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Incipit
DIO
SÌ, MA LA CHIESA NO!
Quante
volte ho sentito questa affermazione per giustificare la propria fede
personale!
Perché? Cos'è la Chiesa?
Ciascuno ha la sua risposta.
“La Chiesa sono i preti, il Vaticano, i vescovi e... lasciamo
perdere, spesso non hanno nulla a che vedere con Dio".
”La Chiesa sono quelli che "vanno in Chiesa" e non sono
meglio degli altri... anzi... !" Per i giornali la Chiesa è una
multinazionale con la direzione generale in Vaticano, le filiali
nelle diocesi e le agenzie nelle parrocchie; ha un gran potere
economico e politico. Gli uomini di Chiesa sono dei potenti.
Anche per noi, spesso, la Chiesa sono gli altri e altrettanto
spesso... non le fanno fare neanche una bella figura.
Quale chiesa?
Domandiamolo
a Gesù: cos'è la Chiesa?
Il sommo interesse di Gesù, l'argomento principale di tutta la sua
predicazione è stato il Regno di Dio. Ha voluto instaurare nel mondo
il Regno di suo Padre: un regno di giustizia, di amore e di pace. Ha
iniziato inventando la Chiesa! Ha riunito insieme tutti i figli di
Dio e gli ha insegnato a trasformare il mondo.
Ha voluto che loro fossero come una primizia di quello che sarà il
mondo trasformato. Un anticipo del Regno di Dio. Questa primizia,
questo saggio del mondo perfetto, è la Chiesa. Siamo noi! E questa
Chiesa dobbiamo costruirla insieme a Lui in maniera così perfetta da
rendere inescusabili quanti dicono di credere in Dio e non nella
Chiesa.
Primo compito del cristiano è edificare la Chiesa.
Per fare questo bisogna avere idee chiare. Ma andiamo in ordine.
Per conoscere una persona ci sono due vie: incontrarla e vederla in
faccia. Forse questa sembra essere la forma migliore di conoscenza,
invece ce n'è un'altra: partire dall'esame delle sue cellule. In
ogni cellula infatti possiamo trovare il DNA che identifica tutta la
persona. Pochi mesi fa, una persona a me molto cara, è stata colpita
da un male incurabile. Preoccupato che i medici curanti non fossero
al massimo della competenza, mi rivolsi al centro europeo dei tumori
a Milano, chiedendo un appuntamento per una visita. Mi risposero che
non serviva vedere la paziente, bastavano i risultati delle analisi.
Senza neppure vederla, diagnosticarono perfettamente la situazione,
prevedendo la fine a breve termine; cosa che nessuno dei familiari
poteva sospettare.
Se per conoscere la Chiesa partiamo dalla sua cellula, ci risulta che
essa è una famiglia.
Allora per capire la Chiesa guardiamo la famiglia: essa è una
comunità di amore, fatta di un uomo e una donna uniti da un vincolo
indissolubile, il cui amore diventa fecondo.
Le sue caratteristiche essenziali sono l'unità e la fedeltà tra i
coniugi, l'attenzione ai figli e l'apertura agli altri, inoltre
l'amore prodotto nella famiglia è superiore a quello che viene
consumato. Queste sono le caratteristiche naturali della famiglia,
quelle evidenti a tutti. Il Signore poi rivela la sua identità
dicendoci prima di tutto che la famiglia è la sua vera immagine.
“Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: Siate
fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra" (Gen 1,27)
E ci dice anche che la famiglia è abitata da Dio: "Quando due
dice Gesù sono uniti nel mio nome io sono in mezzo a loro".
Mai due persone sono più unite nel nome di Cristo più di quanto non
lo sono nel matrimonio cristiano. Il Concilio Vaticano Il inoltre
precisa i termini, dicendoci: “Il Salvatore viene incontro ai
coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio e rimane
con loro perché anch’essi possano amarsi l'un l'altro fedelmente
per sempre" (G. 9 n. 48).
Se la famiglia è immagine della Trinità ed è abitata da Dio, è
chiaro che è santa. Ecco perché la Chiesa difende così tenacemente
la famiglia; perché come è sacro l'uomo, per cui non si tocca, così
è santa la famiglia. Pensa un momento alla famiglia di Nazareth.
Quella che, non a caso, è definita la "Sacra Famiglia".
Perché è "sacra"? Mi dirai: perché c'è la Madonna che
è l'Immacolata Concezione, c'è san Giuseppe che era l'uomo giusto e
c'è Gesù che è il Figlio di Dio. No! È "sacra"
unicamente perché c'è Gesù che è il solo Santo, il solo Signore,
il solo Altissimo, come diciamo nella Messa. Perché se non ci fosse
stato Lui, la Madonna non sarebbe stata Immacolata, né san Giuseppe
sarebbe stato l'uomo giusto.
La cellula della Chiesa è una famiglia unita e santa, ed è per
questo che da sempre la famiglia è chiamata Chiesa domestica; perché
dov'è la famiglia c'è tutta la Chiesa. La Chiesa è tutta in un
frammento. Anzi in tante famiglie la Chiesa è già immagine perfetta
del Regno di Dio. Penso sempre a questo quando il Signore,
rispondendo ai Farisei che gli chiedevano quando sarebbe venuto il
Regno di Dio, rispose: “Il Regno di Dio non viene in modo da
attirare l'attenzione, e nessuno dirà: eccolo qui o eccolo là.
Perché il Regno di Dio è in mezzo a voi" (Lc. 17,21).
Come sulla famiglia di Nazareth, vera cellula germinale, c'era tutta
la Chiesa, così in tante nostre famiglie, vere cellule sane, c'è la
realizzazione del Regno di Dio.
Penso alla mia bellissima famiglia, a tante altre che ho conosciute,
felici anche se provate, purificate, salvate dalla Croce... e posso
dire di non aver visto niente di più bello al mondo.
Nessuna opera d'arte le può eguagliare. Questa è l'immagine vera
della Chiesa! La cellula che contiene il suo DNA.
È la Chiesa del suo Signore, la sua sposa, quella che profondamente
ama e che insieme vogliamo costruire per stupire chiunque, perché
chi non crede sia inescusabile.
Le caratteristiche della famiglia si riflettono su tutta la Chiesa.
È unita. Il suo veicolo di unità è Cristo. Nella misura in cui
tutti i suoi membri si sentiranno uniti a Lui si realizzerà la
perfetta unità. L’unità della Chiesa non si fa guardandoci in
faccia, finiremo inevitabilmente per non piacerci più, ma si
realizza guardando tutti nella stessa direzione che è Lui. Solo Lui
è "il capo della Chiesa" e qualunque sia il posto che uno
occupa in essa, la ragione di unità con gli altri è data dallo
spessore del rapporto con Lui.
È attenta alla vocazione dei suoi figli, perché nel servizio ai
fratelli ciascuno trovi il suo modo per amare di più ed essere
felice.
È aperta agli altri, cioè missionaria. La Chiesa non esiste per se
stessa ma per salvare il mondo e realizzare il Regno di Dio. Se
alcune cellule di Chiesa si ripiegano su se stesse, impazziscono: è
il terrore. Potrebbe essere l'esperienza di chi non è più capace di
sentire l'ordine perentorio di Cristo: 'Andate, come pecore tra i
lupi". “Chi ama la propria vita la perde, chi dona la propria
vita la trova". “Andate in tutto il mondo e predicate il
Vangelo a tutte le genti ".
