DIO SI', MA LA CHIESA NO!

Incipit

DIO SÌ, MA LA CHIESA NO!

Quante volte ho sentito questa affermazione per giustificare la propria fede personale!

Perché? Cos'è la Chiesa?

Ciascuno ha la sua risposta.

“La Chiesa sono i preti, il Vaticano, i vescovi e... lasciamo perdere, spesso non hanno nulla a che vedere con Dio".

”La Chiesa sono quelli che "vanno in Chiesa" e non sono meglio degli altri... anzi... !" Per i giornali la Chiesa è una multinazionale con la direzione generale in Vaticano, le filiali nelle diocesi e le agenzie nelle parrocchie; ha un gran potere economico e politico. Gli uomini di Chiesa sono dei potenti.

Anche per noi, spesso, la Chiesa sono gli altri e altrettanto spesso... non le fanno fare neanche una bella figura.


Quale chiesa?

Domandiamolo a Gesù: cos'è la Chiesa?
Il sommo interesse di Gesù, l'argomento principale di tutta la sua predicazione è stato il Regno di Dio. Ha voluto instaurare nel mondo il Regno di suo Padre: un regno di giustizia, di amore e di pace. Ha iniziato inventando la Chiesa! Ha riunito insieme tutti i figli di Dio e gli ha insegnato a trasformare il mondo.
Ha voluto che loro fossero come una primizia di quello che sarà il mondo trasformato. Un anticipo del Regno di Dio. Questa primizia, questo saggio del mondo perfetto, è la Chiesa. Siamo noi! E questa Chiesa dobbiamo costruirla insieme a Lui in maniera così perfetta da rendere inescusabili quanti dicono di credere in Dio e non nella Chiesa.

Primo compito del cristiano è edificare la Chiesa.
Per fare questo bisogna avere idee chiare. Ma andiamo in ordine.
Per conoscere una persona ci sono due vie: incontrarla e vederla in faccia. Forse questa sembra essere la forma migliore di conoscenza, invece ce n'è un'altra: partire dall'esame delle sue cellule. In ogni cellula infatti possiamo trovare il DNA che identifica tutta la persona. Pochi mesi fa, una persona a me molto cara, è stata colpita da un male incurabile. Preoccupato che i medici curanti non fossero al massimo della competenza, mi rivolsi al centro europeo dei tumori a Milano, chiedendo un appuntamento per una visita. Mi risposero che non serviva vedere la paziente, bastavano i risultati delle analisi. Senza neppure vederla, diagnosticarono perfettamente la situazione, prevedendo la fine a breve termine; cosa che nessuno dei familiari poteva sospettare.
Se per conoscere la Chiesa partiamo dalla sua cellula, ci risulta che essa è una famiglia.
Allora per capire la Chiesa guardiamo la famiglia: essa è una comunità di amore, fatta di un uomo e una donna uniti da un vincolo indissolubile, il cui amore diventa fecondo.
Le sue caratteristiche essenziali sono l'unità e la fedeltà tra i coniugi, l'attenzione ai figli e l'apertura agli altri, inoltre l'amore prodotto nella famiglia è superiore a quello che viene consumato. Queste sono le caratteristiche naturali della famiglia, quelle evidenti a tutti. Il Signore poi rivela la sua identità dicendoci prima di tutto che la famiglia è la sua vera immagine.
“Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra" (Gen 1,27)
E ci dice anche che la famiglia è abitata da Dio: "Quando due dice Gesù sono uniti nel mio nome io sono in mezzo a loro".
Mai due persone sono più unite nel nome di Cristo più di quanto non lo sono nel matrimonio cristiano. Il Concilio Vaticano Il inoltre precisa i termini, dicendoci: “Il Salvatore viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio e rimane con loro perché anch’essi possano amarsi l'un l'altro fedelmente per sempre" (G. 9 n. 48).
Se la famiglia è immagine della Trinità ed è abitata da Dio, è chiaro che è santa. Ecco perché la Chiesa difende così tenacemente la famiglia; perché come è sacro l'uomo, per cui non si tocca, così è santa la famiglia. Pensa un momento alla famiglia di Nazareth. Quella che, non a caso, è definita la "Sacra Famiglia". Perché è "sacra"? Mi dirai: perché c'è la Madonna che è l'Immacolata Concezione, c'è san Giuseppe che era l'uomo giusto e c'è Gesù che è il Figlio di Dio. No! È "sacra" unicamente perché c'è Gesù che è il solo Santo, il solo Signore, il solo Altissimo, come diciamo nella Messa. Perché se non ci fosse stato Lui, la Madonna non sarebbe stata Immacolata, né san Giuseppe sarebbe stato l'uomo giusto.
La cellula della Chiesa è una famiglia unita e santa, ed è per questo che da sempre la famiglia è chiamata Chiesa domestica; perché dov'è la famiglia c'è tutta la Chiesa. La Chiesa è tutta in un frammento. Anzi in tante famiglie la Chiesa è già immagine perfetta del Regno di Dio. Penso sempre a questo quando il Signore, rispondendo ai Farisei che gli chiedevano quando sarebbe venuto il Regno di Dio, rispose: “Il Regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: eccolo qui o eccolo là. Perché il Regno di Dio è in mezzo a voi" (Lc. 17,21).

Come sulla famiglia di Nazareth, vera cellula germinale, c'era tutta la Chiesa, così in tante nostre famiglie, vere cellule sane, c'è la realizzazione del Regno di Dio.
Penso alla mia bellissima famiglia, a tante altre che ho conosciute, felici anche se provate, purificate, salvate dalla Croce... e posso dire di non aver visto niente di più bello al mondo.
Nessuna opera d'arte le può eguagliare. Questa è l'immagine vera della Chiesa! La cellula che contiene il suo DNA.
È la Chiesa del suo Signore, la sua sposa, quella che profondamente ama e che insieme vogliamo costruire per stupire chiunque, perché chi non crede sia inescusabile.

Le caratteristiche della famiglia si riflettono su tutta la Chiesa.

È unita. Il suo veicolo di unità è Cristo. Nella misura in cui tutti i suoi membri si sentiranno uniti a Lui si realizzerà la perfetta unità. L’unità della Chiesa non si fa guardandoci in faccia, finiremo inevitabilmente per non piacerci più, ma si realizza guardando tutti nella stessa direzione che è Lui. Solo Lui è "il capo della Chiesa" e qualunque sia il posto che uno occupa in essa, la ragione di unità con gli altri è data dallo spessore del rapporto con Lui.

È attenta alla vocazione dei suoi figli, perché nel servizio ai fratelli ciascuno trovi il suo modo per amare di più ed essere felice.

È aperta agli altri, cioè missionaria. La Chiesa non esiste per se stessa ma per salvare il mondo e realizzare il Regno di Dio. Se alcune cellule di Chiesa si ripiegano su se stesse, impazziscono: è il terrore. Potrebbe essere l'esperienza di chi non è più capace di sentire l'ordine perentorio di Cristo: 'Andate, come pecore tra i lupi". “Chi ama la propria vita la perde, chi dona la propria vita la trova". “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a tutte le genti ".

