La Storia

La Chiesa di Santa Maria delle Grazie, elevata a Collegiata insigne nel 1617, rappresenta il monumento più significativo della città di Campi Salentina. Nel corso dei secoli l'edificio ha subito diverse trasformazioni e rifacimenti, sino agli interventi del XVIII secolo che, modificandone l'interno secondo la moda del tempo, hanno in gran parte cancellato le tracce cinquecentesche rimaste inalterate nella facciata.

Del primo nucleo originario, collocabile in epoca medioevale, rimane la sola testimonianza di un affresco raffigurante le Madonna col Bambino nella parte superiore dell'altare della Madonna del Rosario.

Nei secoli XIV - XV l'edificio viene ampliato ed ingrandito su committenza della Famiglia Maremonti, signori del luogo dal 1351 al 1522; della redazione tardomedioevale resta la testimonianza di un frammento della cappella, appunto dei maremonti, scoperta nel 1980, un tempo interamente affrescata secondo matrici non più locali ma provenienti da altre aree. Le pitture sono caratterizzate dalla presenza di stemmi araldici dei Maremonti tra le figure dei profeti Balaam e Michea sull'intradosso dell'arco collocato a nord e le architetture dipinte sulla vela (fig.1). Di Bellisario Maremonti (morto il 13 marzo 1515) si può ammirare il cinqiecentesco monumento funerario, oggi collocato a destra entrando nella chiesa dalla porta maggiore, sino al 1683 nella Cappella di S.Agnese.

La redazione tardogotica subisce un massiccio intervento di modifica in occasione di un progetto di più ampio respiro in epoca rinascimentale: la "Magior Chiesa di Campie" - così denominata - già dal 1494, viene indicata solo come "Santa Maria" nel Decreto delle Vernole di Paolo III del 1538, per essere definita ripetutamente "nova" a partire dal 1568. Nel 1577 i lavori interni risultano già terminati e due anni dopo, nel 1579, anche quelli che interessano la facciata, anche se, in corrispondenza delle navate laterali, appare strano che nel corso degli anni non siano mai state ultimate le decorazioni di completamento e che siano rimaste sempre vuote anche le nicchie.

Il complesso architettonico all'esterno, sia per le scelte stilistico-strutturali adottate, sia per il materiale impiegato, rinvia all'architettura militare di alcuni edifici salentini. La superficie del prospetto è suddivisa, infatti, in tre ordini, e su di essa si aprono tre rosoni decorati a fiorami; quello centrale reca incisa su un cartiglio la data 1579 (fig.2).

L'intera facciata è scandita verticalmente da semicolonne con relativo capitello, in modo da creare un continuum architettonico con i piani successivi, interrotto orizzontalmente dai cornicioni in pietra leccese. Tre entrate, ricavate lungo l'asse verticale di ogni rosone, consentono l'accesso all'interno del monumento. La porta principale è articolata da un portale barocco in pietra leccese di buona fattura - se si escludono le dissonanze stilistiche dei "mascheroni grossolani" posti sull'architrave - firmato e datato 1658 dallo scultore Ambrogio Martinelli da Copertino. L'elegante macchina scultorea poggia su quattro basamenti su cui si innestano colonne binate che sostengono l'architrave, arricchito al centro da un acrobatico gruppo di angeli. Ogni intercolunnio ospita graziose statuine di S.Oronzo e S.Lucia (a sinistra), e S.Nicola e S.Irene (a destra). Nella parte superiore, l'arredo si propone nel consueto schema iconografico piramidale, con al vertice la Madonna delle Grazie con Bambino tra due angeli e, alla base (a sinistra) S.Antonio e (a destra) S.Francesco. Teste alate di angeli, disposte di profilo, caratterizzano l'intera composizione, le quali, proponendosi come riempitivo ma con differenti connotazioni stilistiche, rimandano ad esempi di raffigurazioni simili coeve presenti negli edifici civili dei centri storici salentini.

Altri due ingressi si aprono lungo i fronti laterali: quello a sud, detto della coira, del 1708, mentre la cosiddetta porta della tramontana, a nord, è ornata da un portale tardo cinquecentesco con ai lati le statue di S.Pietro e S.Paolo.

Il retroprospetto è articolato dalla presenza del campanile, dell'abside e della cupola (fig.3).

L'elemento architettonico che a prima vista più sorprende è il campanile, più volte ricostruito, che appare composto da un basamento a tronco di piramide e dal primo stadio della torre incompiuta arricchita da elementi decorativi "barocchi".

Dopo il 1554 il muro esterno dell'abside, scandito da sei lesene e da una monofora centrale, è sopraelevato per ospitare l'attuale catino. Appena qualche decennio più tardi anche i muri dell'area presbiteriale vengono innalzati per impostarvi il tamburo ottagonale, sul quale poi sarà costruita la nuova cupola d'impianto riccardiano, iniziata intorno al 1563.