La Chiesa ha nella famiglia la sua prima realizzazione.
Possiamo dire che la prima esperienza di Chiesa si fa in famiglia.
Così ha voluto il Signore. Chi manca di un' esperienza familiare
difficilmente potrà avere una reale e completa esperienza di Chiesa.
Per questo il primo impegno nella costruzione della Chiesa è
centrare l'attenzione sulla famiglia. Il piano pastorale che mira
all'edificazione della Chiesa, non può prescindere da una seria ed
efficace evangelizzazione familiare.
PREPARARE alla famiglia.
Poiché la vocazione alla famiglia è la fondamentale vocazione
dell'uomo, la Chiesa non può essere disattenta alla più importante
opera che i suoi figli possano realizzare.
La preparazione alla famiglia deve essere tenuta presente sempre, non
soltanto durante il fidanzamento. I genitori non devono mai
dimenticare che devono preparare i loro figli a condividere la vita
con un'altra persona ed educare il loro cuore ad essere materno e
paterno. Credo che l'infedeltà di tante persone e la scelta di
sopprimere i figli con l'aborto, sia da ascrivere come il più
drammatico fallimento pedagogico dei genitori e della comunità
ecclesiale... una mamma disperata perché la propria figlia voleva
liberarsi del proprio figlio mi disse: "Se non sono stata capace
di educare mia figlia ad essere mamma, la mia vita è un
fallimento". lo cercavo di consolarla dicendole che l'educazione
è sempre una scommessa, ma lei desolata concluse: "Allora è
una scommessa che io ho tragicamente perso".
La parrocchia, insieme alla famiglia, è la prima educatrice
all'amore. Deve esserci una piena collaborazione, non soltanto per
far conoscere il matrimonio come struttura sociale e sacramentale, ma
per aiutare i giovani a liberarsi, attraverso un cammino ascetico e
di purificazione, da ogni forma di egoismo e di instabilità
affettiva.
Se la famiglia è il primo capolavoro che ogni uomo è chiamato a
costruire, la Chiesa ha, verso i giovani, il principale dovere di
educarli come costruttori di famiglie sane e sante.
SOSTENERE la famiglia.
La famiglia è davvero una cellula che va nutrita, difesa e
sostenuta. Se si ammala la famiglia si ammala la Chiesa. Ecco perché
ci interessano anche le proposte di legge sulle politiche familiari.
È importante che ciascuno si senta responsabilizzato in difesa di
tutte le famiglie. Un cristiano che vede un amico parlare o
addirittura cominciare a scivolare verso l'infedeltà, magari
facendosene un vanto, ha il sacrosanto dovere di correggerlo ed
aiutarlo a rimettersi in carreggiata. La famiglia è un diritto di
tutti e quindi ciascuno ha il dovere di darne una bella e sicura al
proprio coniuge, ai propri figli, ai propri genitori. Mancare al
dovere della famiglia è mancare al fondamentale dovere della vita.
Questo Vangelo della famiglia deve essere testimoniato e annunciato
da tutti, a chiare lettere e con tono carico di responsabilità e di
amore.
La famiglia, come tutte le creature, si può ammalare e aver bisogno
di specialisti per curarsi e guarire. La parrocchia e la diocesi si
faranno carico di reclutare autentici specialisti che, consapevoli
della loro responsabilità, possono aiutare le famiglie in difficoltà.
I consultori familiari che cercheremo di realizzare, saranno una
risposta immediata a queste esigenze. È più importante però la
prevenzione della cura, perciò non ci stancheremo di
responsabilizzare tutti ad annunciare ovunque il vangelo della
famiglia.
SVILUPPARE la famiglia.
Il Papa ha detto che una delle novità del terzo millennio saranno le
famiglie sante.
Sono sempre stato convinto che ci sono più santi nelle famiglie che
in convento. Fui io a promuovere la causa di beatificazione della
famiglia Beltrame-Quattrocchi. Il Signore mi ha premiato oltre ogni
mia più rosea previsione, perché dopo pochi anni ho assistito alla
beatificazione di questi due sposi, e in quell'occasione ho
concelebrato con il Papa. Non vi dico la commozione quando i figli
portarono all'altare le reliquie dei nuovi beati che, grazie a Dio,
non erano delle ossa ma addirittura i loro due anelli nuziali. Fu
proprio allora che decisi di fare delle fedi dei miei genitori il mio
anello di vescovo che porto come la reliquia più bella della Chiesa
che mi ha generato.
Le famiglie sono il primo luogo di santificazione perché sono
abitate da Dio e sono sacre.
La nostra Chiesa farà di tutto per promuovere un' autentica
spiritualità familiare; ma soprattutto sarà attenta a scoprire
tutti quei santi che il Signore ha fatto crescere tra il nostro
popolo e dei quali, distratti come siamo, non ci siamo accorti.
La
famiglia di famiglie
Lavorare
per la famiglia vuol dire lavorare per la Chiesa.
La famiglia non può bastare a se stessa. Produce più amore di
quanto le sia necessario per la sua sussistenza, pertanto deve essere
aperta, donando amore per non soffocare questo fuoco, e non
disperdere tutto questo calore.
La parrocchia è il luogo in cui questo amore si diffonde e si
realizza. Nella parrocchia si sommano tutti i valori della famiglia.
La parrocchia è la sintesi, l'impasto dell'amore di tutte le mamme,
della responsabilità di tutti i padri, della vivacità di tutti i
bambini, della gioia di tutti i giovani, della saggezza di tutti gli
anziani.
Dopo la cellula che è la famiglia, la prima realizzazione della
Chiesa è la parrocchia, famiglia di famiglie, famiglia di figli di
Dio.
Ma la parrocchia è veramente famiglia in cui tutti siamo fratelli
oppure è solo un'immagine, un modo di dire?
Per essere famiglia una comunità deve rispondere a delle precise
caratteristiche: che i genitori siano i veri genitori della vita e
che i figli abbiano lo stesso loro sangue, il loro stesso DNA.
Altrimenti non si può parlare di vera famiglia. La Chiesa è una
vera famiglia perché Dio è Padre e noi siamo realmente suoi figli,
abbiamo in noi la sua stessa vita divina.
Com'è possibile? Come può un uomo essere figlio di Dio, far parte
della sua famiglia? Al massimo potrà essere una creatura
privilegiata, ma come può essere figlio? In natura non si fanno
salti di categoria. Un minerale genererà sempre un minerale, una
pianta genererà una pianta, un animale genererà un animale, un uomo
sempre un uomo, da Dio sempre un Dio. Per questo Dio ha un solo
Figlio naturale, generato dal Padre e quindi è Dio come il Padre.
