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Chi
applica la legge 40 tutela di più le donne di chi la vuole abrogare.
La mancata informazione sugli “effetti collaterali” delle
pratiche di Fiv. L’incredibile storia, ma non rara, di
Brigitte-Fanny Cohen.
La
legge 40, strepitano i referendari, va contro la salute delle donne.
Le esporrebbe alla necessità di più stimolazioni ovariche,
imporrebbe l’uso di tre embrioni con rischio di parti
plurigemellari, costringerebbe a farlo anche la donna che cambiasse
idea nel giro della settimana che passa dalla fecondazione in vitro
all’impianto in utero degli embrioni. Ma a smontare le accuse dei
fautori della fede nella tecnoscienza, nell’affidamento totale al
miracolismo biomedico (quello sì, “dalla parte delle donne”?)
dovrebbe bastare la semplice lettura della legge 40 e delle sue linee
guida, che stabiliscono che l’impianto non è coercibile e
prescrivono semplicemente la creazione in vitro di un numero di
embrioni (può essere anche uno o due, quello di tre è il numero
“massimo”) da usare per un unico impianto.
La crudele legge 40, invece, “in realtà, è un grande passo avanti
proprio nel senso della tutela della salute della donna”, dice al
Foglio Maria Luisa Di Pietro, docente di Bioetica all’Università
Cattolica di Roma, “prima di tutto perché prescrive che tutta la
pratica medica sia basata sul consenso informato della donna e della
coppia, presupposto di qualsiasi scelta libera e responsabile. E poi
perché prevede la gradualità nell’uso delle tecniche. La
richiesta di una diagnosi seria di sterilità, che i referendari
rimproverano alla legge come se fosse un vincolo vessatorio, è la
prima garanzia. Una volta fatta la diagnosi si valuta il ricorso a
terapie mediche e/o chirurgiche e solo qualora non siano risolutive
c’è la fecondazione artificiale”. Non dovrebbe essere la prassi
normale? “Ora lo è, o almeno dovrebbe, ma non è sempre stato così”,
risponde la Di Pietro, che di formazione è medico endocrinologo e si
occupa di consulenza etica alle coppie infertili (un altro aspetto
introdotto dalla legge 40): “Sappiamo che il ricorso a queste
tecniche non è quasi mai stato, fino a oggi, un punto d’arrivo
meditato. Piuttosto, lo si è vissuto come una scorciatoia dettata
dalla fretta e dall’ansia, che spesso non corrisponde a una vera
necessità clinica, nell’illusione che sia la tecnica onnipotente e
salvifica a risolvere un problema complesso come la sterilità. Nella
realtà, quelle tecniche a torto considerate infallibili premiano una
piccola minoranza delle coppie. Tutelare la salute, allora, è anche
spiegare davvero alla coppia che cosa può veramente aspettarsi, e
sottrarre la donna all’accanimento terapeutico”.
“Banalizzare il processo della generazione umana esaltando i rari
successi della Fiv”, aggiunge un altro bioeticista, il domenicano
bolognese Giorgio Maria Carbone, “esaspera la ferita di quelle
coppie, la grande maggioranza, che sono state deluse da questa
tecnica”. Ma anche lui, che da studioso cattolico ha scritto molti
libri per contestare la pratica stessa della Fiv, racconta che
“comunque la legge 40 rappresenta un progresso, proprio dal punto
di vista della salute della donna e delle gravidanze ottenute. Al
centro La Sala di Reggio Emilia, da che applicano scrupolosamente le
linee guida della nuova legge, i successi sono addirittura aumentati.
Si trasferisce un solo embrione, ma in modo assai più attento nella
tecnica di prelievo degli ovociti e calibrando meglio gli ormoni che
favoriscono l’impianto nell’utero. Questo si rivela anche il modo
migliore per evitare quelle gravidanze plurigemellari che si
rimproverano all’impianto di tre embrioni”, dimenticando sempre
di aggiungere che è un limite massimo di produzione, appunto, e non
un obbligo assoluto.
Le conseguenze psicologiche dell’illusione
La dottoressa Eleonora Porcu è un’autorità internazionale nel
campo del congelamento degli ovociti (non degli embrioni: con il
vantaggio che, senza problemi etici in ballo e con una sola
stimolazione ormonale, si ottengono molti ovuli da congelare e da
utilizzare, dopo averli fecondati, per più tentativi), ed è
responsabile Centro di sterilità e procreazione medicalmente
assistita del Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. Al Foglio spiega che
nella sua struttura “da anni si seguono le modalità prescritte
dalla legge 40”, con buoni successi. E anche lei insiste sul fatto
che tutela della salute della donna “significa innanzitutto
informazione, non rituale ma mirata alla singola paziente. La legge
40 impone a noi operatori, a ogni passo del percorso, di spiegare,
ridiscutere e reinformare su ogni piccolo dubbio e su ogni aspetto di
rischio fisico. E poi c’è da considerare il peso psicologico di
questi trattamenti. Si è fatta strada l’idea che esiste una branca
della medicina che, in un modo o nell’altro, un figlio a chi lo
vuole riesce a darlo. E questo non è vero”.
C’è poi un’ultima, “buffa” omissione, a proposito di salute.
Chi pensa alle “donatrici” di ovuli? L’eterologa non si
farebbe, una volta reintrodotta dal Sì, solo con seme maschile. E la
cosiddetta “ovodonazione” è quasi sempre una vendita mascherata,
che comporta proprio la temuta stimolazione ormonale alla quale donne
bisognose si sottopongono per poche centinaia di euro.