La Chiesa ha nella famiglia la sua prima realizzazione.

Possiamo dire che la prima esperienza di Chiesa si fa in famiglia. Così ha voluto il Signore. Chi manca di un' esperienza familiare difficilmente potrà avere una reale e completa esperienza di Chiesa. Per questo il primo impegno nella costruzione della Chiesa è centrare l'attenzione sulla famiglia. Il piano pastorale che mira all'edificazione della Chiesa, non può prescindere da una seria ed efficace evangelizzazione familiare.

PREPARARE alla famiglia.
Poiché la vocazione alla famiglia è la fondamentale vocazione dell'uomo, la Chiesa non può essere disattenta alla più importante opera che i suoi figli possano realizzare.
La preparazione alla famiglia deve essere tenuta presente sempre, non soltanto durante il fidanzamento. I genitori non devono mai dimenticare che devono preparare i loro figli a condividere la vita con un'altra persona ed educare il loro cuore ad essere materno e paterno. Credo che l'infedeltà di tante persone e la scelta di sopprimere i figli con l'aborto, sia da ascrivere come il più drammatico fallimento pedagogico dei genitori e della comunità ecclesiale... una mamma disperata perché la propria figlia voleva liberarsi del proprio figlio mi disse: "Se non sono stata capace di educare mia figlia ad essere mamma, la mia vita è un fallimento". lo cercavo di consolarla dicendole che l'educazione è sempre una scommessa, ma lei desolata concluse: "Allora è una scommessa che io ho tragicamente perso".
La parrocchia, insieme alla famiglia, è la prima educatrice all'amore. Deve esserci una piena collaborazione, non soltanto per far conoscere il matrimonio come struttura sociale e sacramentale, ma per aiutare i giovani a liberarsi, attraverso un cammino ascetico e di purificazione, da ogni forma di egoismo e di instabilità affettiva.
Se la famiglia è il primo capolavoro che ogni uomo è chiamato a costruire, la Chiesa ha, verso i giovani, il principale dovere di educarli come costruttori di famiglie sane e sante.

SOSTENERE la famiglia.
La famiglia è davvero una cellula che va nutrita, difesa e sostenuta. Se si ammala la famiglia si ammala la Chiesa. Ecco perché ci interessano anche le proposte di legge sulle politiche familiari.
È importante che ciascuno si senta responsabilizzato in difesa di tutte le famiglie. Un cristiano che vede un amico parlare o addirittura cominciare a scivolare verso l'infedeltà, magari facendosene un vanto, ha il sacrosanto dovere di correggerlo ed aiutarlo a rimettersi in carreggiata. La famiglia è un diritto di tutti e quindi ciascuno ha il dovere di darne una bella e sicura al proprio coniuge, ai propri figli, ai propri genitori. Mancare al dovere della famiglia è mancare al fondamentale dovere della vita. Questo Vangelo della famiglia deve essere testimoniato e annunciato da tutti, a chiare lettere e con tono carico di responsabilità e di amore.
La famiglia, come tutte le creature, si può ammalare e aver bisogno di specialisti per curarsi e guarire. La parrocchia e la diocesi si faranno carico di reclutare autentici specialisti che, consapevoli della loro responsabilità, possono aiutare le famiglie in difficoltà. I consultori familiari che cercheremo di realizzare, saranno una risposta immediata a queste esigenze. È più importante però la prevenzione della cura, perciò non ci stancheremo di responsabilizzare tutti ad annunciare ovunque il vangelo della famiglia.

SVILUPPARE la famiglia.
Il Papa ha detto che una delle novità del terzo millennio saranno le famiglie sante.
Sono sempre stato convinto che ci sono più santi nelle famiglie che in convento. Fui io a promuovere la causa di beatificazione della famiglia Beltrame-Quattrocchi. Il Signore mi ha premiato oltre ogni mia più rosea previsione, perché dopo pochi anni ho assistito alla beatificazione di questi due sposi, e in quell'occasione ho concelebrato con il Papa. Non vi dico la commozione quando i figli portarono all'altare le reliquie dei nuovi beati che, grazie a Dio, non erano delle ossa ma addirittura i loro due anelli nuziali. Fu proprio allora che decisi di fare delle fedi dei miei genitori il mio anello di vescovo che porto come la reliquia più bella della Chiesa che mi ha generato.
Le famiglie sono il primo luogo di santificazione perché sono abitate da Dio e sono sacre.
La nostra Chiesa farà di tutto per promuovere un' autentica spiritualità familiare; ma soprattutto sarà attenta a scoprire tutti quei santi che il Signore ha fatto crescere tra il nostro popolo e dei quali, distratti come siamo, non ci siamo accorti.

 
La famiglia di famiglie

Lavorare per la famiglia vuol dire lavorare per la Chiesa.

La famiglia non può bastare a se stessa. Produce più amore di quanto le sia necessario per la sua sussistenza, pertanto deve essere aperta, donando amore per non soffocare questo fuoco, e non disperdere tutto questo calore.
La parrocchia è il luogo in cui questo amore si diffonde e si realizza. Nella parrocchia si sommano tutti i valori della famiglia. La parrocchia è la sintesi, l'impasto dell'amore di tutte le mamme, della responsabilità di tutti i padri, della vivacità di tutti i bambini, della gioia di tutti i giovani, della saggezza di tutti gli anziani.
Dopo la cellula che è la famiglia, la prima realizzazione della Chiesa è la parrocchia, famiglia di famiglie, famiglia di figli di Dio.
Ma la parrocchia è veramente famiglia in cui tutti siamo fratelli oppure è solo un'immagine, un modo di dire?
Per essere famiglia una comunità deve rispondere a delle precise caratteristiche: che i genitori siano i veri genitori della vita e che i figli abbiano lo stesso loro sangue, il loro stesso DNA. Altrimenti non si può parlare di vera famiglia. La Chiesa è una vera famiglia perché Dio è Padre e noi siamo realmente suoi figli, abbiamo in noi la sua stessa vita divina.
Com'è possibile? Come può un uomo essere figlio di Dio, far parte della sua famiglia? Al massimo potrà essere una creatura privilegiata, ma come può essere figlio? In natura non si fanno salti di categoria. Un minerale genererà sempre un minerale, una pianta genererà una pianta, un animale genererà un animale, un uomo sempre un uomo, da Dio sempre un Dio. Per questo Dio ha un solo Figlio naturale, generato dal Padre e quindi è Dio come il Padre.
Ma è stato proprio il Figlio di Dio a far fare all'uomo il salto di categoria, a farlo entrare nella famiglia di Dio. Si è fatto uomo come noi e ci ha donato la sua vita divina, per cui tutti coloro che credono in Lui ricevono la sua stessa vita. Lui stesso ci ha spiegato come è avvenuto questo dicendo: “Io sono la vite, voi siete i tralci. Come il tralcio non può fare frutto da se stesso se non rimane nella vite così anche voi se non rimanete in me. Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. " (Gv 15)
L’innesto avviene nel Battesimo. Ogni Battesimo è un innesto su Dio. Da quel momento la vita divina comincia a scorrere nella nostra persona. Abbiamo lo stesso DNA di Gesù, Figlio naturale di Dio. Per questo siamo figli del suo stesso Padre. Non soltanto siamo chiamati, ma "realmente siamo figli di Dio"! Siamo la sua famiglia. Ecco perché la Chiesa è una vera famiglia provata, povera, divisa, disgregata, litigiosa ma sempre famiglia. La Chiesa nonostante tutto è sempre santa perché è la famiglia di Dio, infatti il peccato, l'egoismo e la divisione dei fratelli non riusciranno mai a superare l'amore e la santità del Padre.

La prima realizzazione di Chiesa dopo la famiglia si chiama:

FAMIGLIA PARROCCHIALE

Come il corpo è fatto di cellule così la parrocchia è fatta di famiglie.
La parrocchia è una famiglia SANTA perché Gesù, capo della Chiesa, è santo e non fa mai mancare il dono della santità ai suoi fratelli.
In essa ogni giorno si rinnova l'alleanza con Dio nella celebrazione dell'Eucaristia, dalla quale scaturiscono tutte le grazie donate da Dio all'uomo. Attraverso di essa tutte le sofferenze degli uomini diventano una cosa sola con la croce di Cristo e tutte le nostre preghiere diventano preghiera che il Figlio rivolge al Padre.
Nella parrocchia viene proclamata la Parola di Dio e si ha la certezza che è il vero Dio a parlarci.
Nella parrocchia il Padre rigenera i suoi figli, santifica il loro amore, li sostiene nella malattia e li introduce nel suo Regno.
Ho incontrato tanti autentici santi "di parrocchia". Persone semplici che vivendo intensamente l'elementare itinerario di vita parrocchiale, fatto di preghiera e di carità, erano condotte da Dio ad una profonda comunione con Lui. Si percepivano i risultati della loro preghiera, Dio concedeva tutto ciò che chiedevano: erano i suoi amici.

La parrocchia è una famiglia EVANGELICA nel senso che il Vangelo è l'unico programma, l'unica regola di vita. L’unico criterio che ci rivela il livello di appartenenza è l'impegno nell'attuarlo.
Troppo spesso si pensa alla parrocchia come ad un'industria dove chi non partecipa viene “messo fuori”, o ad una caserma dove vieni "messo dentro". La parrocchia è una famiglia il cui unico legame è la fede in Gesù Cristo che nessuno può misurare, è l'impegno a vivere quotidianamente rinnegando noi stessi, prendendo la propria croce e andando dove vuole Lui.
Solo questi sono i criteri di appartenenza ad una comunità evangelica, il resto, partecipazione compresa, è solo funzionale a questo.
La parrocchia è una famiglia ORDINATA, nel senso che ha una casa, un ordine gerarchico, dei ruoli precisi.
La casa della parrocchia è la chiesa locale, centro materiale della famiglia dei figli di Dio. In essa si celebra e si conserva l'Eucaristia, si ascolta il Signore che parla e dona la vita ai suoi figli. È il simbolo materiale della fede di una comunità. Come dal modo di tenere una casa si intuisce il livello della famiglia, così, osservando la chiesa parrocchiale, si comprende il livello della parrocchia.
Nella chiesa parrocchiale tutto è santo perché esprime la fede di tante persone. Mi è molto cara la foto che rappresenta il Papa a Wadovice, nella sua chiesa parrocchiale inginocchiato davanti al fonte in cui era stato battezzato. Quanto mi dispiace che uno zelante parroco abbia demolito quella chiesa per sostituirla con una nuova!
In una chiesa parrocchiale si deve respirare fede, tradizione, novità, senso del sacro, partecipazione; in una parola, bellezza.
Accanto al Tempio, le opere parrocchiali esprimono la vivacità pastorale della parrocchia. Lì si incontrano i fedeli per la catechesi, per le varie attività, per prendere le decisioni che secondo il Vangelo orientano l'impegno di tutti. Accanto alla chiesa c'è spesso il centro ricreativo dove i bambini crescono e magari si scoprono i doni che Dio ha fatto loro.
Il parroco è colui che incarna la figura del padre nella famiglia parrocchiale. Essere padre spirituale non è un impegno da poco. La paternità spirituale non deve mai trasformarsi in un mestiere.
Abitualmente si è padri se si è sposi. Il parroco, rispondendo alla sua vocazione, è sposo del Cristo che gli affida la Chiesa sua sposa, che desidera vedere sempre davanti a se "senza ruga e senza macchia, santa e immacolata".
Il parroco è essenziale alla parrocchia, perché non dobbiamo mai dimenticare che la Chiesa è essenzialmente una "religione", ed ha quindi, come primo scopo, quello di stabilire il rapporto con Dio.
Il parroco è come Abramo, l'amico di Dio, colui che sta alla sua presenza giorno e notte, ad intercedere per il suo popolo. Suo primo dovere è la preghiera per la sua famiglia, che trova nell'Eucaristia quotidiana il centro di tutta la vita parrocchiale. Vedendo il proprio parroco, tutti devono pensare: "ecco l'Agnello di Dio, ecco colui che porta il peccato del mondo".
Dalla preghiera il parroco trae la forza per vivere il suo ruolo di "responsabile della responsabilità di tutti" cioè di animatore di tutta la famiglia, di suscitatore di responsabilità, di portatore di vita e di entusiasmo.
Il parroco è il primo testimone del Vangelo ed è pronto a portare amore e perdono anche dove trova ostilità e divisione, per essere sempre quel “supplemento di carità", affinché non manchi mai l'amore nonostante le divisioni e il peccato.
Il parroco è colui che ha come ideale Gesù buon Pastore, che dà la vita per le sue pecorelle. Ogni parroco è chiamato a donare la vita, o tutta insieme, o a gocce, certamente a seguire in tutto il Maestro.
Il parroco fà la parrocchia ma anche la parrocchia fà il parroco, proprio come in famiglia nel rapporto tra figli e genitori.
Una cosa desidero: che nessuna parrocchia si rassegni a non avere un parroco santo. In questa crescita verso la santità del pastore e del gregge il Signore si sente molto impegnato a non far mancare la sua grazia quando si chiede con fede.