Ma è stato proprio il Figlio di Dio a far fare all'uomo il salto di
categoria, a farlo entrare nella famiglia di Dio. Si è fatto uomo
come noi e ci ha donato la sua vita divina, per cui tutti coloro che
credono in Lui ricevono la sua stessa vita. Lui stesso ci ha spiegato
come è avvenuto questo dicendo: “Io sono la vite, voi siete i
tralci. Come il tralcio non può fare frutto da se stesso se non
rimane nella vite così anche voi se non rimanete in me. Chi rimane
in me e io in lui fa molto frutto. Questo vi ho detto perché la mia
gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. " (Gv 15)
L’innesto avviene nel Battesimo. Ogni Battesimo è un innesto su
Dio. Da quel momento la vita divina comincia a scorrere nella nostra
persona. Abbiamo lo stesso DNA di Gesù, Figlio naturale di Dio. Per
questo siamo figli del suo stesso Padre. Non soltanto siamo chiamati,
ma "realmente siamo figli di Dio"! Siamo la sua famiglia.
Ecco perché la Chiesa è una vera famiglia provata, povera, divisa,
disgregata, litigiosa ma sempre famiglia. La Chiesa nonostante tutto
è sempre santa perché è la famiglia di Dio, infatti il peccato,
l'egoismo e la divisione dei fratelli non riusciranno mai a superare
l'amore e la santità del Padre.
La prima realizzazione di Chiesa dopo la famiglia si chiama:
FAMIGLIA PARROCCHIALE
Come il corpo è fatto di cellule così la parrocchia è fatta di
famiglie.
La parrocchia è una famiglia SANTA perché Gesù, capo della Chiesa,
è santo e non fa mai mancare il dono della santità ai suoi
fratelli.
In essa ogni giorno si rinnova l'alleanza con Dio nella celebrazione
dell'Eucaristia, dalla quale scaturiscono tutte le grazie donate da
Dio all'uomo. Attraverso di essa tutte le sofferenze degli uomini
diventano una cosa sola con la croce di Cristo e tutte le nostre
preghiere diventano preghiera che il Figlio rivolge al Padre.
Nella parrocchia viene proclamata la Parola di Dio e si ha la
certezza che è il vero Dio a parlarci.
Nella parrocchia il Padre rigenera i suoi figli, santifica il loro
amore, li sostiene nella malattia e li introduce nel suo Regno.
Ho incontrato tanti autentici santi "di parrocchia".
Persone semplici che vivendo intensamente l'elementare itinerario di
vita parrocchiale, fatto di preghiera e di carità, erano condotte da
Dio ad una profonda comunione con Lui. Si percepivano i risultati
della loro preghiera, Dio concedeva tutto ciò che chiedevano: erano
i suoi amici.
La parrocchia è una famiglia EVANGELICA nel senso che il Vangelo è
l'unico programma, l'unica regola di vita. L’unico criterio che ci
rivela il livello di appartenenza è l'impegno nell'attuarlo.
Troppo spesso si pensa alla parrocchia come ad un'industria dove chi
non partecipa viene “messo fuori”, o ad una caserma dove vieni
"messo dentro". La parrocchia è una famiglia il cui unico
legame è la fede in Gesù Cristo che nessuno può misurare, è
l'impegno a vivere quotidianamente rinnegando noi stessi, prendendo
la propria croce e andando dove vuole Lui.
Solo questi sono i criteri di appartenenza ad una comunità
evangelica, il resto, partecipazione compresa, è solo funzionale a
questo.
La parrocchia è una famiglia ORDINATA, nel senso che ha una casa, un
ordine gerarchico, dei ruoli precisi.
La casa della parrocchia è la chiesa locale, centro materiale della
famiglia dei figli di Dio. In essa si celebra e si conserva
l'Eucaristia, si ascolta il Signore che parla e dona la vita ai suoi
figli. È il simbolo materiale della fede di una comunità. Come dal
modo di tenere una casa si intuisce il livello della famiglia, così,
osservando la chiesa parrocchiale, si comprende il livello della
parrocchia.
Nella chiesa parrocchiale tutto è santo perché esprime la fede di
tante persone. Mi è molto cara la foto che rappresenta il Papa a
Wadovice, nella sua chiesa parrocchiale inginocchiato davanti al
fonte in cui era stato battezzato. Quanto mi dispiace che uno zelante
parroco abbia demolito quella chiesa per sostituirla con una nuova!
In una chiesa parrocchiale si deve respirare fede, tradizione, novità,
senso del sacro, partecipazione; in una parola, bellezza.
Accanto al Tempio, le opere parrocchiali esprimono la vivacità
pastorale della parrocchia. Lì si incontrano i fedeli per la
catechesi, per le varie attività, per prendere le decisioni che
secondo il Vangelo orientano l'impegno di tutti. Accanto alla chiesa
c'è spesso il centro ricreativo dove i bambini crescono e magari si
scoprono i doni che Dio ha fatto loro.
Il parroco è colui che incarna la figura del padre nella famiglia
parrocchiale. Essere padre spirituale non è un impegno da poco. La
paternità spirituale non deve mai trasformarsi in un mestiere.
Abitualmente si è padri se si è sposi. Il parroco, rispondendo alla
sua vocazione, è sposo del Cristo che gli affida la Chiesa sua
sposa, che desidera vedere sempre davanti a se "senza ruga e
senza macchia, santa e immacolata".
Il parroco è essenziale alla parrocchia, perché non dobbiamo mai
dimenticare che la Chiesa è essenzialmente una
"religione", ed ha quindi, come primo scopo, quello di
stabilire il rapporto con Dio.
Il parroco è come Abramo, l'amico di Dio, colui che sta alla sua
presenza giorno e notte, ad intercedere per il suo popolo. Suo primo
dovere è la preghiera per la sua famiglia, che trova nell'Eucaristia
quotidiana il centro di tutta la vita parrocchiale. Vedendo il
proprio parroco, tutti devono pensare: "ecco l'Agnello di Dio,
ecco colui che porta il peccato del mondo".
Dalla preghiera il parroco trae la forza per vivere il suo ruolo di
"responsabile della responsabilità di tutti" cioè di
animatore di tutta la famiglia, di suscitatore di responsabilità, di
portatore di vita e di entusiasmo.
Il parroco è il primo testimone del Vangelo ed è pronto a portare
amore e perdono anche dove trova ostilità e divisione, per essere
sempre quel “supplemento di carità", affinché non manchi mai
l'amore nonostante le divisioni e il peccato.
Il parroco è colui che ha come ideale Gesù buon Pastore, che dà la
vita per le sue pecorelle. Ogni parroco è chiamato a donare la vita,
o tutta insieme, o a gocce, certamente a seguire in tutto il Maestro.
Il parroco fà la parrocchia ma anche la parrocchia fà il parroco,
proprio come in famiglia nel rapporto tra figli e genitori.
Una cosa desidero: che nessuna parrocchia si rassegni a non avere un
parroco santo. In questa crescita verso la santità del pastore e del
gregge il Signore si sente molto impegnato a non far mancare la sua
grazia quando si chiede con fede.
Tutto Chiesa o tutto lavoro?
Da sempre la persona del sacerdote è legata al santuario e al tempio
e se l'attività pastorale, anche febbrile, parte dalla preghiera
incessante è attività sacerdotale, altrimenti è attività alla
maniera umana che, se anche non manca di generosità, non può avere
la connotazione di attività pastorale.
Il parroco deve riprodurre l'esperienza di Gesù che “Da sé non può
far nulla se non ciò che vede fare dal Padre: quello che Egli fa,
anche il Figlio lo fa". Per questo Gesù poteva dire “Il Padre
mio opera sempre e anch'io opero" (Gv 5).