Secondo una ricostruzione storico-grafica, gli intervalli strutturali che ha subito il monumento dal XVI al XVIII secolo riguardano la completa modifica della chiesa tardomedioevale, la quale sarebbe stata sostituita da una versione a croce latina molto più grande, esistita fino al 1554.

Successivamente, per effetto di un'ulteriore ampliamento, sarebbero state aggiunte le navate laterali, la sagrestia e l'attuale facciata, modificando di conseguenza l'impianto architettonico generale della croce latina.

Nel 1663, inoltre, il pavimento del presbiterio viene alzato dal piano di calpestio, per consentire la costruzione della sepoltura del Clero in medio Chori; nel 1686 qui viene ricollocato anche il coro ligneo, del quale si parla a partire dagli anni 1683-84, pur essendo datato 1585. Dietro l'Altare Maggiore, inoltre, verranno poi sistemate le sacre reliquie entro quattro armadi ricavati lungo il muro absidale.

La decorazione interna si presenta nell'ultima versione del 1726 decorata "ad imitationem marmoris"; la realizzazione dei lavori è affidata al napoletano capo ingegnere Maurizio D'Alessi. A Giuseppe Porta di Molfetta (1722) si devono, invece, il Mosè e il David nel presbiterio e i medaglioni della volta della navata centrale completamente ridipinti nel Novecento. Nel 1902-3 il Colletta dipinge nei pennacchi della cupola I quattro Evangelisti.

Le volte a crociera delle navate raccordano la nave centrale, costruita la seconda metà del 500, con le già ricordate cappelle laterali, erette tra la fine del 1600 e gli inizi del 1700, che ospitano i relativi altari gentilizi. Sulla volta della navata centrale, tra il 1938 e il 1941, Pier Paolo Salinari offre una nuova edizione dei medaglioni del già ricordato Giuseppe Porta, raffiguranti S.Agostino, S.Giusto, S.Oronzo, S.Fortunato e S.Maria delle Grazie. Il Salinari realizza, inoltre, gli otto riquadri della Cupola che illustrano le Storie della vita e della Vergine e La Madonna col Bambino nell'abside.

La collegiata di S.Maria delle Grazie è la risultante i enormi sforzi finanziari sostenuti dal devoto popolo di Campi, dal Clero, dalle Confraternite e dalle famiglie gentilizie succedutesi nel luogo, tra le quali ricordiamo i Maremonti, i Paladini, gli Erriquez e i Filomarino. Contribuì moltissimo anche la principessa di Squinzano Cecilia Minutolo Capece, che resse il priorato della Confraternita del SS.Sacramento dal 1721 al 1753.

Il Cappellone del SS.Sacramento (fig.4), è stato fortemente voluto dalla principessa Cecilia e iniziato sotto la sua reggenza nel luglio del 1731, per essere terminato, almeno nelle strutture murarie, nel giugno del 1735. Nel 1739 è già completo di altari, decorazioni, suppellettili e il 14 dicembre dello stesso anno il Vescovo di Lecce Mons. Giuseppe Maria Ruffo ivi consacrerà l'altare maggiore.

Nel Cappellone, di pianta ottagonale, si accede oltrepassando un robusto cancello di ferro battuto (fig.5), realizzato dal mastro napoletano Giuseppe Luciano, ma dipinto e dorato da maestri leccesi. L'interno è provvisto di tre altari alternati da quattro stipiti speculari ricavati nelle pareti. L'altare maggiore, interamente in marmo insieme alla balaustre, è opera del napoletano Giuseppe Bastella (1739) mentre la cona è opera coeva di Gennaro Cimafonte, anch'esso di Napoli. Al centro dell'altare vi è una tela raffigurante l'Ultima Cena, opera attribuibile ad un ignoto pittore napoletano e databile 1731-35. Nel medesimo ambiente troviamo due altari laterali: quello a destra con una tela raffigurante La Madonna con S.Gennaro e S.Luigi, commissionata a Mauro Manieri (1738), opera autografata di Serafino Elmo (1739); l'altare a sinistra è arredato dalla Deposizione, una tela che il pittore Antonio D'Orlando dipinse nel 1615 su commissione di Donata Palazzo. Nel medesimo ambiente sono visibili i quadri angolari posti in alto, gli unici che si conoscono di Mauro Manieri: S.Luigi Gonzaga, S.Vincenzo de' Paoli, S.Francesco di Sales, S.Isidoro.

