|
Intervista
a Patrizia Vergani.
«Qualche
anno fa arrivò da noi una giovane donna con una gravissima patologia
cardiaca. Un problema incurabile. Era priva dell’arteria polmonare.
Circolo arterioso e venoso si mescolavano insieme creandole non
pochi problemi. Era rimasta incinta e tutti i medici consultati le
avevano offerto lo stesso, spietato consiglio: abortire. Da una madre
affetta da una patologia congenita così grave, sostenevano, non
poteva nascere alcun bambino. E in ogni caso, anche se la gravidanza
fosse proseguita, quasi certamente quella creatura sarebbe nata
prematura, oppure con problemi gravissimi. Invece…».
Mentre racconta, Patrizia Vergani rivive tutta la passione emotiva di
quel momento. Nelle sue parole semplici, efficaci, dirette ad
inquadrare un problema e a fornire la soluzione più soddisfacente,
si coglie la tensione coinvolgente di un medico che da 25 anni lotta
con tutte le sue forze per affermare la cultura della vita. «Ma una
vita, beninteso - prosegue - senza aggettivi e senza
condizioni, non subordinata ad alcuna classifica di "qualità".
Sempre e soltanto dono. Patologie, handicap, difficoltà di ogni tipo
non intaccano la dignità di un valore assoluto, che va sempre e
comunque accolto».
In
questi mesi il dibattito sulla fecondazione assistita sembra aver
messo un po’ in secondo piano il dramma di tante altre donne che
dopo un concepimento naturale si sentono sollecitate, magari per un
problema trascurabile, ad interrompere la gravidanza. Spesso basta
un’opinione, un pregiudizio, un piccolo dubbio espresso da un
medico per spezzare una vita. Figurarsi se le opinioni sono
stratificate in una serie di incrostazioni culturali. Al pensiero
della gravidanza si aggiunge quello della malattia, della possibile
malformazione, della solitudine in cui troppo spesso è lasciata la
donna. E mentre sono poche centinaia quelle alle prese con i percorsi
tortuosi della fecondazione assistita, sono decine di migliaia le
donne costrette ad arrendersi contro il muro della cultura "no
live".
Lo spiega assolutamente convinta lei, medico della clinica
ostetrico-ginecologica dell’Università di Milano-Bicocca presso
l’ospedale san Gerardo di Monza, senza timore di apparire
controcorrente rispetto a una certa cultura medica, talvolta
prevalente, secondo cui non sempre la vita nascente è degna di
essere aiutata e rispettata. Soprattutto quando la gravidanza si
presenta difficile per patologie della mamma o del bambino.
Quella
mamma cardiopatica di cui parlava che fine ha fatto?
L’abbiamo curata con tutti i mezzi a disposizione. Abbiamo
messo in atto una terapia adeguata al suo problema e siamo riusciti a
portare la gravidanza fino alle 28 settimane. Quando ci siamo accorti
che, proprio a causa delle difficoltà circolatorie della mamma, il
bambino cominciava a respirare con difficoltà, abbiamo programmato
un parto cesareo. Il piccolo pesava un chilo ed era in buone
condizioni. Mamma e bambino ce l’hanno fatta e ancora adesso stanno
benissimo.
Perché
tanti suoi colleghi di fronte a una gravidanza difficile preferiscono
imboccare la strada più agevole dell’aborto?
Non voglio giudicare l’operato di alcuno. Il nostro approccio
comunque è completamente diverso. Siamo convinti infatti che
l’aborto non sia mai una strada razionale per curare una malattia
della madre. E che, anche di fronte alle patologie più gravi, sia
sempre possibile tentare qualcosa per aiutare la donna e per non
danneggiare la gravidanza in corso. La medicina offre tantissime
soluzioni. Occorre però la volontà di non lasciare nulla
d’intentato e l’umiltà di rivolgersi a colleghi più esperti in
quel determinato settore.
Qualcuno
sarebbe pronto a marchiare come accanimento terapeutico la volontà
di non arrendersi di fronte a nulla...
Nessun accanimento, ma solo la volontà di rispettare un mistero
che supera la capacità di comprensione dell’uomo. Io sono
profondamente credente ma il mio atteggiamento nasce, prima ancora
che dalla fede, da uno sguardo umano, razionale e anche scientifico.
Le donne incinte che si rivolgono a noi all’inizio della gravidanza
sanno che ad attenderle c’è un cammino difficile. Spesso hanno
sulle spalle il peso di diagnosi negative in cui c’è sempre,
palese o sottintesa, la sollecitazione all’aborto come unica
soluzione. Eppure la stragrande maggioranza di queste donne desidera
il bambino che ha in grembo. Attende soltanto di essere rassicurata,
cerca alleati, persone che condividano le sue difficoltà e possano
donarle speranza.
Eppure
in qualche caso anche voi sarete costretti ad alzare bandiera bianca.
Di fronte a complicazioni davvero gravi, con previsioni di
sopravvivenza quasi inesistenti, non si rischia di illudere le donne?
No, perché siamo sempre estremamente chiari con tutte le
pazienti, prospettando senza mistificazioni le possibilità di
riuscita. Poi tocca a loro decidere. Però, lo ripeto, anche nei casi
più complicati, la medicina oggi ci offre comunque la possibilità
di tentare qualcosa.
Ricorda
un episodio particolare…
Sì, quello di una donna araba affetta da una malattia rarissima,
l’arterite di Takayasu, una sindrome autoimmune che determina
l’occlusione progressiva delle arterie. Aveva già due bambini ed
era rimasta nuovamente incinta. Però nel frattempo la malattia aveva
raggiunto uno stadio più avanzato e la portata delle sue arterie si
era ridotta in modo notevolissimo. I vasi periferici erano
compromessi a tale livello che l’unico punto in cui era possibile
percepire il polso era all’altezza dell’ arteria pedidia del
piede. Una situazione difficilissima.
Eppure
siete andati avanti lo stesso.
Sì, anche perché lei stessa, musulmana osservante, aveva
rifiutato l’aborto che le era stato prospettato altrove. Poi si era
imbattuta nei volontari del Movimento per la Vita che l’avevano
indirizzata a noi. Così, per portare avanti la gravidanza, abbiamo
messo in atto una collaborazione con l’ambulatorio di immunologia
del "San Raffaele" di Milano, uno dei pochissimi centri in
Italia attrezzato per la cura della arterite di Takayasu. Nel
frattempo la donna era stata sottoposta ad alcuni interventi di
by-pass arteriosi a Parigi che avevano ripristinato un po’ la
situazione. Con le terapie opportune e con un monitoraggio costante,
siamo arrivati fino alla 35esima settimana. Il bambino è nato con un
cesareo, un po’ prematuro, ma sano. Anche la mamma si è ripresa e
oggi stanno bene.
Anche
quando la donna in gravidanza è affetta da un tumore si può tentare
qualcosa?
Certo, occorre scegliere la cura compatibile con il problema
specifico. I tumori più frequenti in gravidanza colpiscono la donna
al collo dell’utero, oppure al sistema circolatorio (tumore di
Hodgkin) o ancora all’epidermide (melanomi). Ma nella maggior parte
delle situazioni esistono terapie chemioterapiche che non danneggiano
il bambino e permettono alla mamma di curarsi.
Anche
nei casi più gravi?
Ogni situazione va valutata nella sua specificità. Ma anche
quando ci troviamo di fronte a casi disperati, occorre chiedersi se
l’aborto può rivelarsi una soluzione efficace per guarire la
mamma. Nella maggior parte dei casi interrompere la gravidanza non
serve a nulla. Anzi, la donna si trova di fronte a una doppia
sconfitta. Il peso della malattia si somma alla delusione
dell’aborto. Invece la consapevolezza di poter ancora donare la
vita è un viatico straordinario, anche nelle fasi terminali della
malattia.
Qui
entriamo però in una dimensione che sconfina nell’eroismo. Sembra
quasi di rievocare la scelta di Gianna Beretta Molla che, anche per
quel gesto, è stata proclamata santa.
Ma ogni madre porta con sé un pizzico di eroismo. E poi le
"Gianne Beretta Molla" sono più frequenti di quanto si
possa immaginare. Soltanto qui da noi ricordo almeno due casi di
donne che, pur affette da tumori gravissimi, hanno rifiutato le cure
per non danneggiare il bambino. Nel ’95 abbiamo avuto il caso di
Felicita Merati, una donna di Nova Milanese, docente di chimica
all’Università di Milano. Aveva un cancro alla mammella con
metastasi polmonari. Non ha voluto né chemio né radioterapie. Ha
messo al mondo un bellissimo bambino e dopo tre settimane è morta
per insufficienza respiratorie. Pochi mesi fa c’è stato il caso
della mamma di Pianello del Lario di cui anche voi ad
"Avvenire" vi siete occupati con grande attenzione.
Non
c’è il rischio che, additando questi casi come esemplari, la
maggior parte delle donne, quelle che di fronte a una gravidanza
difficile finiscono per arrendersi, si sentano quasi inadeguate al
loro compito?
Non intendiamo assolutamente mortificare le donne che pensano di
non farcela. Ne abbiamo viste tantissime anche qui e sappiamo che una
donna può essere forte soltanto se ha intorno una famiglia che la
sostiene e un contesto sociale favorevole. Quando il marito è il
primo a fare un passo indietro e lei stessa non dispone di una forza
culturale e spirituale indispensabile per affrontare una situazione
difficile, l’aborto è quasi inevitabile.
Parlando
di "contesto sociale favorevole" si riferisce anche
all’atteggiamento di qualche suo collega? Quelli per esempio che
per ogni gravidanza, anche senza particolari rischi, consigliano test
su test?
Sì, qui il discorso sarebbe complesso. Ma il problema dei
"falsi positivi" nelle indagini prenatali di cui troppo si
abusa, scatena davvero situazioni drammatiche. Abbiamo avuto anche
noi tantissimi casi. Ricordo in particolare la storia di una donna
che, di fronte all’esito positivo di un test, si è rivolta ad un
altro ospedale per interrompere la gravidanza. Le avevamo spiegato in
ogni modo che quel risultato non era assolutamente significativo, ma
non c’è stato nulla da fare. L’anno successivo è tornata, era
di nuovo incinta e aveva fatto un’altra volta il test: ancora
un "falso positivo". L’abbiamo rassicurata, ha trovato la
forza di andare avanti e adesso ha un bambino sano, senza problemi.
Uscendo ci ha detto: "Se vi avessi ascoltato anche l’altra
volta, adesso non sarei costretta a portarmi per tutta la vita questo
peso".
Ascoltandola,
si comprende come qui al "San Gerardo" di Monza la vita
nascente sia davvero dono da rispettare e promuovere. Come si è
creato questo clima culturale condiviso che non si ritrova
abitualmente in altre strutture pubbliche?
Il nostro primario, il professor Costantino Mangioni, è tra i
pionieri, non solo in Italia, per la chirurgia conservativa negli
interventi sui tumori dell’apparato riproduttivo femminile. Il suo
obiettivo in sostanza è sempre stato quello di preservare la
fertilità della donna e la sua realizzazione nella maternità.
Intorno a lui si è creata un’equipe che condivide gli stessi
valori. Anche l’equipe di cui faccio parte, per la cura delle
gravidanze a rischio, si pone gli stessi obiettivi. La vita va
sempre e comunque messa al primo posto.
|