Così l'attività del parroco sarà sempre pastorale, egli sarà
sempre attivo e contemplativo, mai indaffarato ma sempre paziente,
benigno, rispettoso, non permaloso, disposto a perdonare, a coprire
tutto, a sperare sempre, in una parola "mite e umile di
cuore" come Gesù. Il parroco è il testimone del
soprannaturale, colui la cui vita richiama il mistero e manifesta che
l'uomo è stato creato per adorare e per pregare. Tanta è la sua
felicità quando è davanti all'altare del suo Signore.
Nella famiglia parrocchiale tutti i figli sono fratelli e sono a
servizio l'uno dell'altro, secondo la vocazione che ciascuno ha
ricevuto.
Per il cristiano non esiste più il sacro e il profano perché tutto
è redento e santificato da Cristo, per cui qualsiasi servizio che
una persona svolge è risposta ad una vocazione dataci da Dio per
servire i fratelli. Tra lavorare per vocazione o per mestiere c'è
una bella differenza. La comunità parrocchiale ha il sacrosanto
dovere di aiutare ciascuno a realizzare la propria vocazione, a
trovare il posto giusto nella vita perché ciascuno possa donare e
amare al massimo.
Qualche giorno fa, partecipavo ad una conversazione tra dirigenti
sportivi ad altissimo livello e mi stupii quando dissero che la
difficoltà a reclutare ottimi atleti era dovuta anche al fatto della
chiusura degli oratori parrocchiali. La famiglia parrocchiale ha il
dovere di assumersi l'impegno di scoprire i vari carismi che il
Signore dona alla sua famiglia e di aiutarli a realizzarsi.
Un mio professore di Morale, il P. Capone, un giorno consigliandomi
il suo dentista come persona molto competente, aggiunse: "ed è
anche un buon cristiano. Cosa non indifferente anche per essere un
buon dentista".
Vivendo ciascuno la propria professione come vocazione e servizio, i
cristiani sono l'anima del mondo. E questo è il modo per trasformare
progressivamente il mondo in Regno di Dio, che vuol dire far regnare
il Signore nel mondo.
Secondo la propria personale vocazione, ciascuno è chiamato a dare
collaborazione, perché la famiglia parrocchiale cresca e si edifichi
a servizio di tutti. Questo genere di servizi può andare da quello
dei bambini per il servizio all'altare, a quello di animatori delle
opere parrocchiali, da catechisti a vari livelli a quello umile ma
indispensabile di curare il decoro della casa del Signore, fino a
coloro che mettono a disposizione le proprie capacità amministrative
per organizzare nella maniera più intelligente le opere e la carità
della famiglia parrocchiale.
La Chiesa, è una nave in cui non ci sono passeggeri, tutti siamo
equipaggio e nessuno vive delle fatiche degli altri, ma tutti godiamo
dell'impegno di ciascuno.
La famiglia parrocchiale è una famiglia aperta al servizio per
trasformare il paese o il quartiere da collettività in famiglia.
La caratteristica della vera Chiesa di Cristo è di essere
missionaria, cioè chiamata a offrire un servizio per la diffusione
del Vangelo. Ogni cristiano è debitore del Vangelo e il braccio del
seminatore è l'amicizia. Il terreno per seminare è quello della
vita di ogni giorno.
Il mondo si trasforma in Regno di Dio facendo regnare Cristo in ogni
nostra attività: il politico cercando unicamente e con tutto
l'impegno il bene comune e non il proprio tornaconto, il funzionario
ricevendo gentilmente e servendo efficacemente e fraternamente chi si
rivolge a lui, il professionista mettendo a disposizione le proprie
capacità per servire i fratelli senza esigere parcelle esose. Il
cambiamento del mondo avviene così.
Il Regno di Dio non è come un terremoto o un uragano che viene e
sconvolge tutto, ma è come il lievito che fermenta tutta la massa,
è come il granello di senapa da cui nasce un grande arbusto.
La famiglia parrocchiale crede e ha fiducia che col Vangelo vissuto
sarà capace di trasformare il suo mondo, il suo quartiere, il suo
villaggio, il suo paese.
Se la parrocchia è una famiglia di famiglie, essa è anche la
famiglia delle famiglie. Nella parrocchia troveremo quel supplemento
di amore di cui ogni tanto c'è bisogno. La parrocchia sarà attenta
a sostenere tutte le famiglie prevenendole nelle difficoltà, con la
convinzione che una famiglia che si divide è un suo fallimento e la
salvezza di una famiglia il suo più grande successo.
La parrocchia è la comunità della festa e del perdono, nel senso
che è davvero la famiglia di tutte le famiglie.
Nel mio ministero di vescovo nelle borgate romane ho fatto diverse
esperienze di questa famiglia allargata. La parrocchia era l'unica
forma di aggregazione della borgata, il luogo di incontro per tutti,
il posto per tutte le necessità e il luogo di offerta delle più
varie disponibilità.
Ricordo l'esperienza della gioia che si moltiplicava in due
occasioni: un matrimonio comunitario e una celebrazione per la
ricomposizione di una famiglia divisa.
In una giovane parrocchia erano tante le coppie sposate solo
civilmente per i motivi più svariati. Il parroco, le aspettava al
varco del Battesimo del primo figlio o della Prima Comunione. Fece
tanto per far conoscere e identificare la situazione di ciascuna e
poi diede loro la scadenza di un anno di fidanzamento, avrei
preferito avesse detto di convivenza, perché di questo si trattava,
per poi fare un grande matrimonio comunitario con relativa festa.
Alcune coppie mollarono l'impegno ma molte, esattamente diciotto,
celebrarono il matrimonio che io stesso benedissi.
Furono fatti partecipare attivamente i loro bambini, considerandoli
testimoni privilegiati del loro amore e la cosa che più ci colpì
furono i figli delle famiglie non regolarizzate che spingevano i
genitori ad andare dal parroco per fare la festa anche loro. Fu un
giorno indimenticabile: il battesimo e la comunione dei figli avevano
preparato il matrimonio dei genitori.
Un altro grande momento di gioia fu quando fu celebrata la
ricomposizione di una famiglia separata da sette anni. Lui era medico
e lei insegnante e invitarono i pazienti e diversi colleghi ed
alunni. Avevano tre figli, che erano stati gli attori principali
della ricomposizione e, ovviamente, gli organizzatori della festa.
Quella volta ho visto in quei due sposi il sentimento del Padre che
riabbraccia il figliol prodigo. Quando si abbracciarono davanti al
vescovo, devo confessare che piansi come non mi era mai capitato
durante una celebrazione.
Come per la famiglia il momento principale è il pranzo insieme, così
per la parrocchia l'appuntamento centrale è la MESSA DOMENICALE,
La domenica è la Pasqua della settimana e la Messa ne è la
celebrazione. Tutta la vita parrocchiale parte da lì e arriva lì.
Davvero si sperimenta come l' Eucaristia è la sorgente e il culmine
di tutta la sua vita ed attività.
Tutta la settimana è una preparazione a quel momento e tutto parte
da quel momento. La domenica è il primo giorno della settimana che
irradia la sua luce e la sua vita su tutti gli altri giorni. È il
giorno del Signore.