Incastonato sull'ultimo pilastro di sinistra della navata centrale troviamo il Pulpito del 1638 (fig.6) finemente scolpito e interamente dorato, così come il coevo Fonte Battesimale, oggi collocato nell'altare di S.Nicola di Bari e fino al 1902 sistemato a sinistra entrando nella navata centrale, spostato poi nello stesso anno nell'altare di S.Michele Arcangelo.

La Collegiata assume la sua definitiva fisionomia nella seconda metà del 1700, sia per la costruzione del Cappellone, sia per il completamento delle cappelle laterali che hanno permesso la successiva collocazione degli altari al loro interno, alcuni dei quali già esistenti nell'edificio.

Ogni cappella accoglie la sepoltura di una o più famiglie che si sono succedute nel patronato, mentre quelle comuni sono distribuite al centro della navata centrale.

Il primo altare, entrando nella chiesa e procedendo da sinistra in senso orario, è quello di S.Michele Arcangelo, già esistente ancor prima del 1958, ma in una versione ovviamente diversa da quella barocca oggi visibile. Secondo le notizie esistenti lo fondò Angelo Serio, Arciprete della Collegiata con il patronato delle famiglie Serio e Preste. Una grande tela centrale cinquecentesca raffigurante il titolare è impreziosita da una cornice decorata a motivi floreali e teste alate di angeli. Inferiormente, un robusto paliotto scolpito sostiene la mensa e, ai lati dei bastimenti, si alzano due colonne a tortiglione che sostengono l'architrave, sul quale domina il coronamento, ricco di raffigurazioni e volute.

Segue l'altare della Visitazione di Maria SS., già esistente con lo stesso titolo lungo la navicella all'epoca di Don Cesare Romano, al quale si deve un legato del 1576, ulteriormente arricchito nel 1583 da Mons. Decio Romano. L'attuale altare fu voluto dalla famiglia Romano, della quale vi è lo stemma araldico posto in alto e la data del 1619 incisa su un cartiglio sostenuto da un angelo; è realizzato in pietra leccese ed al centro è collocata una tela raffigurante S.Maria Lauretana.

L'insieme scultoreo, dal paliotto al coronamento, è decorato senza eccessi, in una equilibrata successione di figure e panneggi. Ai lati spiccano le statue di Sant'Andrea Apostolo (a sinistra) e  di S.Liborio Vescovo (a destra).

Il coronamento, alleggerito da putti alati, volute ed acroteri, reca al centro l'effige di S.Pasquale Baylon, dipinta tra 1938 e 1943 da Pier Paolo Salinari.

Continuando lungo la navicella sinistra troviamo l'altare sotto il titolo del SS.Rosario, caratterizzato da linee pulite e superfici lisce. La pavimentazione e la balaustra sono state realizzate rispettivamente nel 1938 e nel 1961 per devozione di Maria Amelia Cascella, vedova Licci. Sui muri laterali della cappella vi sono due tele: quella di destra rappresenta La Natività, quella di sinistra S.Raimondo di Pennafort. Il precedente ed omonimo altare risalirebbe agli inizi del XVII secolo all'interno del quale, secondo le cronache del tempo, già esisteva l'antica effige della Vergine col putto (fig.7), definita dal De Giorgi "di stile greco" e poi collocata al di sopra dell'architrave, tra due putti. E' l'unico altare fornito di un tabernacolo che invero, non sembrerebbe appartenere, sia per lo stile sia per le dimensioni, al contesto scultoreo del quale fa parte integrante. Due coppie di colonne a fusto liscio e chiaro, fornite di capitello dorato, esaltano la tela centrale dipinte nel 1728 dal pittore G.Alvarez e raffigurante la titolare col Divino Infante in braccio, tra S.Domenico (a destra) e S.Caterina (a sinistra). Ai lati i misteri della passione dipinti su supporti telati.

Segue l'altare barocco di Maria SS. delle Grazie o delle Anime del Purgatorio, costruito a spese e per devozione dell'Abate De Simone; da assegnare ad Ambrogio Martinelli, del quale ritroviamo lo stile delle decorazioni e l'impostazione generale dell'impianto scultoreo.

Ad eccezione della semplicità della mensa e delle colonnine che la reggono, decorate nel Novecento da Pier Paolo Salinari, l'altare appare riccamente scolpito in tutte le sue parti; tre colonne, raggruppate per ogni lato, si alzano da un basamento sagomato e lineare che percorre, senza interruzione e trasversalmente, l'intera larghezza al livello della mensa. Al centro vi è l'immagine dipinta su tela di Maria SS. delle Grazie che sovrasta le Anime Purganti, copia dell'omonima tela di Massimo Stanzione, che arreda l'altare maggiore di Santa Maria delle Anime del Purgatorio di Napoli.