Parigi. Capelli ricci, sorriso sincero e telegenico, voce
rassicurante: non a caso Brigitte-Fanny Cohen, 45 anni
insospettabili, è il volto televisivo della salute dei francesi.
E’ sua la rubrica “Santé’’ di Télématin, programma della
pubblica France2: emicranie, osteoporosi, tabagismo, bronchiolite,
maternità tardive, cyberdipendenza, fototerapia, nessun malessere,
nessuna terapia sfugge ai lunghi archivi della sua trasmissione.
Quanti medici, esperti, ricercatori, specialisti avrà incontrato
dall’inizio della sua carriera? Decine, probabilmente centinaia,
intervistati in Francia e nel mondo, scovati negli ospedali più
famosi, nei laboratori più all’avanguardia.
Ma non sono bastati per evitare che succedesse anche a lei. Oggi il
libro della sua storia, “Un bébé mais pas à tout prix” (“Un
bambino, ma non a qualsiasi costo”, edito da JC Lattés), ovvero il
racconto delle sue quattro inseminazioni e delle sue quattro
fecondazioni artificiali senza esito, è diventato un best seller,
appena ristampato in edizione tascabile. Il successo le è valso
un’audizione in Parlamento, davanti alla Commissione per la legge
sulla bioetica. Quando parla delle centinaia di lettere che le hanno
spedito donne che hanno affrontato lo stesso percorso, la stessa
sofferenza, le stesse delusioni, gli occhi sembrano diventare più
lucidi, ma forse è soltanto l’atmosfera della stanzetta riservata
ai fumatori di France2.
“Innanzitutto voglio chiarire – dice al Foglio la Cohen – che
non sono assolutamente contro le pratiche di assistenza medica alla
procreazione. Ma sono assolutamente contro la mancanza di
informazione alla coppia, contro l’assenza di trasparenza dei
medici sui risultati che possono ottenere. Con questo libro, ho
voluto far sapere quali sono gli effetti secondari possibili dei
trattamenti sul corpo della donna, parlare della caduta dei capelli,
dei capillari che si rompono, della possibilità di cisti ovariche,
dei sudori freddi la notte. Le donne, le coppie, hanno il diritto di
rivolgersi a queste tecniche ma hanno anche e soprattutto il diritto
di essere informate. Di sapere che le possibilità di successo sono
meno del 20 per cento: questo significa che ottanta donne su cento
affronteranno mesi, anni di trattamento e non riusciranno ad avere un
figlio”. Il suo libro – dedicato a Daria, adottata nel 1999, e a
Mila, nata, senza trattamenti, nel 2000 – è stato pubblicato nel
2001. Da allora la nuova legge sulla bioetica in Francia ha accolto,
almeno in via di principio, i suggerimenti della Cohen: i medici sono
tenuti oggi a informare in modo più completo, a fornire
un’assistenza psicologica, anche se spesso i possibili effetti
secondari delle terapie ormonali sono elencati in carattere
piccolissimo su un foglietto da firmare in fretta al termine della
prima consultazione
“Se dicessimo tutto nessuno la farebbe”
La storia di Brigitte-Fanny Cohen, affetta da “sterilità
inspiegata”, una non-malattia, e delle “cure” che non l’hanno
curata, è ancora di attualità. E se è capitato a lei, giornalista
specializzata in problemi di salute, può davvero capitare a
chiunque. “Un giorno, durante un’ecografia, vedo il mio medico un
po’ sorpreso: ‘Ci sono delle cisti’, mi dice. ‘Cosa devo
fare?’ gli chiedo. ‘Niente’, risponde. Poi qualcuno mi chiama
la sera a casa – io ero ancora al lavoro – per convocarmi in
ospedale a digiuno la mattina seguente alle sette, per un intervento.
Nient’altro. Ho cercato di parlare con qualcuno, ma era troppo
tardi. E il mattino dopo sono stata operata d’urgenza senza sapere
perché”.
Poi c’è il rischio degli ormoni. Quale sorpresa per Brigitte
incontrare a una conferenza stampa lo stesso ginecologo che le aveva
prescritto tempo prima un trattamento ormonale assicurandone
l’innocuità, denunciare ora i rischi potenziali degli ormoni
ricavati dalle urine. Senza parlare del rischio di cancro: nessuna
prova scientifica, ma molte zone d’ombra. E ancora una volta:
silenzio da parte dei medici. Ancora un’altra conferenza stampa,
sponsorizzata da una casa farmaceutica: la giornalista di France2
chiede a un celebre ginecologo parigino se informa le sue pazienti
dei rischi potenziali degli induttori di ovulazione. Risposta: “No
signora, se dicessimo questo, più nessuno vorrebbe sottoporsi a una
Fiv”. Molte domande poste da Brigitte-Fanny restano senza risposta:
quanti cicli di stimolazione ovarica sono accettabili per la salute
di una donna? Quante fiale possono essere iniettate senza
conseguenze?
“Ho scritto questo libro in particolare per le donne che non hanno
una vera sterilità, affette come me da cosiddetta sterilità
inspiegata, perché si chiedano se il percorso della procreazione
medicalmente assistita sia loro davvero destinato. I medici lo
propongono in fretta, perché sanno che dopo i 38 anni i trattamenti
funzionano meno bene. Ma per queste donne è forse meglio prendere
tempo, capire cosa blocca il desiderio di un figlio, prendere
appuntamento con uno psicologo. Perché affrontare
un’inseminazione, o una Fiv, non è qualcosa di leggero. E’ un
viaggio che va affrontato sapendo a che cosa si va incontro”.
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