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Antenne di Pace

lettera di Sara partita per il servizio civile in Palestina

In partenza per la Palestina.
Ho scelto di partire in qualità di "casco bianco" per Israele e Territori palestinesi, una terra che vive ormai da più di 50 anni una situazione di conflitto e violenza strutturale accompagnata da continue violazioni di diritti umani.
L'opportunità mi è stata data dall'associazione Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, che purtroppo, come saprete, ci ha lasciato poco tempo fa, svolgendo la sua missione fino all'ultimo giorno della sua vita.
I caschi bianchi sono operatori di pace, volontari in servizio civile nazionale che svolgono il loro periodo di servizio all'estero in aree di crisi e contesti di povertà, violenza, emarginazione o in situazioni di emergenza e conflitto armato, impegnati nel binomio indissolubile della promozione dei diritti umani e della costruzione della pace.
È un'eredità lasciataci dagli obiettori di coscienza che attraverso una scelta coraggiosa decisero di non sottrarsi all'impegno civile di difendere la propria patria e tutto il corollario dei suoi diritti, trovando modalità diverse per svolgere tale ruolo. Essi incominciarono così a recarsi nei luoghi dei conflitti ( il primo è stata la ex Jugoslavia) proponendo azioni non violente e modalità alternative per la risoluzione delle ostilità e delle crisi.
L'esperienza del conflitto si trasformava in tal modo, da sinonimo di violenza, ad una potenziale occasione di incontro attraverso una gestione pacifica delle diverse posizioni e difese.
I caschi bianchi, oggi riconosciuti come corpo civile di pace, e inseriti nel progetto del servizio civile volontario, sono ragazzi che svolgono il loro servizio condividendo la vita con i poveri che incontrano.
Ed è questa la vocazione della comunità Papa Giovanni che promuove tale progetto. Condivisione con i poveri, con gli ultimi, con le persone ai margini della società (in Italia e nel mondo), con i malati, con gli oppressi, con chi subisce nella propria vita le scelte e le conseguenze di un mondo in cui interessi economici e politici dominano su ogni valore della vita umana.
È una vocazione molto libera, per come mi è stato dato di vedere, perché i poveri, gli ultimi, sono tanti e ovunque. E così sta ad ognuno scegliere chi sono i più piccoli e come condividere con loro la propria vita. In tal modo, la comunità vive il vangelo attraverso la condivisione nelle case famiglia, che accolgono ragazzi con handicap, a volte molto gravi, persone con disturbi mentali che altrimenti avrebbero continuato la loro vita in istituti, persone con situazioni difficili, donne e bambini che hanno subito violenza, ex carcerati, case di accoglienza per ragazze di strada, che Don Oreste in persona andava a liberare dalla schiavitù della prostituzione, case di accoglienza per senza fissa dimora, comunità terapeutiche per alcolisti e tossico dipendenti, case di pronta accoglienza, e moltissime cooperative che affiancano le famiglie e danno la possibilità a molti di realizzare la propria umanità attraverso il lavoro per vincere l'emarginazione dalla società. Ci sono poi gruppi che si occupano del diritto alla vita e sostengono maternità difficili, gruppi che "salvano" carcerati dalle sbarre proponendo loro attività rieducative all'interno della comunità, gruppi che fanno azione di informazione e sensibilizzazione ad una cultura di pace ed uguaglianza sociale. La comunità riesce in tal modo a sperimentare azioni e strategie volte a superare quelle condizioni che generano e mantengono le ingiustizie.
Ho avuto la possibilità di conoscere da vicino questa realtà così variegata e così piena di vita, e ho provato veramente cosa significa vivere il senso di una vera giustizia nella condivisione con i più poveri ed i più piccoli, ad iniziare dalle cose più semplici ed umili, come la propria quotidianità. "Bisogna farsi poveri tra i poveri" diceva sempre Don Oreste, perché solo così si può arrivare ad un mondo più giusto e testimoniare che una giustizia vera e concreta può esistere davvero.
Il progetto nel quale è inserita la mia attività come casco bianco nei Territori palestinesi si chiama progetto Go'El che nella Bibbia significa colui che cammina a fianco dell'oppresso e lo accompagna nel suo cammino di liberazione.
L'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, attraverso il progetto Go'El cerca di offrire sostegno a gruppi ed associazioni della società civile dei paesi coinvolti che lottano contro le violazioni dei diritti umani. Il mio lavoro sarà pertanto quello di sostenere l'attività di un'organizzazione locale israelo- palestinese (AIC alternative information center) che promuove un' informazione alternativa sul conflitto e sulle sue conseguenze socio economiche e un'azione di monitoraggio delle violazioni dei diritti umani. L'obiettivo è quello di tutelare i diritti dei gruppi più svantaggiati e più esposti alla violenza del conflitto e creare ambiti di dialogo e convivenza pacifica, cercando di promuovere da entrambe le parti, una consapevolezza a livello educativo, informativo e politico.
Parte del lavoro è costituito anche dal creare controinformazione e sensibilizzazione presso l'opinione pubblica italiana elaborando materiale informativo sui paesi coinvolti nel progetto, attraverso anche la presenza sui mezzi di comunicazione nazionali.
Lo scopo è anche quello di promuovere un'azione di pressione politica nei confronti del governo italiano e presso le istituzioni internazionali (Nazioni Unite, Unione Europea, O.S.C.E., Consiglio d'Europa).
L'informazione costituisce così una parte fondamentale del mandato del casco bianco, poiché dalla condivisione diretta con altre realtà scaturisce il bisogno di parlare, raccontare, testimoniare ciò che si vede e si vive in prima persona.
Informare, sensibilizzare significa rifiutare la dilagante cultura dell'indifferenza e condividere la ricchezza della propria esperienza con gli altri, con chi sceglie la strada dell'impegno civile e della non violenza.
Il sito www.antennedipace.org è stato creato per dare la possibilità ai caschi bianchi di raccontare e informare e a tutti coloro che lo desiderano di informarsi, conoscere, capire e condividere.
L'informazione tramite reportage, filmati, documentazioni e foto dei caschi bianchi da molte parti del mondo, disponibile sul sito di antenne di pace, ha lo scopo non solo di fornire un'informazione che non esuli dal considerare gli attori sociali, le persone, come veri protagonisti della storia, cercando di non dimenticare la sofferenza di tanti esseri umani che sta dietro le notizie, i conflitti, i processi di pacificazione o le realtà di sottosviluppo e di crisi economica.
Questo perché la sofferenza di molti non sia cosa vana, ma sappia entrare nel cuore delle persone e sappia aiutarle a non abbandonarsi a pregiudizi, generalizzazioni e luoghi comuni, alla facile tentazione di pensare attraverso opinioni prefabbricate, che altro non sono capaci che di alimentare la cultura dell'odio, del sospetto e dello scontro, facendoci allontanare sempre più da una visione di pace e solidarietà tra i popoli.
L'informazione è potere, e poter dare voce e dignità a chi non ha voce, è un modo per spostare questo potere verso il basso, distribuirlo e decentralizzarlo.
Come futuro casco bianco, invito tutti coloro che condividono tali valori ad accompagnare la mia esperienza con la propria partecipazione, con la voglia di sapere e condividere con noi quanto ci apprestiamo a vivere nelle nostre realtà di destinazione e rifiutare insieme a noi l'indifferenza.

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