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IDENTITÀ E STATUTO DELL'EMBRIONE UMANO: IL CONTRIBUTO DELLA BIOLOGIA. |
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Introduzione
Nel dibattito, che sembra senza termine, sullo status dell’embrione umano, le argomentazioni filosofiche e scientifiche sono spesso così complessamente interconnesse che è difficile isolare e riconoscere quale debba essere il puro contributo delle scienze biologiche a questa discussa questione. D’altra parte, le affermazioni filosofiche ? se non sono semplicemente formali o logiche ? non possono escludere un qualche riferimento al tipo di fenomeno di cui trattano. La vita fisica è un fenomeno che cade sotto l’indagine delle scienze empiriche, quali le discipline biologiche, e ogni realistico approccio filosofico allo status degli esseri viventi implica almeno qualche preliminare, elementare conoscenza dei dati empirici e delle loro possibili spiegazioni. Da parte sua, il ricercatore biomedico, mentre raccoglie e interpreta le osservazioni e i risultati degli esperimenti, non può evitare di usare almeno pochi, essenziali concetti razionali (come, ad esempio, i concetti di unità, individualità, causalità, forma, divenire), i quali non possono essere completamente ridotti ai risultati del tipico processo induttivo delle scienze empiriche. Questi concetti meta-biologici hanno giocato un ruolo decisivo nello sviluppo dell’idea di individuo vivente, di organismo, di specie, di riproduzione, di informazione genetica, di patologia, di evoluzione, etc. Oggi, una sintesi tra dati e ipotesi scientifiche, pensiero filosofico e istanze delle scienze umane, è divenuta una urgente necessità per affrontare i gravi problemi etici, giuridici e sociali sollevati dagli interventi dell’uomo in molti aspetti e fasi della vita. Una tale sintesi, laboriosa ma necessaria, può essere realizzata in modo fruttuoso solo se vengono rispettate due condizioni. La prima richiede che filosofi e ricercatori nel campo delle scienze umane abbiano una lucida visione e comprensione dei dati biologici, unita ? quando ciò sia richiesto dalla natura dell’argomento in questione ? ad una chiara ricezione delle interpretazioni fornite dalla scienza stessa come esito di un rigoroso metodo induttivo. Non è infatti estraneo ai filosofi il compito di partecipare al processo di selezione delle ipotesi esplicative degli aspetti empirici della realtà, svolgendo essi un ruolo critico nei confronti della consistenza e della cogenza di tali ipotesi. La seconda condizione richiede che biologi e medici, oltre a osservare una scrupolosa logica scientifica nell’interpretare i dati raccolti, siano disponibili a seguire il processo di analisi filosofica e di inferenza dalle scienze umane, così da arrivare a riconoscere il valore delle conclusioni cui è giunto il processo stesso, valore che è sia di ordine teorico (ontologia) che di natura pratica (etica). Sia i difensori che gli oppositori dello status di persona dell’embrione umano fanno appello ai dati scientifici e alle loro spiegazioni biologiche (o alla interpretazione dei dati correnti che presumono essere quella corretta). Una notevole importanza viene attribuita alla descrizione dei processi che fanno parte dello sviluppo dell’embrione prima, durante e dopo l’impianto nell’endometrio. Come ha osservato D. Folscheid, «vi è una forte tentazione di chiedere alla scienza stessa di operare una scelta tra opinioni e credenze che si escludono a vicenda. La scienza ci ha fornito una tal quantità di conoscenze circa la realtà biologica dell’embrione che è per noi davvero molto difficile porre la questione in termini corretti. La questione non è ?Che cosa la scienza ci dice a proposito dell’embrione??, ma ?Che cosa la scienza ci dice legittimamente a proposito dello status dell’embrione??»[1]. Di certo la biologia non può dire nulla sullo status di persona dell’embrione umano, poiché le scienze naturali non includono la persona tra i loro oggetti formali di indagine. Cionondimeno, le scienze biologiche ? ed in particolare modo la genetica, la biochimica, la citologia, la biologia dello sviluppo e l’ostetricia ? possono sicuramente contribuire alla discussione su come e quando un organismo umano individiale si forma e si sviluppa: gli organismi individuali, et quidem l’organismo umano in fase di sviluppo, sono precisamente oggetti materiali e formali della ricerca biologica. Ciò che intendiamo sottolineare è che questo contributo non ha come obiettivo quello di dimostrare o confutare una affermazione su se e quando sia già presente una persona nell’embrione umano. Tale argomento è affrontato dettagliatamente in altre parti di questo volume. Al contrario, lasciando da parte le opinioni personali sullo status di persona dell’embrione umano e gli atteggiamenti morali nei suoi confronti, lo scopo del nostro lavoro è di esporre i più recenti dati biologici che, correttamente interpretati secondo un metodo strettamente scientifico, possono contribuire a determinare quando un essere umano (cioè un organismo individuale della specie umana) inizia ad esistere e come esso si sviluppa[2]. Successivamente saranno prese in debita considerazione le principali obiezioni che possono essere sollevate contro le nostre conclusioni e le loro implicazioni, fornendo una valutazione critica di esse per quanto concerne gli aspetti biologici pertinenti. A questo punto il biologo esaurisce il suo compito, anche se una ulteriore, legittima questione può essere posta: «Come un individuo umano non sarebbe una persona umana?»[3]. Il biologo, in quanto biologo, non è nella condizione di rispondere a una tale domanda di carattere meta-biologico, sebbene egli possa avere in proposito una sua ponderata opinione; il compito è dunque consegnato ad altri studiosi della realtà. Ciò che segue è davvero solo un contributo ? da un punto di vista limitato ma imprescindibile ? per una comprensione oggettiva dello status dell’embrione umano durante i primi stadi del suo sviluppo, che ha l’intendimento di facilitare il compito di rispondere alla questione decisiva: ?Chi è l’embrione umano e come dobbiamo trattarlo??. Una questione che richiede però l’essenziale apporto di forme di sapere diverse.
Parte I
Il concetto di vita ed il suo uso analogico
Che cos?è la vita? E, specificamente, che cos?è la vita umana? Gli attuali dibattiti in bioetica ? soprattutto quelli che concernono il rispetto della vita umana al suo inizio e al suo termine ? si riferiscono a un concetto, quello di «vita», e ad una delle sue specificazioni, quella di «vita umana», che non appartiene al solo sapere della biologia. Altre scienze, come la filosofia, la teologia, la psicologia, la sociologia, il diritto e la politica, si occupano di vita e di vita umana, ognuna secondo differenti punti di vista. Ciascuna di esse, tuttavia, si riferisce iuxta propria principia all’identico fenomeno la cui componenta empirica ? la cosiddetta «vita fisica» o «vita corporea» ? sembra essere già senza dubbio conosciuta grazie ad un implicito riferimento a un concetto ?bio-logico? di vita, che viene considerato come immediatamente evidente. In realtà, i biologi hanno da molto tempo rinunciato ad elaborare un concetto propriamente teoretico di vita fisica, perché il modo di concepire uno specifico fenomeno empirico è inseparabilmente connesso a una certa interpretazione della sua natura in termini meta-empirici, cioè appellandosi a princìpi filosofici. Tale compito è stato perciò consegnato ad una filosofia della natura, e precisamente della natura vivente, la cui rinascita è attesa con interesse da molti studiosi dopo la profonda crisi che essa ha subito nel corso del diciannovesimo secolo[4]. Non intendiamo certo escludere che i biologi identifichino in modo corretto una classe di enti che essi chiamano «esseri viventi», e che riconoscono come tali sulla solida base di caratteristiche o proprietà inconfondibili. Ogniqualvolta un oggetto di studio risulta simultaneamente dotato di tutte queste proprietà, essi sono portati ad inferire la sua natura vivente dapprima mediante un processo intuitivo e successivamente attraverso un ragionamento di tipo riduttivo-induttivo. Queste caratteristiche comprendono la dinamicità del sistema e la sua capacità di autocontrollo (omeostasi), la eccitabilità (capacità di risposta a stimoli di diversa natura e origine), la autoriproducibilità, la ereditarietà dei caratteri, e la tendenza evolutiva. Ogni ente o gruppo di enti naturalmente dotato di queste caratteristiche è un «essere vivente», anche se non le possiede nello stesso modo e allo stesso grado, o sebbene non le mostri tutte contemporaneamente. Il livello fondamentale di organizzazione della natura vivente è la cellula. Essa costituisce l’elemento più semplice ma essenziale della materia vivente, di cui è l’unità biologica di struttura, funzione e riproduzione[5]. Tutti gli esseri viventi, dal più semplice al più complesso, sono costituiti da una o più cellule, e hanno origine da una o più cellule preesistenti. Se si esclude il caso più semplice, quello degli esseri unicellulari (batteri, alghe azzurre, e molti dei protisti), nei quali la singola cellula rappresenta il loro unico modo di esistere dalla riproduzione alla morte, gli esseri viventi multicellulari vengono identificati dai biologi attraverso il riconoscimento di una loro forma di esistenza individuale, che li costituisce e caratterizza nel corso di tutta la loro vita. Questa forma individuale viene chiamata organismo. Essa è la forma di vita che rappresenta l’integrazione, la coordinazione e l’espressione ultima (fenotipo) delle strutture e delle funzioni dell’essere vivente, e che lo fa essere questo singolo essere vivente e non un altro della stessa specie. Anche se la forma pienamente sviluppata di un organismo (adulto) è completamente realizzata solo nella fase matura del suo ciclo vitale, tuttavia essa esiste già dall’inizio del ciclo stesso (generazione) e forma la base della unicità di ogni essere vivente per tutta la sua vita. Ogni organismo multicellulare che si riproduce sessualmente inizia il suo ciclo vitale come un organismo temporaneamente costituito da una singola cellula (embrione unicellulare o zigote) e successivamente da poche cellule (embrione multicellulare)[6]. Ma le loro strutture biologiche, apparentemente semplici, non rendono l’embrione unicellulare equivalente a nessuna delle cellule del corpo umano prese singolarmente, né l’embrione multicellulare equivalente ad alcun gruppo o massa di queste cellule. Sin dall’inizio si tratta già di un organismo ? e non di una cellula o di una massa di cellule ? a motivo del suo incipiente ciclo vitale che rappresenta l’espressione definita, nello spazio e nel tempo, della integrazione e della coordinazione di tutte le sue cellule, pur a differenti livelli della sua progressiva organizzazione morfo-funzionale (cellule, tessuti, organi e apparati). Occore però menzionare altre due forme nelle quali è organizzato il mondo vivente: la popolazione e la specie. Una popolazione è costituita da un gruppo di organismi della stessa specie che vivono in uno stesso ambiente od occupano lo stessa sfera territoriale. La specie, sebbene il suo concetto è tuttora dibattuto tra i tassonomisti[7], può essere definita ? da un punto di vista evolutivo ? come una sequenza di popolazioni antenate e discendenti strettamente imparentate tra loro, e perciò più o meno simili nelle caratteristiche essenziali. In prospettiva genetica e riproduttiva, la specie viene considerata come un gruppo di popolazioni naturali effettivamente o potenzialmente interaccoppiabili, e che risultano geneticamente simili e riproduttivamente isolate da altri gruppi di popolazioni. Ogniqualvolta si intende parlare, in senso biologico, di inizio o di fine della vita ? et quidem di vita umana ? occorre specificare a quale forma del ?fenomeno vita? ci si sta riferendo: a livello di cellula, di organismo, di popolazione o di specie. L’affermazione che «la vita umana è un continuum, e non ha senso cercare l’inizio della vita umana» è certamente vero se essa si riferisce alla vita umana cellulare o alla vita della specie homo sapiens. Cellule umane e membri della specie umana sono esistiti sulla terra senza soluzione di continuità sin dalla comparsa del primo uomo. D’altra parte, la stessa affermazione è errata se viene riferita a un singolo organismo umano o ad una popolazione umana[8]. Gli organismi non preesistono all’inizio del loro ciclo vitale, che è individuale e limitato nel tempo. Il concetto biologico di vita è analogico, non univoco, ed il suo uso richiede la precisazione del soggetto al quale lo si sta applicando. Biologicamente parlando, ha sicuramente senso sollevare e cercare di risolvere la questione di quando inizia la vita umana individuale (vita organismica).
Il «ciclo vitale» di un organismo
L’organismo è la modalità di esistenza che è propria di un singolo essere vivente[9]. Da un punto di vista strettamente biologico, ogni essere umano è un organismo distinto, un organismo umano singolare. Gli organismi mantengono la loro identità organismica attraverso l’identità di una forma (identità formale), non della materia (identità materiale). L’identità organismica non si fonda su una identità materiale, ma sulla identità nel tempo di un ente che si auto-costituisce e realizza continuamente la sua forma vivente. Tale forma vivente è ciò che rimane identico, grazie alla continua sostituzione di materiali (metabolismo) che rende possibile mantenere (omeostasi) il suo disequilibrio controllato tra l’ambiente interno e quello esterno (termodinamicamente, un organismo è un sistema aperto in disequilibrio controllato). Ma la identità diacronica della forma di un organismo (autoidentità nel tempo) non implica che la sua morfologia e fisiologia organismica rimanga identica dall’inizio alla fine della sua vita. Un concetto statico di identità non sarebbe idoneo a descrivere un sistema altamente dinamico quale è un organismo vivente. La identità concreta di un organismo non può semplicemente essere concepita a partire da una forma astrattamente definita (un «oggetto eterno», come le forme geometriche), fissata e realizzata una volta per tutte e poi tenacemente conservata per milioni di anni, come un cristallo di diamante. Piuttosto, durante la sua vita l’organismo rimane continuamente un agente in operazione, e la sua identità è il risultato di uno sforzo protratto nel tempo, l’autocreazione ed il mantenimento di una particolare integrità attraverso una continua performance; l’identità biologica è un attributo dinamico del suo essere quel organismo e non un altro. La descrizione ordinata delle variazioni morfologiche e funzionali che avvengono nel corso della vita di un organismo secondo un programma intrinseco (cioè non accidentalmente) viene chiamata «ciclo vitale». Il ciclo vitale è la forma reale di esistenza di un organismo; naturalmente si tratta di una forma dinamica, non statica. L’unità e l’identità di un organismo può essere definita nei termini del suo ciclo vitale, indipendentemente dalla durata o dal completamento di uno o di tutti i processi che costituiscono il ciclo stesso. Le caratteristiche essenziali del ciclo vitale dell’uomo sono le seguenti[10]. La fertilizzazione dà avvio al ciclo vitale iniziando un periodo di sviluppo chiamato embriogenesi, nel quale le diverse cellule, i tessuti e gli organi si formano progressivamente a partire dall’organismo primordiale, costituito da una singola cellula (zigote), mediante un processo di proliferazione e differenziazione. La riproduzione e lo sviluppo prenatale dei mammiferi avvengono in modo naturale all’interno dell’apparato genitale della madre, attraverso due fenomeni chiamati rispettivamente fertilizzazione e viviparità. Dopo il periodo dello sviluppo fetale, attraverso il parto viene dato alla luce un neonato, che continua a svilupparsi e a crescere fuori dal grembo della madre. Quando viene raggiunta la maturità, questa fase del ciclo vitale è seguita dalla senescenza e dalla morte. Dopo la pubertà, durante il periodo della maturità, la donna e l’uomo possono prendere parte al processo riproduttivo che fa iniziare un nuovo ciclo vitale. La vita cellulare umana non termina mai ? se ciò avvenisse, ne risulterebbe l’estinzione della specie umana ? e viene trasmessa da una generazione all’altra. La vita umana organismica individuale è definita all’interno del suo ciclo vitale, che è temporalmente limitato, cioè ha un inizio e una fine[11].