Tutto Chiesa o tutto lavoro?
Da sempre la persona del sacerdote è legata al santuario e al tempio e se l'attività pastorale, anche febbrile, parte dalla preghiera incessante è attività sacerdotale, altrimenti è attività alla maniera umana che, se anche non manca di generosità, non può avere la connotazione di attività pastorale.
Il parroco deve riprodurre l'esperienza di Gesù che “Da sé non può far nulla se non ciò che vede fare dal Padre: quello che Egli fa, anche il Figlio lo fa". Per questo Gesù poteva dire “Il Padre mio opera sempre e anch'io opero" (Gv 5).
Così l'attività del parroco sarà sempre pastorale, egli sarà sempre attivo e contemplativo, mai indaffarato ma sempre paziente, benigno, rispettoso, non permaloso, disposto a perdonare, a coprire tutto, a sperare sempre, in una parola "mite e umile di cuore" come Gesù. Il parroco è il testimone del soprannaturale, colui la cui vita richiama il mistero e manifesta che l'uomo è stato creato per adorare e per pregare. Tanta è la sua felicità quando è davanti all'altare del suo Signore.
Nella famiglia parrocchiale tutti i figli sono fratelli e sono a servizio l'uno dell'altro, secondo la vocazione che ciascuno ha ricevuto.
Per il cristiano non esiste più il sacro e il profano perché tutto è redento e santificato da Cristo, per cui qualsiasi servizio che una persona svolge è risposta ad una vocazione dataci da Dio per servire i fratelli. Tra lavorare per vocazione o per mestiere c'è una bella differenza. La comunità parrocchiale ha il sacrosanto dovere di aiutare ciascuno a realizzare la propria vocazione, a trovare il posto giusto nella vita perché ciascuno possa donare e amare al massimo.
Qualche giorno fa, partecipavo ad una conversazione tra dirigenti sportivi ad altissimo livello e mi stupii quando dissero che la difficoltà a reclutare ottimi atleti era dovuta anche al fatto della chiusura degli oratori parrocchiali. La famiglia parrocchiale ha il dovere di assumersi l'impegno di scoprire i vari carismi che il Signore dona alla sua famiglia e di aiutarli a realizzarsi.
Un mio professore di Morale, il P. Capone, un giorno consigliandomi il suo dentista come persona molto competente, aggiunse: "ed è anche un buon cristiano. Cosa non indifferente anche per essere un buon dentista".
Vivendo ciascuno la propria professione come vocazione e servizio, i cristiani sono l'anima del mondo. E questo è il modo per trasformare progressivamente il mondo in Regno di Dio, che vuol dire far regnare il Signore nel mondo.
Secondo la propria personale vocazione, ciascuno è chiamato a dare collaborazione, perché la famiglia parrocchiale cresca e si edifichi a servizio di tutti. Questo genere di servizi può andare da quello dei bambini per il servizio all'altare, a quello di animatori delle opere parrocchiali, da catechisti a vari livelli a quello umile ma indispensabile di curare il decoro della casa del Signore, fino a coloro che mettono a disposizione le proprie capacità amministrative per organizzare nella maniera più intelligente le opere e la carità della famiglia parrocchiale.
La Chiesa, è una nave in cui non ci sono passeggeri, tutti siamo equipaggio e nessuno vive delle fatiche degli altri, ma tutti godiamo dell'impegno di ciascuno.
La famiglia parrocchiale è una famiglia aperta al servizio per trasformare il paese o il quartiere da collettività in famiglia.
La caratteristica della vera Chiesa di Cristo è di essere missionaria, cioè chiamata a offrire un servizio per la diffusione del Vangelo. Ogni cristiano è debitore del Vangelo e il braccio del seminatore è l'amicizia. Il terreno per seminare è quello della vita di ogni giorno.
Il mondo si trasforma in Regno di Dio facendo regnare Cristo in ogni nostra attività: il politico cercando unicamente e con tutto l'impegno il bene comune e non il proprio tornaconto, il funzionario ricevendo gentilmente e servendo efficacemente e fraternamente chi si rivolge a lui, il professionista mettendo a disposizione le proprie capacità per servire i fratelli senza esigere parcelle esose. Il cambiamento del mondo avviene così.
Il Regno di Dio non è come un terremoto o un uragano che viene e sconvolge tutto, ma è come il lievito che fermenta tutta la massa, è come il granello di senapa da cui nasce un grande arbusto.
La famiglia parrocchiale crede e ha fiducia che col Vangelo vissuto sarà capace di trasformare il suo mondo, il suo quartiere, il suo villaggio, il suo paese.

Se la parrocchia è una famiglia di famiglie, essa è anche la famiglia delle famiglie. Nella parrocchia troveremo quel supplemento di amore di cui ogni tanto c'è bisogno. La parrocchia sarà attenta a sostenere tutte le famiglie prevenendole nelle difficoltà, con la convinzione che una famiglia che si divide è un suo fallimento e la salvezza di una famiglia il suo più grande successo.
La parrocchia è la comunità della festa e del perdono, nel senso che è davvero la famiglia di tutte le famiglie.
Nel mio ministero di vescovo nelle borgate romane ho fatto diverse esperienze di questa famiglia allargata. La parrocchia era l'unica forma di aggregazione della borgata, il luogo di incontro per tutti, il posto per tutte le necessità e il luogo di offerta delle più varie disponibilità.
Ricordo l'esperienza della gioia che si moltiplicava in due occasioni: un matrimonio comunitario e una celebrazione per la ricomposizione di una famiglia divisa.
In una giovane parrocchia erano tante le coppie sposate solo civilmente per i motivi più svariati. Il parroco, le aspettava al varco del Battesimo del primo figlio o della Prima Comunione. Fece tanto per far conoscere e identificare la situazione di ciascuna e poi diede loro la scadenza di un anno di fidanzamento, avrei preferito avesse detto di convivenza, perché di questo si trattava, per poi fare un grande matrimonio comunitario con relativa festa. Alcune coppie mollarono l'impegno ma molte, esattamente diciotto, celebrarono il matrimonio che io stesso benedissi.
Furono fatti partecipare attivamente i loro bambini, considerandoli testimoni privilegiati del loro amore e la cosa che più ci colpì furono i figli delle famiglie non regolarizzate che spingevano i genitori ad andare dal parroco per fare la festa anche loro. Fu un giorno indimenticabile: il battesimo e la comunione dei figli avevano preparato il matrimonio dei genitori.
Un altro grande momento di gioia fu quando fu celebrata la ricomposizione di una famiglia separata da sette anni. Lui era medico e lei insegnante e invitarono i pazienti e diversi colleghi ed alunni. Avevano tre figli, che erano stati gli attori principali della ricomposizione e, ovviamente, gli organizzatori della festa. Quella volta ho visto in quei due sposi il sentimento del Padre che riabbraccia il figliol prodigo. Quando si abbracciarono davanti al vescovo, devo confessare che piansi come non mi era mai capitato durante una celebrazione.

Come per la famiglia il momento principale è il pranzo insieme, così per la parrocchia l'appuntamento centrale è la MESSA DOMENICALE,

La domenica è la Pasqua della settimana e la Messa ne è la celebrazione. Tutta la vita parrocchiale parte da lì e arriva lì. Davvero si sperimenta come l' Eucaristia è la sorgente e il culmine di tutta la sua vita ed attività.
Tutta la settimana è una preparazione a quel momento e tutto parte da quel momento. La domenica è il primo giorno della settimana che irradia la sua luce e la sua vita su tutti gli altri giorni. È il giorno del Signore.
Nella Messa domenicale la comunità si esprime al meglio, trova la sua identità e si realizza in pieno come famiglia dei figli di Dio.
Una comunità parrocchiale si qualifica dal suo modo di celebrare l'Eucarestia domenicale.
Non esiste niente di più importante dell'Eucarestia perché in essa si rinnova la nostra alleanza con Dio nel sacrificio di Gesù, a cui si uniscono i sacrifici di tutti gli uomini.

Tutti i doni di Dio passano attraverso l'Eucarestia e tutte le nostre preghiere salgono a Dio attraverso di essa, per cui l'altare su cui il parroco celebra, è il centro reale di tutta la comunità parrocchiale, è il punto più vero di incontro con Dio.

Nella parrocchia si scandiscono le varie stagioni liturgiche dell'anno. Si celebrano le grandi feste del Signore ed ogni avvenimento personale o di famiglia diventa ragione di sofferenza o di gioia per tutti.

Nella vita parrocchiale la fede diventa vita condivisa con i fratelli. Questa è la reale esperienza di Chiesa.

Uno dei pericoli di oggi è di non appartenere ad una vera Chiesa ma ad una Chiesa virtuale, fatta dai mezzi di comunicazione. Mi spiego: tanta gente crede in Papa Woityla ma solo quando parla contro la guerra, non quando parla contro il matrimonio degli omosessuali o contro l'aborto o il divorzio. Ogni tanto sente Radio Maria e recita qualche preghiera. Ritiene che la Chiesa è necessaria per mantenere buona la società ma tutte le chiese son buone, se tengono buoni gli uomini. Non hanno nessun contatto reale con la Chiesa che sono i fratelli. Questa non è la vera Chiesa ne si può parlare di appartenenza, è una Chiesa costruita a propria immagine, costruita al computer.

Come la famiglia è reale, e nessun orfano se la può reinventare se l'ha persa, così la Chiesa è la reale famiglia dei figli di Dio ed è vera soltanto se è reale.

 

LA FAMIGLIA DI PARROCCHIE



Come abbiamo definito la parrocchia una famiglia di famiglie, così la DIOCESI può essere considerata una famiglia di parrocchie che formano una Chiesa particolare.
Più aumentano le persone e gli spazi si allargano, più nella Chiesa deve rimanere la caratteristica della sua cellula: essere una famiglia. Se la Chiesa perde questa caratteristica diventa anch'essa mondo. Se fosse così avrebbe poco da dare e da dire per trasformare la collettività in comunità, la popolazione in famiglia.

A capo della famiglia diocesana c'è il VESCOVO.
Il vescovo è il successore degli apostoli.

Cosa vuol dire? Quando gli apostoli ricevettero da Gesù la missione di predicare il Vangelo, che è per la Chiesa il principio di tutta la sua vita in ogni tempo, si costituirono dei successori. Non si fecero soltanto dei collaboratori che li aiutassero, ma affidarono loro la missione di continuare dopo la morte, l'opera che avevano cominciato, raccomandando di pensare a tutto il gregge di Dio.
Il vescovo è uno che è entrato a far parte del collegio degli apostoli.
Nella persona del vescovo, è presente in mezzo ai fedeli lo stesso Signore Gesù Cristo pontefice sommo.
Attraverso il vescovo Gesù, che siede alla destra del Padre, predica la parola, santifica con i sacramenti, incorpora nuove membra alla famiglia dei figli di Dio e con sapienza e prudenza dirige e ordina il popolo santo di Dio verso la beatitudine eterna.
Per poter fare questo il Vescovo ha ricevuto lo Spirito Santo ed è diventato sommo sacerdote.
Come tale è il pastore responsabile di tutta la famiglia diocesana.
I suoi segni distintivi sono il pastorale, che esprime la responsabilità della guida, l'anello che esprime l'amore nuziale di Cristo per la sua Chiesa, di cui il Vescovo è il testimone; il Vangelo di cui il Vescovo è il primo annunciatore.
Essere il primo testimone del Vangelo significa che la sua primaria responsabilità è quella di evangelizzare perché ha il debito del Vangelo verso ogni creatura.
Compito principale del vescovo è di insegnare a tutti a trovare ed incontrare il Signore.
Il Signore è lo sposo dell'umanità e vuol stabilire un rapporto nuziale con tutti gli uomini. Il vescovo è l'amico dello sposo che ha il compito di procurargli amici per fare la felicità di Dio e degli uomini.
Il vescovo è il grande amico di Dio, colui che gli parla di tutti, che presenta preghiere e ottiene grazie, che testimonia con la sua vita che l'uomo è fatto per la preghiera e che solo nella comunione con Dio troverà la sua felicità.
Il vescovo è colui che giorno e notte sta come una sentinella sul punto più alto della città, senza prendere riposo, a ricordare al Signore le sue promesse finché non abbia reso la sua famiglia il vanto della terra. (cfr Is 62)

Proprio perché è il grande amico di Dio, con la pienezza del sacramento dell'ordine, è l'economo della grazia del supremo sacerdozio.
Celebra l'Eucarestia, e anche se questa avviene nelle comunità più piccole e povere, Cristo è presente. Ogni legittima celebrazione dell'Eucarestia è diretta dal vescovo a cui spetta regolare la più alta forma di culto offerta a Dio.
Regola l'amministrazione del battesimo, è ministro originario della cresima, è dispensatore degli ordini sacri e moderatore della disciplina penitenziale.

Il vescovo ha l'autorità di condurre in nome di Cristo tutto il popolo di Dio verso la meta finale che è la vita eterna ed animare tutti i fedeli, perché raggiungano quella perfezione cristiana propria dello stato a cui appartengono.
Per questo si richiede al vescovo una particolare conoscenza delle categorie di persone che formano la sua diocesi e che devono realizzare la propria vocazione attraverso un proprio cammino di spiritualità. Diverso è il cammino di una monaca da quello di una famiglia, quello di un sacerdote da quello di un professionista. Al vescovo spetta il grave dovere del discernimento circa la verità e l'autenticità cristiana di ogni esperienza religiosa.
La casa della famiglia diocesana, la Chiesa del vescovo, è la chiesa cattedrale. Si chiama così perché è di lì che il vescovo insegna ufficialmente, santifica e celebra i diversi misteri.
In essa vengono conferiti gli ordini sacri e i ministeri ordinati, lì nascono i vescovi, i sacerdoti e i diaconi. In essa vengono custodite le reliquie dei santi fondatori della Chiesa e la tomba di coloro che ne sono stati pastori.
La chiesa cattedrale è la madre di tutte le chiese della diocesi, è il modello di ogni celebrazione ed è bene che tutti i fedeli vi si rechino in preghiera almeno qualche volta.

Il Vescovo è coadiuvato nel suo ministero dai

PRESBITERI

Sono gli amici del vescovo e i suoi primi collaboratori. A loro sono affidate le varie famiglie parrocchiali in cui esercitano la loro paternità in nome del vescovo e dove, in comunione con lui, celebrano i divini misteri.
Come Gesù è mandato dal Padre e manda i suoi apostoli, che oggi sono i vescovi, così il vescovo manda in nome di Cristo i sacerdoti.
I sacerdoti, tutti insieme, formano il presbiterio che è come la riunione di tutti i capi famiglia. Quando le famiglie erano patriarcali, in ogni parrocchia c'era la riunione di tutti i capi che dovevano decidere sull'andamento della parrocchia. Così è per la famiglia diocesana: il presbiterio è l'insieme di tutti i capi delle famiglie parrocchiali. Il vescovo deve animarli, sostenerli, difenderli, correggerli, e loro devono esprimere unità col vescovo e con gli altri sacerdoti perché la loro parrocchia non si senta fuori dalla grande famiglia diocesana.
Come in tutte le famiglie numerose non è facile andare sempre d'accordo, così è anche per il presbiterio dei sacerdoti.
Nella Chiesa c'è l'uso di dire nel canone della messa, insieme a quello del papa, anche il nome del vescovo, nel mio caso, il vescovo Giuseppe.
Ero vescovo Ausiliare di Roma e un giorno un parroco cessò di citarmi. Una signora andò in sacrestia a domandare il perché dell'innovazione. Il parroco arrossì e aggiunse "e ora non andare a raccontarglielo". Cosa che la signora fece prontamente. Telefonai al parroco e la cosa fini in una risata.

Credo che siano i fedeli i primi interessati al sano rapporto del proprio parroco col vescovo e con gli altri sacerdoti.

La riunione dei capi famiglia ha delle responsabilità comuni quali la propria formazione permanente, la programmazione della pastorale diocesana e l'attenzione vicendevole perché ciascuno sia sostenuto in momenti di difficoltà e venga aiutato a superarli.
Se il vescovo deve impegnarsi come capo di famiglia a tenere uniti i sacerdoti anche il popolo deve fare, con la preghiera e l'intervento rispettoso e garbato, la propria parte perché sia sempre conservata l'unità tra i sacerdoti della diocesi.

Insieme ai sacerdoti il vescovo è coadiuvato dai

RELIGIOSI

Hanno ricevuto la vocazione ad incarnare radicalmente il Vangelo e così servire con la preghiera e con il servizio il popolo di Dio.

Sono i monaci e le monache che testimoniano con la loro vita l'assoluto di Dio. Sono i religiosi a totale servizio dei fratelli nelle parrocchie, nelle scuole cattoliche, negli ospedali, nelle opere di carità. Con la loro presenza, universalmente accettata e desiderata, rendono vivo il Vangelo e testimoniano che è la salvezza del Signore.

La Sardegna ha tante vocazioni religiose, molte delle quali lavorano e si fanno molto onore in Tontinente" e all'estero. Numerose sono anche le fondazioni avvenute in Sardegna e continueremo a lavorare perché tutti coloro che ricevono una vocazione totalizzante per il Signore, riescano a realizzare il loro sogno di donazione.

Altri collaboratori del vescovo sono

1 DIACONI

Sono fratelli di buona reputazione, pieni di spirito e di saggezza ai quali è affidato l'incarico di essere i ministri della carità del vescovo. Gli vengono imposte le mani "non per il sacerdozio ma per il ministero" e aiutano nella liturgia e nella predicazione.
Sono una grande grazia perché testimoniano che nella Chiesa tutto è diaconia, ossia servizio. Servo è il diacono, servo il presbitero, servo il vescovo. Il papa addirittura si chiama "servo dei servi di Dio". Ci ricordano che Gesù è venuto "non per essere servito ma per servire".

La Chiesa diocesana è poi formata di

LAICI

che non sono i figli senza qualifica, ma hanno anch'essi un ruolo determinante nella missione della Chiesa.
Anzi, i sacerdoti e i diaconi sono a loro servizio perché possano svolgere la loro missione.
Una visione troppo clericale della Chiesa potrebbe farci pensare a loro come a dei cristiani di serie B. Niente di più falso.
Per il battesimo essi sono sacerdoti, cioè devono offrire il sacrificio.
Cosa vuol dire sacrificio? viene dal latino "sacrum facere", cioè devono santificare tutte le cose. Come? Offrendole a Dio. Quando nella Messa si dice: "Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito" non chiediamo di farci soffrire per tutta la vita, ma di renderla santa.
Il laico è impegnato a rendere santa ogni attività offrendola a Dio, di qualsiasi genere essa sia, professionale, sportiva, artistica. Solo così si rende santo tutto l'universo, solo così Dio regna.
Ricordo, quand'ero vice parroco, tanti anni fa, un giovane che andava a lavorare nelle officine “Galileo” di Firenze, dove si bestemmiava da specialisti. Eppure Giancarlo mi diceva: "quando entro nell'officina offro la mia fatica e la fatica di tutti al Signore e non sento neppure le bestemmie. Lavoro unito al Signore, e mi capita che quando un mio vicino bestemmia mi chiede prontamente scusa". Giancarlo era il sacerdote della sua officina.

Per il battesimo sono

PROFETI

Profeta non è chi indovina il futuro ma colui che parla in nome di un altro. Ricordi quando Dio chiese a Mosè di andare a dire al faraone di liberare il suo popolo dalla schiavitù? Poteva dirlo direttamente Dio al faraone, come tra l'altro Mosè avrebbe desiderato. Invece no!
Da quando il Padre ci ha mandato Gesù, Dio si serve dei fratelli per farci giungere i suoi messaggi.
Profeti non sono soltanto i preti, ma tutto il popolo cristiano è profetico. tutti devono annunciare la Parola di Dio. E quand'è che l'annunciano? Tutte le volte che un uomo dice la verità è lo Spirito Santo che parla attraverso di lui. Per questo il cristiano non deve mai dire bugie, anzi, il suo parlare deve essere sempre "sì sì, no no".
Solo il laico può far risuonare la Parola del Signore nel suo mondo familiare e professionale. Solo lui può correggere le situazioni sbagliate parlando chiaro da parte del Signore.
Dio parla attraverso tutti. Parla ai genitori anche attraverso i bambini. Quante volte ho sentito Dio che in loro supplicava e che in loro piangeva perché i genitori non si separassero!
A poco vale la Parola annunciata dal vescovo e dal parroco se non correggi fraternamente il collega di lavoro che comincia a tradire la propria sposa, magari prima con il silenzio di disapprovazione e poi con grande delicatezza ma parlando chiaro.
La correzione fraterna è senz'altro la forma più immediata e personale dell'annuncio della parola di Dio che un cristiano è chiamato a fare.

Per il battesimo il cristiano è anche

RE

Nella vita di ciascuno si impone una scelta fondamentale: essere re o suddito, padrone o schiavo.
Il cristiano ha ricevuto la dignità regale. È unto e consacrato il giorno del suo battesimo. Non può vendere la sua dignità a nessuno. Solo Cristo è il suo Re perché "servire a Dio è regnare", Lui è l'unico Re che non schiavizza.
Il cristiano su chi regna?
Prima di tutto su se stesso, cioè non è schiavo delle proprie passioni ma le domina e le governa.
Ultimamente ho incontrato un amico a cui ho chiesto notizie della sua famiglia. L'ho visto imbarazzato nel rispondere. Dopo le mie insistenze mi ha detto che aveva un'altra donna. Dinanzi al mio stupore, mi ha portato come ultima ragione che si era innamorato e che... "al cuore non si comanda".
“Eh, oh”! Risposi io. “Ci si innamora di chi ci si vuole innamorare". Né io, né tu, siamo nati da una pulsione o da un sentimento dei nostri genitori, ma da una loro scelta, da un loro atto di volontà.
La schiavitù delle proprie passioni è quella peggiore ed è la sorgente di ogni altra schiavitù.
Altra schiavitù è la paura. L’alternativa del Vangelo è chiara: o fede o paura. Chi ha fede non ha paura e chi ha paura non ha fede.
Un grande uomo politico, Alcide De Gasperi, diceva che la Chiesa non deve solo insegnare a stare in ginocchio ma anche a rimanere in piedi.
Questo è il ruolo dei laici: santificare tutta la realtà offrendola a Dio, far risuonare ovunque la sua Parola ed esercitare la propria regalità su tutto il creato. Altro che cristiano di serie B!
Il suo impegno nativo è questo, prima ancora che quello esercitato nelle strutture parrocchiali o diocesane.
È un terribile equivoco, quello in cui cadono tanti: essere cristiani in chiesa e non nella vita, fare della propria fede un fatto privato.
Un caro amico, che da anni lavorava in una società in cui aveva stabilito buoni rapporti con i suoi colleghi, un giorno volle fare un test per vedere se gli altri erano cristiani praticanti e addirittura se ci fosse qualche catechista come lui.
Una mattina entrò in ufficio, anziché col solito quotidiano, con "Avvenire". Tutti s'accorsero e venne fuori che molti di loro lo prendevano la domenica in parrocchia e che due erano anche catechisti. Dopo diversi anni nessuno di loro se n'era accorto.
Ovviamente la famiglia diocesana ha bisogno anche di una sua organizzazione, sia pure con stile familiare, per cui i laici sono tenuti ad offrire la loro collaborazione per il buon funzionamento dei servizi, oltre che mettere a disposizione la propria competenza nei vari organi di partecipazione, quali il consiglio pastorale e quello degli affari economici.
La ricchezza della famiglia diocesana si manifesta anche attraverso la presenza dei vari carismì che Dio dona alla sua Chiesa e che si esprimono poi nelle varie forme di spiritualità.
Nessuno è santo per se stesso o per il proprio gruppo. Tutta la Chiesa è arricchita dal carisma dato ad uno per il vantaggio di tutti.
Personalmente sono nato e cresciuto in una normale parrocchia in cui, si direbbe, ho fatto tutta la carriera di un bravo laico di allora, fino ad essere delegato aspirante, quando entrai in seminario. Personalmente però devo molto ai salesiani, di cui un meraviglioso oratorio era vicino a casa mia, ai gesuiti, ai francescani, alle piccole sorelle di Gesù, alle missionarie della Carità e da vescovo ai vari movimenti presenti nel settore est di Roma, che mi hanno fatto conoscere un aspetto nuovo della vitalità della Chiesa. La Chiesa non è un esercito , è una famiglia in cui i genitori si preoccupano che ciascuno dei suoi figli trovi la propria vocazione nella vita e sia felice.
Alcuni pensano che tutte queste diversità siano a scapito dell'unità. Niente affatto! E unità non è uniformità, ma l'unità si coniuga con la varietà.

Perché la Chiesa diocesana?
Per far diventare la città e l'intero territorio della diocesi famiglia dei figli di Dio.
Prima ancora di giungere a Cagliari mi è stata presentata la situazione drammatica in cui vivono i detenuti nel carcere di Buoncammino. Sono sensibilissimo a questi problemi e, alla domanda che cosa intendevo fare per loro, ho subito risposto che occorreva provvedere immediatamente al problema dell'affollamento, lavorando perché gli uomini diventassero migliori così da avere prigioni sempre meno affollate.
Questo è il compito primario della Chiesa nei confronti della società, senza ovviamente dimenticare il resto di cui il Signore ci fa obbligo formale, come visitare i carcerati.

 

La famiglia universale

LA CHIESA UNIVERSALE

L’altro giorno, mia nipote, che sta per diventare mamma per la prima volta, mi ha telefonato per dirmi che aveva visto il suo bambino. È come la falange di un dito, ma si vede bene, soprattutto il cuore che pulsa molto forte". Era felice e insieme a suo marito ha reso felice anche tutti noi. Ho pensato anch'io che in quel corpicino c'era tutto mio nipote.
Abbiamo cominciato ad esaminare la cellula della Chiesa e nella famiglia abbiamo intravisto tutta la sua bellezza.
Dopo aver goduto della bellezza della Chiesa famiglia, della famiglia di famiglie, della famiglia di parrocchie, guardiamo ora alla Chiesa nella sua pienezza. Non guardiamo più la cellula ma tutta la persona. È la famiglia dei figli di Dio sparsa in tutto il mondo. È la famiglia che riempì la terra e da cui tutti gli uomini ricevono la vita e in cui son tutti chiamati ad entrare.
Contempliamo questa famiglia che ha le dimensioni dell'universo, perché tutto l'universo è la sua casa, è stato creato per lei.
I suoi confini superano la terra perché entrano in cielo, facendo parte di essa lo stesso Signore con tutti i suoi santi. Si! "Noi siamo concittadini dei santi e familiari di Dio". In questa grande famiglia infatti tutti i santi sono presenti, dal giusto Abele, vittima di suo fratello Caino, fino all'ultimo uomo che sta uscendo in questo momento dalle mani del Signore.

Tutti posso chiamare fratelli e non sentirmi estraneo a nessuno.

Gesù è mio fratello come lo sono san Francesco, santa Teresa, Don Bosco, Padre Pio, Madre Teresa ed è riservata anche a me l'eredità tra i Santi.
Con loro posso conversare, a loro posso chiedere , con loro posso sfogarmi e con loro ringraziare il Signore. Con loro ci sono i miei genitori, i miei amici, i miei superiori. Essi possono aiutarmi, intercedendo per me presso la Madonna e il Signore. Questo scambio di rapporti si chiama comunione dei santi che è come l'economia interna della Chiesa. Pensare che la morte rappresenti una separazione è un vero errore.
Alla fine della celebrazione del funerale di una signora venne il figlio a ringraziarmi per le parole dell'omelia. Però, molto rispettosamente, aggiunse di non essere d'accordo con le ultime parole che avevo detto “riposi in pace". "L’assicuro mi disse che mia madre non riposa in pace e soprattutto in paradiso non lascerà in pace nessuno. A quest'ora ha già interessato a me tutti, dal Padre Eterno in giù". Aveva ragione.
È quello che dice Santa Teresa di Gesù Bambino quando, preoccupata di come avrebbe passato tutta l'eternità in Paradiso, conclude: "Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra".
Tra noi e loro non c'è separazione, il cielo è vicino.
Siamo tutti una famiglia, siamo la Chiesa.