Ai lati sono inseriti, rispettivamente, (a sinistra) la statua di S.Pietro e (a destra) S.Antonio di Padova; in alto, sull'architrave, le statue di S.Giovanni (a sinistra) e S.Sebastiano (a destra); al centro, un dipinto ovale entro un'elaborata cornice che rappresenta la Vergine che ricopre con il suo manto le anime dei devoti. Inoltre, sul lato destro, vi è il sepolcro con il ritratto si Mons. Tommaso Agostino De Simone, Vescovo di Montepeloso, morto in Campi nel 1780, come indica la sua relativa epigrafe.

Continuando lungo la navata laterale si entra nella Cappella di S.Agnese, costruita dalla Marchesa Maria Paladini nel XVII. L'altare omonimo è in pietra leccese ed interamente scolpito; le colonne binate laterali sorreggono l'architrave sul quale domina il coronamento, che si compone degli angeli ai margini e del grande stemma centrale dei Guarino-Erriquez.

Giovanni Erriquez (1697) - in obbedienza alle ultime volontà del padre Gabriele Agostino, che già nel 1636 avrebbe dovuto eseguire il medesimo desiderio di suo padre Giovanni - decise di porre nella cappella la tela di Jusepe de Ribera detto lo Spagnoletto, raffigurante il martirio di S.Agnese. Santa Vergine cinta di bianca veste sopra del rogo ..., come riferisce Bernardo de Dominicis; l'opera, devastata dal tempo e dall'incuria, andò perduta. Oggi l'altare accoglie la statua, in legno policromo, della Immacolata Concezione, realizzata da V. Mendez nel 1954.

All'interno della medesima cappella vi è, al di là dei frammenti architettonici e pittorici della chiesa tardomedioevale e dell'ingresso alla tomba del Clero, anche l'altare di S.Carlo Borromeo, al centro del quale è collocata la tela che ritrae S.Carlo dipinta nel 1723 da Giuseppe Porta; in alto, lo stesso artista firma anche una tela più piccola che rappresenta S.Giovanni Nepomulceno.

Intorno al 1873 i Maestri Lazzaretti di Lecce realizzano nella cappella il pavimento, in parte musivo, con scene raffiguranti Il Sacrificio di Isacco e Cristo Coronato di Spine.

L'altare maggiore, dedicato a Santa Maria delle Grazie, è intarsiato e decorato con marmi policromi; ha sostituito il precedente del 1700, consacrato da Mons. Fabrizio Pignatelli; il tabernacolo attira l'attenzione per la presenza di volute e controvolute marmoree elegantemente scolpite. E' stato costruito nel 1739 e consacrato il 13 dicembre dello stesso anno da Mons. Giuseppe Maria Ruffo.

L'altare in Coena Domini, affiancato alla Sagrestia, preesisteva alla prima metà del XVI secolo; poco rimane della sua struttura originaria e delle opere in esso contenute a causa di un incendio avvenuto il 4 maggio del 1902, nel quale andò distrutto il duecentesco Crocifisso ligneo (fig.8), sostituito nel 1913 da quello del Guacci (fig.9), che tuttora si può ammirare. Nel 1913 Luigi Scorrano dipinse per questo altare la tela di S.Tommaso D'Aquino che è collocata al centro.

Immediatamente dopo vi è la porta che introduce nella Sagrestia, dove sono custoditi due grandi dipinti di ignoto pittore napoletano della prima metà del XVII secolo: Erodiade che presenta la testa del Battista ed Ester e Mardocheo.

L'altare seguente è dedicato a San Nicola di Bari, modestissimo nella struttura e negli ornamenti; ivi esisteva l'antico organo interamente dorato, anch'esso andato distrutto nel già citato incendio del 1902.

Compensa la semplicità del precedente, il successivo altare, dedicato alla Madonna del Carmine e a S.Antonio di Padova, e fondato dalla famiglia De Masi, come indica lo stemma collocato in alto. E' realizzato in pietra leccese e si presenta ricco di decorazioni, in una macchina scultorea complessa e satura di putti e di teste alate di angeli, con le statue di S.Francesco D'Assisi (a destra) e di S.Francesco di Paola (a sinistra) che incorniciano il dipinto centrale raffigurante Maria SS. del Carmine con S.Simone Stok realizzato nel 1868 su committenza di Angelo Bari. Sulle pareti laterali vi sono due tele raffiguranti S.Vito (a destra) e S.Giorgio (a sinistra).

L'ultimo altare verso l'uscita è dedicato al SS.Crocifisso; il baldacchino, in legno intagliato u parzialmente dorato, ospiya al suo interno il Crocefiddo già esistente al 1660; i tratti stilistici e la compostezza anatomica fenno pensare ad una collocazione cronologica dell'opera alla fine del XVI secolo.