Unicità e individualità degli esseri viventi
Tra gli argomenti attualmente discussi all’interno del dibattito sull’embrione, la distinzione tra individualità genetica e individualità di sviluppo viene frequentemente sollevata a proposito delle prime due settimane di vita dell’embrione umano. Questa distinzione ha origine dalla esposizione delle tesi di Grobstein e di Ford sullo sviluppo pre- e periimplantatorio[12], e può essere rinvenuta in diversi noti autori[13], i quali sostengono che il cosiddetto «pre-embrione» non è un individuo umano. Prima di considerare se si debba oppure no ammettere una distinzione tra questi due tipi di individualità, ci sia concesso di discutere brevemente il concetto filosofico di individualità per quanto concerne la sua applicabilità agli esseri viventi (individualità biologica). Secondo l’adagio della scolastica ? che è divenuto la definizione classica di individualità ? «individuum est indivisum in se, et a quodlibet alio ente divisum». L’espressione indivisum in se si riferisce alla unità intrinseca dell’ens, la quale è il risultato della mutua relazione tra il tutto e le sue parti, e rende ragione della unicità dell’ente stesso. Divisum ab alio ente identifica una linea di demarcazione tra un ente ed un altro, che si fonda su una qualche forma di discontinuità (ad esempio, una differenza nella composizione chimica o nello stato fisico) ed è la ragione della loro distinzione. Tuttavia, se si adotta un approccio all’individualità di tipo puramente analitico e fortemente riduttivo che la esaurisce nelle due qualità della indivisibilità e della separatezza, le quali sono concetti operativi e non descrittivi, l’individualità non può essere predicata né di un intero organismo, né di un singolo organo o di una cellula. L’indivisibilità di un organismo multicellulare è sempre relativa, e dunque non in grado di fondare la sua individualità: l’organismo può essere sempre diviso in strutture che sono morfologicamente e funzionalmente più semplici ed elementari, scendendo fino al livello cellulare. In senso stretto, solo la singola cellula è una unità biologica, cioè un?entità che non può essere divisa nelle sue parti senza perdere i caratteri distintivi della materia vivente. La separatezza di un organismo o anche di una cellula ? a motivo del fatto che entrambi sono fisicamente (termodinamicamente) dei sistemi aperti e dinamici ? non può essere una proprietà del reale, ma piuttosto della sua rappresentazione geometrica e statica. Lo scambio ininterrotto di materia ed energia tra qualunque sistema biologico ed il suo ambiente rende la separatezza di un organismo vivente, e anche quella di una singola cellula, un concetto assolutamente formale che non può essere utilizzato per fondare la loro individualità. Sebbene non erronea e di utilità generale, la definizione classica, descrittiva dell’individuum, è in grado di individuare anche un essere vivente? O le proprietà fisiche (termodinamiche) e biologiche dei viventi richiedono un concetto specifico di individualità (individualità biologica), che che non sia la semplice estensione del concetto generale e possa essere predicato di un organismo o di una cellula, le cui particolari caratteristiche non sono adeguatamente rappresentate dalla definizione classica? Se si fa uso dei concetti operativi di indivisibilità e separatezza, occorre ripensarli perché essi possano tenere conto delle reali condizioni di esistenza di un essere vivente? Per affrontare tali questioni seguiremo criticamente il pensiero di alcuni autori che si sono cimentati su questo terreno in modo speculativo. Secondo H. Jonas[14], l’identità organismica, che può essere osservata attraverso segni esterni, sia morfologici che fisiologici, è una indicazione necessaria e sufficiente di una identità interna (che non può essere accertata direttamente), e dunque di una individualità. Qualunque ente che mostri una identità organismica è un individuo; chi non la possiede non è un individuo, ma un mero particolare. A motivo del metabolismo e del continuo scambio tra l’ambiente esterno e quello interno, l’identità organismica deve essere diversa da quella fisica: si tratta di una identità sui generis. Durante il corso della sua vita, un organismo cambia continuamente i suoi costitutenti materiali rimanendo tuttavia più o meno lo stesso. L’identità biologica non si fonda sulla identità fisica, sebbene l’organismo necessiti essenzialmente dei suoi costituenti materiali (atomi, molecole) che transitoriamente lo compongono. Non vi è documentazione fisica della sua continua identità: l’identità organica è l’identità di una forma (nel tempo), non di una materia[15]. Non si tratta della identità permanente di una forma statica, sincronica, ma della identità nella trasformazione di un ente autocostruentesi e autoorganizzato che realizza continuamente questa forma dinamica, diacronica, di se stesso, e che lo fa fino alla morte, che rappresenta la perdita irreversibile di questa forma. Questa forma vivente è ontologicamente «il complessivo ordine strutturale e dinamico di un molteplice»[16]; è ciò che rimane identico grazie alle attività che continuamente sostituiscono i materiali della sua complessa molteplicità strutturale e dinamica. Come è possibile interpretare l’identità organismica di cui parla Jonas nei termini in cui vengono spiegate dalla scienza contemporanea le proprietà e le caratteristiche biologiche? Attualmente, le basi biochimiche e morfo-funzionali del metabolismo e dell’omeostasi sono riconosciute nel quadro fenotipico (a tutti i suoi livelli, dal molecolare al somatico). A sua volta il fenotipo deriva dalla interazione cumulativa del genotipo (che viene espresso attraverso la sintesi delle proteine, le ?molecole chiave? che controllano la sintesi di ogni altro composto) con l’ambiente fisico, chimico e biologico (interno ed esterno) al quale l’organismo è esposto nel corso del suo ciclo vitale. Poiché il genotipo (contenuto informazionale genetico delle cellule) rappresenta l’elemento permanente di un organismo ? con la significativa eccezione delle mutazioni genomiche ?, la sola forma dinamica di cui possiamo fare esperienza è il fenotipo. L’?in-formazione? genetica garantisce il piano di sviluppo e la invarianza essenziale di ciascuna delle attualizzazioni transitorie e stabili della forma vivente, mentre i fattori epigenetici e ambientali contribuiscono alla modulazione della forma vivente stessa, così come si manifesta nel fenotipo. L’identità organismica si riferisce direttamente al fenotipo, e solo indirettamente (attraverso i processi epigenetici e le interazioni ambientali) al genotipo. Affrontiamo ora il caso, molto discusso, di due organismi umani dotati di uno stesso genotipo: i gemelli monozigoti (ma non tutti di essi, come sappiamo, hanno in comune l’identica coppia di alleli per ciascun gene in tutte le loro cellule: il mosaicismo dovuto a crossing-overs mitotici nel corso dello sviluppo precoce prima dell’impianto viene considerato una causa di tale riscontrata eterogeneità genetica[17]). Durante la loro vita, l’espressione di questi identici genomi interagisce con numerose condizioni ambientali diverse che contribuiranno a determinare la forma dinamica della vita di ciascuno dei gemelli, entrambe i quali rappresentano un fenotipo che è unico rispetto al ciclo vitale. Ciascun gemello monozigote possiede la sua identità organismica. L’individualità di un gemello appartiene al suo intero ciclo vitale, il quale include anche la fase di sviluppo precoce dell’embrione che è precedente all’avvenuto processo di gemellazione, e non solo ad una parte del ciclo stesso, quella che segue il processo di gemellazione. Jonas ritiene che l’individualità implichi qualcosa di più che una entità inflessibilmente collocata lì, un semplice e identico oggetto confezionato entro uno schema estrinseco: «l’essere differenti dagli altri, dal resto delle cose, non è una caratteristica avventizia ed estrinseca [degli individui], ma un attributo dinamico del loro essere, nel senso che la tensione richiesta da questa differenza è proprio il mezzo attraverso il quale ciascuno di essi mantiene se stesso nella sua individualità distinguendosi dall’altro e, allo stesso tempo, comunicando con esso»[18]. Come afferma P. Parisi, «In logica, l’identità rappresenta la qualità per la quale un oggetto è ciò che è, e non qualcosa d’altro. La nozione di identità può anche essere ben espressa come lo stato di una cosa che rimane sempre la stessa. L’identità di un essere vivente, anche se presenta alcuni elementi di stabilità, è soprattutto caratterizzata da una qualità dinamica. E? subito presente al suo inizio ed è, d’altra parte, il risultato di un continuo progresso. [...] L’identità di un sistema vivente contiene sia elementi permanenti che dinamici»[19]. Secondo P. Caspar, «il solo criterio di individualità è quello di una esistenza capace di autocontrollo. Se questo criterio non è soddisfatto ? come nel caso dei virus ? le entità biologiche non sono degli individui»[20]. Oltre ai contributi classici della fisiologia e della embriologia alla comprensione rispettivamente dell’omeostasi e dei processi di sviluppo, Caspar sottolinea l’importanza di considerare le moderne conoscenze dell’immunologia, che introduce «un concetto forte di individuazione» attraverso l’idea di ?io molecolare?. La scoperta della «memoria molecolare» degli organismi, che è implicata nella distinzione tra «sé» e «non sé», fornisce un ulteriore possibilità per una migliore comprensione della nostra individualità biologica[21]. Recentemente anche M. Johnson, in una chiara disanima degli argomenti attualmente portati a favore della ominizzazione successiva[22], sostiene che, per quanto concerne le creature viventi, l’organismo capace di governare se stesso è paradigmaticamente un individuo. Poiché, secondo l’evidenza fornita dalla biologia, anche uno zigote umano è tale, egli ammette che l’embrione multicellulare che da esso deriva è veramente un individuo, e non una parte di un tutto più grande o un aggregato di elementi sconnessi tra loro. In un articolo che accompagna il testo di Johnson nello stesso numero della rivista, J. Porter risponde che «per quanto concerne questo aspetto, il suo [di Johnson] argomento è cogente. In fatti esso è così cogente che è difficile immaginare qualcuno che possa non essere d’accordo con lui su questo punto»[23]. E questa è anche la nostra opinione. Non vi è modo di distinguere tra individualità genetica ed individualità di sviluppo, poiché l’individualità appartiene alla forma dinamica, diacronica (fenotipo) di un organismo e non al suo genoma conservativo (genotipo, contenuto genetico informazionale delle sue cellule). L’individualità di ciascun organismo si fonda sulla singolarità del suo ciclo vitale e non sulla unicità del suo genoma. Cionondimeno, occorre ammettere che la singolarità di un ciclo vitale dipende in larga misura dal differente contenuto informazionale del genoma di ciascun organismo, che si costituisce con la fertilizzazione.
I processi biologici e i loro stadi
La vita è un fenomeno altamente dinamico che può essere descritto e interpretato attraverso lo studio dei processi vitali e delle loro interazioni. I processi biologici[24] rappresentano lo strumento concettuale con il quale identifichiamo o correliamo una serie di cause ed effetti sulla base della loro origine («emergenza») o del loro fine («teleologia»)[25]. Man mano che passiamo da livelli superiori di organizzazione morfo-funzionale a livelli inferiori (analisi riduzionale), i processi biologici vengono scissi in un sempre crescente numero di trasformazioni di materia, energia ed informazione. Tuttavia possiamo riconoscere ? se ci fermiamo a considerare un livello significativo di analisi del sistema biologico che stiamo studiando ? alcune trasformazioni discrete, che prendono il nome di «stadi», «passaggi» o «eventi» e che sono caratterizzate da variazioni finite e discontinue dello stato del sistema biologico, così come esso viene definito a quel dato livello di analisi. Ad esempio, il processo attraverso il quale un cuore umano applica una pressione di pompaggio per mantenere un flusso costante di sangue attraverso il sistema circolatorio ? processo che costituisce la funzione cardiaca ? è analizzabile nei termini di una sequenza ciclica di quattro stadi successivi[26]. Il ciclo di pompaggio del cuore comprende (1) la diastole atriale (gli atri si riempiono di sangue mentre le loro pareti si rilassano), (2) la diastole (rilassamento dei ventricoli che fa fluire in essi il sangue proveniente dagli atri), (3) la sistole (contrazione degli atri che completa il riempimento dei ventricoli), e (4) la sistole ventricolare (contrazione dei ventricoli che spinge il sangue dai ventricoli nell’aorta e nell’arteria polmonare). Il battito cardiaco ? un singolo e continuo processo fisiologico ? è composto di quattro stadi discreti, ciascuno dei quali precede e prepara il successivo. Nessuno di essi è più essenziale o caratteristico degli altri, ma tutti sono mantenuti con un ritmo e in una sequenza efficaci dagli impulsi del nodo senoatriale (il «pacemaker» naturale), che è localizzato in una piccola regione della parete dell’atrio destro. L’intero processo del battito cardiaco non può essere fisicamente interrotto a nessuno dei quattro stadi, e non siamo autorizzati ad affermare che l’ultimo, cioè la sistole ventricolare, sia l’inizio di una nuova onda di pressione nei vasi sanguigni. Esso è solo la causa prossima della pressione ematica. Se può essere identificato un autentico inizio o causa primordiale della circolazione, occorre rivolgersi all’impulso del nodo senoatriale, il sine qua non del processo di pompaggio del cuore. Dal punto di vista analitico, tale divisione in stadi o eventi può essere utile e anche necessaria per comprendere dei processi biologici molto complessi e articolati, tra i quali si colloca sicuramente lo sviluppo di un organismo umano. In questo caso, l’analisi morfogenetica a livello di cellule, tessuti e organi ci permette di evidenziare la comparsa di nuove strutture, prima non osservabili, che caratterizzano il piano di sviluppo di ciascun organismo. Come esempio, possiamo citare la formazione, all’interno della blastociste, della massa cellulare interna per separazione della linea cellulare dell’embrioblasto da quella del trofoblasto; la comparsa della stria primitiva nella regione caudale del piano mediale della faccia dorsale del disco embrionale; e l’avvicinamento delle pieghe neurali nel piano mediale dell’embrione, seguito dalla loro fusione a dare il tubo neurale. D’altra parte, l’analisi fisiogenetica mostra la progressiva attivazione delle differenti funzioni dell’organismo umano, non appena si rendono disponibili le idonee strutture cellulari, istologiche e organiche. Ad esempio, lo stabilirsi della comunicazione intercellulare attraverso le gap junctions, le tight junctions e i desmosomi; l’inizio della circolazione del sangue nei vasi dell’embrione; e l’esordio dell’attività elettrica nel sistema nervoso periferico dell’embrione a seguito della formazione delle sinapsi tra i neuroni sensori, gli interneuroni e i neuroni motori. In un approccio sintetico, lo studio degli stadi attraverso i quali un processo coordinato e graduale come lo sviluppo dell’uomo avviene, non ci impedisce di afferrare e comprendere la reale unità e continuità del processo stesso, secondo quella concezione diacronica e dinamica della vita di ciascun organismo che è propria del pensiero biologico contemporaneo. Se seguiamo la logica intrinseca delle sequenze causali e temporali, una ricostruzione sintetica dei processi vitali ci consente di comprendere la loro unità, continuità e gradualità. Senza considerare tali sequenze, risulta impossibile spiegare razionalmente i singoli eventi o stadi, a qualunque livello funzionale, morfologico, biochimico o genetico[27].