Nella Messa domenicale la comunità si esprime al meglio, trova la
sua identità e si realizza in pieno come famiglia dei figli di Dio.
Una comunità parrocchiale si qualifica dal suo modo di celebrare l'Eucarestia
domenicale.
Non esiste niente di più importante dell'Eucarestia perché in essa
si rinnova la nostra alleanza con Dio nel sacrificio di Gesù, a cui
si uniscono i sacrifici di tutti gli uomini.
Tutti i doni di Dio passano attraverso l'Eucarestia e tutte le nostre
preghiere salgono a Dio attraverso di essa, per cui l'altare su cui
il parroco celebra, è il centro reale di tutta la comunità
parrocchiale, è il punto più vero di incontro con Dio.
Nella parrocchia si scandiscono le varie stagioni liturgiche
dell'anno. Si celebrano le grandi feste del Signore ed ogni
avvenimento personale o di famiglia diventa ragione di sofferenza o
di gioia per tutti.
Nella vita parrocchiale la fede diventa vita condivisa con i
fratelli. Questa è la reale esperienza di Chiesa.
Uno dei pericoli di oggi è di non appartenere ad una vera Chiesa ma
ad una Chiesa virtuale, fatta dai mezzi di comunicazione. Mi spiego:
tanta gente crede in Papa Woityla ma solo quando parla contro la
guerra, non quando parla contro il matrimonio degli omosessuali o
contro l'aborto o il divorzio. Ogni tanto sente Radio Maria e recita
qualche preghiera. Ritiene che la Chiesa è necessaria per mantenere
buona la società ma tutte le chiese son buone, se tengono buoni gli
uomini. Non hanno nessun contatto reale con la Chiesa che sono i
fratelli. Questa non è la vera Chiesa ne si può parlare di
appartenenza, è una Chiesa costruita a propria immagine, costruita
al computer.
Come la famiglia è reale, e nessun orfano se la può reinventare se
l'ha persa, così la Chiesa è la reale famiglia dei figli di Dio ed
è vera soltanto se è reale.
LA
FAMIGLIA DI PARROCCHIE
Come abbiamo definito la parrocchia una famiglia di famiglie, così
la DIOCESI può essere considerata una famiglia di parrocchie che
formano una Chiesa particolare.
Più aumentano le persone e gli spazi si allargano, più nella Chiesa
deve rimanere la caratteristica della sua cellula: essere una
famiglia. Se la Chiesa perde questa caratteristica diventa anch'essa
mondo. Se fosse così avrebbe poco da dare e da dire per trasformare
la collettività in comunità, la popolazione in famiglia.
A capo della famiglia diocesana c'è il VESCOVO.
Il vescovo è il successore degli apostoli.
Cosa vuol dire? Quando gli apostoli ricevettero da Gesù la missione
di predicare il Vangelo, che è per la Chiesa il principio di tutta
la sua vita in ogni tempo, si costituirono dei successori. Non si
fecero soltanto dei collaboratori che li aiutassero, ma affidarono
loro la missione di continuare dopo la morte, l'opera che avevano
cominciato, raccomandando di pensare a tutto il gregge di Dio.
Il vescovo è uno che è entrato a far parte del collegio degli
apostoli.
Nella persona del vescovo, è presente in mezzo ai fedeli lo stesso
Signore Gesù Cristo pontefice sommo.
Attraverso il vescovo Gesù, che siede alla destra del Padre, predica
la parola, santifica con i sacramenti, incorpora nuove membra alla
famiglia dei figli di Dio e con sapienza e prudenza dirige e ordina
il popolo santo di Dio verso la beatitudine eterna.
Per poter fare questo il Vescovo ha ricevuto lo Spirito Santo ed è
diventato sommo sacerdote.
Come tale è il pastore responsabile di tutta la famiglia diocesana.
I suoi segni distintivi sono il pastorale, che esprime la
responsabilità della guida, l'anello che esprime l'amore nuziale di
Cristo per la sua Chiesa, di cui il Vescovo è il testimone; il
Vangelo di cui il Vescovo è il primo annunciatore.
Essere il primo testimone del Vangelo significa che la sua primaria
responsabilità è quella di evangelizzare perché ha il debito del
Vangelo verso ogni creatura.
Compito principale del vescovo è di insegnare a tutti a trovare ed
incontrare il Signore.
Il Signore è lo sposo dell'umanità e vuol stabilire un rapporto
nuziale con tutti gli uomini. Il vescovo è l'amico dello sposo che
ha il compito di procurargli amici per fare la felicità di Dio e
degli uomini.
Il vescovo è il grande amico di Dio, colui che gli parla di tutti,
che presenta preghiere e ottiene grazie, che testimonia con la sua
vita che l'uomo è fatto per la preghiera e che solo nella comunione
con Dio troverà la sua felicità.
Il vescovo è colui che giorno e notte sta come una sentinella sul
punto più alto della città, senza prendere riposo, a ricordare al
Signore le sue promesse finché non abbia reso la sua famiglia il
vanto della terra. (cfr Is 62)
Proprio perché è il grande amico di Dio, con la pienezza del
sacramento dell'ordine, è l'economo della grazia del supremo
sacerdozio.
Celebra l'Eucarestia, e anche se questa avviene nelle comunità più
piccole e povere, Cristo è presente. Ogni legittima celebrazione
dell'Eucarestia è diretta dal vescovo a cui spetta regolare la più
alta forma di culto offerta a Dio.
Regola l'amministrazione del battesimo, è ministro originario della
cresima, è dispensatore degli ordini sacri e moderatore della
disciplina penitenziale.
Il vescovo ha l'autorità di condurre in nome di Cristo tutto il
popolo di Dio verso la meta finale che è la vita eterna ed animare
tutti i fedeli, perché raggiungano quella perfezione cristiana
propria dello stato a cui appartengono.
Per questo si richiede al vescovo una particolare conoscenza delle
categorie di persone che formano la sua diocesi e che devono
realizzare la propria vocazione attraverso un proprio cammino di
spiritualità. Diverso è il cammino di una monaca da quello di una
famiglia, quello di un sacerdote da quello di un professionista. Al
vescovo spetta il grave dovere del discernimento circa la verità e
l'autenticità cristiana di ogni esperienza religiosa.
La casa della famiglia diocesana, la Chiesa del vescovo, è la chiesa
cattedrale. Si chiama così perché è di lì che il vescovo insegna
ufficialmente, santifica e celebra i diversi misteri.
In essa vengono conferiti gli ordini sacri e i ministeri ordinati, lì
nascono i vescovi, i sacerdoti e i diaconi. In essa vengono custodite
le reliquie dei santi fondatori della Chiesa e la tomba di coloro che
ne sono stati pastori.
La chiesa cattedrale è la madre di tutte le chiese della diocesi, è
il modello di ogni celebrazione ed è bene che tutti i fedeli vi si
rechino in preghiera almeno qualche volta.
Il Vescovo è coadiuvato nel suo ministero dai
PRESBITERI
Sono gli amici del vescovo e i suoi primi collaboratori. A loro sono
affidate le varie famiglie parrocchiali in cui esercitano la loro
paternità in nome del vescovo e dove, in comunione con lui,
celebrano i divini misteri.