Fanno parte della Chiesa tutti gli uomini, naturalmente a vari titoli.

Il Concilio Vaticano II dice che sono "pienamente incorporati" tutti i battezzati che accettano integralmente l'organizzazione e tutti i mezzi che la famiglia dei figli di Dio mette a disposizione.

Ne fanno parte anche i catecumeni, cioè coloro che si preparano al battesimo. Basta il loro desiderio per essere assunti in questa famiglia ed essere ricoperti del suo amore e delle sue cure.

Sono congiunti alla Chiesa anche tutti i battezzati che non riconoscono il papa come capo della Chiesa ma credono amorosamente in Dio Padre e in Gesù Cristo suo Figlio. Sono anch'essi sotto l'azione dello Spirito Santo che suscita il desiderio di unirsi, come e quando Dio vorrà, all'unico ovile di Cristo.

Quelli che addirittura non hanno ancora ricevuto il Vangelo sono in vari modi ordinati alla Chiesa. Primi tra tutti gli ebrei che hanno ricevuto le promesse e da cui è nato il Cristo secondo la carne. Poi anche i Mussulmani, che dichiarano di avere la fede di Abramo, adorano con noi l'unico Dio misericordioso, che giudicherà tutti alla fine del mondo.

Quand'è che tutti gli uomini saranno "pienamente incorporati" nella famiglia dei figli di Dio?
Quando tutti chiameranno Dio col nome di Padre e questo avverrà solo quando tutti riconosceranno che Gesù è suo Figlio.

Durante il mio ministero come vescovo dei militari celebrai il Natale a Sarajevo. Mi fece una grande impressione quando, andando dall'aeroporto alla caserma Tito Barak per celebrare, sentii dal minareto di una moschea il Muezzin che invitava alla preghiera: "Allah è grande! Allah è grande! Venite alla preghiera".
È vero, pensavo, Dio è grande ma si è fatto bambino per renderci suoi figli. Per un mussulmano è una bestemmia pensare di essere figli di Dio, Dio non ha figli ha solo delle creature. Noi e loro crediamo e adoriamo lo stesso Dio, la differenza dipende dal grado della conoscenza. Ciò non toglie che siamo tutti fratelli, anche se loro non ne conoscono ancora il motivo.

Pensando alla Chiesa possiamo allora somigliarla a questa casa di Dio in cui già alcuni godono le gioie dell'appartenenza, il pieno inserimento nella famiglia, gli altri camminano verso di essa "adorando un Dio che ancora non conoscono" (Atti 17,23).

Penso ad un alveare fatto da diversi favi composti da singole cellette. I favi sono le parrocchie, le diocesi e le cellule sono le nostre famiglie in cui viviamo noi. In essa viene deposto il miele che è a vantaggio di tutto l'alveare. Spesso viene usata dal Signore l'immagine dell'ape operosa per descrivere l'uomo.
Credo che sia davvero una immagine divina dell'uomo e ciascuno sente il bisogno di vivere nella propria cella, nel proprio favo e all'interno dell'alveare.
È bello vedere un alveare in pieno giorno quando le api vanno e vengono e sembra una grande fabbrica al momento del cambio dei turni di lavoro, ma è bello anche vederlo al tramonto, quando sembra vuoto, e invece le api sono nelle loro celle.

Ciascuno di noi ha bisogno di sentirsi membro di una Chiesa familiare, parrocchiale, diocesana e universale.
Non vi nascondo la gioia di quando, anche per poco tempo, posso tornare al mio paese e trascorrere qualche ora nella casa fatta dai miei genitori; dove sono cresciuto, da dove sono partito per andare in Seminario, dove sono tornato sacerdote e vescovo, dove ho imparato a portare la croce, dove i miei genitori son tornati alla casa del Padre. È la mia cellula di Chiesa. Il Vangelo a proposito di Gesù direbbe: "dove era stato allevato...".
Lo stesso posso dire per la mia chiesa parrocchiale dove ho ricevuto la cresima, la prima Comunione, ho celebrato la prima Messa, ci son tornato da vescovo e dove ho salutato mia sorella e i miei genitori che mi hanno preceduto in cielo.

Anche la cattedrale in cui sono stato ordinato è uno dei luoghi santi in cui torno volentieri. Li, quel mattino del 12 marzo, divenni sacerdote di Dio Altissimo.

E la cattedrale del papa? Dove divenni vescovo, dove fui associato al collegio apostolico. Dove mi fu messo l'anello nuziale del mio Signore!
Non mi sono mancate occasioni di sperimentare anche l'universalità della Chiesa fatta di popoli di ogni lingua e nazione e posso assicurare che sono stati momenti molto belli, ma che ho vissuto ugualmente come momenti di famiglia, perché non mi è mai mancata l'esperienza della Chiesa familiare.

Si può fare un'esperienza di famiglia con un numero cosi grande di oltre un miliardo di persone?
Credo di sì, a condizione di non sentirci massa, ma presenti in questa grande famiglia ordinata come un alveare.
Anche in questa grande realtà nessuno deve perdere la dimensione familiare. Il primo a darmi una splendida lezione di questo è stato il papa.
Chi più di lui potrebbe essere tentato di vivere il governo dell'organizzazione più grande del mondo, quale è la Chiesa cattolica, come un dirigente e non come un padre? Invece non è così.

Un mercoledì recandomi a pranzo da lui, insieme ai sacerdoti di cui avrebbe visitato la parrocchia la domenica seguente, lo trovai preoccupato e appena mi vide mi disse: “Domenica scorsa, visitando la parrocchia, un papà mi presentò suo figlio handicappato e con insistenza mi chiese perché suo figlio era così e perché doveva tanto soffrire.
Io continuava il papa cominciai a parlargli ma mi portarono via e non potei finire. Quell'uomo aspetta una mia spiegazione. Cercalo e portamelo". Io mi sentii gelare pensando alla difficoltà. “Posso cercarlo e parlargli io a nome di Vostra Santità?" “Va bene, ma promettimi che farai di tutto per ritrovarlo". Cosa che feci puntualmente.

Rimasi colpito come un papa che incontra migliaia di persone potesse portarsi dentro un volto, una sofferenza, una richiesta.

Essere papa vuol dire essere padre. Questa è la Chiesa.

Questa è la Chiesa di Gesù, la famiglia dei figli di Dio che noi dobbiamo vivere in tutte le sue dimensioni senza saltarne neppure una.

Essere figlio della Chiesa vuol dire essere figlio di una famiglia, di una parrocchia e di una diocesi per sentirsi membro della grande famiglia dei figli di Dio.

Sempre di famiglia si tratta e come in tutte le famiglie ci sono figli buoni e meno buoni, obbedienti e discoli, però la famiglia è sempre il luogo in cui si torna per mangiare, vestirsi, riposare e riprendere a vivere.

La famiglia è il luogo della vita.

Arcivescovo Giuseppe Mani, Vescovo della Diocesi di Cagliari

 tratto dal sito: www.diocesidicagliari.it