Analisi multilivellare e paradigma informazionale
La peculiarità (?Besonderheit? o ?Eigentümlichkeit?, secondo la originale terminologia di Virchow[28]) della vita, che risiede sia nella struttura che nella funzione degli esseri viventi, è connessa con la loro unica, intrinseca ed essenziale complessità. Un organismo vivente è un sistema complesso non solo a motivo del numero estremamente elevato dei suoi componenti chimici e biologici, ma anche in ragione della sua organizzazione multilivellare. Per livello di organizzazione intendiamo qui riferirci ai livelli composizionali, cioè le divisioni gerarchiche degli oggetti materiali «organizzati mediante relazioni tra le parti e il tutto, nei quali i singoli ?tutto? ad un livello fungono a loro volta da ?parti? per i livelli successivi (e completamente superiori)»[29]. Una delle caratteristiche di tali livelli è che essi sono generalmente composti e decomposti uno per volta, e solo se necessario. La ?comparsa? di un certo livello di organizzazione, come risulta documentata dalla presenza di ?nuove? (cioè non presenti sino ad allora) strutture e proprietà, è il risultato di una transizione da un livello inferiore a quello attuale. Ovviamente, tale transizione solleva la questione di perché e come essa avvenga, che costituisce il nucleo del noto dibattito tra riduzionismo e olismo. «In quanto riduzionista ? afferma Wimsatt ? io voglio capire quanto più possibile sui livelli superiori a partire dalle proprietà di quelli inferiori. Come un tipo di olista, sono tentato di fare l’opposto e, per quanto concerne i sistemi evolutivi, non è contradditorio sostenere che l’ordinamento delle parti inferiori (e conseguentemente la comparsa di certi fenomeni superiori) sia il prodotto di forze di selezione di livello superiore. E si può procedere in entrambe i modi [...], purché non si giunga a dire che il sistema che si sta studiando deve essere esaustivamente caratterizzato attraverso un approccio piuttosto che l’altro, ma si continui a considerarli come complementari»[30]. In questa sede non prenderemo posizione su questo dibattito poiché le nostre argomentazioni, sebbene presuppongano una idea di contenuto informazionale del vivente e il concetto di organizzazione multilivellare, non risultano condizionate da praticamente nessuna delle esistenti analisi della comparsa della informazione biologica e della riduzione o emergenza dei livelli di organizzazione[31]. La sola pesante obiezione sarebbe quella proveniente da una ferma persuasione che i differenti livelli di organizzazione non sono altro che meri schemi concettuali attraverso i quali i biologi mettono in ordine e correlano tra di loro i risultati di diversi esperimenti scientifici, come il legare la presenza nella membrana cellulare di una classe di composti chimici dotati di specifiche strutture e proprietà alla scoperta del movimento di sostanze verso l’interno e l’esterno di una cellula vivente. Non sarà qui discussa la interessante ma complessa questione filosofica del realismo delle scienze naturali[32], e le posizioni che si oppongono al realismo scientifico, il relativismo e lo scetticismo[33]. Si tratta della questione fondamentale della filosofia della scienza, dalla quale non si può facilmente sfuggire quando si affronta ? dal punto di vista biologico ? lo status dell’organismo umano, et quidem dell’embrione umano che si sviluppa. Riconosciamo che la relazione tra le rappresentazioni scientifiche degli organismi viventi e la valutazione dello status ?reale? (ontologico) degli enti che esse pretendono di svelare è ben più complessa di quanto non sia stato riconosciuto dalle tradizionali forme del realismo biologico, in larga misura vincolate all’analisi di ben strutturate versioni di teorie particolari. All’interno di una teoria (ad esempio, la genetica molecolare delle malattie ereditarie), la tipizzazione formale delle pertinenti entità e proprietà non è ? e non deve essere ? il solo mezzo di identificazione, localizzazione o caratterizzazione delle entità e proprietà stesse; altrimenti, se così fosse, risulterebbe impossibile costruire delle prove per validare la adeguatezza delle categorie impiegate dalla teoria per caratterizzare tali entità e proprietà. Come hanno giustamente fatto notare Burian e Trout, «il fatto che delle soddisfacenti prove di adeguatezza non sono solo possibili ma anche effettive, indica che il realismo scientifico a proposito degli enti dipende, almeno in qualche misura, dalla nostra conoscenza di generalizzazioni vere, non accidentali ? cioè di leggi ? che riguardano questi enti»[34]. Tra i quattro approcci, noti con il nome di paradigma determinista, probabilista, indeterminista e informazionale[35], attualmente adottati per costruire modelli scientifici dei fenomeni empirici in grado di fornire una comprensione razionale della realtà fisica, il paradigma informazionale è oggi riconosciuto come il più idoneo a rendere pienamente ragione della peculiarità dei sistemi biologici[36]. L’informazione non è riducibile né alla materia né all’energia, anche se la sua conservazione, tramissione e conversione dipende fisicamente sia dalla materia che dall’energia[37]. Il paradigma informazionale, così come viene applicato al mondo biologico, pone in evidenza il fatto che ogni singola cellula vivente e ciascun organismo contiene una certa quantità di informazione, la cui analisi è essenziale per una esauriente comprensione di che cosa sia una cellula o un organismo e di come funzioni. La scomposizione e la localizzazione attraverso la sola analisi materiale (fisica, chimica o biologica) ed energetica (ogni forma di energia fisico-chimica) è una strategia euristica che risulta insoddisfacente, e non ha successo neppure per spiegare come le più semplici forme di vita (ad esempio, un organismo procariote unicellulare come il batterio Escherichia coli) riescano a produrre un fenomeno che ci interessa. I promotori e gli utilizzatori (soprattutto biologi molecolari, genetisti, embriologi e studiosi dell’evoluzione) dell’analisi informazionale a qualunque livello della ricerca biologica sottolineano giustamente che essi non stanno in nessun modo riesumando l’antico e fallace approccio vitalistico ai fenomeni empirici della vita, poiché l’informazione ? così come viene intesa entro i confini della ricerca biologica ? non rappresenta né una forza in contrasto con le leggi fisiche né una entità che si giustappone semplicemente ad esse in un modo dualistico, ma costituisce un principio intrinseco di organizzazione della materia e della energia naturali, che dà ?forma? alle macromolecole e alle strutture sopramolecolari secondo un ordinato piano di sviluppo[38]. Secondo Polanyi[39], un organismo vivente ? come una macchina ? è un sistema fisico sotto il controllo di due distinti principi generali. Il principio superiore è rappresentato dalla struttura biologica a tutti i suoi livelli, dagli aggregati sopramolecolari, membrane cellulari interne e organuli, sino ai tessuti, agli organi e ai sistemi. Questa struttura serve da ?condizione limite? che vincola il principio inferiore, cioè i processi chimico-fisici mediante i quali le cellule, gli organi e l’intero organismo compiono le proprie funzioni metaboliche e fisiologiche. La forma di un dato livello, che è dato dal modo con cui gli elementi del livello inferiore sono organizzati ed interagiscono tra di loro, costringe le sostanze e le forze fisico-chimiche che operano ai livelli inferiori ad interagire al servizio delle funzioni sviluppate dal livello superiore. Tutto questo ci introduce nella considerazione della base genetica dello sviluppo di un organismo e del ruolo essenziale svolto dal genoma individuale nel processo di ontogenesi, un tema così frequentemente trattato che non richiede di esporre in questa sede quanto già ampiamente disponibile altrove[40]. I molti dati che costituiscono questo notevole capitolo della nostra conoscenza biologica includono non solo il modo con cui l’informazione genetica è conservata (struttura del DNA) ed ereditata (replicazione del DNA), ed il meccanismo della espressione dei geni ? la sintesi di RNA messaggero a partire dal DNA, e la sintesi delle proteine da RNA messaggero ?, ma anche il network del sistema epigenetico delle cellule: i sets di geni interattivi (epistasi), i geni e i prodotti dei geni tra loro interattivi (epistasi, pleiotropia), e le interazione tra prodotti dei geni e ambiente (effetti poligenici e pleiotropici) che costituiscono un sistema altamente dinamico, di grande complessità, inserito tra gli elementi genetici unitari (geni) e la forma finale delle cellule viventi e degli organismi (fenotipo)[41]. Ma l’argomento non necessita di essere affrontato da una posizione puramente difensiva. E? infatti opportuno ricordare che sta emergendo tra gli embriologi una riscoperta del concetto di campo morfogenetico fondata su una base ancor più solida che non in precedenza. Il programma di ricerca della «nuova embriologia», che sorgeva dalla rinascita degli studi embriologici negli anni 1920-?30[42], era riassunto nella «Gestaltungsgesetze», il tentativo di scoprire le leggi della ?forma ordinata?[43]. «Il paradigma fondamentale della embriologia, l’idea che le conferì struttura e coerenza, era il campo morfogenetico»[44]. L’idea che esistessero nell’embrione dei campi morfogenetici fu postulata da T. Boveri (1910) e ricevette una formulazione esplicita da A. Gurwitsch (1910-?22), che li chiamò inizialmente con i termini «Geschehensfeld» e «Kraftfeld», ed infine «Embryonales Feld»[45]. Questi campi designano delle aree di ?in-formazione? embriologica, vincolate a determinati substrati fisici. I componenti di ciascun campo «creano» una trama di di interazioni tale per cui ogni cellula è definita dalla sua posizione all’interno del rispettivo campo. Gli esperimenti di R. G. Harrison sul trapianto di arto[46] dimostrarono che la morula di tritone contiene due dischi di cellule che possono formare un arto anteriore se trapiantati in un?altra regione («campo») dell’embrione stesso. Inoltre, se il campo di un arto veniva diviso a metà e le due parti trapiantate in regioni differenti dell’embrione, ciascuna di esse dava origine ad un arto completo. Viceversa, se due metà-campi di un arto erano impiantate assieme con lo stesso orientamento, i campi erano in grado di arrangiarsi a formare un solo arto normale. Inoltre, se delle cellule o dei tessuti ancora indeterminati erano introdotti nel dominio di quel campo, essi venivano organizzati e incorporati nell’arto in formazione. Un secondo modello, correlato al precedente, era quello del gradiente di campo (o campo epimorfico), che rafforzava l’idea di campo morfogenetico associandola al concetto di gradiente. Negli ultimi decenni l’idea di campo morfogenetico è stata in qualche modo trascurata. Come ha osservato J. M. W. Slack, «ciò è dovuto in larga misura alla confusione di significati, che ha portato a ritenere che il termine ?campo? avesse connotazioni mistiche o vitalistiche»[47], e lo ha fatto così scomparire dalla letteratura. Il progresso della genetica, che sembrava offrire una spiegazione alternativa dello sviluppo, ha portato a ridefinire l’embriologia come la scienza che studia le variazioni nella espressione dei geni. «Dal momento che la morfogenesi venne inclusa nella più ampia categoria della espressione genica, i campi non sembravano più necessari»[48]. Tuttavia, recentemente è stata ben documentata tra gli studiosi contemporanei della biologia dello sviluppo una accresciuta stima per il concetto di gradiente di campo morfogenetico. E. A. De Robertis e i suoi colleghi hanno evidenziato il ruolo che svolgono i geni omeotici nell’iniziare e organizzare tali campi[49]. I biologi molecolari hanno da poco riconsiderato le evidenze a favore dei campi morfogenetici nella Drosophila[50]. I dischi imaginali degli insetti erano stati da lungo tempo considerati dei gradienti di campo[51], poiché sono costituiti da ben definiti gruppi di cellule la cui interazione dà origine ad un organo, sono in grado di regolare la sostituzione di parti mancanti, e mantengono la loro capacità di generare quel particolare organo anche quando il disco è trapiantato in un?altra parte della larva. Ad esempio, il campo della zampa della Drosophila appare come costituito da un sistema coordinato rettilineo dove i geni Hom/Hox (Scr, Antp, Ubx) determinano la zona anteroposteriore destinata a formare le zampe, mentre l’espressione decapentaplegica è necessaria nel piano dorsoventrale. Il concetto di campi è stato anche recentemente riscoperto dai genetisti clinici. I campi dismorfogeneticamente reattivi, definiti sulla base di sindromi cliniche, si sono mostrati come l’equivalente dei campi morfogenetici autoorganizzati, spazialmente coordinati e temporalmente sincronizzati della embriologia classica. Questa equivalenza è stata rafforzata dalle osservazioni che in alcune specie, come in molti dei vertebrati, la stessa malformazione (ad esempio, la ciclopia e la polidattilia) può essere sia prodotta sperimentalmente che indotta da una mutazione[52]. I campi sopra ricordati sono i cosiddetti ?campi secondari?. Il ?campo primario? è rappresentato dall’intero embrione durante la segmentazione e la compattazione, prima della determinazione cellulare o dell’asse.
Parte II
Quando si cerca di rispondere alle due domande principali: (1) Che cosa possono dire legittimamente le scienze sperimentali sullo status dell'embrione?; e (2) Che cosa ci dicono le scienze sperimentali su quando inizia il ciclo vitale di un individuo umano?, assai spesso ci si trova di fronte a due ostacoli: una informazione erronea o incompleta riguardo alla embriogenesi umana, e delle interpretazioni non corrette dei pertinenti dati di osservazione o sperimentali. Lo scopo di questa sezione è precisamente quello di descrivere sinteticamente le tappe principali del processo dello sviluppo umano, particolarmente nei primi 14 giorni dopo la fertilizzazione, in modo da facilitare la risposta a quelle domande.
La epigenesi dell'embrione
Lo zigote o embrione unicellulare Il ?concepimento? di un individuo umano è il punto finale di un complesso processo detto processo di fertilizzazione[53], il cui percorso «consiste di parecchie tappe che avvengono in un ordine obbligato»[54]. In questo processo sono impegnate due cellule straordinariamente dotate e teleologicamente programmate: un oocita e uno spermatozoo. La cronologia di questo processo multigrado inizia immediatamente quando lo spermatozoo aderisce al compatto rivestimento extracellulare dell'oocita, la zona pellucida[55], alla quale si lega strettamente attraverso la mediazione dei recettori per gli spermatozoi presenti nella zona pellucida ? costituiti principalmente dalla glicoproteina ZP3 ? e delle complementari proteine leganti che si trovano nella membrana plasmatica dello spermatozoo. Sebbene la natura dei recettori complementari, localizzati sulla superficie dello spermatozoo, che legano la ZP3, e degli eventi susseguenti al segnale di transduzione, siano ancora oggetto di studio[56], si sa che, non appena è avvenuto il riconoscimento specie-specifico tra i gameti, nello spermatozoo legato si completa la reazione acrosomica. La membrana acrosomica esterna e la membrana plasmatica dello spermatozoo si fondono in molti punti dando origine a piccole vescicole che secernono principalmente acrosina, una proteinasi tripsino-simile. Questo enzima facilita la penetrazione dello spermatozoo attraverso la zona pellucida dissolvendo la matrice della zona e favorendone il legame con un'altra proteina zonale, la ZP2, la quale, interagendo con la testa modificata del gamete maschile lo aiuta ad attraversare la zona alla velocità di circa 1 micron per minuto. Il primo spermatozoo che raggiunge l'esile spazio perivitellinico, situato tra la zona pellucida e la membrana plasmatica dell'oocita, può allora fondersi con quest?ultima, dando immediatamente avvio alla singamia, cioè all'inglobamento dello spermatozoo nell'oocita, sotto la forza trainante dei microvilli e di proteine contrattili ? l’actina e la miosina ? della zona corticale. Nel caso della fertilizzazione umana, in tale processo sono implicati anche altri fattori complementari, tra cui il CD46, il C3b e C1q[57]. A seguito della fusione tra lo spermio e l’oocita, il secondo diviene straordinariamente attivo e inizia una cascata di eventi che culmina nell’avvio dello sviluppo embrionale. La più evidenti espressioni di tale attivazione sono la liberazione dei granuli corticali, la ripresa della meiosi con l’estrusione del secondo globulo polare, e la formazione dei pronuclei maschile e femminile. Subito dopo la singamia sono registrabili diverse variazioni nella composizione ionica dell’oocita, dovute principalmente ad un improvviso e transitorio aumento della concentrazione intracellulare degli ioni calcio ? la cosiddetta ?onda del calcio? ?, dovuta all’azione dell’oscillina, una proteina recentemente scoperta che induce la propagazione dell’?onda? ionica di attivazione nell’ooplasma: è «l’inizio dello sviluppo embrionale»[58]. Le espressioni pìù evidenti di questa attivazione sono: la reazione corticale e la riorganizzazione del genoma. Dalla fusione tra i due gameti ha origine una nuova cellula: lo zigote o embrione unicellulare. Questa nuova cellula incomincia ad operare come un sistema unico, cioè come una unità, un essere vivente ontologicamente unitario, essenzialmente simile ? sebbene con alcune peculiarità ? ad ogni altra cellula in fase mitotica. Una delle prime attività del nuovo sistema è la reazione corticale, che consiste nella secrezione di enzimi idrolitici ? quali le proteinasi, le perossidasi e altri enzimi ? da parte delle migliaia di granuli corticali simili ai lisosomi e localizzati nella zona periferica dell'oocita, che porta all'inattivazione dei recettori spermatici nella zona pellucida e all'indurimento della stessa, impedendo così la polispermia e favorendo l'isolamento e la protezione del nuovo essere che inizia il suo proprio ciclo vitale. B. M. Shapiro, dopo aver descritto le complessità delle reazioni chimiche che preparano questo «microincubatore» per il nuovo organismo durante il suo sviluppo precoce, fa osservare che questa notevole capsula di fertilizzazione è necessaria «per la protezione all'inizio dello sviluppo, quando si stabiliscono gli assi embrionali. [...] L'avvio del piano somatico complessivo dipende dalla comunicazione intercellulare, e la capsula di fertilizzazione isola i blastomeri dagli influssi extraembrionali»: in realtà «essa è centrale per uno sviluppo normale e costituisce un elegante soluzione nella morfogenesi»[59]. La riorganizzazione del nuovo genoma, che rappresenta il principale centro di informazione per lo sviluppo del nuovo essere umano e per tutte le sue ulteriori funzioni, è la più importante tra le molte altre attività di questa nuova cellula. Sulla base di dati molto recenti[60], sappiamo che entro tre-sei ore dall'incorporazione dello spermatozoo, a partire dal centrosoma maschile presso la base della testa dello spermatozoo incominciano a organizzarsi dei microtubuli che si dispongono a raggiera e l'oocita completa la sua meiosi II con l'estrusione del secondo globulo polare. Mentre i pronuclei maschile e femminile continuano a decondensarsi e si avvicinano l'uno all'altro, il DNA si replica, i microtubuli dal pronucleo maschile proseguono la loro espansione fino a circoscrivere entrambe i due pronuclei che si accostano strettamente l'uno all'altro: è la fase detta di cariogamia, che si verifica attorno alla 15a ora dalla fertilizzazione. A questo punto il centrosoma si divide e, a partire dai pronuclei, si organizza una struttura bipolare di microtubuli. Circa un'ora e mezza dopo, alla prima profase mitotica, i cromosomi maschili e femminili si condensano separatamente, mentre nella struttura dei microtubuli sono chiaramente visibili i poli del primo fuso mitotico. I cromosomi si allineano all'equatore del fuso e si distribuiscono in modo ordinato nel citoplasma che ha incominciato a dividersi, fino a che si sono formate, con il completamento della citodieresi, due cellule, ciascuna dotata di una copia dell'intero genoma, che rimangono unite l’una all’altra formando l'embrione a due cellule. L'esposizione di questi dati essenziali sulla formazione dello zigote e sul passaggio da embrione unicellulare a embrione di due cellule indica, con tutta evidenza, che alla fusione dei gameti incomincia a operare come una unità una nuova cellula umana, dotata di una nuova ed esclusiva struttura informazionale che costituisce la base del suo ulteriore sviluppo. Al fine di comprendere meglio l’autentica natura di questa nuova cellula, sono da sottolineare due caratteristiche, che saranno ulteriormente chiarite in seguito. La prima è che lo zigote esiste ed opera dalla singamia come un essere ontologicamente unitario, e con una precisa identità. La seconda è che lo zigote è intrinsecamente orientato e determinato ad un ben definito sviluppo. Entrambe le caratteristiche, identità e orientamento, sono essenzialmente dovute alla informazione genetica di cui è dotato. Questa informazione ? sostanzialmente invariante ? è, in realtà, il fondamento della appartenenza dello zigote alla specie umana e della sua singolarità individuale o identità, e contiene un completo programma codificato, che lo dota di enormi potenzialità morfogenetiche che si realizzeranno autonomamente e gradualmente durante il processo epigenetico rigorosamente orientato. Queste potenzialità non significano mere "possibilità", ma rappresentano delle capacità naturali intrinseche ad un essere che è già esistente di realizzare, e che gli consentono di realizzare, nelle dovute condizioni, l'intero piano codificato. Se la realtà si mostra allo studioso di embriologia così, sorge allora la domanda cruciale: Questa cellula, lo zigote, rappresenta anche il punto esatto nello spazio e nel tempo dove un nuovo organismo individuale umano inizia il suo proprio ciclo vitale? Per rispondere a questa domanda è indispensabile l'analisi del processo epigenetico che parte da questa cellula. Al nostro scopo, sono da distinguere tre periodi: (1) dallo zigote al blastociste; (2) dalla blastociste al disco embrionale; e (3) dal disco embrionale al feto.
Dallo zigote alla blastociste
In un periodo di circa 5 giorni, si ha una rapida moltiplicazione cellulare sotto il controllo di un largo numero di geni coinvolti in molti eventi del ciclo mitotico[61], dalla produzione di cicline e proteine-kinasi, che regolano il ciclo stesso, alla sintesi di enzimi e altre proteine necessarie per la strutturazione e l'attività del crescente numero di cellule. Questa crescita, tuttavia, è completamente diversa da quella che avviene nelle colture cellulari in vitro. Infatti, dallo stadio di 2-8 cellule esse rimangono legate tra loro mediante microvilli e ponti citoplasmatici intercellulari, che facilitano la trasmissione di segnali tra cellula e cellula, assolutamente necessaria per un accrescimento ordinato. Questo contatto diventa altamente adesivo allo stadio di 8-32 cellule, detto di morula: stadio che è caratterizzato da due processi principali: la compattazione e la polarizzazione. Durante la compattazione, fra il terzo e quarto ciclo cellulare (il secondo e terzo giorno dalla fertilizzazione), ? definito da H. Vogler come «la fase della riorganizzazione delle singole cellule e della reciproca interazione»[62] ? le cellule aderiscono tra loro ancora più fortemente, massimizzando l'area di contatto e formando particolari complessi giunzionali[63], chiamati tight junctions e gap junctions, che favoriscono un rapido trasporto intercellulare di ioni e molecole-segnale ed il progresso del normale processo di sviluppo, che potrebbe essere risultare alterato in assenza anche di una sola proteina giunzionale[64]. Durante la polarizzazione[65] intorno al quarto giorno dalla fertilizzazione, si assiste ad una ridistribuzione di strutture endocellulari quali il nucleo, i mitocondri, i microtubuli, le grosse molecole come l'actina, la clatrina, la caderina (uvomorulina) ? una molecola di adesione ? e l'enzima adenosina trifosfatasi (ATPasi). Al quarto ciclo di moltiplicazione cellulare possono così essere chiaramente riconosciuti due tipi di cellule: quelle polari in cui è avvenuta la ridistribuzione, e quelle apolari. Esse assumono posizioni differenti: alla perifieria le prime e al centro le seconde, e ricevono un destino differente, le prime dando origine alla linea cellulare trofoblastica e le seconde alla linea cellulare embrioblastica, imprimendo così all'embrione una vera eterogeneità morfologica. Questa eterogeneità diviene ancora più evidente al quinto giorno dalla fertilizzazione, (sesto o settimo ciclo cellulare), quando appare la blastociste, formata da circa 64-128 cellule. Allora possono essere distinti tre tipi di strati cellulari, istologicamente differenti e con destini diversi: il trofoblasto murale e il trofoblasto polare, derivanti dalla differenziazione delle cellule della linea trofoblastica; l'ectoderma primitivo e l'endoderma, derivanti dalla differenziazione della massa cellulare interna formata dalla linea cellulare embrioblastica. Fino a questo stadio lo sviluppo embrionale avviene all’interno dell’involucro di fertilizzazione, che origina dal processo di indurimento ("hardening") della zona pellucida, involucro che protegge l'embrione in sviluppo e gli impedisce di aderirie alle pareti tubariche. Le membrane cellulari delle cellule del trofectoderma contengono una pompa sodio-potassio (Na+/K+-ATPasi) rivolta verso il blastocele, che trasporta ioni sodio all'interno della cavità centrale. Questo accumulo di ioni sodio provoca una passaggio osmotico di acqua, che si accumula nella cavità blastocelica aumentandone il volume[66]. Quando l'embrione raggiunge l'utero, e prima dell'inizio del processo dell'impianto, la blastociste fuoriesce (?hatching?) dall’involucro di fertilizzazione così che può liberamente aderire all'epitelio endometriale uterino, usualmente nella parte superiore della parete posteriore dell'utero.
Dal blastociste al disco embrionale
Sebbene blastocisti umane possano crescere in vitro fino alcuni dei primi stadi tipici del loro sviluppo dopo l'impianto, giungendo fino alla formazione del sinciziotrofoblasto anche in assenza del supporto endometriale, tuttavia vari studi sperimentali sullo sviluppo in vitro di blastocisti di topo, di coniglio e umane suggeriscono che in queste condizioni la crescita embrionale diventa anormale[67]. L'impianto appare perciò come obbligatorio per un ulteriore sviluppo embrionale normale. E' ormai ben definito[68] che l'impianto, il quale nella specie umana sembra normalmente iniziare appena l'embrione è entrato nell'utero, implica una serie integrata di stimoli e risposte, cioè un dialogo attivo tra cellule materne e cellule della blastociste: fatto che suppone, quindi, un ruolo attivo per ambedue. La natura e l'integrazione dei vari stimoli e risposte, che esigono una precisa sincronia, sono ancora oggetto di studio[69]. Tuttavia, ci sia concesso ricordare almeno alcuni dati rilevanti. L'utero è preparato per l'impianto dall'azione di ormoni steroidei, prodotti nell'ovaio durante una precoce fase secretoria, che influenza la sintesi di proteine steroido-sensibili. Tra queste vi sono: (1) enzimi ? come le peptidasi, le glicosidasi e le esterasi usate nella digestione della zona pellucida e nella modificazione dell'endometrio e del trofoblasto per facilitare l'impianto; (2) proteine impegnate nella protezione del feto dalla risposta immunitaria della madre; e (3) altre proteine che stimolano e/o regolano, direttamente o indirettamente, lo sviluppo embrionale, in particolare quelle della famiglia del fattore di crescita epidermico (EGF) e il fattore inibitore della leucemia (LIF). L'embrione, per parte sua, molto presto dopo l'impianto ? o molto verosimilmente anche prima ? secerne la proteina ß-1 specifica di gravidanza (sp1), la gonadotropina corionica umana (ß-hCG) e il 17-ß-estradiolo. Questi favoriscono la permanenza del corpo luteo e collaborano al processo, a tre stadi, dell'adesione dell'embrione all'utero. Nel primo stadio, quello di apposizione, i microvilli dell'epitelio uterino e del trofoblasto (che diventerà sinciziotrofoblasto) si interdigitano, mentre alla superficie della blastociste si accumulano proteine e glicoproteine, tra cui il recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR) e la 1-ß-interleukina (IL-1ß), che facilitano gli altri due passi ? cioè la adesione all'utero e la penetrazione nello stroma endometriale attraverso l'epitelio uterino ?, stabilizzando così definitivamente l'embrione. Contemporaneamente a questi eventi, nel periodo detto ?finestra di impianto?, tra il sesto e il quattordicesimo giorno dal concepimento, l'embrione prosegue lungo i successivi passi della differenziazione. A circa otto giorni di età, nella blastociste ? che ha raggiunto un diametro di circa 0,1 mm ? appare la cavità amniotica. Nel frattempo l'ectoderma primitivo, derivato dalla massa cellulare interna, diventa un disco ? l'epiblasto ? composto di cellule cilindriche che, insieme con il sottile strato sottostante di piccole cellule vescicolate dell'endoderma embrionale, forma una struttura bilaminare detta disco embrionale. Al decimo giorno l'amnios si è già differenziato, il sacco vitellinico primitivo è delimitato, ed il trofoblasto polare con il mesoderma extraembrionale dà origine al chorion, da cui si svilupperà la placenta. Tra l'undecimo e il quattoricesimo giorno, dal citotrofoblasto attorno all'embrione si proiettano nel sinciziotrofoblasto delle piccole masse di tessuto, dove esse continueranno a crescere fino a formare i villi coriali, mentre il disco embrionale raggiunge i 0,15-0,20 mm di diametro, circondato dal chorion. In fine, circa 14 giorni dopo la fertilizzazione, all'estremo caudale dell'embrione appare un denso gruppo di cellule, detto stria primitiva, che segna la formazione di un terzo strato di cellule, il mesoderma.
Dal disco embrionale al feto
Il disco embrionale, una struttura altamente complessa composta di molte migliaia di cellule, rappresenta un punto di arrivo altamente significativo tra gli stadi iniziali dello sviluppo precoce del nuovo essere umano, e anche un punto decisivo per il suo futuro sviluppo. Infatti, durante le successive tre settimane, in questo disco embrionale ? che è un tutt?uno con le cosidette strutture extraembrionali, amnios e chorion in particolare, senza le quali non potrebbe esserci ulteriore sviluppo ? è definito il disegno generale del corpo (body plan) e iniziato il modellamento (patterning) dei differenti organi e tessuti, seguito dalla istogenesi e dall'organogenesi. Alla quinta settimana di gestazione, quando la lunghezza dell'embrione è ancora di poco inferiore a 1 cm, sono già presenti ? sia pure allo stato primordiale ? le strutture del cervello, del cuore, e di alcuni tratti polmonari, gastro-enterici ed urinari, ed è iniziata la differenziazione sessuale; alla sesta settimana i primordi degli arti sono chiaramente visibili e alla settima settimana la forma del corpo è completa.
Il controllo del processo epigenetico
Questa sommaria analisi del processo di sviluppo a livello morfologico sarebbe sufficiente per risolvere la questione cruciale circa il punto esatto nel tempo quando un nuovo organismo individuale umano inizia il suo proprio ciclo vitale. Tuttavia, assai recentemente, sono emersi nuovi dati che riguardano il controllo del processo epigenetico e che sono in grado di dare maggior forza alla argomentazione sinora esposta. M. Barinaga, nel presentare i risultati di una intervista a eminenti biologi dello sviluppo, in occasione del primo centenario della nascita della embriologia moderna, fondata da Wilhelm Roux nel 1894, affermava che i ricercatori «stanno arrivando ai segreti di come una singola cellula uovo fertilizzata passi attraverso la complessa e magnificamente orchestrata serie di cambiamenti che creano un intero organismo»[70]. Tra i segreti restano ancora in parte da svelare ricordiamo i più decisivi: (1) Come tutti i processi finora scoperti, dallo zigote al disco embrionale e oltre, possono avvenire con tale ordine e regolarità nello spazio e nel tempo? (2) Che cosa induce e regola la differenziazione cellulare, lo stabilirsi delle linee cellulari, l'ordinata aggregazione di cellule e tessuti nei vari organi e in aree ben definite in modo tale da assicurare armonia e unità nella totalità corporea in crescita? (3) Come può la forma completa di un nuovo soggetto essere generata da una sola cellula, lo zigote? Non è ancora possibile dare una risposta esaustiva a queste domande. Tuttavia due linee principali di ricerca condotte su molti modelli animali[71] ? dal piccolo nematode Caenorhabditis elegans (costituito di sole 959 cellule, di cui 302 nervose), agli insetti, anfibi, pesci e mammiferi (primati e uomo inclusi) ? hanno fornito dati che offrono alcune importanti chiavi per penetrare un poco di più nella profondità di quei segreti. La prima linea di ricerca è l'analisi delle modificazioni biochimiche che avvengono nelle singole cellule, nelle differenti linee cellulari e in varie regioni del corpo in fase di crescita, con particolare attenzione ai singoli stadi dell'organizzazione della forma definitiva. La seconda linea di ricerca, ora in rapida evoluzione, è la scoperta, attraverso i metodi della genetica classica e, oggi, soprattutto della nuova genetica, dei geni coinvolti nei molti steps epigenetici, dallo zigote fino all'acquisizione della definitiva conformazione somatica. Alcuni risultati meritano di essere qui ricordati. 1. E' ormai certo che il nuovo genoma, che si stabilisce nello zigote, assume il controllo di tutto il processo morfogenetico sin dai primissimi stadi dello sviluppo[72]. «L'attivazione dei geni zigotici è assolutamente essenziale per il proseguimento dello sviluppo»[73] anche se una notevole quantità di prodotti di trascrizione (mRNA) e di traduzione (proteine) dei geni di origine materna, accumulati durante la crescita e la maturazione dell'oocita, vengono usati per sostenere i primissimi stadi dello sviluppo; ma essi sono molto presto e gradualmente sostituiti dai nuovi prodotti genici, derivanti dalla trascrizione e traduzione del nuovo genoma dell'embrione[74]. Come nota G. M. Kidder, «una importante conseguenza è che tutte le fasi della morfogenesi (se non tutte le divisioni iniziali) prima dell'impianto dipendono dall'espressione di geni propri dell'embrione. Ciò è rivelato dall'esistenza di mutazioni letali, presenti nel genoma embrionale, che operano negativamente nel periodo dello sviluppo pre-impianto»[75], e dalla sensibilità di tre importanti passaggi morfogenetici[76] ad agenti che impediscono la trascrizione del DNA o la sintesi delle proteine»[77]. Già nel 1976, W. Engel e W. Franke, riassumendo un gran numero di osservazioni sullo sviluppo nel coniglio, concludevano che l'attivazione del nuovo genoma «deve avvenire dallo stadio di una cellula, affinchè lo sviluppo possa continuare al di là dello stadio di otto cellule»[78]. La prima prova che un'attivazione molto precoce del nuovo genoma avviene anche nell'embrione umano è stata fornita da P. Braude e dai suoi collaboratori[79]. Utilizzando 7 zigoti umani e 26 embrioni prodotti in vitro ? 6 allo stadio di due cellule, 10 allo stadio di quattro cellule e 10 allo stadio di otto cellule ? poterono dimostrare che almeno nel passaggio da 4 a 8 cellule, il nuovo genoma diventa attivo nel controllo della produzione di nuove proteine. Altri studi con metodi più sensibili hanno recentemente dimostrato che l'attivazione di almeno una parte del genoma del nuovo embrione inizia allo stadio di zigote. M. Fiddler e i suoi collaboratori[80], applicando la nuova tecnica della reazione a catena della polimerasi con trascrizione inversa (RT-PCR) trovarono che il gene SRY ? il primo gene nella cascata per la differenziazione gonadica ? è attivo dallo stadio di una cellula (zigote) a quello di blastula. Con il raffinamento delle tecniche e dei modelli di ricerca, ulteriori dati in questa direzione non mancheranno di aggiungersi a quelli già in nostro possesso[81].Tutti suggeriscono che è proprio il nuovo genoma, che si stabilisce alla fertilizzazione, la base e il costante supporto della unità strutturale e funzionale dell'embrione, che si sviluppa lungo una traiettoria che mantiene sempre una ben definita direzione. 2. Questa, che fu per lungo tempo una mera intuizione, si trasformò in evidenza solo quando si venne finalmente a conoscenza dei numerosi fattori implicati nella persistente direzionalità dello sviluppo embrionale, e si comprese meglio l'estesa e comprensiva attività del genoma. In realtà, da tutte queste conoscenze emerge anche un'altra conclusione, che la regolazione del processo dello sviluppo è il risultato di un'attività gerarchicamente ordinata di tre principali classi di geni: i geni chiamati ?posizionali? (coordinate genes), ?selettori? (selector genes) e ?realizzatori? (realizator genes)[82]. I geni posizionali[83], attraverso la produzione e l’attività di ?proteine morfogenetiche? e di altre molecole ad azione simile (morfògeni), stabiliscono l'esatta posizione di cellule o gruppi di cellule lungo gli assi antero-posteriore e dorso-ventrale dell'embrione, contribuendo così alla definizione del piano corporeo generale. I geni selettori[84] regolano la sequenza dei processi di differenziazione, nel tempo e nello spazio lungo gli assi, che sono determinati dall'attività dei geni posizionali: attraverso la produzione di fattori di trascrizione essi specificano nel piano corporeo generale le numerose regioni dove si verranno a formare i vari organi e tessuti, operazione indicata come modellamento (patterning). I geni realizzatori[85], sotto l'influenza dei geni selettori dai cui prodotti o fattori di trascrizione sono attivati o repressi, conducono alla definitiva struttura dei singoli organi con i vari tessuti da cui sono costituiti. In conclusione, il compito specifico di queste migliaia di geni regolatori è quello di determinare la differenziazione delle cellule e la graduale strutturazione dei vari organi, attraverso l'azione di una enorme varietà di macromolecole, di cui controllano la produzione. E' facile immaginare la complessità delle interazioni tra questi geni, sia allo stesso livello di organizzazione che a livelli differenti. Questa complessità aumenta necessariamente con il progredire dello sviluppo, e, perciò implica molti altri fattori di regolazione e meccanismi di autocontrollo, specialmente al fine di facilitare le comunicazioni tra l'ambiente extracellulare e le cellule, tra cellula e cellula, e tra il citoplasma e il nucleo che contiene la massima parte dell'informazione genetica. Di fatto, continuano ad essere progressivamente descritte nuove classi di geni[86], che controllano la produzione di importanti molecole, quali le molecole di adesione cellulare (CAM, cell adhesion molecules), le molecole di adesione al substrato (SAM, substrate adhesion molecules), i recettori , e i ?secondi messaggeri? o molecole di segnalazione. E' sufficiente, ad esempio, che muti uno dei quattro geni dei ricettori del fattore di crescita fibroblastico (FGFR) perché si manifestino nell'embrione delle gravi malformazioni. Per ricordarne una sola di queste, una mutazione nel gene del recettore 3 (FGFR3) provoca una displasia tanatoforica[87]. Giustamente L. Wolpert ha fatto notare che "La chiave vera per capire lo sviluppo sta nella biologia cellulare, nei processi di transduzione dei segnali e di controllo dell'espressione dei geni che portano a modificazioni nello stato, nei meccanismi e nella crescita delle cellule"[88].
L'induzione biologica
Finora si sono brevemente descritti i primi stadi dello sviluppo dell'embrione umano, e si è accennato al suo controllo genetico. Non si è inteso né verificare né falsificare alcuna particolare ipotesi. Lo scopo era di offrire una conoscenza di alcuni aspetti essenziali del complesso processo biologico che è lo sviluppo di un essere umano. Questa conoscenza è la premessa necessaria per una risposta alle domande: (1) Quale è lo stato di un embrione umano precoce?, e (2) Quando un essere umano comincia il suo proprio ciclo vitale?. Per rispondere a queste domande non è necessario formulare nuove ipotesi, ma semplicemente analizzare i nostri dati induttivamente. Questo può essere fatto prendendo in considerazione le tre principali proprietà che caratterizzano l'intero processo epigenetico il quale, secondo C. H. Waddington, che introdusse il termine di epigenesi, potrebbe essere descritto come «l'emergenza continua di una forma da stadi precedenti»[89].
La coordinazione
La prima proprietà è la coordinazione. Lo sviluppo embrionale, dal momento della fusione dei gameti fino alla formazione del disco embrionale circa 14 giorni dopo la singamia, e ancora più evidentemente dopo, è un processo dove esiste una sequenza e interazione coordinata di attività molecolari e cellulari, sotto il controllo del nuovo genoma, che è modulato da una cascata ininterrotta di segnali trasmessi da cellula a cellula e dall'ambiente esterno e/o interno alle singole cellule. Precisamente questa innegabile proprietà implica e, ancora più, esige una rigorosa unità dell'essere che è in costante sviluppo. Più la ricerca scientifica progredisce, più questa unità appare essere garantita dal nuovo genoma, dove un gran numero di geni regolatori assicurano il tempo esatto, il posto preciso e la specificità degli eventi morfogenetici. J. Van Blerkom, concludendo un'analisi della natura del programma di sviluppo dei primi stadi degli embrioni di mammiferi, sottolinea chiaramente questa proprietà: «Le prove disponibili suggeriscono che gli eventi nell'oocita in maturazione e nell'embrione precoce seguono una sequenza diretta da un programma intrinseco. L'evidente autonomia di questo programma indica una interdipendenza e coordinazione ai livelli molecolare e cellulare, che ha come risultato l'espressione di una cascata di eventi morfogenetici»[90]. Tutto ciò conduce alla conclusione che l'embrione umano ? come ogno altro embrione ? anche nei suoi primi stadi non è, come afferma N. M. Ford «soltanto un ammasso di cellule», «ciascuna delle quali è un individuo ontologicamente distinto»[91], ma che l'intero embrione è un reale individuo ? nel senso dichiarato nella prima parte ? dove le singole cellule sono strettamente integrate in un processo mediante il quale esso traduce autonomamente, momento per momento, il suo proprio spazio genetico nel suo proprio spazio organismico.
La continuità
La seconda proprietà è la continuità. Sembra innegabile, sulla base dei dati sinora presentati, che alla singamia inizia un nuovo ciclo vitale. «La funzione ultima dello spermatozoo è di fondersi con la membrana plasmatica dell'oocita. Al momento della fusione [singamia] esso cessa di essere uno spermatozoo e diventa parte di una cellula formata di nuovo, lo zigote»[92]. Lo zigote è il primordio del nuovo organismo, che si trova proprio all'inizio del suo ciclo vitale. Se si considera il profilo dinamico di questo ciclo nel tempo, appare chiaramente che procede senza interruzioni: il primo ciclo non termina al disco embrionale, nè un altro ciclo inizia da quel punto in poi. Un singolo evento, come la moltiplicazione cellulare o la comparsa di vari tessuti e organi, può apparire discontinuo ai nostri occhi; tuttavia, ciascuno di essi è l'espressione finale, a un dato istante, di una successione ininterrotta di eventi ? si potrebbe dire infinitesimali ? connessi l'uno con l'altro senza una soluzione di continuità. Questa proprietà implica e stabilisce la unicità o singolarità del nuovo essere umano: dalla singamia in poi esso è sempre lo stesso individuo umano che si costruisce autonomamente secondo un piano rigorosamente definito, pur passando attraverso stadi che sono qualitativamente sempre più complessi.
La gradualità
La terza proprietà è la gradualità. La forma finale è raggiunta gradualmente: si tratta di una legge ontogenetica, di una costante del processo riproduttivo. Questa legge del graduale costruirsi della forma finale attraverso molti stadi partendo dallo zigote implica ed esige una regolazione che deve essere intrinseca ad ogni singolo embrione, e mantiene lo sviluppo permanentemente orientato nella direzione della forma finale. E' precisamente a causa di questa legge epigenetica intrinseca, la quale è scritta nel genoma e incomincia ad operare dal momento della fusione dei due gameti, che ogni embrione ? e quindi anche l'embrione umano ? mantiene permanentemente la propria identità, individualità e unicità, rimanendo ininterrottamente lo stesso identico individuo durante tutto il processo dello sviluppo, dalla singamia in poi, nonostante la sempre crescente complessità della sua totalità. W. J. Gehring riconobbe chiaramente questa legge, anticipando i futuri progressi della genetica dello sviluppo: «Gli organismi ? scriveva ? si sviluppano secondo un preciso programma che specifica il loro piano corporeo in grande dettaglio e determina inoltre la sequenza e la temporizzazione degli eventi epigenetici. Questa informazione è immagazzinata nelle sequenze nucleotidiche del DNA [...]. Il programma di sviluppo consiste in un preciso quadro spaziale e temporale di espressione dei geni strutturali che formano la base dello sviluppo. Lo sviluppo normale richiede l'espressione coordinata di migliaia di questi geni in una modalità concertata. Poiché il controllo indipendente dei singoli geni strutturali condurrebbe a uno sviluppo caotico, noi possiamo predire che ci sono geni di controllo che regolano l'attività coordinata di gruppi di geni strutturali»[93].
La risposta
E' evidentemente chiaro che le tre proprietà ricordate, ad una considerazione spassionata, soddisfano perfettamente i criteri essenziali stabiliti da una riflessione meta-biologica per la definizione di un "individuo". Perciò la induzione logica dai dati forniti dalle scienze sperimentali conducono all'unica possibile conclusione, e cioè che, a parte fortuiti eventi di disturbo, alla fusione dei due gameti un nuovo reale individuo umano incomincia la propria esistenza, o ciclo vitale, durante il quale ? date tutte le condizioni necessarie e sufficienti ? realizzerà autonomamente tutte le potenzialità di cui è intrinsecamente dotato. L'embrione, pertanto, dal tempo della fusione dei gameti è un reale individuo umano, non un potenziale individuo umano. Noi riteniamo che le chiare affermazioni della Istruzione su Il Rispetto della Vita Umana Nascente e la Dignità della Procreazione, publicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1987, siano scientificamente corrette. Esse recitano: «Dalle recenti acquisizioni [del]la biologia umana [...] riconosce che nello zigote derivante dalla fecondazione si è già costituita l’identità biologica di un nuovo individuo umano»[94].
Parte III
Sotto l'influsso dei progressi in embriologia umana, che portarono alla produzione di embrioni umani per la riproduzione assistita e, oggi, anche per la ricerca, la tesi qui proposta, che era ? ed ancora è ? comune tra gli embriologi dei mammiferi, fu vista come un ostacolo a legislazioni favorevoli all'uso di embrioni umani. Molte opinioni alternative furono perciò proposte principalmente da filosofi, teologi e scienziati, riguardo soprattutto al punto cronologico quando un embrione umano deve essere considerato un individuo umano, qualificato per l'attribuzione dello status ontologico e morale di persona e/o per essere titolare dei pieni diritti umani. Esse implicano delle obiezioni alla tesi qui sostenuta, e saranno perciò raggruppate e brevemente discusse.
Le obiezioni
Pre-embrione versus individualità
Una opinione oggi largamente accettata è che fino al 15° giorno dalla fertilizzazione o almeno fino all'impianto ? che inizia approssimativamente il 5°-6° giorno dalla fertilizzazione ? dal un punto di vista ontologico, l'embrione umano non può essere considerato un individuo. In favore di questa opinione vengono addotte quattro ragioni principali. La prima ragione è che l'embrione, nei primi stadi dello sviluppo e fino allo stadio di disco embrionale, sarebbe semplicemente un «ammasso di cellule geneticamente umane», un «mucchio di cellule individuali e distinte», ciascuna delle quali è una «entità ontologicamente distinta in semplice contatto con le altre»[95]. Ovviamente queste affermazioni sono totalmente in contrasto con i dati scientifici a disposizione, alcuni dei quali sono stati precedentemente ricordati. Questa obiezione, perciò, non solo manca di ogni fondamento biologico, ma è semplicemente contraddetta dall'evidenza biologica. La seconda ragione fu inizialmente proposta dalla ben nota studiosa di embriologia del topo, A. McLaren. Ella ritiene che, fino a circa il 14° giorno dalla fertilizzazione, ciò che avviene è semplicemente una preparazione dei sistemi protettivi e nutritivi richiesti per le future necessità dell'embrione. Infatti, soltanto al 15° giorno dopo la fertilizzazione, quando appare la stria primitiva, c'è una entità spazialmente definita, detta disco embrionale, che «può svilupparsi direttamente in un feto e poi in un bambino»[96]. Fu precisamente questo il motivo che la indusse a introdurre il termine 'pre-embrione', per designare l'embrione umano dal momento della fertilizzazione fino al 14° giorno dello sviluppo. A questo riguardo si può semplicemente notare, ricordando quanto è stato esposto sopra, che il disco embrionale è, in realtà, una struttura cellulare organizzata che deriva da una differenziazione dell'embrioblasto, il quale è già presente quando l'embrione nella sua totalità provvede, sotto il controllo genetico, ad una più rapida differenziazione dei derivati trofoblastici, indispensabili per un corretto e regolare avanzamento del processo morfogenetico. Infatti, sia il trofoblasto che l’embrioblasto, ambedue derivanti dallo zigote, compiono simultaneamente e globalmente il proprio cammino come, secondo un programma finemente orchestrato. Una riflessione su questi dati non può che condurre ad affermare, come fanno D. J. Jones e B. Tefler, che «l'embrione precoce (massa cellulare interna e tessuti extra-embrionali) deve essere visto come un tutto», e che «questo porta a rigettare il termine pre-embrione poiché ? scrivono i due autori ? non siamo convinti che esso serva a chiarire né gli aspetti scientifici né quelli etici dell'inizio della vita umana»[97]. La terza ragione è il fenomeno della gemellanza monozigotica[98]. Questo fenomeno, secondo gli obiettori, è la prova che lo zigote non può essere ontologicamente un individuo umano. Infatti, a loro parere, questo fenomeno mostra che proprio lo zigote ha la capacità di diventare due individui. Questa sembra essere la più robusta ragione per cui viene negata, soprattutto dai filosofi, la individualità all'embrione, almeno fino al termine del periodo della possibile separazione dei gemelli. Questa obiezione è, da una parte, un chiaro esempio che possono esserci realmente obiezioni consistenti ? almeno apparentemente ? alla nostra tesi; ma, d'altra parte, essa mostra che, quando le obiezioni sono basate su processi biologici, per arrivare a una corretta interpretazione di un dato fenomeno e dare così all'obiezione un saldo fondamento esse devono essere basate su accurate e lunghe osservazioni: in questi casi il giudizio non può essere formulato su una base semplicemente metafisica o speculativa. Nel nostro caso, e con i dati attualmente disponibili, l'obiezione derivata dal fenomeno della gemellanza monozigotica appare in effetti inconsistente. Prima di tutto, il fenomeno è una reale eccezione: il 99-99,6% degli zigoti si sviluppano come un unico organismo[99]. Ciò logicamente significa che lo zigote è per sé determinato a svilupparsi come un unico individuo umano. Inoltre, studi molto recenti[100] sul meccanismo sottostante al fenomeno confortano l'ipotesi che in qualche parte dell'embrioblasto, a causa di qualche errore ? per esempio, un ritardo cromosomico all'anafase o un crossing-over mitotico[101] ? avvenuto tra il quarto e il settimo giorno dopo la fertilizzazione, si determina un nuovo e indipendente piano di sviluppo, così che un nuovo individuo inizia il suo proprio ciclo vitale. Sembra, perciò, molto ragionevole affermare che c'è un primo essere umano dal quale origina un secondo essere umano. Al contrario, appare incorretto affermare ? come sostengono gli obiettanti ? che un sistema indeterminato diventa due sistemi determinati. Del resto, lo stesso concetto di ?sistema indeterminato? è, dal punto di vista biologico, privo di significato. Infine, l'affermazione che c'è un primo essere umano che continuerà il suo cammino epigenetico, e un secondo essere umano che origina dal primo e proseguirà poi nel suo percorso di sviluppo indipendente, trova una forte conferma ? si potrebbe dire quasi una prova ? in molte recenti osservazioni[102]. I casi più significativi sono quelli in cui uno dei gemelli ha cariotipo con 47 cromosomi ed è affetto da sindrome di Down, mentre il cogemello ha un cariotipo normale con 46 cromosomi. Il primo soggetto ? lo zigote ? potrebbe essere, da un punto di vista cromosomico, normale o trisomico-21. Una segregazione anomala molto precoce del cromosoma 21 potrebbe dare origine a una linea trisomica-21 nel primo caso, o a una linea normale nel secondo. E' evidente che, in ambedue i casi il primo individuo continua il suo proprio corso di sviluppo, mentre il secondo inizia il suo proprio ciclo vitale appena il nuovo piano diventa indipendente dal primo. La quarta ragione per negare lo stato di individuo allo zigote e all'embrione precoce almeno fino all'impianto è che la coesistenza embrione-madre è una condizione necessaria perché un embrione appartenente alla specie umana possa acquisire il carattere di individuo umano e diventare un membro della comunità umana[103]. Questa condizione, secondo alcuni autori, si può verificare solo all'impianto. Questo argomento non ha fondamento. E' ben noto che la coesistenza dell'embrione con la propria madre inizia molto tempo prima dell'impianto, dal momento cioè in cui inizia il suo cammino lungo la tuba. Inoltre, molte nuove scoperte mostrano che tale coesistenza è conveniente e sapientemente preordinata, ma non necessaria. Per provare questo, sarebbe sufficiente ricordare che lo sviluppo dell'embrione in vitro può proseguire ben oltre lo stadio di impianto e che embrioni di topo impiantati sotto la capsula renale di maschi possono raggiungere lo stadio fetale[104]. In conclusione, per le ragioni sopra riferite, l'opinione che l'embrione umano non può essere considerato un individuo fino all'impianto o fino al 15° giorno dalla fertilizzazione, non ha solido fondamento, ed appare quindi insostenibile.
Totipotenza versus individualità
La totipotenza, una straordinaria proprietà dinamica dello zigote e delle cellule dell'embrione molto precoce, è la seconda obiezione contro la loro individualità. Il successo di H. Driesch, che nel 1891, separando i due blastomeri di un embrione a due cellule di riccio di mare, ottenne due plutei, anche se più piccoli del normale, fu il primo di una lunga serie di ingegnosi esperimenti per l'analisi di questa sorprendente ? anche se logicamente prevedibile ? potenza delle cellule del giovanissimo embrione. Un accenno ai principali dati disponibili per i mammiferi[105] permetterà di comprendere meglio la questione. Topi, ratti e conigli furono i principali oggetti di questi studi; ma la ricerca fu estesa anche ad altre specie domestiche, come le pecore, i bovini, i cavalli e i suini. Nei topi e nei ratti il 65% dei singoli blastomeri ottenuti da embrioni a due cellule sono capaci di svilupparsi in feti completi viabili o fino alla nascita; ma ciò non era possibile nel caso di blastomeri isolati da embrioni in stadi di sviluppo più avanzati. Nel conigli, nella pecora e nel cavallo, invece, i singoli blastomeri isolati da embrioni a due, quattro e otto cellule possono svilupparsi in nati completamente vitali, anche se in percentuali decrescenti con l'aumentare del numero dei blastomeri dell’embrione originale. Nel topo, aggregati di blastomeri provenienti dalla sola massa interna o da sole cellule periferiche, o da entrambe insieme, prelevati da embrioni allo stadio di morula (16-32 cellule), non mostrano differenze nello sviluppo dopo l'impianto, indicando che almeno alcune cellule di ciascuna popolazione cellulare fino allo stadio di morula sono ancora totipotenti. Tuttavia, mentre le cellule periferiche perdono la loro totipotenza al termine dello stadio di morula, almeno alcune cellule interne della blastociste precoce ? circa al quinto ciclo cellulare ? sono ancora totipotenti. Come afferma R. A. Pedersen, «gli embrioni precoci dei mammiferi placentati sono caratterizzati da un alto grado di regolazione dello sviluppo. Blastomeri dei primi stadi sono totipotenti, e questa totipotenza persiste fino alla tarda fase di clivaggio. Anche dopo la formazione della blastociste, quando le cellule del trofectoderma si comportano come già orientate al proprio destino, le cellule della massa interna rimangono totipotenti per un ulteriore ciclo cellulare, o forse anche più»[106]. Un simile esperimento su embrioni umani è stato fatto molto recentemente ? non senza critiche anche dal solo punto di vista deontologico ? dal gruppo di J. Hall al The in vitro Fertilization and Andrology Laboratory della George Washington University[107]. Singoli blastomeri, separati da 17 embrioni a due, quattro e otto cellule ? che erano stati considerati non adatti all’impianto ? furono rivestiti di una zona pellucida artificiale e posti in un terreno nutritivo dove potessero cominciare a dividersi di nuovo. Si svilupparono 48 nuovi embrioni. In particolare, i blastomeri ottenuti da embrioni a 8 cellule si svilupparono solo fino allo stadio di 8 cellule; quelli provenienti da embrioni a 4 cellule raggiunsero lo stadio di 16 cellule; soltanto quelli derivanti da embrioni a 2 cellule arrivarono allo stadio di 32 cellule. Il decadimento della totipotenza durante la segmentazione di embrioni umani precoci sembrerebbe, quindi, simile a quella osservata nel topo. Un altro indice di totipotenza delle cellule di embrioni precoci è la possibilità dello sviluppo parziale o anche totale di una o entrambe le loro metà (gemelli) dopo una procurata divisione. Dati riguardanti il topo e alcuni animali domestici mostrano che le proporzioni di sopravvivenza e di crescita per metà embrione sono: 46%, quando la divisione è fatta allo stadio di 4 cellule; 30%, allo stadio di 8-16 cellule; 42%, allo stadio di morula compatta; e 46%, se fatta allo stadio di blastociste. La sopravvivenza di entrambe le metà di un embrione raggiunge invece il 30% se esse sono derivate da embrioni a 8-16 cellule, e il 27% se ottenute da una morula compatta. Appare, dunque, evidente che la manipolazione sperimentale degli embrioni mediante procedimenti di microchirurgia ? quali estirpazione, disaggregazione, aggregazione e dislocazione di cellule intatte o marcate, al fine di determinare la loro potenzialità e il loro destino ?, ha dimostrato che c'è all'inizio dello sviluppo embrionale un intervallo di tempo, variabile da specie a specie, in cui le cellule embrionali sono totipotenti, cioè hanno la ?completa gamma di capacità di sviluppo?, potendo non solo differenziarsi differentemente in diversi ambienti, ma anche di dare origine a individui completi. Si pone allora la domanda se la presenza di queste cellule totipotenti, che sono ancora capaci di dare origine a un nuovo individuo quando fossero separate dall'embrione in sviluppo, ci costringe a negare la individualità dell'embrione precoce stesso a cui appartengono e dello zigote e, al contrario, ci porta a considerare l'embrione come un aggregato di individui per lo più potenziali, e lo zigote come una cellula indeterminata. La riconsiderazione del processo dello sviluppo, già tratteggiato nella seconda parte del nostro testo, potrà offrire una risposta. La totipotenza, ovviamente presente nello zigote, non significa indeterminazione ma, come è stato esposto, una capacità attuale di eseguire un piano secondo un determinato programma. Quando questo piano è eseguito secondo il programma, cioè senza interferenze disturbatrici, la unità morfo-funzionale nella totalità fenotipica auto-organizzantesi è il segno evidente di una esistenza individuale e perciò di un individuo che, in questo specifico caso, sta costruendo se stesso; e ogni cellula, qualunque possa essere la sua potenzialità, è al suo corretto posto secondo il piano predisposto e risulta coinvolta in un ordinato, unico e coordinato processo. In questo proceso la totipotenzialità iniziale dello zigote diventa poco per volta sempre più ristretta, secondo le esigenze del piano di differenziazione. In un embrione precoce fino al quarto-quinto ciclo cellulare, soltanto un errore o un evento dirompente potrebbe riuscire a isolare quella eventuale cellula o gruppo di cellule il cui genoma, secondo il piano di differenziazione, non ha ancora subito restrizione. In tal caso queste cellule potranno essere capaci ? poste le necessarie condizioni ? di iniziare il loro ciclo vitale. Allora, e soltanto allora, questa cellula o questo gruppo di cellule potrebbero essere considerate come un nuovo individuo; mentre prima erano soltanto una cellula o gruppo di cellule appartenenti a un altro individuo, nel suo preciso stadio di sviluppo. Perciò la totipotenza non si oppone alla individualità. Cellule totipotenti possono essere parte di un individuo senza distruggerne la sua individualità.
Chimere versus individualità
Un vasto numero di linee di ricerca attesta l'esteso ed utile uso di studi su chimere non solo nel campo della biologia dello sviluppo ma anche in altri campi della medicina[108]. Gran parte dell'informazione proviene da studi su animali di laboratorio, specialmente sul topo. Tuttavia, dati ottenuti da altri animali, specialmente da bovini e ovini, anche se limitati indicano che gli embrioni chimerici «hanno, come nel caso del topo, una grande flessibilità per quanto concerne i sistemi di regolazione»[109]. Gli studi sperimentali sullo sviluppo implicano generalmente la aggregazione di due o più embrioni non ancora giunti allo stadio di blastociste; ad esempio, un embrione a due cellule viene fuso con un embrione, della stessa specie o di specie diversa, che si trova ad uno stadio di sviluppo che va da quello a due cellule sino alla morula. Un?altra tecnica di aggregazione consiste nell’iniezione in una blastociste di una massa cellulare interna (ICM) proveniente da un?altra blastociste. Sarà sufficiente qui richiamare l'attenzione su due osservazioni. La prima è che la temporizzazione degli eventi della compattazione e della blastulazione non pare subisca alterazioni dal cambiamento del numero totale delle cellule. La seconda è che gli embrioni chimerici hanno al capacità di gestire un numero maggiore di cellule di quello normale, almeno dallo stadio di blastociste in poi. Sebbene raramente documentate, anche nella specie umana sono conosciute chimere naturali. C. E. Ford[110] ha definito nove tipi possibili di chimere, sei dei quali sono stati descritti anche nell'uomo. Tra questi, che implicano due distinti atti di singamia ? e sono perciò importanti nel nostro contesto ?, meritano di essere ricordati: (1) dispermia con fertilizzazione dell'oocita e del secondo globulo polare; (2) dispermia con fertilizzazione di due nuclei aploidi, figli del nucleo dell'oocita; e (3) dispermia con fusione di un figlio del nucleo dello zigote con il secondo globulo polare fertilizzato. E' certamente corretto chiedersi se questo fenomeno non contrasti con l'attribuzione di una individualità all'embrione, il quale di fatto può aggregarsi e fondersi con un altro, dando così origine a un terzo individuo. Nonostante l'evidente rarità del fenomeno in natura dovrebbe suggerire molta cautela nel darne una interpretazione, l’approccio sperimentale ha validamente contribuito a una sua migliore comprensione. I modelli sperimentali sono essenzialmente di due tipi. In un modello, cellule ancora dotate di tutta o gran parte della potenzialità originale sono prelevate dalla massa cellulare interna di una o più blastocisti ?donatrici? e sono trapiantate, mediante iniezione, in una blastociste ?ricevente?. Questo procedimento può essere correttamente considerato come un microtrapianto: invece di un organo, solo un gruppo di cellule è preso dal donatore. Queste cellule, data la loro ancor grande plasticità e adesività, si mescolano con quelle della blastociste ricevente e vengono coinvolte nel suo piano e controllo dello sviluppo. In questo caso, la blastociste donatrice è praticamente distrutta; la blastociste ricevente, al contrario, continuerà nel suo proprio sviluppo, incanalando le cellule trapiantate lungo diverse vie nei differenti tessuti e organi. In questo modello, la individualità della blastociste ricevente non è in questione; le singole cellule della blastociste donatrice sono invece coinvolte nel suo piano di sviluppo, che continua secondo le sue proprie direttrici. Nell'altro modello sperimentale, due o più sets di cellule embrionali di stadi pre-blastocistici sono aggregati insieme entro la stessa zona pellucida (tecnica dell'aggregazione). Il processo epigenetico procede così con il contributo dei vari sets di cellule, terminando nella formazione di un nuovo essere il cui fenotipo è l'espressione dei due genotipi originali. Come avvenga la combinazione e l’integrazione dei due o più piani di sviluppo non è ancora noto; perciò ogni interpretazione non può che essere ipotetica. Tuttavia, il fatto che per il successo dell’esperimento si richieda una notevole concordanza di ambedue i genomi e degli stadi di sviluppo dei due embrioni, suggerisce che l'individuo possibilmente predominante distrugga l'unità dell'altro, le cui cellule sarebbero allora coinvolte nel piano di sviluppo del primo; oppure che emerga realmente un nuovo piano di sviluppo in seguito alla fusione dei due esseri umani omogenomici e omofasici, ancora totipotenziali o quasi, i quali perdono la propria individualità mentre ne appare una nuova, con la quale ha inizio il ciclo vitale di un nuovo individuo umano. Queste considerazioni potrebbero apparire troppo elementari, e dovranno certo essere riviste con il progresso delle conoscenze su questo curioso fenomeno: tuttavia, esse rimangono nei limiti di una logica induzione biologica.
Assenza cerebrale versus individualità
Secondo una opinione, sostenuta principalmente da alcuni filosofi e teologi, nessun embrione umano sarebbe da ritenere un individuo umano ? e tanto meno una persona ? fino a che il sistema nervoso centrale sia sufficientemente formato, cioè approssimativamente fino alla 6a-8a settimana di gestazione. Secondo J. M. Goldening, "«la vita umana può essere vista come uno spettro continuo, tra l'inizio della vita cerebrale (8a settimana di gestazione) e la morte cerebrale. In ogni momento [della vita] possono esserci tessuti e organi, ma senza la presenza di un cervello umano funzionale essi non possono costituire un essere umano, almeno in senso medico»[111]. E J. F. Donceel, teologo, ritiene che «non ci può essere anima umana, e dunque persona umana, nelle prime settimane di gestazione» poiché «il minimo che si possa esigere prima di ammettere la presenza di un anima umana è la disponibilità del sistema nervoso, del cervello e specialmente della corteccia»[112]. Senza alcun dubbio un cervello funzionante ha un ruolo essenziale come ?centro critico di unità? quando il soggetto umano è formato. In questa situazione, appena il cervello è totalmente morto, l'unità del sistema viene perduta, e quindi l'individualiià è pure persa. Ma la situazione è totalmente diversa nell'embrione. Infatti, durante lo stadio embrionale, c'è una intensa relazione tra cellule, tessuti e organi ? sostenuta anche da un continuo, ordinato e coordinato aumento del numero delle cellule nervose ? che testimonia la unità morfo-funzionale. Durante lo stadio embrionale ci troviamo di fronte a un processo altamente dinamico, dove la legge ontogenetica richiede una graduale organizzazione di tutto il corpo e, perciò, anche delle stesse strutture nervose e del cervello, e dove l'unità e la individualità sono garantite dalla legge intrinseca dello sviluppo scritta nel genoma. E' stato particolarmente sottolineato nella prima parte che qualificare un embrione umano come persona non è compito delle scienze biologiche, specialmente quando questa qualifica è strettamente legata alla presenza di un'anima, quale costituente essenziale dell'essere umano. Occorre però ricordare che la ragione fondamentale che sta dietro all'obiezione di Donceel e di altri, è di natura metafisica: l'embrione sarebbe ancora materia inadeguata a ricevere l'anima, poiché anima e corpo devono essere proporzionati tra loro. Si può semplicemente notare che, sulla base delle attuali conoscenze biologiche, si è costretti ad ammettere la conclusione cui giunge S. J. Heany al termine di una rigorosa analisi degli argomenti dell'Aquinate sui quali si basavano il Donceel e altri tomisti. «Dal momento della fertilizzazione il concepito è materia propriamente disposta ad essere il soggetto di una forma quale l'anima razionale» ? scrive Heany ?, e «un concepito unicellulare dotato di uno specifico genotipo umano [...] è materia molto ben disposta ad essere proprio il soggetto di un'anima intellettiva quanto all’atto primo, materia per cui tale anima è la forma sostanziale»[113]. Conclusione
La definizione dello status ontologico dell'embrione umano è una questione urgente. Comitati nazionali ed internazionali e vari governi sono ben coscienti di questa urgenza; ma ogni sforzo per trovare un consenso anche solo su alcuni punti fondamentali sembra fallire. Il grande ostacolo per raggiungere tale definizione, al fine di poter riconoscere la dignità e i diritti dell'embrione, è rappresentato dalla posizione contradditoria che fu originariamente presa in seno al Comitato Warnock[114], e che divenne quasi una norma generalmente accettata e oggi profondamente e fortemente radicata. Nel capitolo 11 del Rapporto finale, dove era preso in considerazione il problema della sperimentazione sull'embrione umano, si legge: «Mentre, come si è visto, la temporizzazione dei differenti stadi dello sviluppo è critica, appena il processo è incominciato, non c'è nessun particolare del processo di sviluppo che sia più importante di un?altro; tutti sono parti di un processo continuo, e se ciascun stadio non avviene normalmente, al tempo giusto e nella corretta sequenza, l'ulteriore sviluppo cessa»[115]. Segue quindi, logicamente, una seconda asserzione: «Perciò, biologicamente non si può identificare nello sviluppo dell’embrione un singolo stadio oltre il quale l'embrione in vitro non dovrebbe essere tenuto in vita»[116]. Evidentemente la logica scientifica aveva portato i membri del Comitato alla stessa nostra conclusione: il ciclo vitale di ogni essere umano inizia quando i due gameti si fondono. Sembrerebbe dunque che il diritto alla vita dell’embrione sia stato chiaramente riconosciuto a partire dallo stadio di zigote. E da quello stadio, nel quale inizia la vita di un nuovo essere umano, questa non dovrebbe essere deliberatamente interrotta. Ciononostante, dopo aver preso in considerazione un ampio spettro di opinioni sul problema della ricerca e delle sperimentazione sull'embrione umano, il testo poco dopo così prosegue: «Tuttavia si è convenuto che questa era un'area nella quale doveva essere presa qualche precisa decisione, al fine di acquietare la preoccupazione del pubblico». E la decisione, presa a maggioranza, fu così espressa: «Nonostante la nostra divisione su questo punto, la maggioranza di noi raccomanda che la legislazione dovrebbe concedere che la ricerca possa essere condotta su qualsiasi embrione ottenuto mediante fertilizzazione in vitro, qualunque ne sia la provenienza, fino al termine del 14° giorno dopo la fertilizzazione»[117]. La contraddizione logica con le precedenti affermazioni è evidente! E fu allora introdotto il termine ?pre-embrione?, proposto proprio da un membro dello stesso Comitato, al fine di «polarizzare la questione etica»[118] alla quale non ci si poteva sottrarre. Ed è su questo terreno che si è sviluppato il dissenso, che ha contribuito a oscurare dati genetici ed embriologici sino ad allora evidenti. Scienza e medicina hanno certamente aperto nuove e meravigliose opportunità per una migliore comprensione dell'essere umano, fin dal primo momento della sua esistenza, e per nuove imprese di frontiera per la cura e/o la prevenzione delle malattie. Forse, però, scienza e medicina, nel loro entusiasmo per la conoscenza e l’azione all’interno di una prospettiva empirica hanno ridotto il valore di un essere umano a un puro valore biologico. Dall'osservazione dello sviluppo umano si potrebbe essere portati ad attribuire un valore differente allo zigote, all'embrione prima o dopo l’impianto, al feto a differenti settimane di gestazione, e così via fino al neonato. Questi, tuttavia, sono valori quantitativi, basati soltanto sulla valutazione della complessità strutturale dell'essere umano. Tali giudizi di valore rappresenterebbero, nei riguardi dell'uomo, un riduzionismo biologico, con tutte le sue gravi conseguenze. Soltanto ulteriori ricerche interdisciplinari potranno condurre scienziati e tecnologi da una parte, e filosofi e teologi dall'altra, a una più profonda comprensione del peculiare status ontologico e morale dell'essere umano a partire dal suo concepimento, così che la sua dignità sia onorata e i suoi diritti pienamente rispettati fin da quel misterioso ma ineludibile primo atto della nostra vita.
a Università Cattolica del Sacro Cuore, Largo F. Vito 1, 00168 Roma. b Università Cattolica del Sacro Cuore, Largo A. Gemelli 1, 20123 Milano. [1] Folscheid D., The Status of the Embryo from a Christian Point of View, Ethics and Medicine 1994, 10: 57-59, p. 57. [2] Con il termine essere umano intendiamo un individuo vivente della nostra specie naturale, tassonomicamente identificata come homo sapiens, dove l’aggettivo sapiens si riferisce alla sua capacità di svolgere non solo le funzioni fisiologiche comuni ai primati, ma anche le funzioni mentali superiori, come l’autocoscienza e il compimento di atti liberi e razionali. L’espressione essere umano è usata come «un termine di sorta, cioè un termine generale con il quale identifichiamo e descriviamo simultaneamente qualcosa. E? caratteristica di tali termini il fatto che funzionino come ?designatori rigidi? ? per usare il termine di Kripke e Putnam ? di specie naturali di natura particolare» (Honnefelder L., Nature and status of the embryo: Philosophical aspects, in: Medically-Assisted Procreation and the Protection of the Human Embryo, Proceedings of the Third Symposium on Bioethics (Council of Europe, Strasbourg, 15-18 December 1996), Strasbourg, Council of Europe Publ., 1997, in corso di stampa). Il termine essere umano ha (in modo nascosto) una connotazione lessicale, riferendosi ad un ente individuale realmente esistente come un organismo biologico di una specie naturale. «Ciò che determina questa specie non è materia di convenzione linguistica, ma si fonda su una realtà e sulle leggi naturali che la caratterizzano» (Ibid.). Non vi è bisogno di ricordare che il termine essere umano implica anche un giudizio di valore (cf. Ricken F., Ist die Person oder der Mensch Zweck an sich selbst?, in: Dreyer M. and Fleischauer K. (eds.), Person und Natur (Beihefte zum Jahrbuch für Wissenschaft und Ethik, vol. 1), Berlin / New York: 1997, in corso di stampa). Oltre a descrivere un ente biologico, esso indica «un bene, ma non in senso [immediatamente] morale, in quanto rappresenta [solo] l’oggetto di un giudizio di valore che può servire da fondamento per i nostri giudizi morali sulle azioni» (Honnefelder L., Nature and status of the embryo). Tuttavia questo significato di essere umano non avrà alcun ruolo nella discussione sullo status biologico dell’embrione umano. [3] Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione su Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione ?Donum vitae? (22 febbraio 1987), Acta Apostolicae Sedis 1988, 80: 70-102, p. 79; citato in: Giovanni Paolo II, Lettera enciclica ?Evangelium vitae? (25 marzo 1995), Acta Apostolicae Sedis 1995, 87: 401-522, p. 469. [4] La filosofia naturale raggiunse il suo massimo sviluppo alla fine del XVI secolo, principalmente all’Università di Padova ad opera di Jacopo Zabarella, Galileo Galilei e William Harvey, e anche al Collegio Romano, attraverso gli studi di Christopher Clavius e dei suoi colleghi e discepoli gesuiti; vedi: Wallace W.A., Traditional Natural Philosophy, in Schmitt C.B., Skinner Q., Kessler E., and Kraye J. (eds.) The Cambridge History of Renaissance Philosophy, Cambridge / New York / Melbourne: Cambridge University Press, 1988: 201-235. Ma la difficoltà di rinnovare quella filosofia a seguito della rivoluzione scientifica del XVII secolo e dello sviluppo delle principali teorie biologiche durante il XIX secolo, unitamente alla crisi della tradizione aristotelico-tomista che rappresentava il campo nel quale la filosofia della natura era fiorita, determinarono il suo rapido declino. La ripresa di una filosofia naturale autenticamente capace di dialogare con la scienza contemporanea costituisce un compito formidabile, e sarebbe davvero auspicabile; ma, come ammonisce Wallace, «la persona che si imbarcasse in questa impresa dovrebbe essere preparata a venire contraddetta quasi ad ogni angolo lungo il percorso. In un campo così vasto, che richiede un talento interdisciplinare di altissimo livello, non vi è consenso neppure sulle questioni più semplici»: Wallace W.A., Nature and Human Nature as the Norm in Medical Ethics, in: Pellegrino E.D., Langan J.P. and Harvey J.C. (eds.), Catholic Perspectives on Medical Morals (Philosophy of Medicine, vol. 34), Dordrecht / Boston / London: Kluwer Academic Publ., 1989: 23-53, p. 25. [5] La teoria cellulare è al centro sia della fondazione della moderna biologia che dell’idea di natura vivente. Nella sua forma definitiva, la teoria è il frutto dei lavori (pubblicati negli anni 1838-1858) degli scienziati tedeschi Matthias J. Schleiden, Theodor A. H. Schwann e Rudolph C. Virchow. [6] «Lo sviluppo di un organismo multicellulare inizia con una singola cellula ? l’oocita fertilizzato, o zigote ? che si divide mitoticamente producendo tutte le cellule del corpo»: Gilbert S.F., Developmental Biology, 3rd ed., Sunderland, Mass.: Sinauer Associates 1991, p. 3. [7] Per uno studio del problema delle specie, vedi: Mayr E., The species concept: semantics versus semantics, Evolution 1949, 3: 371-372; Sokal R.R. and Crovello T.J., The Biological Species Concept: A Critical Evaluation, American Naturalist 1970, 104: 127-153; Mayr E., The Ontological Status of Species: Scientific Progress and Philosophical Terminology, Biology and Philosophy 1987, 2: 145-166; Roger J. and Fischer F.L. (eds.), Histoire du concept d’espèce dans les sciences de la vie, Paris: Fondation Singer-Polignac, 1987; Whittemore A.T., Species Concept: A Reply to Ernst Mayr, Taxon 1993, 42: 573-583; Grant V., Evolution of the Species Concept, Biologisches Zentralblatt 1994, 113: 401-415; and Mayr E., What is a species, and what is not?, Philosophy of Science 1996, 63: 262-277. [8] Un esempio recente di affermazioni che creano confusione in questo modo può essere trovato in: Godfrey J., The Pope and the ontogeny of persons [Commentary], Nature 1995, 273: 100. L’autore sostiene che: «non esiste un momento nel quale ha inizio la vita. E? chiaro che sia l’ovulo che lo sperma sono vivi, e che la loro vita è umana, e che la vita è continua da una generazione alla successiva». Se con «vita umana» ci si riferisce alla vita delle cellule o della specie umana, l’affermazione «è una noiosa verità lapalissiana: le teorie della generazione spontanea sono state rigettate da molto tempo» (Herranz G., Misinterpreting Aquinas [letter in reply to Godfrey?s commentary], Nature 1995, 373: 652) e la vita umana da quando è apparsa sul nostro pianeta non si è mai estinta. Se l’espressione «vita umana» designa invece la vita di un organismo umano, affermare quanto sostiene Godfrey è contrario sia all’evidenza comune che al sapere scientifico. [9] Goldstein K., La structure de l’organisme. Introduction à la biologie, Paris: Gallimard, 1951; Schiller J., La notion d’organisation dans l’histoire de la biologie, Paris: Maloine, 1978. [10] Per una più completa discussione sulla natura dei cicli vitali, vedi Calow P., Life Cycles, London, Chapman and Hall, 1978. Una breve esposizione può essere trovata in: Biggers J.D., Generation of the Human Life Cycle, in: Bondeson W.B., Hengelhardt Jr. H.T., Spicker S.F., and Winship D.H. (eds.), Abortion and the Status of the Fetus (Philosophy and Medicine, vol. 13), Dordrecht / Boston / Lancaster: D. Reidel, 1983: 31-53. [11] A differenza degli organismi unicellulari che si riproducono per semplice divisione, come le amebe, e che sono virtualmente immortali (quando un?ameba si divide, nessuno dei due organismi che ne risultano può essere considerato il genitore o la prole: essi sono entrambe ?fratelli?), «la morte diviene una parte essenziale della vita [...] per ogni organismo multicellulare nel quale è stabilita una divisione di compiti tra le cellule somatiche (strtturazione del corpo) e le cellule germinali (riproduzione)». (Gilbert S.F., Developmental Biology, p. 19) [12] Grobstein C., Science and the Unborn: Choosing Human Futures, New York: Basic Books, 1988; Ford N.M., When Did I Begin? Conception of the human individual in history, philosophy and science, Cambridge: Cambridge University Press, 1988. [13] Vedi, tra gli altri, McCormick R., Who or What is the Preembryo?, Kennedy Institute of Ethics Journal 1991, 1: 1-15; and Shannon T.A. and Wolter A.B., Reflections on the Moral Status of the Pre-Embryo, Theological Studies 1990, 51: 603-626. [14] Jonas H., The Phenomenon of Life: Toward a Philosophical Biology, New York: Dell Publishing Co., 1968; Id., Philosophical Essays: From Ancient Creed to Technological Man, New Jersey: Prentice-Hall, 1974. [15] Anche nel caso del genoma (contenuto genetico) nucleare di un organismo, non vi è identità materiale (atomica) tra il suo stadio unicellulare iniziale (zigote) e le cellule che costituiranno l’embrione, il feto, il neonato e l’organismo adulto. Come venne scoperto quaranta anni fa da M. Meselson e F. W. Stahl (The replication of DNA in Escherichia coli, Proceedings of the National Academy of Sciences 1958, 44: 671-682), la replicazione del DNA, che avviene durante l’interfase, è un processo semiconservativo (per una rassegna con tutti i riferimenti, vedi Kornberg A. and Baker T.A., DNA replication, New York: W.A. Freeman, 2nd ed., 1992): ciascuna delle due nuove molecole di DNA possiede un filamento di nucleotidi che deriva dalla molecola originale di DNA e un filamento di nuova sintesi. Di conseguenza, ciascuna delle due cellule figlie che si sono formate dalla