Come Gesù è mandato dal Padre e manda i suoi apostoli, che oggi
sono i vescovi, così il vescovo manda in nome di Cristo i sacerdoti.
I sacerdoti, tutti insieme, formano il presbiterio che è come la
riunione di tutti i capi famiglia. Quando le famiglie erano
patriarcali, in ogni parrocchia c'era la riunione di tutti i capi che
dovevano decidere sull'andamento della parrocchia. Così è per la
famiglia diocesana: il presbiterio è l'insieme di tutti i capi delle
famiglie parrocchiali. Il vescovo deve animarli, sostenerli,
difenderli, correggerli, e loro devono esprimere unità col vescovo e
con gli altri sacerdoti perché la loro parrocchia non si senta fuori
dalla grande famiglia diocesana.
Come in tutte le famiglie numerose non è facile andare sempre
d'accordo, così è anche per il presbiterio dei sacerdoti.
Nella Chiesa c'è l'uso di dire nel canone della messa, insieme a
quello del papa, anche il nome del vescovo, nel mio caso, il vescovo
Giuseppe.
Ero vescovo Ausiliare di Roma e un giorno un parroco cessò di
citarmi. Una signora andò in sacrestia a domandare il perché
dell'innovazione. Il parroco arrossì e aggiunse "e ora non
andare a raccontarglielo". Cosa che la signora fece prontamente.
Telefonai al parroco e la cosa fini in una risata.
Credo che siano i fedeli i primi interessati al sano rapporto del
proprio parroco col vescovo e con gli altri sacerdoti.
La riunione dei capi famiglia ha delle responsabilità comuni quali
la propria formazione permanente, la programmazione della pastorale
diocesana e l'attenzione vicendevole perché ciascuno sia sostenuto
in momenti di difficoltà e venga aiutato a superarli.
Se il vescovo deve impegnarsi come capo di famiglia a tenere uniti i
sacerdoti anche il popolo deve fare, con la preghiera e l'intervento
rispettoso e garbato, la propria parte perché sia sempre conservata
l'unità tra i sacerdoti della diocesi.
Insieme ai sacerdoti il vescovo è coadiuvato dai
RELIGIOSI
Hanno ricevuto la vocazione ad incarnare radicalmente il Vangelo e
così servire con la preghiera e con il servizio il popolo di Dio.
Sono i monaci e le monache che testimoniano con la loro vita
l'assoluto di Dio. Sono i religiosi a totale servizio dei fratelli
nelle parrocchie, nelle scuole cattoliche, negli ospedali, nelle
opere di carità. Con la loro presenza, universalmente accettata e
desiderata, rendono vivo il Vangelo e testimoniano che è la salvezza
del Signore.
La Sardegna ha tante vocazioni religiose, molte delle quali lavorano
e si fanno molto onore in Tontinente" e all'estero. Numerose
sono anche le fondazioni avvenute in Sardegna e continueremo a
lavorare perché tutti coloro che ricevono una vocazione totalizzante
per il Signore, riescano a realizzare il loro sogno di donazione.
Altri collaboratori del vescovo sono
1 DIACONI
Sono fratelli di buona reputazione, pieni di spirito e di saggezza ai
quali è affidato l'incarico di essere i ministri della carità del
vescovo. Gli vengono imposte le mani "non per il sacerdozio ma
per il ministero" e aiutano nella liturgia e nella predicazione.
Sono una grande grazia perché testimoniano che nella Chiesa tutto è
diaconia, ossia servizio. Servo è il diacono, servo il presbitero,
servo il vescovo. Il papa addirittura si chiama "servo dei servi
di Dio". Ci ricordano che Gesù è venuto "non per essere
servito ma per servire".
La Chiesa diocesana è poi formata di
LAICI
che non sono i figli senza qualifica, ma hanno anch'essi un ruolo
determinante nella missione della Chiesa.
Anzi, i sacerdoti e i diaconi sono a loro servizio perché possano
svolgere la loro missione.
Una visione troppo clericale della Chiesa potrebbe farci pensare a
loro come a dei cristiani di serie B. Niente di più falso.
Per il battesimo essi sono sacerdoti, cioè devono offrire il
sacrificio.
Cosa vuol dire sacrificio? viene dal latino "sacrum facere",
cioè devono santificare tutte le cose. Come? Offrendole a Dio.
Quando nella Messa si dice: "Egli faccia di noi un sacrificio
perenne a te gradito" non chiediamo di farci soffrire per tutta
la vita, ma di renderla santa.
Il laico è impegnato a rendere santa ogni attività offrendola a
Dio, di qualsiasi genere essa sia, professionale, sportiva,
artistica. Solo così si rende santo tutto l'universo, solo così Dio
regna.
Ricordo, quand'ero vice parroco, tanti anni fa, un giovane che andava
a lavorare nelle officine “Galileo” di Firenze, dove si
bestemmiava da specialisti. Eppure Giancarlo mi diceva: "quando
entro nell'officina offro la mia fatica e la fatica di tutti al
Signore e non sento neppure le bestemmie. Lavoro unito al Signore, e
mi capita che quando un mio vicino bestemmia mi chiede prontamente
scusa". Giancarlo era il sacerdote della sua officina.
Per il battesimo sono
PROFETI
Profeta non è chi indovina il futuro ma colui che parla in nome di
un altro. Ricordi quando Dio chiese a Mosè di andare a dire al
faraone di liberare il suo popolo dalla schiavitù? Poteva dirlo
direttamente Dio al faraone, come tra l'altro Mosè avrebbe
desiderato. Invece no!
Da quando il Padre ci ha mandato Gesù, Dio si serve dei fratelli per
farci giungere i suoi messaggi.
Profeti non sono soltanto i preti, ma tutto il popolo cristiano è
profetico. tutti devono annunciare la Parola di Dio. E quand'è che
l'annunciano? Tutte le volte che un uomo dice la verità è lo
Spirito Santo che parla attraverso di lui. Per questo il cristiano
non deve mai dire bugie, anzi, il suo parlare deve essere sempre
"sì sì, no no".
Solo il laico può far risuonare la Parola del Signore nel suo mondo
familiare e professionale. Solo lui può correggere le situazioni
sbagliate parlando chiaro da parte del Signore.
Dio parla attraverso tutti. Parla ai genitori anche attraverso i
bambini. Quante volte ho sentito Dio che in loro supplicava e che in
loro piangeva perché i genitori non si separassero!
A poco vale la Parola annunciata dal vescovo e dal parroco se non
correggi fraternamente il collega di lavoro che comincia a tradire la
propria sposa, magari prima con il silenzio di disapprovazione e poi
con grande delicatezza ma parlando chiaro.
La correzione fraterna è senz'altro la forma più immediata e
personale dell'annuncio della parola di Dio che un cristiano è
chiamato a fare.
Per il battesimo il cristiano è anche
RE
Nella vita di ciascuno si impone una scelta fondamentale: essere re o
suddito, padrone o schiavo.
Il cristiano ha ricevuto la dignità regale. È unto e consacrato il
giorno del suo battesimo. Non può vendere la sua dignità a nessuno.
Solo Cristo è il suo Re perché "servire a Dio è
regnare", Lui è l'unico Re che non schiavizza.
Il cristiano su chi regna?
