male degli altri; sono portato a criticarli; a mettere
sulle spalle degli altri le cose, che in realtà sono mie; sono portato
a vedere più il male che il bene, comunque a dare giudizi e in questo
modo avveleno il mio ambiente: casa mia, i miei vicini, nella comunità.
Anche su questo, penso sia importante riflettere
Interessante come san Francesco e molti altri santi abbiano vissuto, sul lato
opposto, quasi una specie di pazzia, un po' stana, un po' paradossale: quella,
per estirpare e vincere il nostro difetto di criticare gli altri, di comportarsi
a volte provocatoriamente nel modo di vivere e di vestirsi
in modo di
attirare quasi una sorta di critica, volutamente, da parte degli altri su di
sé. Ivi è perfetta letizia! secondo san Francesco c'è perfetta
letizia anche quando gli altri ti criticano, anche quando gli altri sparlano.
E' un espediente per diventare sempre più impermeabili alla mormorazione.
Se non consideriamo la mormorazione degli altri, forse, ne faremo a meno anche
noi.
Il terzo passaggio:
questa donna, ad un certo punto, comincia ad arrendersi, e si confida con questo
signore che trova lì
e non sa ancora chi sia. Si confida perché
comincia ad avere fiducia
è una persona che ha conosciuto la (
)
dirà dopo
e incomincia a dire la verità: "non ho marito".
A quel tempo non avere marito era molto, molto diverso da come potrebbe essere
oggi. Era una vergogna, era come semplicemente dire che c'era stato qualcosa
di sbagliato, una specie di scandalo nella sua vita altrimenti non poteva esistere
una donna da sola; quindi c'è molta vergogna, c'è molta tristezza
in questa frase: non ho marito.
Quando si comincia ad essere sinceri si può provare anche vergogna di
se stessi o paura, paura di non farcela a migliorare, paura di essere troppo
deboli, troppo fragili e viene una specie di tristezza interiore, che, anche
qui, i monaci, i santi hanno sempre messo in evidenza come una specie di peccato,
comunque una tendenza molto negativa da trattare con molta attenzione. Perché
se non curiamo questa tristezza, questa paura di noi stessi, forse potremmo
quasi dire questa depressione, c'è il rischio di arrendersi alla mediocrità,
di non impegnarsi più, di prendere la vita come viene, tanto
non
potrò cambiare; tanto ormai è numerosi anni che sono così
e come potrò ancora migliorare? Questa resa alla mediocrità è
una sconfessione della fede! Perché il Signore può fare di noi
"miracoli" in qualsiasi condizione noi siamo; può trasformare
radicalmente la nostra vita.
Quello che importa di più è arrendersi davanti a lui e consegnarsi.
Credere è un po' più facile questo incontro con il Signore che passa attraverso tutto un travaglio di queste tappe ecco, nel vangelo sono contenute tutta una serie di frasi che più o meno coincidono o si possono raccogliere in una frase; una frase che, anche qui i monaci, hanno sempre proposto come la frase che riassume un po' il vangelo e che aiuterebbe ad incontrare il Signore, a riconoscersi peccatori, a fare questo passo coraggioso; la frase è una preghiera che sovente le persone bisognose rivolgono al Signore quando lo incontrano lungo la strada: "Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore!" Ecco, i santi assicurano che questa preghiera ripetuta spesso, a lungo, ripensando a ciò che si dice, ci mette sulla strada giusta, sul binario giusto e di lì, il passo ad incontrare il Signore è davvero breve.
Proviamo nei momenti di silenzio che possiamo ancora avere oggi, a pregarla anche noi; è anche semplice da ricordarla, perché è ciò che più immediato ci viene dentro quando siamo finalmente sinceri: Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore.