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LO SCIENTISTA E IL SELVAGGIO. |
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Nell’universo nefasto descritto da Aldous Huxley nel 1932, gli uomini hanno fabbricato il mondo migliore cui anelano da tempi immemorabili: l’umanità è rifatta, selezionando in provetta l’embrione vincente e quello che sarà sottomesso senza per questo diventare infelice. Prima ancora di venire al mondo, i nascituri di Brave New World saranno trattati medicalmente in modo da trovarsi poi assegnati alla casta degli eccelsi, dei meno eccelsi, o degli infimi. Gli eccelsi appartengono alla classe alpha, e via via discendendo fino alla classe ipsilon, cui appartengono coloro che in fase pre-natale hanno ricevuto meno ossigeno. Gli ipsilon sono deliberatamente creati disabili: capaci di compiere le mansioni più misere, non conoscono tuttavia la fuga nel lamento. Naturalmente non manca qualche ombra d’intranquillità: in quei momenti è consentito consumare un oppiaceo - il soma - che non acuisce la coscienza ma dà un senso d’estasi imbecille. In lontane riserve vive un uomo chiamato Selvaggio, che avversa tutta quest’utopia: ciò per cui si batte è il diritto a mescolare la gioia con l’infelicità, il sesso con l’amore, l’estasi imbecille con la malinconia. È un libro che può essere di grande aiuto, per ragionare sulla straordinaria rivoluzione scientifica e tecnologica con cui l’umanità s’appresta non solo a modificare la natura circostante, come avvenne nella prima rivoluzione, ma a rettificare e addomesticare la propria stessa natura e il proprio divenire uomo. Su queste cose si è cominciato in Italia a legiferare, e su di esse saremo chiamati a pronunciarci come cittadini, nel referendum che accoglierà o muterà radicalmente la legge n. 40 sulla procreazione assistita, promulgata nel febbraio 2004. Agitate da frantumazioni interne, destra e sinistra hanno preso atto che un compromesso parlamentare è per loro troppo difficile, e su spinta dei radicali sperano ora che la risposta a interrogativi esistenzialmente così drammatici venga data dalla società civile in prima persona. L’intervento ripetuto e sempre più insistente degli uomini di Chiesa è il risultato di questo passaggio da una politica che vuol dare a se stessa le proprie norme a una politica condivisa con la società e in parte affidata ad essa. Un passaggio che la classe politica ha accelerato, nel momento in cui al suo interno si è formato un vasto fronte di cattolici costantemente timorosi d’indisporre i vescovi - a destra come a sinistra - e paralizzati dal biasimo che essi immaginano possa venire dal Vaticano (biasimo di un eventuale accordo con i radicali, biasimo d’un pensiero autonomo su etica e scienza). Ma
adesso che il referendum si fa non ha più molto senso lamentare
l’ingerenza delle gerarchie cattoliche. Ora che la parola passa a
noi cittadini (elettori, professionisti, giornalisti) è naturale che
anche i cattolici dicano le loro opinioni, dentro la Chiesa e fuori.
La società civile non è sinonimo di classe politica, e davvero
deleteria sarebbe una fusione fra le due istanze, con l’insieme dei
cittadini che si mette a scimmiottare l’asfissiante e strumentale
bipolarismo etico dei politici. Sarebbe bipolarismo etico concentrare
tutti gli strali contro una Chiesa ritenuta oscurantista, o contro
una laicità considerata a-morale. Sarebbe un bipolarismo che dilata
ancor più la tendenza dei vescovi a invadere la politica, e la
tendenza della politica a farsi immobilizzare dai vescovi. I laici a
volte neppure se ne accorgono: il loro battersi perché le gerarchie
cattoliche cambino opinione sulla vita e la morte - adottando in
questo i tempi dei politici - immettono queste ultime ancor più
nella politica. In fin dei conti tradiscono se stessi: pretendendo
speciali sforzi dalla Chiesa, ignorano la separatezza che la
contraddistingue e la trasformano in un partito di governo. Il
punto è centrale perché ora tocca a ciascuno di noi, interrogarci
sull’origine e l’essenza del nostro esistere, dunque
sull’ontologia dell’embrione. Interrogarsi vuol dire cercare di
sapere se esso vada rispettato come persona, dotata di diritti
paragonabili a quelli dei già nati, e quali siano i casi in cui
questo suo diritto si scontra contro il diritto di chi sceglie di far
germogliare in sé una vita se possibile non menomata (l’indagine
pre-impianto è solo consentita a scopo osservazionale nella legge,
obbligando le coppie ad accettare qualsiasi embrione, anche malato).
Inoltre, vuol dire domandarsi se alcune obiezioni all’impianto
selezionato dell’embrione non nascano da ipocrisia. Chi è
contrario a una legge che faciliti le indagini preventive dice di
battersi contro la violenza eugenetica, ben sapendo che poi la coppia
ricorrerà all’aborto, legalmente consentito. Il
Terzo Venuto non è ancora uomo, dicono alcuni: o perché non ha
autoconsapevolezza (tesi di Giovanni Sartori) o perché non ha né
autonomia né un sistema nervoso centrale. Altri, come il filosofo
Severino, affermano che l’uomo in potenza di Aristotele ha in sé
anche la potenza di non divenire uomo. Ma il Terzo Venuto ha una sua
radicale alterità, e questo suo venire resta un mistero che impone
il rispetto, così come si esige il rispetto del neonato o del malato
mentale privi d’autoconsapevolezza. Il Terzo Venuto è talmente un
mistero, a giudicare da quel che la scienza stessa ammette, che
perfino il primo articolo del codice civile appare obsoleto («La
capacità giuridica si acquista dal momento della nascita. I diritti
che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati
all’evento della nascita»). La domanda su come comportarsi
eticamente di fronte al mistero esula dalla biologia e dalla scienza,
ma non dall’individuale coscienza di cittadini e politici, ai quali
vien chiesto di pronunciarsi non solo sull’essere ma anche sul
dover essere. La seconda rivoluzione scientifica pone dilemmi che possono incutere spavento, e tutto sta sa a sapere che sono dilemmi, che si fa violenza, che non tutto quel che è lecito edifica, e che nella scienza il bene che si fa a se stessi o al nascituro è molto spesso, troppo spesso, mescolato al male. Tutto sta a migliorare ancora il nostro sapere scientifico, a non abbandonare il sapere aude di Orazio, nella speranza che alcuni dilemmi possano esser superati. Osare sapere è chiave preziosa. Vale la pena sapere che nella nostra cultura la morte dell’uomo è stata anticipata alla morte cerebrale (con il consenso della Chiesa) al solo scopo di facilitare gli espianti. E che una cosa simile può accadere con la nascita della vita. Vale la pena sapere quali tecniche saranno necessarie in futuro (il congelamento dell’ovulo ad esempio, oggi difficile), per evitare la produzione di embrioni in sovrannumero. Paradossalmente, la parte del cardinale Bellarmino che si rifiutava di guardare dentro il cannocchiale di Galileo caratterizza più spesso i laici, oggi, che i cattolici. Tutto
sta a non vivere inchiodati nell’oggi, ma a tendere verso un futuro
che attenui i mali senza pretendere d’estirparli per sempre. Dice
Giuliano Amato che le domande «stravaganti» sull’inizio della
vita non interessano solo chi parte da premesse religiose, e anche
quest’affermazione d’un laico è una promessa. Non abbiamo in
mano che espedienti e pensieri stravaganti, ma non è poca cosa: è
la saggezza con cui John il Selvaggio mette in causa l’orribile Bel
Mondo Nuovo, nel romanzo di Huxley. |
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di Barbara Spinelli Fonte: La Stampa - 8 Marzo 2005 |