Prima di tutto su se stesso, cioè non è schiavo delle proprie
passioni ma le domina e le governa.
Ultimamente ho incontrato un amico a cui ho chiesto notizie della sua
famiglia. L'ho visto imbarazzato nel rispondere. Dopo le mie
insistenze mi ha detto che aveva un'altra donna. Dinanzi al mio
stupore, mi ha portato come ultima ragione che si era innamorato e
che... "al cuore non si comanda".
“Eh, oh”! Risposi io. “Ci si innamora di chi ci si vuole
innamorare". Né io, né tu, siamo nati da una pulsione o da un
sentimento dei nostri genitori, ma da una loro scelta, da un loro
atto di volontà.
La schiavitù delle proprie passioni è quella peggiore ed è la
sorgente di ogni altra schiavitù.
Altra schiavitù è la paura. L’alternativa del Vangelo è chiara:
o fede o paura. Chi ha fede non ha paura e chi ha paura non ha fede.
Un grande uomo politico, Alcide De Gasperi, diceva che la Chiesa non
deve solo insegnare a stare in ginocchio ma anche a rimanere in
piedi.
Questo è il ruolo dei laici: santificare tutta la realtà offrendola
a Dio, far risuonare ovunque la sua Parola ed esercitare la propria
regalità su tutto il creato. Altro che cristiano di serie B!
Il suo impegno nativo è questo, prima ancora che quello esercitato
nelle strutture parrocchiali o diocesane.
È un terribile equivoco, quello in cui cadono tanti: essere
cristiani in chiesa e non nella vita, fare della propria fede un
fatto privato.
Un caro amico, che da anni lavorava in una società in cui aveva
stabilito buoni rapporti con i suoi colleghi, un giorno volle fare un
test per vedere se gli altri erano cristiani praticanti e addirittura
se ci fosse qualche catechista come lui.
Una mattina entrò in ufficio, anziché col solito quotidiano, con
"Avvenire". Tutti s'accorsero e venne fuori che molti di
loro lo prendevano la domenica in parrocchia e che due erano anche
catechisti. Dopo diversi anni nessuno di loro se n'era accorto.
Ovviamente la famiglia diocesana ha bisogno anche di una sua
organizzazione, sia pure con stile familiare, per cui i laici sono
tenuti ad offrire la loro collaborazione per il buon funzionamento
dei servizi, oltre che mettere a disposizione la propria competenza
nei vari organi di partecipazione, quali il consiglio pastorale e
quello degli affari economici.
La ricchezza della famiglia diocesana si manifesta anche attraverso
la presenza dei vari carismì che Dio dona alla sua Chiesa e che si
esprimono poi nelle varie forme di spiritualità.
Nessuno è santo per se stesso o per il proprio gruppo. Tutta la
Chiesa è arricchita dal carisma dato ad uno per il vantaggio di
tutti.
Personalmente sono nato e cresciuto in una normale parrocchia in cui,
si direbbe, ho fatto tutta la carriera di un bravo laico di allora,
fino ad essere delegato aspirante, quando entrai in seminario.
Personalmente però devo molto ai salesiani, di cui un meraviglioso
oratorio era vicino a casa mia, ai gesuiti, ai francescani, alle
piccole sorelle di Gesù, alle missionarie della Carità e da vescovo
ai vari movimenti presenti nel settore est di Roma, che mi hanno
fatto conoscere un aspetto nuovo della vitalità della Chiesa. La
Chiesa non è un esercito , è una famiglia in cui i genitori si
preoccupano che ciascuno dei suoi figli trovi la propria vocazione
nella vita e sia felice.
Alcuni pensano che tutte queste diversità siano a scapito dell'unità.
Niente affatto! E unità non è uniformità, ma l'unità si coniuga
con la varietà.
Perché la Chiesa diocesana?
Per far diventare la città e l'intero territorio della diocesi
famiglia dei figli di Dio.
Prima ancora di giungere a Cagliari mi è stata presentata la
situazione drammatica in cui vivono i detenuti nel carcere di
Buoncammino. Sono sensibilissimo a questi problemi e, alla domanda
che cosa intendevo fare per loro, ho subito risposto che occorreva
provvedere immediatamente al problema dell'affollamento, lavorando
perché gli uomini diventassero migliori così da avere prigioni
sempre meno affollate.
Questo è il compito primario della Chiesa nei confronti della società,
senza ovviamente dimenticare il resto di cui il Signore ci fa obbligo
formale, come visitare i carcerati.
La
famiglia universale
LA
CHIESA UNIVERSALE
L’altro giorno, mia nipote, che sta per diventare mamma per la
prima volta, mi ha telefonato per dirmi che aveva visto il suo
bambino. È come la falange di un dito, ma si vede bene, soprattutto
il cuore che pulsa molto forte". Era felice e insieme a suo
marito ha reso felice anche tutti noi. Ho pensato anch'io che in quel
corpicino c'era tutto mio nipote.
Abbiamo cominciato ad esaminare la cellula della Chiesa e nella
famiglia abbiamo intravisto tutta la sua bellezza.
Dopo aver goduto della bellezza della Chiesa famiglia, della famiglia
di famiglie, della famiglia di parrocchie, guardiamo ora alla Chiesa
nella sua pienezza. Non guardiamo più la cellula ma tutta la
persona. È la famiglia dei figli di Dio sparsa in tutto il mondo. È
la famiglia che riempì la terra e da cui tutti gli uomini ricevono
la vita e in cui son tutti chiamati ad entrare.
Contempliamo questa famiglia che ha le dimensioni dell'universo,
perché tutto l'universo è la sua casa, è stato creato per lei.
I suoi confini superano la terra perché entrano in cielo, facendo
parte di essa lo stesso Signore con tutti i suoi santi. Si! "Noi
siamo concittadini dei santi e familiari di Dio". In questa
grande famiglia infatti tutti i santi sono presenti, dal giusto
Abele, vittima di suo fratello Caino, fino all'ultimo uomo che sta
uscendo in questo momento dalle mani del Signore.
Tutti posso chiamare fratelli e non sentirmi estraneo a nessuno.
Gesù è mio fratello come lo sono san Francesco, santa Teresa, Don
Bosco, Padre Pio, Madre Teresa ed è riservata anche a me l'eredità
tra i Santi.
Con loro posso conversare, a loro posso chiedere , con loro posso
sfogarmi e con loro ringraziare il Signore. Con loro ci sono i miei
genitori, i miei amici, i miei superiori. Essi possono aiutarmi,
intercedendo per me presso la Madonna e il Signore. Questo scambio di
rapporti si chiama comunione dei santi che è come l'economia interna
della Chiesa. Pensare che la morte rappresenti una separazione è un
vero errore.
Alla fine della celebrazione del funerale di una signora venne il
figlio a ringraziarmi per le parole dell'omelia. Però, molto
rispettosamente, aggiunse di non essere d'accordo con le ultime
parole che avevo detto “riposi in pace". "L’assicuro mi
disse che mia madre non riposa in pace e soprattutto in paradiso non
lascerà in pace nessuno. A quest'ora ha già interessato a me tutti,
dal Padre Eterno in giù". Aveva ragione.
È quello che dice Santa Teresa di Gesù Bambino quando, preoccupata
di come avrebbe passato tutta l'eternità in Paradiso, conclude:
"Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra".