divisione cellulare conterrà solo uno dei due filamenti originali del DNA. Quando queste cellule a loro volta si divideranno dopo una nuova replicazione semiconservativa delle loro molecole di DNA, solo la metà delle quattro cellule discendenti conterrà un filamento originale di DNA, e così via. Il risultato è una diluizione materiale di tipo esponenziale del DNA del genoma dello zigote. Naturalmente, il contenuto informazionale è interamente conservato attraverso la esatta copiatura della giusta sequenza dei nucleotidi che determina la struttura («forma molecolare») di una specifica molecola di DNA. [16] Jonas H., Philosophical Essays, p. 192. [17] La possibilità che avvengano dei crossing-over mitotici durante lo sviluppo del corpo umano è oggi ben documentata, ed è stata proposta sin dal 1975: Craig-Holmes A.P., Moore F.B., and Shaw M.W., Polymorphism of human C-band heterochromatin. II. Family studies with suggestive evidence for somatic crossing-over, American Journal of Human Genetics 1975, 27: 178-189. L’evenienza del crossing-over mitotico negli stadi di sviluppo postzigotici è più frequente e importante di quanto venga generalmente considerata, e se questo scambio di segmenti omologhi tra cromatidi ha luogo nelle divisioni cellulari precoci, prima che il processo di gemellazione sia completato, il conseguente mosaicismo delle linee cellulari può condurre ad una discordanza genetica per alcuni caratteri o malattie tra i gemelli monozigoti. Cf. Therman E. and Kuhn E. M., Mitotic crossing-over and segregation in man, Human Genetics 1981, 59, 93-100; Côté G.B. and Gyftodimou J., Twinning and mitotic crossing-over: Some possibilities and their implications, American Journal of Human Genetics 1991, 49: 120-130. [18] Jonas H., Philosophical Essays, p. 187. [19] Parisi P., Discussion on biological and genetic identity: Personal identity and the case of identical twins, Human Reproduction 1989, 4, 102-105, pp. 103-104. [20] Caspar P., Pour un principe d’individuation des êtres vivants, Revue des Questions Scientifiques 1984, 155: 423-434, p. 425. For a full account of the author?s thought, see: Id., L’individuation des êtres: Aristote, Leibniz et l’immunologie contemporaine, Paris/Namur: Lethielleux-Le Sycomore, 1985. [21] Per una accurata analisi della idea di individualità biologica nel corso della storia della medicina, con una discussione sulla relazione tra ?individualità immunologica? e ?individualità genetica?, vedi Burgio G.R., Die biologische Individualität. Zur Begriffsbestimmung des biologischen Ich, Medizinische Welt 1984, 35: 1150; Id., L’Io biologico. Dalle difese immunitarie alla consapevolezza della individualità, Rivista Italiana di Pediatria 1988, 14: 255-261; Id., The biological ego. From Garrod’s ?Chemical Individuality? to Burnett?s ?Self?, Acta Biotheoretica 1990, 38: 143-148; Id., Biological Individuality and Disease. From Garrod’s ?Chemical Individuality? to HLA Associated Diseases, Acta Biotheoretica 1993, 41: 219-230. [22] Johnson M., Delayed hominization. Reflections on some recent catholic claims for delayed hominization, Theological Studies 1995, 56: 743-763. [23] Porter J., Individuality, personal identity, and the moral status of the preembryo: A response to Mark Johnson, Theological Studies 1995, 56: 763-770, p. 765. [24] Le categorie di «processo» ed «evento» sono state finemente studiate da Mourelatos A.P.D., Events, Processes and States, Linguistic and Philosophy 1978, 2: 415-434; McCann H.J., Nominals, Facts and Two Conceptions of Events, Philosophical Studies 1979, 35: 129-149; Davidson D., Essays on Actions and Events, Oxford: Clarendon Press, 1980, pp. 105-187; Gill K., On the Methaphysical Distinction Between Processes and Events, Canadian Journal of Philosophy 1993, 23: 365-384; and Stout R., Processes, Philosophy 1997, 72: 19-27. Da un punto di vista metafisico, la discussione sulla portata ontologica della distinzione tra processi ed eventi è tuttora aperta, ma questo non impedisce ai biologi di usare entrambe i termini come strumenti utili e significativi per l’analisi dei dati. [25] Non ci addentreremo qui nella questione dell’origine delle strutture e delle funzioni dei viventi e della natura della causalità biologica, questione caratterizzata da un alto grado di controversia. La nostra analisi dei processi biologici e dei loro stadi non richiede di prendere una definita posizione su questo argomento. Per uno sguardo complessivo alle connessioni concettuali tra le concenzioni teleologiche moderne e i loro antecedenti aristotelici, e per un profilo della distinzione tra sistemi teleomatici, teleonomici e teleologici, vedi O?Grady R.T. and Brooks D., Teleology and Biology, in: Depew D., Weber V., and Smith C.A. (eds.), Entropy, Information, and Evolution, Cambridge, Mass.: MIT Press, 1988: 285-315; and Christensen W., A Complex Systems Theory of Teleology, Biology and Philosophy 1996, 11: 301-320. [26] Una esposizione completa della fisiologia del battito cardiaco si trova in: Hurst W., The Heart, New York: McGraw-Hill, 1996, pp. 119-153. [27] Rowland Stout ha recentemente evidenziato che, da un punto di vista metafisico, «sebbene nel corso di un processo possono accadere differenti cose, c?è qualcosa che accade in ogni momento del processo e che è sempre la stessa cosa, e questa è il processo stesso. Questo è quanto basta per ciò che intendiamo asserire, cioè che in ogni momento nel quale il processo sta avvenendo, il processo è interamente presente. [...] Ciò che sta avvenendo è continuamente presente nella sua interezza attraverso tempi diversi». Stout giunge alla conclusione che «poichè gli eventi si estendono nel tempo ma non persistono in esso, e i processi persistono ma non si estendono nel tempo, i processi non sono mai degli eventi» e «non devono essere identificati con delle strutture di stadi. Se i processi non sono metafisicamente dipendenti dagli eventi, sono essi metafisicamente dipendenti da qualcos?altro o sono forse metafisicamente fondamentali?» (Stout R., Processes, p. 26). Ma non è nostro compito valutare in questa sede tale idea, e neppure considerare se una spiegazione degli eventi può essere fornita solo nei termini dei relativi processi. [28] Si veda la famosa pubblicazione di Virchow Die Cellularpathologie in ihrer Begründung auf physiologische und pathologische Gewebelehre (Berlin, 1858), che rappresenta 20 conferenze su vari argomenti tenute dal medico e biologo tedesco all’Istituto di Patologia di Berlino tra il febbraio e l’aprile del 1858. [29] Wimsatt W.C., The Ontology of Complex Systems: Levels of Organization, Perspectives, and Causal Thickets, Canadian Journal of Philosophy 1994, 20 (suppl.): 207-274, p. 222. I livelli di organizzazione sono frequentemente discussi unitamente alla considerazione della organizzazione gerarchica, ma una disquisizione sul carattere gerarchico dei sistemi biologici va ben al di là degli scopi del nostro contributo. Per una rassegna su questo argomento, vedi: Pattee H.H., Hierarchy Theory: The Challenge of Complex Systems, New York Braziller, 1973; and Salthe S., Evolving Hierarchial Systems: Their Structure and Representation, New York: Columbia University Press, 1985. [30] Wimsatt W.C., The Ontology of Complex Systems, pp. 224-225. [31] Per i recenti dibattiti sulla relazioni tra caso, autoorganizzazione, materia, informazione e selezione come sorgenti dei livelli di ordine nei sistemi biologici, si veda: Salthe, S.N., Formal considerations on the origin of life, Uroboros 1991, 1: 45-65; Kaufmann, S.A., The Origins of Order: Self-Organization and Selection in Evolution, New York / Orford: Oxford University Press, 1993; Weber B. H. and Depew D.J., Natural Selection ans Self-Organization: Dynamical Models as Clues to a New Evolutionary Synthesis, Biology and Philosophy 1996, 11: 33-65; Johnson P.E., Is Genetic Information Irreducible?, Biology and Philosophy 1996, 11: 535-538; Dawkins R., Reply to Phillip Johnson, ivi: 539-540; Williams G.C., Reply to Johnson, ivi: 541; Johnson P.E., Response to Pennock, ivi: 561-563; Pennock R.T., Reply: Johnson?s Reason in the Balance, ivi: 565-568; Behe M., Darwin?s Black Box, San Fracisco: Free Press, 1996. [32] Molti sono gli scritti che di recente attaccano o difendono il realismo scientifico. Un esempio rappresentativo si trova in: Fine A., The Shaky Game, Chicago: University of Chicago Press, 1986; Giere R., Explaining Science, Chicago, University of Chicago Press, 1988; Kitcher P., The Advancement of Science, New York: Oxford University Press, 1993; Leplin J. (ed.), Scientific Realism, Berkeley, University of California Press, 1984; Margolis J., Pragmatism without Foundations, Oxford: Basil Blackwell, 1986; and Newton-Smith W.H., The Rationality of Science, London: Routledge and Kegan Paul, 1981. Due recenti risposte agli epistemologi antirealisti contemporanei si possono trovare, insieme ad una rassegna delle differenti posizioni, in: Burian R.M. and Trout J.D., Ontological Progress in Science, Canadian Journal of Philosophy 1995, 25: 177-202; and Harré R., From observability to manipulability: extending the inductive arguments for realism, Synthese 1996, 108: 137-155. [33] «Secondo i relativisti, non esiste una vera, unica e definitiva spiegazione dei fenomeni naturali verso la quale convergono le conoscenze ottenute attraverso i metodi delle scienze naturali. Gli scettici non dubitano che una delle spiegazione dei fenomeni naturali possa essere quella corretta, ma non ritengono che noi siamo in grado, pur usando tutti i metodi delle scienze naturali, di conoscere quale essa sia»: Harré R., From observability to manipulability, p. 137. [34] Burian R.M. and Trout J.D., Ontological Progress in Science, pp. 181-182. [35] Tonini V., Dall’epistemologia all’ermeneutica, Civiltà delle Macchine 1979, 27 (4-6): 31-38. [36] Guerritore A., La natura vivente, Studium 1987, 4-5: 599-615. [37] Per comprendere l’argomento occorre tenere presente la distinzione tra contenuto informazionale ? che viene solitamente chiamato «informazione» ? e supporto informazionale. Ogni contenuto informazionale è necessariamente ma transitoriamente legato a (?registrato su?) un supporto fisico, cioè materia ed energia, le cui caratteristiche consentono ad un agente, idoneo dal punto di vista informazionale, l’esame e la identificazione del ?messaggio?. In realtà non vi è informazione senza il rispettivo supporto informazionale, ma lo stesso contenuto informazionale può essere supportato in modi differenti (i cosiddetti ?codici?) e mediante diversi substrati, e può essere ?copiato? (duplicazione) e ?trascritto? (lo stesso contenuto è ?riscritto? attraverso un codice leggermente diverso e/o su un substrato un poco differente) o ?tradotto? (conversione dello stesso contenuto in un diverso codice sullo stesso supporto o su un supporto diverso). La proprietà fondamentale e imprescindibile di un supporto informazionale è che esso possa esistere in forme differenti e distinguibili. L’informazione implica una differenza: «infatti, ciò che noi intendiamo per informazione ? l’unità elementare di informazione ? è una differenza che produce una differenza» (Bateson G., Form, Substance and Difference, General Semantics Bullettin 1970, No. 37; reprinted in: Bateson G., Steps to an Ecology of Mind. Collected Essays in Anthropology, Psychiatry, Evolution, and Epistemology, London: Intertext Books, 1972: 454-471, p. 459). Realtà uniformi (strutture sempre identiche, che si ripetono; stati energetici costanti) non sono dei candidati per un supporto informazionale. Esempi di supporti informazionali sono la luce, il suono, i campi elettrici e magnetici, le macromolecole (eteropolimeri), le reti neurali, carta e inchiostro, le schede o i nastri perforati, e i dischi incisibili. [38] «Il gene è un pacchetto di informazione, non un oggetto. Ciò che determina il gene è la sequenza delle coppie di basi nella molecola del DNA. Ma la molecola di DNA è il mezzo, non il messaggio. Il mantenere la distinzione tra il mezzo ed il messaggio è assolutamente indispensabile per una lucidità di pensiero a proposito della evoluzione [...]. In biologia, quando si parla di geni, genotipi e pools genici, ci si sta riferendo alla informazione e non a realtà fisiche oggettuali». Brockman J., The Third Culture: Beyond the Scientific Revolution, New York: Simon & Schuster, 1995, p. 43. [39] Polanyi A., Life?s irreducible structure, Science 1968, 160: 1308-1312. [40] Sternberg P.W. and Horvitz H.R., The genetic control of cell lineage during nematode development, Annual Review of Genetics 1984, 18: 489-524; Kimmel C.B., Genetics and early development in zebrafish, Trends in Genetics 1989, 5: 283-288; Holland P.H. and Hogan B.L.M., Expression of homeobox genes during mouse development: a review, Genes and Development 1988, 2: 773-782. A tuttoggi il miglior sistema per comprendere come i geni controllano lo sviluppo precoce è il moscerino della frutta Drosophila melanogaster (Lawrence P.A., The Making of a Fly, Oxford: Blackwell Scientific Publ., 1992). Il nematode Caenorhabditis elegans ed il pesce zebra (Danio rerio) forniscono due ulteriori e molto utili sistemi modello. «Nei vertebrati, l’approccio individuale che ha avuto più successo nell’identificare i geni importanti per lo sviluppo si basa sulla sorprendente scoperta che importanti geni controllori, o almeno tratti di sequenze dei geni controllori, sono rimasti conservati attraverso l’evoluzione» (Nüsslein-Volhard C., Of Flies and Fishes, Science 1994, 266: 572-574, p. 572). Perciò, per molti geni scoperti nei semplici animali modello, sono stati identificati degli «omologhi» negli organismi dei vetebrati e provate le loro funzioni. I geni omeotici costituiscono un eccellente esempio di come studi condotti sugli animali filogeneticamente molto distanti dai primati, come il moscerino, possono fornire indicazioni fondamentali sui meccanismi dello sviluppo dei mammiferi. [41] La modulazione epigenetica della espressione genica è un?idea ben fondata in biologia (Wright S., The physiology of the gene, Physiological Reviews 1941, 21: 487-527), e riflette la certezza che, quando molti geni sono coinvolti in un processo vitale, una semplice analisi lineare è insufficiente per fornire un attendibile modello del risultante fenotipo. Tautz D., Redundancies, development and the flow of information, BioEssays 1992, 14: 263-266; Wilkins A.S., Genetic Analysis of Animal Development, New York: Wiley-Liss, 2nd ed., 1993; Strohman R., Epigenesis: The missing beat in biotechnology?, Bio/Technology 1994, 12: 156-164. [42] Quegli anni furono l’epoca della ipotesi di Spemann sull’«organizzatore», della prova di Harrison della polarità dell’arto, degli studi di Hamburger e Weiss sulla crescita e la specificità dei neuroni, della scoperta di Hörstadius e Child dei «gradienti», della dimostrazione da parte di Willier e Rawles delle migrazioni delle cellule delle creste neurali, e della osservazione di Witschi sulla determinazione del sesso e la differenziazione gonadica, per non menzionare molti altri importanti lavori. [43] Needham J., Chemical Embryology, Cambridge: Cambridge University Press, 1931. [44] Gilbert S.F., Opitz J.M., and Raff R.A., Resynthesizing evolutionary and developmental biology, Developmental Biology 1996, 173: 357-372, p. 359. 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Come possono due cellule epiteliali (le cellule del trofectoderma della blastociste e le cellule epiteliali dell'endometrio) stabilire un così forte contatto tra le loro membrane apicali che sono generalmente prive di cellule di adesione? Per una recente rassegna della letteratura e una discussione su un ipotetico modello molecolare di come possa avvenire l'impianto della blastociste umana, vedi Bischof P. e Campana A., A model for implantation of the human blastocyst and early placentation, Human Reproduction Update 1996, 2: 262-270. [70] Barinaga M., Looking to development's future, Science 1994, 266: 561-564. [71] Wood W.B. and the Community of Caenorhabditis elegans Researchers (eds), The nemathode Caenorhabditis elegans, Cold Spring Harbor: Cold Spring Harbor Laboratory, 1988; Touchette N., Finding clues about how embryo structures form, Science 1994, 266; 564-565; Nuesslein-Volhard C.,Of flies and fishes, Science 1994, 266: 572-574. 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di Angelo Serra, emerito di Genetica Umana nella Facoltà di. Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e di Roberto Colombo docente di Neurobiologia e Genetica dell’università Cattolica di Milano Tratto da:A.A.V.V., "Identità e Statuto dell'Embrione Umano", Città del Vaticano 1998. Tratto dal sito: www.academiavita.org |