Tra noi e loro non c'è separazione, il cielo è vicino.
Siamo tutti una famiglia, siamo la Chiesa.
Fanno parte della Chiesa tutti gli uomini, naturalmente a vari
titoli.
Il Concilio Vaticano II dice che sono "pienamente
incorporati" tutti i battezzati che accettano integralmente
l'organizzazione e tutti i mezzi che la famiglia dei figli di Dio
mette a disposizione.
Ne fanno parte anche i catecumeni, cioè coloro che si preparano al
battesimo. Basta il loro desiderio per essere assunti in questa
famiglia ed essere ricoperti del suo amore e delle sue cure.
Sono congiunti alla Chiesa anche tutti i battezzati che non
riconoscono il papa come capo della Chiesa ma credono amorosamente in
Dio Padre e in Gesù Cristo suo Figlio. Sono anch'essi sotto l'azione
dello Spirito Santo che suscita il desiderio di unirsi, come e quando
Dio vorrà, all'unico ovile di Cristo.
Quelli che addirittura non hanno ancora ricevuto il Vangelo sono in
vari modi ordinati alla Chiesa. Primi tra tutti gli ebrei che hanno
ricevuto le promesse e da cui è nato il Cristo secondo la carne. Poi
anche i Mussulmani, che dichiarano di avere la fede di Abramo,
adorano con noi l'unico Dio misericordioso, che giudicherà tutti
alla fine del mondo.
Quand'è che tutti gli uomini saranno "pienamente
incorporati" nella famiglia dei figli di Dio?
Quando tutti chiameranno Dio col nome di Padre e questo avverrà solo
quando tutti riconosceranno che Gesù è suo Figlio.
Durante il mio ministero come vescovo dei militari celebrai il Natale
a Sarajevo. Mi fece una grande impressione quando, andando
dall'aeroporto alla caserma Tito Barak per celebrare, sentii dal
minareto di una moschea il Muezzin che invitava alla preghiera:
"Allah è grande! Allah è grande! Venite alla preghiera".
È vero, pensavo, Dio è grande ma si è fatto bambino per renderci
suoi figli. Per un mussulmano è una bestemmia pensare di essere
figli di Dio, Dio non ha figli ha solo delle creature. Noi e loro
crediamo e adoriamo lo stesso Dio, la differenza dipende dal grado
della conoscenza. Ciò non toglie che siamo tutti fratelli, anche se
loro non ne conoscono ancora il motivo.
Pensando alla Chiesa possiamo allora somigliarla a questa casa di Dio
in cui già alcuni godono le gioie dell'appartenenza, il pieno
inserimento nella famiglia, gli altri camminano verso di essa
"adorando un Dio che ancora non conoscono" (Atti 17,23).
Penso ad un alveare fatto da diversi favi composti da singole
cellette. I favi sono le parrocchie, le diocesi e le cellule sono le
nostre famiglie in cui viviamo noi. In essa viene deposto il miele
che è a vantaggio di tutto l'alveare. Spesso viene usata dal Signore
l'immagine dell'ape operosa per descrivere l'uomo.
Credo che sia davvero una immagine divina dell'uomo e ciascuno sente
il bisogno di vivere nella propria cella, nel proprio favo e
all'interno dell'alveare.
È bello vedere un alveare in pieno giorno quando le api vanno e
vengono e sembra una grande fabbrica al momento del cambio dei turni
di lavoro, ma è bello anche vederlo al tramonto, quando sembra
vuoto, e invece le api sono nelle loro celle.
Ciascuno di noi ha bisogno di sentirsi membro di una Chiesa
familiare, parrocchiale, diocesana e universale.
Non vi nascondo la gioia di quando, anche per poco tempo, posso
tornare al mio paese e trascorrere qualche ora nella casa fatta dai
miei genitori; dove sono cresciuto, da dove sono partito per andare
in Seminario, dove sono tornato sacerdote e vescovo, dove ho imparato
a portare la croce, dove i miei genitori son tornati alla casa del
Padre. È la mia cellula di Chiesa. Il Vangelo a proposito di Gesù
direbbe: "dove era stato allevato...".
Lo stesso posso dire per la mia chiesa parrocchiale dove ho ricevuto
la cresima, la prima Comunione, ho celebrato la prima Messa, ci son
tornato da vescovo e dove ho salutato mia sorella e i miei genitori
che mi hanno preceduto in cielo.
Anche la cattedrale in cui sono stato ordinato è uno dei luoghi
santi in cui torno volentieri. Li, quel mattino del 12 marzo, divenni
sacerdote di Dio Altissimo.
E la cattedrale del papa? Dove divenni vescovo, dove fui associato al
collegio apostolico. Dove mi fu messo l'anello nuziale del mio
Signore!
Non mi sono mancate occasioni di sperimentare anche l'universalità
della Chiesa fatta di popoli di ogni lingua e nazione e posso
assicurare che sono stati momenti molto belli, ma che ho vissuto
ugualmente come momenti di famiglia, perché non mi è mai mancata
l'esperienza della Chiesa familiare.
Si può fare un'esperienza di famiglia con un numero cosi grande di
oltre un miliardo di persone?
Credo di sì, a condizione di non sentirci massa, ma presenti in
questa grande famiglia ordinata come un alveare.
Anche in questa grande realtà nessuno deve perdere la dimensione
familiare. Il primo a darmi una splendida lezione di questo è stato
il papa.
Chi più di lui potrebbe essere tentato di vivere il governo
dell'organizzazione più grande del mondo, quale è la Chiesa
cattolica, come un dirigente e non come un padre? Invece non è così.
Un mercoledì recandomi a pranzo da lui, insieme ai sacerdoti di cui
avrebbe visitato la parrocchia la domenica seguente, lo trovai
preoccupato e appena mi vide mi disse: “Domenica scorsa, visitando
la parrocchia, un papà mi presentò suo figlio handicappato e con
insistenza mi chiese perché suo figlio era così e perché doveva
tanto soffrire.
Io continuava il papa cominciai a parlargli ma mi portarono via e non
potei finire. Quell'uomo aspetta una mia spiegazione. Cercalo e
portamelo". Io mi sentii gelare pensando alla difficoltà.
“Posso cercarlo e parlargli io a nome di Vostra Santità?"
“Va bene, ma promettimi che farai di tutto per ritrovarlo".
Cosa che feci puntualmente.
Rimasi colpito come un papa che incontra migliaia di persone potesse
portarsi dentro un volto, una sofferenza, una richiesta.
Essere papa vuol dire essere padre. Questa è la Chiesa.
Questa è la Chiesa di Gesù, la famiglia dei figli di Dio che noi
dobbiamo vivere in tutte le sue dimensioni senza saltarne neppure
una.
Essere figlio della Chiesa vuol dire essere figlio di una famiglia,
di una parrocchia e di una diocesi per sentirsi membro della grande
famiglia dei figli di Dio.
Sempre di famiglia si tratta e come in tutte le famiglie ci sono
figli buoni e meno buoni, obbedienti e discoli, però la famiglia è
sempre il luogo in cui si torna per mangiare, vestirsi, riposare e
riprendere a vivere.
La famiglia è il luogo della vita.
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